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2021-07-18
Il green pass non c’è ma fa già disastri
Ansa
La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza.
Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.
Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata.
Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana».
Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.
Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile.
Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.
Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto.
Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.
Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa.
Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?
Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?
Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato?
Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla
Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue.
La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo.
Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima.
Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80?
Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico.
È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo.
Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
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Governo indeciso su data di entrata in vigore del decreto e luoghi in cui richiedere il certificato. In arrivo nuovi parametri sui colori.Per il tesserino i tempi sono stretti: sfumano viaggi e prenotazioni (-50%). I giovani con la prima dose ad agosto avranno la card dopo mesi.Lo speciale contiene due articoli.La nebbia si diraderà solo nelle prossime 48-72 ore. Tra lunedì e martedì si terranno una cabina di regia (l'organo ibrido a cui sempre più spesso si affida lo scioglimento dei nodi politici della maggioranza) e una riunione del Cts, per poi arrivare a un cdm decisivo mercoledì o giovedì. Obiettivo: il varo di un decreto legge diviso in tre parti. Per un verso, ci sarebbe la proroga dello stato d'emergenza, ormai un'autentica anomalia: eppure c'è chi non si accontenta neppure di un prolungamento bi o trimestrale, ma punta a una proroga fino a fine anno. E già qui c'è da rimanere stupiti: non si vede quale attività di prevenzione o di cura sarebbe infatti preclusa da un'eventuale fine dello stato d'emergenza. Il secondo blocco di norme sarebbe quello (sollecitato più volte dalla Verità) volto a dare più peso, ai fini del cambio di colore di una Regione, alle ospedalizzazioni (ricoveri ordinari e soprattutto in terapia intensiva), anziché alla mera incidenza dei casi positivi. Su questo fronte, restano due questioni. Quanto più dovesse continuare a pesare il numero dei casi, tanto meno le Regioni sarebbero incentivate a fare tamponi: nessun territorio ha la tendenza masochistica a spararsi nei piedi, specie nelle settimane di massimo afflusso turistico. L'altro aspetto è tutto mediatico: a maggior ragione pensando alle prenotazioni last minute, rischia di avere un peso enorme ogni singola notizia volta ad accreditare veri o presunti focolai. Il diritto-dovere di cronaca è sacro, ma c'è davvero da sperare che non si esageri nel trasformare in «caso» anche una ipotetica salita delle positività, con l'unico effetto di far saltare le prenotazioni nell'una o nell'altra località.Il terzo blocco di norme riguarda il famigerato green pass. Il rischio è che, senza nemmeno avere il coraggio di compiere un atto esplicitamente illiberale (l'introduzione dell'obbligo vaccinale tout court), si cerchi di sancire farisaicamente un'obbligatorietà indiretta: in teoria saresti libero, ma se non ti vaccini la tua vita civile sarà mutilata. Gli schieramenti nella maggioranza sono quelli di sempre: Roberto Speranza, Pd e Leu (con grillini al traino) attestati sulla posizione più illiberale; la Lega nella trincea opposta; Forza Italia nel mezzo, alla ricerca di quella che gli esponenti azzurri continuano misteriosamente a chiamare la «via italiana». Al momento non si comprende neppure se e in che misura il green pass sarà collegato