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2019-05-06
Gli avvoltoi del fallimento. Ogni giorno saltano 31 aziende e c’è il business di chi le affossa
Getty Images
In Italia, dall'inizio della crisi economica, sono fallite circa 125.000 imprese. Nel 2018 hanno chiuso in 11.233: sono circa 31 al giorno. In pratica, nel tempo che impiegherete per leggere la vostra copia della Verità, sarà fallita almeno un'impresa. Un po' di orgoglio italiano si spegne, un po' del patrimonio di ingegno, creatività e spirito di sacrificio, che ha fatto grande il nostro Paese, svanisce nel nulla. Abbiamo bruciato più di 120 miliardi di fatturato e oltre 400.000 posti di lavoro. E questo depauperamento ha provocato anche innumerevoli tragedie umane: dal 2012 al 2017 si sono verificati 878 suicidi per motivi economici. Più di 700, tra queste vittime della crisi, erano imprenditori disperati. Nondimeno, qualcuno ha trovato il modo di guadagnare persino sul disastro del nostro tessuto produttivo. Sullo sconforto dei titolari di queste aziende. Sono gli avvoltoi del fallimento, pronti a piombare sulla carcassa delle imprese stremate e a spolpare i resti di quello che un tempo faceva la ricchezza della nostra nazione. Professionisti, commercialisti, avvocati, curatori fallimentari, che hanno incassato ricche parcelle o approfittato delle svendite dei patrimoni, anziché aiutare le attività a rilanciarsi, salvando, con esse, centinaia di migliaia di lavoratori.
«Cominciamo dal momento in cui l'imprenditore capisce di essere in difficoltà», spiegano alla Verità alcune fonti vicine a un'associazione che offre supporto agli industriali disperati, magari tentati di togliersi la vita. «Queste persone si rivolgono innanzitutto ai commercialisti, che però di ristrutturazione aziendale s'intendono davvero poco. Si presentano come “medici", ma diventano becchini delle aziende». Naturalmente, ben retribuiti. Come ci racconta un imprenditore piemontese. Lui si era rivolto a uno studio che, per assisterlo nella procedura legale, gli ha chiesto 100.000 euro. «Soldi che ovviamente non avevo, come non ho il denaro necessario per concludere il concordato preventivo: se non l'ho trovato in anni e anni di crisi, come faccio a trovarlo entro il termine di 60 giorni?». L'uomo, che si è sentito tradito dallo Stato e dalle banche ed è stato costretto a rinunciare, per via delle esose richieste, al sostegno dei professionisti, attende con ansia e rabbia la decisione del giudice sull'eventuale dichiarazione di fallimento.
«Bisogna distinguere sempre tra fallimento ricco e fallimento povero», ci illustrano le nostre fonti. «Prendiamo ad esempio un imprenditore che ha qualche centinaio di migliaia di euro in banca e un immobile importante. Anche se magari ha 20 milioni di euro di debito, quello, per gli avvoltoi, è un fallimento ricco. Quando invece l'imprenditore è alla canna del gas, anche se non è un delinquente, i curatori stilano relazioni negative per poter avviare azioni di responsabilità penale nei loro confronti. In questo modo, si assicurano di intascare subito quanto è dovuto loro, diventando creditori privilegiati. Siamo rimasti veramente colpiti dal fatto che, a quanto pare, esistono dei moduli prestampati in cui al curatore basta barrare una casella con il capo d'imputazione da contestare all'imprenditore, bancarotta fraudolenta o preferenziale. Come se fosse un cedolino alle poste». E a quanto pare, la riforma di recente approvata dal governo gialloblù potrebbe peggiorare la situazione, fornendo un ulteriore incentivo a intraprendere queste azioni penali: «Con la nuova normativa, tutta la procedura passerebbe automaticamente per le mani del Procuratore. In questo modo», avvertono i nostri interlocutori, «si punirebbero con la stessa severità l'imprenditore che ha fatto solo un piccolo sbaglio e l'imprenditore “furbetto"».
Wally Bonvicini, paladina anti Equitalia, finita in un tritacarne giudiziario da quando decise di denunciare l'ex numero uno dell'agenzia, Attilio Befera (è stata arrestata per ostacolo alla riscossione ed è accusata di aver calunniato l'ente), ritiene che le novità introdotte per volere del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, siano puro «maquillage». Come la decisione di ribattezzare il fallimento «liquidazione giudiziale». La sostanza non è cambiata. Gli avvoltoi volteggiano ancora.
«Ho visto di tutto», riferisce alla Verità la Bonvicini: «Parcelle munifiche, concordati trasformati deliberatamente in fallimenti…». Già, perché in teoria, come auspica il nuovo Codice della crisi, il fallimento di un'impresa andrebbe evitato, laddove possibile. Il concordato dovrebbe servire a salvare l'attività produttiva e quindi i dipendenti. Ma a volte, chi spera di lucrare sull'agonia delle Pmi spinge in tutt'altra direzione.
Così, almeno, sostiene Franco Timoteo Metelli. Personaggio controverso, un tempo noto come «il re delle televendite» di vini della Franciacorta a prezzi concorrenziali, titolare di Agricola Boschi, nel 2015 ha patteggiato una condanna a due anni e 6 mesi per bancarotta fraudolenta e truffa ai danni di un'assicurazione. «Al patteggiamento», ribatte accalorato, «ci sono stato costretto perché mi sono fidato dei miei commercialisti. Con loro infatti sono in causa per 42 milioni di euro. Mi avevano convinto a fare un concordato che sembrava perfetto, i creditori sarebbero stati pagati al 100% e sarebbero avanzati anche diversi milioni. Ma Monte dei Paschi, che aveva un'ipoteca su un mio immobile, ha spinto per il fallimento. Il commissario ha bocciato il concordato, perché con il fallimento diventava creditore privilegiato e poteva intascare subito la sua parcella da 400.000 euro. Mps, invece, vendendo il mio immobile ha ottenuto il 115% di quello che le avrei dovuto: in pratica, lo ha piazzato sul mercato a un prezzo più alto del mio debito verso la banca. Sono in causa anche con loro per 60 milioni».
