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2019-12-06
I grillini si scannano sul salva Stati. Pronta la scissione dell’ala pro Conte
Gettyimages
Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».
Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari».
Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre».
Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia».
Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.
Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».
È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. Praticamente, a parti inverse, la proposta fatta ad agosto da Salvini.
Nella «dark room» dell’Eurogruppo: votazioni segrete e nessun verbale
Uno spettro si aggira per l'Europa, ma non si tratta del fantasma del comunismo menzionato nel lontano 1848 da Karl Marx e Friedrich Engels nella celebre prefazione del Manifesto del partito comunista. L'ectoplasma in questione è l'Eurogruppo, presideuto da Mário Centeno, vale a dire l'organo informale che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze dell'Eurozona. Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti.
Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes.
Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico».
«Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio.
A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
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Mercoledì il premier parlerà in Aula: se la risoluzione di maggioranza non passerà si aprirà la crisi. In 86 sarebbero sul punto di mollare Luigi Di Maio, che lavora a un suo documento e ha riavvicinato la Lega.L'Eurogruppo è il centro di coordinamento informale dei dicasteri delle Finanze dei Paesi che usano la moneta unica. La Ong anti corruzione: «Non garantisce il controllo democratico delle sue azioni».Lo speciale contiene due articoli.Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari». Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre». Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia». Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. 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Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti. Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes. Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico». «Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio. A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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