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2021-07-18
Il green pass non c’è ma fa già disastri
Ansa
La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza.
Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.
Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata.
Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana».
Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.
Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile.
Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.
Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto.
Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.
Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa.
Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?
Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?
Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato?
Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla
Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue.
La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo.
Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima.
Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80?
Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico.
È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo.
Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
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Governo indeciso su data di entrata in vigore del decreto e luoghi in cui richiedere il certificato. In arrivo nuovi parametri sui colori.Per il tesserino i tempi sono stretti: sfumano viaggi e prenotazioni (-50%). I giovani con la prima dose ad agosto avranno la card dopo mesi.Lo speciale contiene due articoli.La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza. Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata. Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana». Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile. Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto. Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa. Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-pass-disastri-2653815170.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="estate-in-prigione-per-gli-under-30-e-il-turismo-crolla" data-post-id="2653815170" data-published-at="1626566394" data-use-pagination="False"> Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue. La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo. Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima. Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80? Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico. È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo. Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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