Che i concordati diventino l'anticamera del fallimento «capita soprattutto nei tribunali di piccole dimensioni», ci illustrano dalle associazioni che aiutano gli imprenditori. «Lì ci sono minori competenze per realizzare i concordati e chi se ne occupa ha paura di lavorare su imprese ancora “in movimento". Invece, una volta scattato il fallimento, l'azienda si ferma ed è molto più semplice gestire la situazione».
Ebbene, questi tecnici aggirano l'ostacolo così: «Si mantengono molto prudenti nella stima del patrimonio degli imprenditori coinvolti. Ad esempio, se c'è un immobile che vale 2 milioni e che farebbe stare in piedi il concordato, i commissari nominano un perito che sottostima ampiamente il valore di quel bene. Così il concordato salta e si arriva al fallimento definitivo».
È esattamente la storia di due imprenditori, padre e figlio, che avevano un'azienda di ferramenta, infissi, giardini d'inverno. «A un certo punto, ci troviamo in guai grossi», raccontano alla Verità. «Eravamo fermi con la produzione, ma fiduciosi di poter presentare un concordato con un grosso immobile a garanzia. E invece…». E invece il commissario nomina un perito che stima quell'immobile la metà del suo valore di mercato. Finisce così la storia di un'impresa e dei suoi 50 dipendenti. Non quella del figlio del titolare, che peraltro è stato investito dalle conseguenze penali della bancarotta, visto che suo papà lo aveva fatto entrare nel cda. Questo ragazzo, amareggiato, va a lavorare per un'altra ditta in Uzbekistan. Da lì, vola in Gran Bretagna. E diventa il coordinatore del cantiere per la realizzazione del nuovo stadio del Tottenham, quello dove qualche sera fa si è giocata la semifinale di Champions League. «Non tornerò più a lavorare in Italia», ci assicura. Eccolo, il capolavoro: gli avvoltoi hanno lasciato fallire un'impresa e il nostro Paese ha perso una risorsa (una risorsa che non c'era bisogno di importare dall'Africa) per regalarla agli inglesi. È questo il rischio delle aste al ribasso che sovente allestiscono i curatori fallimentari, per essere certi di cominciare a intascare subito («i primi soldi che arrivano sono i loro», ribadiscono le nostre fonti): il pericolo è che marchi e brevetti italiani finiscano all'estero, a prezzo da discount. «Hanno distrutto la nostra piccola e media impresa», commenta crucciata la Bonvicini: «È stato un disegno quasi scientifico. Ci dicevano che non avremmo potuto reggere la concorrenza internazionale, l'impatto della globalizzazione e così ci hanno messi in ginocchio». D'altro canto, la gestione allegra dei fallimenti porta non di rado a clamorosi ribaltoni in sede giudiziaria. Ecco un paio di esempi recenti.
A marzo 2019, la Corte d'appello di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado che decretava il fallimento del casinò di Campione d'Italia, perché non era stato permesso alla struttura di «esercitare appieno tutte le prerogative consentite dall'ordinamento». Cioè, di ricorrere a tutti i mezzi legali per evitare la chiusura. Quello stesso mese, la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato nullo il fallimento della Futura 5760 di Andrea Tomat, holding che controlla la celeberrima Lotto sport. L'unico debitore dell'azienda, infatti, era il vecchio socio, Gianni Lorenzato, cui peraltro Tomat stava già pagando il dovuto.
Ma chi rifonde un'impresa fatta fallire ingiustamente per il suo calvario? Specie se il calvario si rivela molto lungo. Denunciano alla Verità dall'associazione: «I curatori fallimentari devono fare riferimento a un tariffario, che comunque è piuttosto generoso: abbiamo visto parcelle da 40-50.000 euro l'anno. Ma siccome questo compenso viene percepito, appunto, annualmente, costoro hanno interesse a prolungare il più possibile la procedura. Il termine dovrebbe essere di 3 anni, ma sovente viene disatteso».
Insomma, i fallimenti sono diventati un business per quei professionisti che potrebbero salvare le aziende e, invece, mirano a mettere le mani sui loro patrimoni. Non tutti, è ovvio. L'Italia è di sicuro piena di commercialisti, curatori, commissari e magistrati integerrimi. Tuttavia, che il vortice del fallimento «mastichi come un chewing gum» ciò che rimane delle imprese e «succhi fino all'ultima goccia del loro sangue», stando a quanto riferito alla Verità, è tutt'altro che raro: «Non vogliamo dire che capita in 10 casi su 10, ma in 9 e mezzo sì…». Come se ne esce? Nonostante il suo animo battagliero, la signora Bonvicini appare all'improvviso scoraggiata: «Una soluzione non c'è. Siamo avviati verso un inesorabile declino. Da me vengono imprenditori completamente sconfortati. Io però continuo a combattere», si riaccende subito: «Come ho dimostrato sfidando il sistema e ribattendo punto su punto a ogni accusa che mi è stata mossa, è vero che ci trattano da incompetenti. Ma quasi sempre lo sono pure loro».
Alessandro Rico
Con lo scambio di favori pilotano le sentenze
I weekend a Capri o tra Gaeta e Sperlonga per l'intera famiglia li pagavano i professionisti che, poi, diventavano consulenti del tribunale nelle procedure di fallimento. E, addirittura, sono saltati fuori incarichi professionali alla compagna. Enrico Caria, giudice fallimentare a Napoli e presidente della fallimentare di Napoli Nord, è finito ai domiciliari. La cronaca italiana è piena di casi come questo. L'accusa che accomuna quasi tutti i procedimenti è la corruzione. Nel caso del giudice Caria i suoi colleghi del tribunale del Riesame hanno scritto: «Ha commesso reiterate violazioni ai doveri di lealtà e imparzialità nell'esercizio delle funzioni di giudice delegato, tanto da consentire la conclusione che l'incarico presso la sezione fallimentare era per lui anche un canale di entrate integrative per mantenere un tenore di vita probabilmente superiore a quello che il magistrato avrebbe potuto permettersi facendo unicamente affidamento sulle sole fonti lecite di guadagno». L'attività illecita era diventata, secondo i giudici, «sistematica e reiterata» e certamente «non occasionale ed episodica». Un sistema. Simile a quello messo in campo in molti tribunali d'Italia. Segno che nei meccanismi della giustizia fallimentare c'è qualche ingranaggio che tende a incepparsi facilmente.
