True
2019-12-06
I grillini si scannano sul salva Stati. Pronta la scissione dell’ala pro Conte
Gettyimages
Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».
Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari».
Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre».
Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia».
Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.
Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».
È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. Praticamente, a parti inverse, la proposta fatta ad agosto da Salvini.
Nella «dark room» dell’Eurogruppo: votazioni segrete e nessun verbale
Uno spettro si aggira per l'Europa, ma non si tratta del fantasma del comunismo menzionato nel lontano 1848 da Karl Marx e Friedrich Engels nella celebre prefazione del Manifesto del partito comunista. L'ectoplasma in questione è l'Eurogruppo, presideuto da Mário Centeno, vale a dire l'organo informale che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze dell'Eurozona. Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti.
Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes.
Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico».
«Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio.
A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
Continua a leggereRiduci
Mercoledì il premier parlerà in Aula: se la risoluzione di maggioranza non passerà si aprirà la crisi. In 86 sarebbero sul punto di mollare Luigi Di Maio, che lavora a un suo documento e ha riavvicinato la Lega.L'Eurogruppo è il centro di coordinamento informale dei dicasteri delle Finanze dei Paesi che usano la moneta unica. La Ong anti corruzione: «Non garantisce il controllo democratico delle sue azioni».Lo speciale contiene due articoli.Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari». Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre». Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia». Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. Praticamente, a parti inverse, la proposta fatta ad agosto da Salvini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-grillini-si-scannano-sul-salva-stati-pronta-la-scissione-dellala-pro-conte-2641531601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nella-dark-room-delleurogruppo-votazioni-segrete-e-nessun-verbale" data-post-id="2641531601" data-published-at="1772068680" data-use-pagination="False"> Nella «dark room» dell’Eurogruppo: votazioni segrete e nessun verbale Uno spettro si aggira per l'Europa, ma non si tratta del fantasma del comunismo menzionato nel lontano 1848 da Karl Marx e Friedrich Engels nella celebre prefazione del Manifesto del partito comunista. L'ectoplasma in questione è l'Eurogruppo, presideuto da Mário Centeno, vale a dire l'organo informale che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze dell'Eurozona. Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti. Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes. Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico». «Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio. A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
Continua a leggereRiduci
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
Continua a leggereRiduci
Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
Continua a leggereRiduci