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2019-12-06
I grillini si scannano sul salva Stati. Pronta la scissione dell’ala pro Conte
Gettyimages
Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».
Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari».
Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre».
Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia».
Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.
Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».
È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. Praticamente, a parti inverse, la proposta fatta ad agosto da Salvini.
Nella «dark room» dell’Eurogruppo: votazioni segrete e nessun verbale
Uno spettro si aggira per l'Europa, ma non si tratta del fantasma del comunismo menzionato nel lontano 1848 da Karl Marx e Friedrich Engels nella celebre prefazione del Manifesto del partito comunista. L'ectoplasma in questione è l'Eurogruppo, presideuto da Mário Centeno, vale a dire l'organo informale che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze dell'Eurozona. Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti.
Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes.
Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico».
«Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio.
A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
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Mercoledì il premier parlerà in Aula: se la risoluzione di maggioranza non passerà si aprirà la crisi. In 86 sarebbero sul punto di mollare Luigi Di Maio, che lavora a un suo documento e ha riavvicinato la Lega.L'Eurogruppo è il centro di coordinamento informale dei dicasteri delle Finanze dei Paesi che usano la moneta unica. La Ong anti corruzione: «Non garantisce il controllo democratico delle sue azioni».Lo speciale contiene due articoli.Il via libera definitivo alla riforma del Mes dovrebbe arrivare nei primi tre mesi del 2020, ma la mina a esplodere nel governo italiano, tra rischio rottura dell'alleanza giallorossa e nascita di nuove alleanze, potrebbe detonare la prossima settimana. Malgrado qualche telefonata, infatti, il rapporto politico e personale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio è sempre meno saldo, al punto da mettere a rischio la tenuta del governo Pd-M5s. Del resto il ministro degli Esteri non ha fatto mancare bordate nella discussione sul Mes: «Siamo noi l'ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».Parole che preoccupano il Pd, favorevole al nuovo fondo salva Stati, che ha già perso la pazienza, come evidenziato da Dario Franceschini e Graziano Delrio, ma anche dal segretario Nicola Zingaretti che continua a ripetere «non si può governare insieme se ci si sente avversari». Sul salva Stati la prossima data utile è quella dell'11 dicembre quando il premier Giuseppe Conte svolgerà nell'Aula del Senato «le comunicazioni del governo in vista del Consiglio europeo del 12 e 13 dicembre». Per quel giorno dovrebbe essere pronta una risoluzione di maggioranza, ma il M5s sarebbe pronto a non appoggiarla. Al suo posto dovrebbe presentare un'altra risoluzione a cui in questa ore sta lavorando Laurea Agea, sottosegretario alla Poltiiche Ue, incaricata da Luigi Di Maio. «Il ministro Gualtieri ha tenuto fede all'accordo, non ha dato luce verde al Mes», ha detto ieri la Agea, «Ora risoluzione di maggioranza in Parlamento, noi non firmiamo finché non conosceremo le altre riforme nel dettaglio. Ci vorranno mesi per capire se il pacchetto va a favore dell'Italia». Riuscirà Conte a convincere Di Maio a votare la risoluzione che equivale a una mozione di fiducia? Resta alta dunque la guardia sul Meccanismo che Di Maio ha «usato», non allineandosi con il Pd che ne decanta la «bontà», per non lasciare spazio all'ex alleato Matteo Salvini, che ha svelato i rischi di questa riforma. Per i grillini dissidenti bere l'amaro calice e allinearsi al premier sarà difficile anche perché sono consapevoli del fatto che Conte non è stato trasparente nelle comunicazioni sul Mes. Come ricordato dal leghista Claudio Borghi, i membri del governo (allora gialloblù) sono stati messi a conoscenza del contenuto del trattato