A Palermo, ad esempio, nel mese di novembre dello scorso anno, un caso ha tenuto banco per settimane sulla cronaca locale: il fallimento del Palermo calcio. Giuseppe Sidoti, giudice del tribunale palermitano, è stato accusato di aver salvato il Palermo calcio dal fallimento con una sentenza pilotata ad arte. In cambio, anche in questo caso, secondo l'accusa, c'erano incarichi e consulenze. Ad agevolarsene, secondo i colleghi di Sidoti che hanno coordinato le indagini, sarebbe stata una sua amica, diventata di colpo consulente legale dell'organo di vigilanza del club rosanero. Il giudice, poi, avrebbe ricevuto biglietti per le partite e pass per parcheggiare la macchina e per accedere alla sala Vip. Per i giudici del Riesame, però, la corruzione, «che ci fu», spiegano, è stata derubricata da propria a impropria. «Non è una mera questione linguistica», spiegano su Live Sicilia, «ma sostanziale, quella stabilita dal tribunale del Riesame di Caltanissetta, che ha derubricato in corruzione per esercizio della funzione e non per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio». Insomma, i regali sono arrivati quando Sidoti non poteva più influenzare il procedimento per il fallimento del Palermo ma, stabiliscono i colleghi della toga sotto accusa, non avrebbe comunque dovuto accettarli.
Da Sud a Nord le accuse sono sempre le stesse. Lo scorso anno i giornali online del Piacentino si sono riempiti di un'altra storia: il giudice Giuseppe Bersani, ex presidente di sezione del tribunale di Cremona, era indagato per presunti accordi tra il magistrato e alcuni professionisti. Incarichi che l'accusa avrebbe definito «privilegiati», in cambio di soldi. Fascicoli sequestrati e nomi di avvocati azzeccagarbugli finiti sul registro degli indagati. Di Bersani, ora giudice ad Alessandria, si sta occupando esclusivamente la procura di Ancona, competente sui fascicoli che riguardano i reati commessi dai magistrati dell'Emilia Romagna, in quanto i primi reati, secondol'accusa, sarebbero stati commessi a Piacenza, anche se in un primo momento indagava anche la Procura di Venezia.
Nel febbraio scorso, ancora una volta per aver favorito, secondo l'ipotesi d'accusa, la propria compagna, è stato destituito dal Csm il giudice barese Michele Monteleone. La magistratura l'aveva anche assolto dall'accusa di non aver vigilato sui mandati di pagamento del tribunale fallimentare che sarebbero stati truccati da un avvocato furbetto. E si scoprì che il giudice non si era astenuto in alcuni procedimenti in cui era interessata la compagna. La questione disciplinare è ancora aperta, ma dimostra che al Csm quello delle inchieste sui giudici fallimentari è un nervo scoperto.
Anche ad Aversa, in provincia di Caserta, c'è un bubbone simile. La storia, a leggere la ricostruzione della Procura, si ripete: curatori fallimentari nominati in cambio di soldi, appartamenti e viaggi turistici. A scegliere i professionisti, secondo la Procura di Roma, sarebbe stato il giudice Enrico Caria. Dopo un primo rigetto della richiesta del suo arresto, lo scorso gennaio il Riesame ha disposto i domiciliari. Ma il provvedimento è stato impugnato e pende in Cassazione. Altro caso, ancora in Campania, il giudice Mario Pagano, a dispetto dell'omonimia con il grande giurista e filosofo, è finito nei guai per una cricca che, secondo l'accusa, aveva messo su per aiutare imprenditori amici. Il giudice, che non si era astenuto in una causa in cui era interessato, è stato per un po' ai domiciliari. Da quella vicenda è partito tutto. Ed è stato scoperto che i finanziamenti venivano dirottati su una polisportiva nella quale il giudice aveva interessi. Due mesi fa è stato rinviato a giudizio. Ora dovrà affrontare un processo.
Fabio Amendolara
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La recessione ha cancellato 125.000 imprese italiane, ma per alcuni (avvocati, esperti di fisco, curatori, banche) le chiusure sono un ghiotto giro d'affari, tra ricche parcelle e aste giudiziarie. E l'ultima riforma può peggiorare le cose.Da Napoli a Palermo, da Piacenza ad Aversa, magistrati si sono lasciati «corteggiare» dai professionisti: in ballo ci sono pronunce favorevoli, incarichi e consulenze. L'ingranaggio della giustizia fallimentare è inceppato. È intervenuto anche il Csm.Lo speciale contiene due articoli.In Italia, dall'inizio della crisi economica, sono fallite circa 125.000 imprese. Nel 2018 hanno chiuso in 11.233: sono circa 31 al giorno. In pratica, nel tempo che impiegherete per leggere la vostra copia della Verità, sarà fallita almeno un'impresa. Un po' di orgoglio italiano si spegne, un po' del patrimonio di ingegno, creatività e spirito di sacrificio, che ha fatto grande il nostro Paese, svanisce nel nulla. Abbiamo bruciato più di 120 miliardi di fatturato e oltre 400.000 posti di lavoro. E questo depauperamento ha provocato anche innumerevoli tragedie umane: dal 2012 al 2017 si sono verificati 878 suicidi per motivi economici. Più di 700, tra queste vittime della crisi, erano imprenditori disperati. Nondimeno, qualcuno ha trovato il modo di guadagnare persino sul disastro del nostro tessuto produttivo. Sullo sconforto dei titolari di queste aziende. Sono gli avvoltoi del fallimento, pronti a piombare sulla carcassa delle imprese stremate e a spolpare i resti di quello che un tempo faceva la ricchezza della nostra nazione. Professionisti, commercialisti, avvocati, curatori fallimentari, che hanno incassato ricche parcelle o approfittato delle svendite dei patrimoni, anziché aiutare le attività a rilanciarsi, salvando, con esse, centinaia di migliaia di lavoratori.