True
2019-12-06
I grillini si scannano sul salva Stati. Pronta la scissione dell’ala pro Conte
Gettyimages
Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».
Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari».
Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre».
Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia».
Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.
Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».
È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. Praticamente, a parti inverse, la proposta fatta ad agosto da Salvini.
Nella «dark room» dell’Eurogruppo: votazioni segrete e nessun verbale
Uno spettro si aggira per l'Europa, ma non si tratta del fantasma del comunismo menzionato nel lontano 1848 da Karl Marx e Friedrich Engels nella celebre prefazione del Manifesto del partito comunista. L'ectoplasma in questione è l'Eurogruppo, presideuto da Mário Centeno, vale a dire l'organo informale che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze dell'Eurozona. Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti.
Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes.
Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico».
«Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio.
A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
Continua a leggereRiduci
Mercoledì il premier parlerà in Aula: se la risoluzione di maggioranza non passerà si aprirà la crisi. In 86 sarebbero sul punto di mollare Luigi Di Maio, che lavora a un suo documento e ha riavvicinato la Lega.L'Eurogruppo è il centro di coordinamento informale dei dicasteri delle Finanze dei Paesi che usano la moneta unica. La Ong anti corruzione: «Non garantisce il controllo democratico delle sue azioni».Lo speciale contiene due articoli.Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari». Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre». Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia». Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. Praticamente, a parti inverse, la proposta fatta ad agosto da Salvini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-grillini-si-scannano-sul-salva-stati-pronta-la-scissione-dellala-pro-conte-2641531601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nella-dark-room-delleurogruppo-votazioni-segrete-e-nessun-verbale" data-post-id="2641531601" data-published-at="1778312682" data-use-pagination="False"> Nella «dark room» dell’Eurogruppo: votazioni segrete e nessun verbale Uno spettro si aggira per l'Europa, ma non si tratta del fantasma del comunismo menzionato nel lontano 1848 da Karl Marx e Friedrich Engels nella celebre prefazione del Manifesto del partito comunista. L'ectoplasma in questione è l'Eurogruppo, presideuto da Mário Centeno, vale a dire l'organo informale che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze dell'Eurozona. Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti. Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes. Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico». «Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio. A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
Il cancelliere tedesco Friderich Merz (Ansa)
Molto efficace per descrivere le difficoltà berlinesi è un’immagine proposta da Bloomberg, che ha paragonato Friedrich Merz a Timmy, una balena spiaggiata rimasta bloccata per circa un mese sulla costa tedesca del Mar Baltico. La differenza è che la megattera è riuscita a tornare in mare aperto; il cancelliere, invece, sembra impantanarsi sempre di più. E anche se, allo stato attuale, affermare con certezza che la Germania sia sull’orlo di una crisi costituzionale pare soprattutto una forzatura utile solo a mettere in guardia l’elettorato, possiamo comunque dire che il Paese è in una fase di una complessa transizione, in cui le certezze del passato (stabilità, governabilità, continuità) non sono più garantite.
A oltre un anno dall’insediamento, Merz non è riuscito a centrare i due obiettivi principali del suo mandato: rilanciare l’economia e arginare l’ascesa dell’estrema destra. I dati economici fotografano una crescita modesta: nel primo trimestre il Pil è salito dello 0,3% rispetto allo scorso anno. Risultato migliore delle attese, ma insufficiente se rapportato all’entità degli interventi messi in campo. Il governo ha varato un fondo speciale per le infrastrutture da 500 miliardi di euro per riparare scuole, strade e ferrovie, e sono stati incrementati anche gli investimenti militari, ma lo slancio iniziale si è scontrato con l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione che ha eroso la fiducia di famiglie e imprese. La crisi energetica innescata nel Golfo ha ulteriormente complicato il quadro, rendendo sempre più difficile la prospettiva di una ripresa significativa entro il 2026.
Le misure per contenere l’impatto del caro energia sono apparse deboli o difficilmente applicabili. Tra queste, il bonus da 1.000 euro affidato alla volontà dei datori di lavoro, soluzione che non ha convinto nemmeno l’esecutivo federale. Il risultato è un crollo del consenso: solo il 20% dei tedeschi approva l’operato del cancelliere.
Parallelamente, cresce la destra di Afd, che nei sondaggi ha raggiunto il 26-27%, superando per la prima volta l’Unione (Cdu/Csu). Secondo un recente sondaggio, il distacco ha toccato i cinque punti, dato politicamente esplosivo in vista delle prossime elezioni locali. Il tema non riguarda soltanto la tenuta del governo, ma l’equilibrio complessivo del sistema. L’intreccio tra instabilità politica e fragilità economica potrebbe aprire una fase critica, potenzialmente più grave delle crisi del 2008 o della pandemia. Per decenni, la forza della Germania è stata la combinazione di stabilità istituzionale e solidità economica: se questo binomio si incrina, l’intero modello entra in discussione, e le ripercussioni andrebbero ben oltre i confini nazionali. Berlino, infatti, resta il perno economico e uno dei principali attori politici dell’Unione europea: un suo indebolimento inciderebbe inevitabilmente sugli equilibri comunitari.