alla colorazione di un territorio, modulandone l'obbligatorietà a seconda del fatto che la zona sia gialla, arancione, rossa.Sembra acquisito che il green pass (e quindi la certificazione o della guarigione, o di un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, o della doppia dose di vaccino) sarà comunque richiesto per gli spostamenti a lunga percorrenza (aerei, treni, navi), per una serie di altre attività (stadi, cinema, teatri, palestre, piscine, centri commerciali), mentre è ancora incerta la sorte di ristoranti e bar, per quanto l'ala chiusurista del governo spinga per ricomprendere anche quei locali (specie le attività al chiuso). Questo giornale ha più volte ribadito quanto tutto ciò sia poco accettabile dal punto di vista delle libertà individuali. Ma ciò che sorprende è perfino la sottovalutazione di almeno sette aspetti pratici che rischiano di trasformare una misura di per sé illiberale in un caos ingestibile. Primo: al di là dei tempi - a vaccinazione completata - per il rilascio del green pass, resta l'oggettiva penalizzazione a carico dei più giovani (gli ultimi in ordine di tempo nel calendario vaccinale) e di chiunque abbia un richiamo tra fine luglio e metà agosto. Tutti costoro rischiano di essere mutilati negli spostamenti proprio nel periodo di probabile vacanza.Secondo: da quando scatterebbe l'efficacia del decreto? Renderlo immediatamente vigente è pressoché impossibile (visto il tema dei controlli a cui arriveremo tra poco). Un minimo di preparazione consiglierebbe, se proprio la cosa va fatta, di farla scattare dal primo settembre. Ma c'è da immaginare che ciò deluderebbe i chiusuristi del governo, che vogliono un trofeo da esibire già prima di Ferragosto. Terzo: chi controlla? Al di là della questione gigantesca della privacy (il Garante pone da tempo domande che troppi fanno finta di non capire), che si fa? All'ingresso di ciascun bar, con relativo assembramento, si costringe il gestore al controllo? E con quali strumenti? E chi si fa carico dei relativi costi? Tra l'altro, è evidente che, quanto più l'obbligo dovesse essere esteso e minuzioso, tanto più gli ulteriori controlli delle forze dell'ordine diverrebbero a campione, discrezionali e arbitrari.Quarto: le sanzioni. Circolano ipotesi pesantissime: 400 euro per il cittadino, ma soprattutto 5 giorni di chiusura per l'esercente. Come se le attività commerciali non fossero state già massacrate a sufficienza: la prospettiva di 5 giorni di chiusura proprio nei giorni di ipotetico buon afflusso di clienti (nelle località turistiche) ha un retrogusto sadico e anti impresa. Quinto: ci sarebbe disponibilità immediata di vaccini sufficienti per tutte le persone incluse nell'obbligo di green pass (adolescenti inclusi, c'è da immaginare)?Sesto: per elementari ragioni di equità, occorrerebbe garantire tamponi gratis per chiunque. O vogliamo costringere chi non può o non vuole vaccinarsi a sostenere una spesa per tamponarsi ogni 48 ore?Settimo: l'Italia è pronta - a cuor leggero - a sancire un divieto di lavorare a contatto con il pubblico per chiunque, nel settore privato o nel pubblico impiego, non sia vaccinato? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-pass-disastri-2653815170.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="estate-in-prigione-per-gli-under-30-e-il-turismo-crolla" data-post-id="2653815170" data-published-at="1626566394" data-use-pagination="False"> Estate in «prigione» per gli under 30. E il turismo crolla Che il governo decida di imporlo, per ora, solo su treni e aerei, o che lo richieda anche per l'ingresso in cinema, teatri, discoteche e ristoranti al chiuso, il green pass esteso rischia di trasformarsi in un'ingiusta punizione per i giovani. Inclusi, paradossalmente, i Sì vax. Con un impatto esiziale sul turismo, che, in generale, già suona l'allarme: l'associazione di categoria, Fiavet, ha registrato un immediato «crollo» delle prenotazioni, in vista di vacanze da pianificare di qui a tre-quattro settimane, pari al 50% rispetto alla settimana precedente. Proprio mentre il combinato disposto tra l'avviso della Farnesina