solo il 15 giugno: «In una stanza chiusa di Palazzo Chigi, a quattro persone, con il capo ufficio di Conte, Goracci, che vigilava che non si prendessero appunti e fotografie. Altro che dicembre o marzo». Alberto Bagnai, fra i presenti, ha poi raccontato al compagno di partito: «Goracci mi ha poi convocato: dobbiamo vedere il documento (40 pagine) sotto la sua custodia, senza farne copie o appunti. Ci trattano come trattarono i parlamentari greci con il memorandum. Non ci è stato dato, come politici e come parlamentari, alcun potere di fare controproposte». Alla riunione, oltre a Bagnai e Massimo Garavaglia (entrambi del carroccio), erano presenti anche Laura Castelli e un assistente di Riccardo Fraccaro, che non possono fingere di non conoscere le tempistiche.Per un Movimento nato come anti europeista e che chiedeva addirittura l'abolizione del Mes è difficile ora abbassare la testa. In aggiunta il capo politico non può non considerare i sondaggi che danno il M5s settimanalmente in perdita a meno di 50 giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria. Quindi Di Maio è in un cul de sac: o segue Salvini nella battaglia e rompe l'alleanza giallorossa o salva il governo. Il leader della Lega nel frattempo continua a dire: «Il Mes sarà la loro Tav e potrebbero essere proprio i pentastellati a provocare l'incidente parlamentare». Intanto i sarebbero intensificati i contatti tra il Carroccio e alcuni «dissidenti» del M5s al Senato. Un'indiscrezione del sito Dagospia raccontava che Beppe Grillo l'altro giorno avrebbe minacciato Di Maio: «Occhio che ti scomunico da capo politico del M5s. Non solo per il pasticcio sul Mes e il tira e molla sulla prescrizione, ma anche per l'atteggiamento che stai adottando con il Pd (e Conte) dopo le elezioni in Umbria. E il governo deve andare avanti». Pronta la smentita dello staff di Di Maio che parla di «rapporti ottimi tra il fondatore e il ministro e quanto riportato è evidentemente frutto di una campagna denigratoria volta ad attaccare e screditare il capo politico M5S, che gode della massima stima e fiducia di Beppe Grillo».È sempre più evidente, malgrado l'investitura di Grillo, che tra Di Maio e i gruppi non ci sia proprio un'unità granitica e il suo controllo vacilla. Del resto mentre lui ripete ai suoi che «prima o poi bisognerà staccare la spina», tra i parlamentari si fa strada la convinzione che «si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa». Però se l'ex vicepremier ha ritrovato il sostegno forte dell'amico Alessandro Di Battista e di Gianluigi Paragone, da sempre filoleghista, i «governisti», tra cui Fraccaro e Alfonso Bonafede non ci stanno a «rompere». E mentre in molti sostengono che Di Maio abbia l'intenzione di portare alla crisi di governo per poi proporsi con un proprio partito, ci sarebbero addirittura 86 pentastellati, tutti non ricandidabili, tra cui Roberto Fico, presidente della Camera, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Alfonso Bonafede che potrebbero sostenere Conte evitando la fine del governo. Di fronte una drammatica scissione per evitare le elezioni e il crollo definitivo, potrebbe essere più conveniente pensare a un piano B: magari fare un accordo con la Lega per l'approvazione della nuova legge elettorale e poi andare lle urne. 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Di norma le riunioni di questo collegio si svolgono una volta al mese alla vigilia del Consiglio ecofin (che a sua volta raggruppa i ministri economici di tutta l'Ue), e a esse prendono parte anche il commissario europeo per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea. Tra i suoi compiti rientrano la discussione di «questioni relative alle responsabilità condivise riguardo all'euro», al fine di garantire uno «stretto coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri dell'area euro». Da un punto di vista pratico, l'Eurogruppo è chiamato a pronunciarsi nel merito di argomenti cruciali che comportano importanti ripercussioni per gli oltre 300 milioni di individui che abitano i Paesi aderenti alla moneta unica. Si va dalle semplici discussioni tematiche sulla crescita e l'occupazione, a questioni molto più scottanti quali la