«Cominciamo dal momento in cui l'imprenditore capisce di essere in difficoltà», spiegano alla Verità alcune fonti vicine a un'associazione che offre supporto agli industriali disperati, magari tentati di togliersi la vita. «Queste persone si rivolgono innanzitutto ai commercialisti, che però di ristrutturazione aziendale s'intendono davvero poco. Si presentano come “medici", ma diventano becchini delle aziende». Naturalmente, ben retribuiti. Come ci racconta un imprenditore piemontese. Lui si era rivolto a uno studio che, per assisterlo nella procedura legale, gli ha chiesto 100.000 euro. «Soldi che ovviamente non avevo, come non ho il denaro necessario per concludere il concordato preventivo: se non l'ho trovato in anni e anni di crisi, come faccio a trovarlo entro il termine di 60 giorni?». L'uomo, che si è sentito tradito dallo Stato e dalle banche ed è stato costretto a rinunciare, per via delle esose richieste, al sostegno dei professionisti, attende con ansia e rabbia la decisione del giudice sull'eventuale dichiarazione di fallimento.«Bisogna distinguere sempre tra fallimento ricco e fallimento povero», ci illustrano le nostre fonti. «Prendiamo ad esempio un imprenditore che ha qualche centinaio di migliaia di euro in banca e un immobile importante. Anche se magari ha 20 milioni di euro di debito, quello, per gli avvoltoi, è un fallimento ricco. Quando invece l'imprenditore è alla canna del gas, anche se non è un delinquente, i curatori stilano relazioni negative per poter avviare azioni di responsabilità penale nei loro confronti. In questo modo, si assicurano di intascare subito quanto è dovuto loro, diventando creditori privilegiati. Siamo rimasti veramente colpiti dal fatto che, a quanto pare, esistono dei moduli prestampati in cui al curatore basta barrare una casella con il capo d'imputazione da contestare all'imprenditore, bancarotta fraudolenta o preferenziale. Come se fosse un cedolino alle poste». E a quanto pare, la riforma di recente approvata dal governo gialloblù potrebbe peggiorare la situazione, fornendo un ulteriore incentivo a intraprendere queste azioni penali: «Con la nuova normativa, tutta la procedura passerebbe automaticamente per le mani del Procuratore. In questo modo», avvertono i nostri interlocutori, «si punirebbero con la stessa severità l'imprenditore che ha fatto solo un piccolo sbaglio e l'imprenditore “furbetto"». Wally Bonvicini, paladina anti Equitalia, finita in un tritacarne giudiziario da quando decise di denunciare l'ex numero uno dell'agenzia, Attilio Befera (è stata arrestata per ostacolo alla riscossione ed è accusata di aver calunniato l'ente), ritiene che le novità introdotte per volere del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, siano puro «maquillage». Come la decisione di ribattezzare il fallimento «liquidazione giudiziale». La sostanza non è cambiata. Gli avvoltoi volteggiano ancora.«Ho visto di tutto», riferisce alla Verità la Bonvicini: «Parcelle munifiche, concordati trasformati deliberatamente in fallimenti…». Già, perché in teoria, come auspica il nuovo Codice della crisi, il fallimento di un'impresa andrebbe evitato, laddove possibile. Il concordato dovrebbe servire a salvare l'attività produttiva e quindi i dipendenti. Ma a volte, chi spera di lucrare sull'agonia delle Pmi spinge in tutt'altra direzione. Così, almeno, sostiene Franco Timoteo Metelli. Personaggio controverso, un tempo noto come «il re delle televendite» di vini della Franciacorta a prezzi concorrenziali, titolare di Agricola Boschi, nel 2015 ha patteggiato una condanna a due anni e 6 mesi per bancarotta fraudolenta e truffa ai danni di un'assicurazione. «Al patteggiamento», ribatte accalorato, «ci sono stato costretto perché mi sono fidato dei miei commercialisti. Con loro infatti sono in causa per 42 milioni di euro. Mi avevano convinto a fare un concordato che sembrava perfetto, i creditori sarebbero stati pagati al 100% e sarebbero avanzati anche diversi milioni. Ma Monte dei Paschi, che aveva un'ipoteca su un mio immobile, ha spinto per il fallimento. Il commissario ha bocciato il concordato, perché con il fallimento diventava creditore privilegiato e poteva intascare subito la sua parcella da 400.000 euro. Mps, invece, vendendo il mio immobile ha ottenuto il 115% di quello che le avrei dovuto: in pratica, lo ha piazzato sul mercato a un prezzo più alto del mio debito verso la banca. Sono in causa anche con loro per 60 milioni».Che i concordati diventino l'anticamera del fallimento «capita soprattutto nei tribunali di piccole dimensioni», ci illustrano dalle associazioni che aiutano gli imprenditori. «Lì ci sono minori competenze per realizzare i concordati e chi se ne occupa ha paura di lavorare su imprese ancora “in movimento". Invece, una volta scattato il fallimento, l'azienda si ferma ed è molto più semplice gestire la situazione». Ebbene, questi tecnici aggirano l'ostacolo così: «Si mantengono molto prudenti nella stima del patrimonio degli imprenditori coinvolti. Ad esempio, se c'è un immobile che vale 2 milioni e che farebbe stare in piedi il concordato, i commissari nominano un perito che sottostima ampiamente il valore di quel bene. Così il concordato salta e si arriva al fallimento definitivo».È esattamente la storia di due imprenditori, padre e figlio, che avevano un'azienda di ferramenta, infissi, giardini d'inverno. «A un certo punto, ci troviamo in guai grossi», raccontano alla Verità. «Eravamo fermi con la produzione, ma fiduciosi di poter presentare un concordato con un grosso immobile a garanzia. E invece…». E invece il commissario nomina un perito che stima quell'immobile la metà del suo valore di mercato. Finisce così la storia di un'impresa e dei suoi 50 dipendenti. Non quella del figlio del titolare, che peraltro è stato investito dalle conseguenze penali della bancarotta, visto che suo papà lo aveva fatto entrare nel cda. Questo ragazzo, amareggiato, va a lavorare per un'altra ditta in Uzbekistan. Da lì, vola in Gran Bretagna. E diventa il coordinatore del cantiere per la realizzazione del nuovo stadio del Tottenham, quello dove qualche sera fa si è giocata la semifinale di Champions League. «Non tornerò più a lavorare in Italia», ci assicura. Eccolo, il capolavoro: gli avvoltoi hanno lasciato fallire un'impresa e il nostro Paese ha