sui pericoli di espatriare e le strette di Emmanuel Macron su carta verde e ingressi nel Paese ha ulteriormente scoraggiato le partenze verso l'estero. Alla faccia dello slogan «re-open Europe» e del green pass che doveva rilanciare il turismo nell'Ue. La campagna vaccinale è stata (giustamente) impostata in modo tale che gli under 30, che sono i meno esposti alle conseguenze gravi del Covid, fossero gli ultimi a essere immunizzati. Ma ciò significa che persino chi ha prenotato le iniezioni sfruttando le prime finestre utili potrebbe aspettare fino ad agosto inoltrato per il richiamo. E se, come pare assodato, il rilascio del green pass venisse vincolato all'inoculazione della seconda dose, financo per i giovani più favorevoli alla vaccinazione, l'estate minaccia di trasformarsi in una semiprigionia. A meno che costoro non si sottopongano - pagandoli - praticamente a tre tamponi alla settimana. Sempre che il test negativo resti una condizione sufficiente per ottenere il lasciapassare: qualche giorno fa, Fabio Ciciliano, del Cts, proponeva di escluderlo. Con un intervallo per il richiamo di Pfizer, il farmaco più somministrato, che oscilla tra 21 e 42 giorni, un giovane che ha avuto la prima puntura a fine giugno, o a inizio luglio, può dover aspettare la prima decade di agosto per l'altra dose. Chi non è stato così fortunato, o, legittimamente, ha temporeggiato per schivare richiami a Ferragosto, potrebbe vedersi rovinate le vacanze. Alla Verità arrivano testimonianze (dall'Emilia Romagna, ma ce ne saranno ovunque) di ragazzi di 22 anni che sono corsi subito a prenotarsi, però riceveranno il primo «shot» solo il mese prossimo. Significa poter scaricare il green pass hard a settembre. Estate compromessa. Atteniamoci, comunque, a un esempio mediano: un venticinquenne che ha avuto una dose il primo luglio, al quale il richiamo viene fissato il 6 agosto. Calcoliamo due giorni per ottenere il documento elettronico. Per non sborsare 30 euro di tampone a serata, il giovane, assolutamente pro vaccino, dovrebbe scontare tre settimane di reclusione, posto che il nuovo decreto entri in vigore la settimana prossima. Quella degli under 30 è una fascia d'età in cui spesso si utilizzano i trasporti pubblici: magari, un Frecciarossa e un regionale per andare da Milano in una località del Sud in villeggiatura. Certo, nella migliore delle ipotesi, per i treni basterà il test rapido. Ma per il resto? Tampone per il centro commerciale? Tampone per cenare? Tampone per ballare? E nel frattempo, chi è che frequenterà pub, lounge bar e discoteche? Gli over 80? Certe asimmetrie, nella stagione di massima mobilità dei ragazzi, possono distruggere il business di albergatori e gestori di locali. Sembra assurdo, ma a questo punto, ai ventenni converrebbe fuggire dall'Italia. Per i viaggi nell'Unione, il green pass è valido da due settimane dopo la seconda dose. Tuttavia, effettuato un tampone per salire in aereo, all'arrivo, ad esempio, a Rodi, nessuno pretenderebbe il patentino per una visita al museo archeologico. È palese la contraddizione di una norma ideata per convincere gli over 60 indecisi, ma che, in realtà, provocherebbe gravi effetti collaterali su una delle categorie anagrafiche più vessate in un anno e mezzo di pandemia. E la cui colpa non è la refrattarietà al vaccino, bensì la data di nascita, dal 1991 in giù. Sorvolando sugli squilibri tra Regioni: con la campagna per gli under 30 partita il 3 giugno a livello nazionale, in un territorio ci si sarà sottoposti all'iniezione già quel mese, in un altro territorio bisognerà pazientare fino al mese prossimo. Ai ragazzi era stato detto: con il lockdown, proteggerete i vostri nonni. Poi, ogni volta che scattava la zona gialla, partivano le accuse: irresponsabili, untori, rei di aperitivo aggravato e passeggiata colposa. Alla fine, i nonni sono stati protetti dai vaccini. Eppure, il governo studia come precludere ai nipoti ogni spiraglio di vita sociale mentre a parole tutti si crucciano dei giovani.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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