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2021-07-18
Il green pass non c’è ma fa già disastri
Ansa
La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza.
Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.
Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata.
Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana».
Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.
Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile.
Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.
Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto.
Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.
Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa.
Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?
Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?
Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato?
Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla
Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue.
La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo.
Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima.
Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80?
Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico.
È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo.
Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
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Governo indeciso su data di entrata in vigore del decreto e luoghi in cui richiedere il certificato. In arrivo nuovi parametri sui colori.Per il tesserino i tempi sono stretti: sfumano viaggi e prenotazioni (-50%). I giovani con la prima dose ad agosto avranno la card dopo mesi.Lo speciale contiene due articoli.La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza. Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata. Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana». Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile. Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto. Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa. Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-pass-disastri-2653815170.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="estate-in-prigione-per-gli-under-30-e-il-turismo-crolla" data-post-id="2653815170" data-published-at="1626566394" data-use-pagination="False"> Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue. La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo. Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima. Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80? Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico. È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo. Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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