perso una risorsa (una risorsa che non c'era bisogno di importare dall'Africa) per regalarla agli inglesi. È questo il rischio delle aste al ribasso che sovente allestiscono i curatori fallimentari, per essere certi di cominciare a intascare subito («i primi soldi che arrivano sono i loro», ribadiscono le nostre fonti): il pericolo è che marchi e brevetti italiani finiscano all'estero, a prezzo da discount. «Hanno distrutto la nostra piccola e media impresa», commenta crucciata la Bonvicini: «È stato un disegno quasi scientifico. Ci dicevano che non avremmo potuto reggere la concorrenza internazionale, l'impatto della globalizzazione e così ci hanno messi in ginocchio». D'altro canto, la gestione allegra dei fallimenti porta non di rado a clamorosi ribaltoni in sede giudiziaria. Ecco un paio di esempi recenti. A marzo 2019, la Corte d'appello di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado che decretava il fallimento del casinò di Campione d'Italia, perché non era stato permesso alla struttura di «esercitare appieno tutte le prerogative consentite dall'ordinamento». Cioè, di ricorrere a tutti i mezzi legali per evitare la chiusura. Quello stesso mese, la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato nullo il fallimento della Futura 5760 di Andrea Tomat, holding che controlla la celeberrima Lotto sport. L'unico debitore dell'azienda, infatti, era il vecchio socio, Gianni Lorenzato, cui peraltro Tomat stava già pagando il dovuto. Ma chi rifonde un'impresa fatta fallire ingiustamente per il suo calvario? Specie se il calvario si rivela molto lungo. Denunciano alla Verità dall'associazione: «I curatori fallimentari devono fare riferimento a un tariffario, che comunque è piuttosto generoso: abbiamo visto parcelle da 40-50.000 euro l'anno. Ma siccome questo compenso viene percepito, appunto, annualmente, costoro hanno interesse a prolungare il più possibile la procedura. Il termine dovrebbe essere di 3 anni, ma sovente viene disatteso». Insomma, i fallimenti sono diventati un business per quei professionisti che potrebbero salvare le aziende e, invece, mirano a mettere le mani sui loro patrimoni. Non tutti, è ovvio. L'Italia è di sicuro piena di commercialisti, curatori, commissari e magistrati integerrimi. Tuttavia, che il vortice del fallimento «mastichi come un chewing gum» ciò che rimane delle imprese e «succhi fino all'ultima goccia del loro sangue», stando a quanto riferito alla Verità, è tutt'altro che raro: «Non vogliamo dire che capita in 10 casi su 10, ma in 9 e mezzo sì…». Come se ne esce? Nonostante il suo animo battagliero, la signora Bonvicini appare all'improvviso scoraggiata: «Una soluzione non c'è. Siamo avviati verso un inesorabile declino. Da me vengono imprenditori completamente sconfortati. Io però continuo a combattere», si riaccende subito: «Come ho dimostrato sfidando il sistema e ribattendo punto su punto a ogni accusa che mi è stata mossa, è vero che ci trattano da incompetenti. 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L'accusa che accomuna quasi tutti i procedimenti è la corruzione. Nel caso del giudice Caria i suoi colleghi del tribunale del Riesame hanno scritto: «Ha commesso reiterate violazioni ai doveri di lealtà e imparzialità nell'esercizio delle funzioni di giudice delegato, tanto da consentire la conclusione che l'incarico presso la sezione fallimentare era per lui anche un canale di entrate integrative per mantenere un tenore di vita probabilmente superiore a quello che il magistrato avrebbe potuto permettersi facendo unicamente affidamento sulle sole fonti lecite di guadagno». L'attività illecita era diventata, secondo i giudici, «sistematica e reiterata» e certamente «non occasionale ed episodica». Un sistema. Simile a quello messo in campo in molti tribunali d'Italia. Segno che nei meccanismi della giustizia fallimentare c'è qualche ingranaggio che tende a incepparsi facilmente. A Palermo, ad esempio, nel mese di novembre dello scorso anno, un caso ha tenuto banco per settimane sulla cronaca locale: il fallimento del Palermo calcio. Giuseppe Sidoti, giudice del tribunale palermitano, è stato accusato di aver salvato il Palermo calcio dal fallimento con una sentenza pilotata ad arte. In cambio, anche in questo caso, secondo l'accusa, c'erano incarichi e consulenze. Ad agevolarsene, secondo i colleghi di Sidoti che hanno coordinato le indagini, sarebbe stata una sua amica, diventata di colpo consulente legale dell'organo di vigilanza del club rosanero. Il giudice, poi, avrebbe ricevuto biglietti per le partite e pass per parcheggiare la macchina e per accedere alla sala Vip. Per i giudici del Riesame, però, la corruzione, «che ci fu», spiegano, è stata derubricata da propria a impropria. «Non è una mera questione linguistica», spiegano su Live Sicilia, «ma sostanziale, quella stabilita dal tribunale del Riesame di Caltanissetta, che ha derubricato in corruzione per esercizio della funzione e non per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio». Insomma, i regali sono arrivati quando Sidoti non poteva più influenzare il procedimento per il fallimento del Palermo ma, stabiliscono i colleghi della toga sotto accusa, non avrebbe comunque dovuto accettarli. Da Sud a Nord le accuse sono sempre le stesse. Lo scorso anno i giornali online del Piacentino si sono riempiti di un'altra storia: il giudice Giuseppe Bersani, ex presidente di sezione del tribunale di Cremona, era indagato per presunti accordi tra il magistrato e alcuni professionisti. Incarichi che l'accusa avrebbe definito «privilegiati», in cambio di soldi. Fascicoli sequestrati e nomi di avvocati azzeccagarbugli finiti sul registro degli indagati. Di Bersani, ora giudice ad Alessandria, si sta occupando esclusivamente la procura di Ancona, competente sui fascicoli che riguardano i reati commessi dai magistrati dell'Emilia Romagna, in quanto i primi reati, secondol'accusa, sarebbero stati commessi a Piacenza, anche se in un primo