sorveglianza macroeconomica dei Paesi che hanno richiesto un piano di aiuti. Tanto per citare qualche esempio concreto, dall'inizio della crisi greca in poi l'Eurogruppo ha giocato un ruolo di primo piano non solo per quanto riguarda l'iter di concessione dei finanziamenti, ma anche nello stabilire - di concerto con la Troika - le durissime condizioni di rientro da parte di Atene. Nel corso dell'ultimo anno il ristretto simposio ha avuto modo, tra le altre cose, di pronunciarsi sulla tanto discussa riforma del Meccanismo europeo di stabilità. La riunione del 13 giugno scorso, in particolare, è stata decisiva in quanto ha sancito l'esistenza tra i convenuti di un «broad agreement» (ovvero un ampio consenso) sui contenuti della revisione del Mes. Vista la centralità delle questioni trattate, penserete voi, sarà tutto messo nero su bianco. E invece no. Più che a una «casa di vetro», la riunione dei ministri economici somiglia a un oggetto volante non identificato. Nessun verbale dei meeting (e di conseguenza nemmeno un dettaglio delle votazioni che si svolgono nel corso degli incontri), nessun quartier generale, nessuno staff. Anche se potrà sembrare un aspetto secondario, l'Eurogruppo, a differenza di tutte le altre istituzioni europee, non possiede un account Twitter, e ciò la dice lunga sul profondo deficit di comunicazione con l'esterno. Nonostante la prima riunione risalga al 1998 (inizialmente il club si chiamava Euro XI, solo dal 2001 con l'ingresso della Grecia nella moneta unica verrà adottato il nome attuale), il riconoscimento ufficiale arriva solo nel 2009. Poco più di una postilla, in realtà, con la pubblicazione di un paio di articoli all'interno di un protocollo (il numero 14) del Trattato di Lisbona. Solo un anno prima, invece, era stato emesso un documento (tuttora in vigore) che consta di appena otto pagine, esplicativo della metodologia di lavoro. Una disciplina normativa che il professor Roberto Baratta, ordinario di diritto dell'Unione europea all'università di Macerata, non esita a definire «esigua» e che «stride con la ricchezza della sua recente prassi applicativa». La scelta del «carattere transitorio dell'Eurogruppo», osserva ancora Baratta, potrebbe avere un senso «in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione», ma «in realtà l'organismo è meno transitorio di quel che si pensi». Non a caso nel tempo l'Eurogruppo si è guadagnato una pessima fama. Fa riflettere l'uscita tranchant dell'ex commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, che nel 2017 lo definì «la pallida imitazione di un organismo democratico». «Chi governa l'area euro?», si è chiesta Transparency international, importante Ong fondata nel 1993 a Berlino e attiva nel settore della lotta alla corruzione. La risposta a questo quesito trova spazio all'interno di un lungo e dettagliato report pubblicato lo scorso febbraio a cura dell'organizzazione. E le cui conclusioni sono tutt'altro che positive. L'Eurogruppo viene definito da Transparency international un organismo «stranamente inconsistente» e «misterioso», che evade sistematicamente un «adeguata verifica delle responsabilità (accountability)». Vista la sua natura legale evanescente, l'Eurogruppo rischia di sfuggire a un controllo sia sul piano giudiziario («Se non è un organo ufficiale dell'Ue, chi è responsabile delle decisioni prese?»), sia su quello politico da parte dei singoli Stati membri. Certo, rimane sempre la possibilità di interpellare, a livello nazionale, i ministri dell'Economia del proprio Paese - un po' come accaduto in questi ultimi giorni con l'audizione di Roberto Gualtieri - ma un'iniziativa del genere non potrà mai dar conto a titolo esaustivo dell'immenso peso delle decisioni prese a livello di collegio. A seguito delle osservazioni critiche di Transparency international, a settembre i ministri economici hanno apportato alcune migliorie alle policy sulla trasparenza. «Le modifiche sono benvenute», ha commentato lapidaria la Ong, «ma l'Eurogruppo rimane ancora ben lungi dal garantire un controllo democratico delle sue azioni».
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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