Oggi, la questione più delicata e complessa per le forze politiche tradizionali è la progressiva riduzione delle alternative. L’abituale flessibilità del sistema tedesco - capace di costruire coalizioni diverse senza traumi - si sta erodendo sotto il peso della frammentazione e della polarizzazione. Le opzioni si restringono, mentre cresce il malcontento, alimentato anche da scelte politiche percepite come sbilanciate, in particolare sulla corsa agli armamenti. L’aver puntato molto, se non tutto, sul riarmo e il non aver affrontato le cause delle difficoltà odierne ha generato fortissima insoddisfazione e insofferenza, confluite nel consenso ad Afd. Per l’Unione europea si tratta di un banco di prova decisivo. Berlino non è Bratislava né Budapest: un’eventuale e possibile affermazione di Afd porrebbe sfide politiche ben diverse da quelle affrontate finora con altri Stati membri. Anche scenari istituzionali dati per possibili, come un eventuale ritorno in Germania di Ursula von der Leyen per la presidenza della Repubblica federale potrebbero essere rimessi in discussione. Per tutte queste ragioni, ciò che accade oggi in Germania non è una questione interna, ma un passaggio cruciale e inedito per l’intera Europa.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Reform Uk, al contrario, ha sfondato sia nei feudi conservatori sia in quelli laburisti: ormai non è più un partito di protesta, ma una vera e propria forza sistemica. «È una svolta storica nella politica britannica», ha esultato Farage. Che poi ha fotografato così la rivoluzione politica in atto in Gran Bretagna: «Il sistema bipartitico è finito».
Lo stesso Starmer è stato costretto ad ammettere la disfatta. «Sono risultati molto duri», ha riconosciuto il premier, assumendosi «la responsabilità» del tracollo. Ma il leader laburista ha anche chiarito di non avere alcuna intenzione di farsi da parte: «Non me ne andrò». Parole che riflettono bene il clima che si respira all’interno del partito: un capo del governo già assediato, ma deciso a restare aggrappato alla poltrona.
Il colpo più simbolico arriva dal Galles, storico fortino del Labour, dove il partito arretra pesantemente e vede incrinarsi un dominio politico che sembrava quasi inscritto nelle leggi di natura. Ma il terremoto attraversa soprattutto il cosiddetto «red wall», la cintura operaia del Nord e delle Midlands che, per decenni, ha rappresentato il cuore identitario del laburismo britannico. Hartlepool, Wigan, Tameside, Newcastle-under-Lyme: in molte di queste aree Reform Uk avanza con percentuali clamorose, intercettando il voto popolare anti-establishment e anti-immigrazione.
A Manchester, altro baluardo storico della sinistra britannica, il deputato laburista Graham Stringer ha parlato addirittura del «peggior risultato degli ultimi 60 anni». Ma, soprattutto, ha lanciato un attacco devastante contro Starmer e il suo governo: «Hanno di fatto reciso il legame con le persone che hanno sostenuto il Partito laburista fin dalle sue origini». Secondo Stringer, Downing Street avrebbe ormai perso ogni contatto con l’elettorato tradizionale: «Stanno perseguendo politiche che interessano a loro e ai loro amici, ma non funzionano». Una denuncia che va ben oltre il semplice malcontento elettorale e che colpisce al cuore la leadership del premier.
Non si tratta, infatti, di una contestazione isolata. Anche l’ex ministro ombra John McDonnell ha apertamente messo in discussione la guida di Starmer, mentre altre figure laburiste chiedono una svolta «significativa e urgente». Persino alcuni sindacati, storica colonna portante del Labour, iniziano a scaricare il governo. Il problema, per Starmer, è che la sua strategia centrista sembra ormai incapace di tenere insieme le diverse anime del partito: da un lato l’elettorato urbano progressista, dall’altro la working class delle periferie industriali, sempre più attratta dal populismo sovranista di Farage.
Ed è proprio il leader di Reform Uk il vero vincitore politico della tornata. Per anni liquidato come eterno agitatore antisistema, Farage sta ora costruendo qualcosa di molto più ambizioso: un blocco trasversale capace di pescare voti sia tra gli ex elettori Tory sia tra gli operai delusi dal Labour. Reform cresce nei consigli locali, conquista seggi in territori simbolici e si accredita come principale canale di protesta contro l’establishment britannico.
Nel frattempo, anche i conservatori continuano a navigare in cattive acque. Pur limitando in parte le perdite in alcune aree, i Tory restano schiacciati tra un Labour in crisi ma ancora centrale e l’avanzata aggressiva di Reform. E il risultato complessivo è un sistema politico sempre più frammentato. Persino nel Regno Unito, patria del maggioritario puro e del tradizionale bipolarismo westminsteriano, l’asse Labour-Tory appare oggi più fragile che mai.
I Verdi, invece, avanzano ma senza la valanga annunciata da parte della stampa progressista. Il partito di estrema sinistra, infatti, ha ottenuto alcuni risultati simbolici, soprattutto nelle grandi città, ma non è stato sostanzialmente in grado di capitalizzare il suo successo mediatico in un vero consenso diffuso e trasversale. Il vero terremoto politico, semmai, porta il nome di Nigel Farage. Che ha promesso: «Il bello deve ancora venire».
E così anche Starmer finisce per trasformarsi nell’ennesimo idolo infranto dell’establishment europeista. Doveva essere il leader rassicurante, pragmatico e competente capace di archiviare la stagione populista britannica. Oggi, invece, appare come un premier logorato, contestato dentro il suo stesso partito e travolto dall’ascesa di Reform Uk. Non molto diverso, in fondo, da Friedrich Merz in Germania: il cancelliere tedesco, altro paladino dell’europeismo al caviale, di recente è stato descritto da Bloomberg come una «balena spiaggiata», mentre l’Afd continua a volare nei sondaggi. Da Londra a Berlino, insomma, i leader moderati, che certa stampa ha celebrato come l’antidoto definitivo ai populismi, sembrano sempre più in difficoltà.
Continua a leggereRiduci