momento indagava anche la Procura di Venezia. Nel febbraio scorso, ancora una volta per aver favorito, secondo l'ipotesi d'accusa, la propria compagna, è stato destituito dal Csm il giudice barese Michele Monteleone. La magistratura l'aveva anche assolto dall'accusa di non aver vigilato sui mandati di pagamento del tribunale fallimentare che sarebbero stati truccati da un avvocato furbetto. E si scoprì che il giudice non si era astenuto in alcuni procedimenti in cui era interessata la compagna. La questione disciplinare è ancora aperta, ma dimostra che al Csm quello delle inchieste sui giudici fallimentari è un nervo scoperto. Anche ad Aversa, in provincia di Caserta, c'è un bubbone simile. La storia, a leggere la ricostruzione della Procura, si ripete: curatori fallimentari nominati in cambio di soldi, appartamenti e viaggi turistici. A scegliere i professionisti, secondo la Procura di Roma, sarebbe stato il giudice Enrico Caria. Dopo un primo rigetto della richiesta del suo arresto, lo scorso gennaio il Riesame ha disposto i domiciliari. Ma il provvedimento è stato impugnato e pende in Cassazione. Altro caso, ancora in Campania, il giudice Mario Pagano, a dispetto dell'omonimia con il grande giurista e filosofo, è finito nei guai per una cricca che, secondo l'accusa, aveva messo su per aiutare imprenditori amici. Il giudice, che non si era astenuto in una causa in cui era interessato, è stato per un po' ai domiciliari. Da quella vicenda è partito tutto. Ed è stato scoperto che i finanziamenti venivano dirottati su una polisportiva nella quale il giudice aveva interessi. Due mesi fa è stato rinviato a giudizio. Ora dovrà affrontare un processo. Fabio Amendolara
Donald Trump (Ansa)
Al telefono con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, che aveva svolto un ruolo di mediazione nelle trattative poi fallite con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha assicurato che il suo Paese è pronto a compiere «sforzi seri e sinceri per una de-escalation». Intanto, però, il regime degli ayatollah, o ciò che ne rimane dopo la morte di Ali Khamenei e l’uccisione di 48 comandanti, ha continuato a bersagliare le nazioni del Golfo. È stato colpito da un missile l’aeroporto di Dubai; diverse esplosioni sono state avvertite negli Emirati, a Doha, in Qatar, oltre che a Manama, in Bahrein, dove un razzo ha semidistrutto l’hotel Crown Plaza. Dei droni sono piombati su un porto pure nello stesso Oman, ferendo un camallo. Ad Abu Dhabi è stato danneggiato un edificio vicino all’ambasciata italiana. E un secondo attacco ha causato un rogo in una base navale francese. In Kuwait, la rappresaglia ha provocato una vittima e 32 feriti. In Iraq, velivoli senza pilota hanno preso di mira una base Usa a Erbil. I vertici della diplomazia dei sei Stati dell’area arabica, vista la situazione, si sono riuniti in una videoconferenza del loro Consiglio di cooperazione.
Rimane sul tavolo l’ipotesi storica di una partecipazione al conflitto, al fianco di Usa e Israele. L’ha evocata sabato Riad. Un retroscena del Washington Post ha svelato poi che il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, aveva chiamato più volte l’inquilino della Casa Bianca, per convincerlo ad avviare i raid sull’Iran. La stessa linea di Benjamin Netanyahu, solo che il premier israeliano l’ha sostenuta apertamente, mentre, in via ufficiale, bin Salman invocava una soluzione negoziale della crisi.
Anche senza un coinvolgimento bellico diretto, comunque, si va profilando lo scenario che Trump desiderava già dal primo mandato, nello spirito degli Accordi di Abramo del 2020: realizzare una saldatura tra le monarchie sunnite - Arabia Saudita in testa - e Gerusalemme, quale architrave del nuovo ordine mediorientale, da cui tagliare fuori la filiera che, dall’Iran, passa per Hezbollah in Libano e arriva ad Hamas. E che, nel Mediterraneo orientale, trova un potente terminale nella Turchia. Il ministro degli Esteri di Ankara, Hakan Fidan, ieri ha sentito l’omanita Albusaidi, dopo aver dato disponibilità a fungere da pontiere con Teheran. Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato che il conflitto «potrebbe avere conseguenze molto gravi in termini di sicurezza regionale e globale. Dare una possibilità alla diplomazia», ha aggiunto il Sultano, «è la strada più razionale». Non è certo un caso che si sia premurato di contattare pure bin Salman, per manifestargli le proprie preoccupazioni.
Uno degli effetti principali del blitz di The Donald e Bibi, quindi, potrebbe essere quello di scatenare una resa dei conti totale nel mondo islamico. Reuters, citando un funzionario statunitense, ha in effetti osservato che a persuadere il tycoon, peraltro ben informato dei rischi della missione, è stata la prospettiva di un mutamento geopolitico nella direzione auspicata da Washington. All’opposto, il Financial Times ha lamentato che Trump non ha alcun piano credibile per il futuro dell’Iran: è inutile, ha scritto il quotidiano, confidare in una «organica e spontanea transizione verso un nuovo sistema politico», solo eliminando la precedente leadership. Nondimeno, sembrerebbe che il G7 abbia discusso con Marco Rubio pure dell’avvenire della Repubblica islamica.
La verità è che, nello scontro in corso, la componente sciita si gioca potere, sfere d’influenza e forse la sua stessa sopravvivenza. L’Iran lo sa e, anche per questo, con una mano sgancia le bombe e con l’altra invia segnali di fumo. Araghchi, ad esempio, ha garantito ai Paesi del Golfo che comprende perché «sono arrabbiati», ma li ha invitati a considerare che «questa è una guerra che ci è stata imposta» e che i veri obiettivi dei raid sono le installazioni militari nemiche. Il ministro ha dato l’impressione di cadere dalle nuvole: i negoziatori, ha raccontato, erano «alla ricerca di un accordo», avevano «lasciato Ginevra», sede dei colloqui diplomatici, addirittura «felici», ma Trump ha «ordinato il bombardamento del tavolo dei negoziati».
