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2021-07-18
Il green pass non c’è ma fa già disastri
Ansa
La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza.
Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.
Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata.
Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana».
Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.
Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile.
Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.
Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto.
Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.
Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa.
Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?
Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?
Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato?
Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla
Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue.
La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo.
Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima.
Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80?
Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico.
È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo.
Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
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Governo indeciso su data di entrata in vigore del decreto e luoghi in cui richiedere il certificato. In arrivo nuovi parametri sui colori.Per il tesserino i tempi sono stretti: sfumano viaggi e prenotazioni (-50%). I giovani con la prima dose ad agosto avranno la card dopo mesi.Lo speciale contiene due articoli.La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza. Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata. Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana». Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile. Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto. Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa. Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-pass-disastri-2653815170.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="estate-in-prigione-per-gli-under-30-e-il-turismo-crolla" data-post-id="2653815170" data-published-at="1626566394" data-use-pagination="False"> Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue. La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo. Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima. Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80? Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico. È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo. Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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