Il presidente americano usa il bastone mentre agita la carota. A The Atlantic, ha giurato di essere disposto a un nuovo confronto con i nuovi capi del regime avversario: «Parlerò con loro». Dunque, può darsi che, su un punto, l’approccio di Trump diverga da quello di Netanyahu, deciso a completare il lavoro, a costo di combattere a lungo. I due, ieri, si sono consultati al telefono, ma il tempo non gioca a favore di The Donald. Sia perché si avvicina il midterm, in vista del quale gli occorre un risultato da presentare agli elettori; sia perché, stando sempre al Wall Street Journal, ci sarebbe urgenza di completare l’operazione, prima che si esauriscano gli arsenali. Il Pentagono ha già impiegato l’algoritmo di Anthropic per le simulazioni e l’individuazione degli obiettivi sul campo. Ma nessuna Intelligenza artificiale può far vincere una guerra, se non ci sono missili e munizioni.
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I soccorritori nel luogo in cui un missile lanciato dall'Iran ha colpito una zona residenziale a Beit Shemesh, nel centro di Israele (Ansa)
L’escalation tra Israele e Iran ha ormai assunto una dimensione regionale, ma con un dato strategico che emerge con chiarezza: lo spazio aereo iraniano non è più sotto il controllo effettivo di Teheran. L’aeronautica israeliana, guidata dall’intelligence delle Idf, ha consolidato una superiorità operativa che le consente di colpire in profondità i centri nevralgici del regime, mentre la Repubblica Islamica tenta di reagire su più fronti, militari e politici. Il bilancio più pesante si registra a Beit Shemesh, nel centro di Israele, dove un missile balistico iraniano ha centrato un’area residenziale provocando nove morti. L’ordigno ha distrutto abitazioni, un rifugio pubblico e una sinagoga. Il sindaco Shmuel Greenberg ha riferito che venti residenti risultano ancora non rintracciabili, anche se potrebbero trovarsi altrove, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Il portavoce delle Idf Nadav Shoshani ha accusato Teheran di aver deliberatamente preso di mira civili fin dall’inizio dell’operazione «Roaring Lion», parlando «di una strategia fondata sul terrore contro la popolazione».
In Kuwait una persona è morta e trentadue sono rimaste ferite dall’avvio della campagna di rappresaglia contro obiettivi statunitensi e israeliani; tutte le vittime sono lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti si contano tre morti e cinquantotto feriti. Un attacco con droni ha provocato un incendio in una base navale ad Abu Dhabi che ospita anche forze francesi. I danni non hanno compromesso le capacità operative francesi né causato vittime. Colpita anche la base americana di Erbil in Iraq. Sul fronte americano, il Comando centrale ha confermato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento grave di altri cinque nell’ambito dell’operazione «Epic Fury», mentre diversi soldati con ferite lievi stanno rientrando in servizio. Il Centcom ha inoltre reso noto di aver colpito una corvetta iraniana classe Jamaran nelle fasi iniziali dell’operazione: l’unità starebbe affondando nel Golfo di Oman, presso il porto di Chah Bahar. Washington ha smentito le rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione secondo cui la portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata centrata da quattro missili balistici. Il Comando americano ha definito «false» tali affermazioni, precisando che i vettori non si sono neppure avvicinati alla nave.
L’aeronautica militare israeliana ha completato nuove ondate di attacchi contro decine di centri di comando e quartier generali del regime oltre alla sede della Radio e TV di Stato. Sono stati neutralizzati il comando della Sicurezza Interna, snodo di collegamento tra vertici politici e apparati repressivi, e il quartier generale di Tharallah, struttura chiave per la difesa di Teheran. L’Iran continua a lanciare missili e droni, ma non riesce a negare ai caccia israeliani il dominio dei cieli. Benjamin Netanyahu ha confermato la linea dura dopo un vertice con i responsabili della difesa, annunciando la prosecuzione della campagna militare e rivendicando l’eliminazione di Ali Khamenei insieme ad altri esponenti del regime. Il premier ha parlato di attacchi sempre più intensi contro il cuore di Teheran e di un’ulteriore escalation nei prossimi giorni. In tal senso, l’esercito israeliano ha annunciato che mobiliterà 100.000 riservisti nell’ambito dell’offensiva contro l’Iran. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che, durante la riunione notturna del G7 - alla quale ha preso parte anche il segretario di Stato americano Rubio - il confronto si è focalizzato sull’aggravarsi della crisi e sugli scenari possibili. Al centro del vertice il dossier sul nucleare iraniano e il rafforzamento dei missili a lungo raggio, ritenuti un fattore di rischio per la sicurezza globale. «Senza segnali concreti di un passo indietro da parte di Teheran - ha affermato Tajani - la situazione è rapidamente degenerata». Sul piano politico e interno, il regime tenta di mostrare compattezza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti statunitensi e israeliani. Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’attivazione del Consiglio direttivo incaricato di guidare ad interim il Paese, invitando «all’unità contro i piani dei nemici». Tuttavia, secondo fonti informate che hanno parlato a condizione di anonimato, la struttura residua di comando dei Pasdaran sta cercando di finalizzare la nomina della nuova Guida Suprema in un contesto di forte pressione. I raid in corso rendono impossibile convocare l’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale deputato alla scelta della Guida Suprema, e per questo l’IRGC spinge per una designazione al di fuori delle procedure previste dalla legge.
Le stesse fonti descrivono un quadro di disordine crescente all’interno degli apparati militari e di sicurezza: parti della catena di comando sarebbero interrotte, con difficoltà nella trasmissione degli ordini e nel coordinamento operativo. Alcuni comandanti e membri di grado inferiore non si sono presentati in servizio per timore di nuovi attacchi mirati contro le strutture di comando. Secondo Iran International, i vertici dei Pasdaran temono che nei prossimi giorni possano esplodere violente manifestazioni in diverse città, aprendo una fase di instabilità interna. In questo contesto, l’ayatollah Alireza Arafi è stato scelto per completare il consiglio direttivo ad interim, affiancando Pezeshkian e altre figure di vertice, mentre il generale Ahmad Vahidi ha assunto la guida delle Guardie Rivoluzionarie. Arafi, 67 anni, membro del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto nell’establishment religioso di Qom ed è stato molto vicino ad Ali Khamenei. È considerato un outsider contiguo ai Pasdaran, molto attento all’uso delle tecnologie digitali e all’intelligence. Ma la battaglia per la nomina della nuova Guida Suprema è solo all’inizio. Tutto avviene mentre in Israele la popolazione nella tarda serata di ieri ha ricevuto il messaggio: «Non uscite dai rifugi. Un’altra ondata di missili è in arrivo verso Israele».
Decapitata la linea di comando. È giallo sulla fine di Ahmadinejad
Giallo sulla morte dell’ex presidente della Repubblica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Sabato nell’attacco aereo congiunto israeliano-americano avvenuto a est di Teheran oltre alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. La notizia era stata data inizialmente dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna che, citando «fonti informate» e rilanciata dai media iraniani, israeliani e internazionali, scriveva: «Ahmadinejad, che ha servito come presidente durante i mandati nono e decimo, 2005-2013, è stato martirizzato a seguito dell’aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti contro il Paese». Successivamente però, scriveva nella serata di ieri il Guardian, la stessa Ilna ha cambiato la notizia con una successiva dal titolo «Mahmoud Ahamdinejad è un martire?», mettendo così in dubbio la precedente e citando una fonte anonima che negava la morte dell’ex presidente «senza fornire ulteriori informazioni». Secondo la prima informazione della Ilna, l’ex presidente sarebbe stato ucciso in attacchi alla sua abitazione nel distretto di Narmak a Teheran e insieme a lui almeno sei persone tra guardie del corpo e collaboratori. Ahmadinejad, membro dell’Assemblea per il discernimento dell’interesse del sistema), è una figura significativa nella politica iraniana e internazionale. Aveva ricoperto in precedenza ruoli chiave: governatore della provincia di Ardabil, sindaco di Teheran (2003-2005) e figura di spicco della linea dura conservatrice e per le sue posizioni radicali, in particolare sulla questione nucleare e i diritti umani. Sul piano internazionale, Ahmadinejad era noto infatti per la sua posizione aggressiva e intransigente. Aveva difeso il programma nucleare iraniano contro quelle che definiva «potenze arroganti» e aveva rafforzato i legami con la Russia. Nel 2009 fu eletto per un secondo mandato in elezioni che scatenarono dure proteste, l’Onda Verde, e negli ultimi anni, dopo la morte del presidente Ibrahim Raisi nel 2024, aveva tentato di tornare in politica, ma la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.
Oltre all’uccisione di Khamenei, al potere dal 1989, insieme a figlia, genero e nipote, secondo l’Agenzia di stampa della Repubblica islamica, sono morti altri vertici istituzionali, religiosi e militari. In particolare sarebbero morti alti comandanti durante una riunione del Consiglio di Difesa: Seyed Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore delle Forze armate; Mohammad Bagheri, comandante in capo dell’IRGC; il capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour; Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa; e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa e il capo dell’intelligence della polizia iraniana, Gholamreza Rezaian. Morti «eccellenti» che confermerebbero quanto dichiarato dai vertici americani e israeliani. Il presidente americano, Donald Trump, intervenendo ieri su Fox News, ieri ha affermato che «48 comandanti iraniani sono stati uccisi in un colpo solo» mentre il portavoce delle Idf Effi Defrin sabato sera aveva detto: «Stiamo aprendo la strada vero il cuore dell’Iran. Abbiamo attaccato i sistemi di difesa, ampliato la superiorità aerea. Nell’attacco iniziale, 40 comandanti iraniani chiave sono stati eliminati in un minuto». E ieri, secondo giorno di attacchi, la Mezzaluna rossa ha dato i primi dati sui morti. In Iran sarebbero 201 con 747 i feriti. In particolare sono state confermate le 148 vittime, quasi tutte bambine della scuola materna di Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, mentre i media iraniani hanno riferito che 43 membri delle forze di sicurezza sono morti ieri in un attacco contro la caserma di un reggimento di frontiera avvenuto nella città di Mehran, vicino all’Iraq. Anche negli altri Paesi del Golfo ci sarebbero le prime vittime. Tre soldati americani sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
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Antonio Tajani (Ansa)
Tutto il traffico areo è paralizzato nella zona del Golfo: almeno 5.000 i voli cancellati, mentre nell’area sarebbero 58.000 gli italiani coinvolti. Da Mascate è passato anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato due giorni fa a Dubai, come migliaia di italiani, sotto il bombardamento iraniano, per rientrare in serata in Italia con il Gulfstream G550 dell’Aeronautica militare, partito dalla base di Pratica di Mare.
Crosetto, investito da molte critiche, in particolare dai deputati pentastellati della commissione Difesa che hanno presentato un’interrogazione sul perché l’Italia non sia stata avvisata dell’attacco israelo-americano a Teheran, prima di muoversi verso l’Oman ha rilasciato una nota durissima. Ha scritto su «X»: «Sto rientrando in Italia continuando a gestire da ieri la situazione con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò da solo, per evitare l’esposizione a ulteriori pericoli ad altri. Ho già bonificato all’Aeronautica Militare una somma che è il triplo di quello che pagano i passeggeri sui voli di Stato. Lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità».
Crosetto ha poi precisato: «Trovo vergognoso e basso questo modo di fare polemica. Non penso che si possa strumentalizzare una situazione creatasi per eventi, l’attacco a Dubai, che non erano considerati tra le ipotesi di risposta iraniana. Ciò detto la mia presenza qui è stata utile nella gestione della crisi così come lo sono stati i contatti con i miei colleghi europei e mediorientali e quella che avrò con il Pentagono». A rispondere in Parlamento di quanto sta avvenendo sarà oggi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ricordato: «Abbiamo costituito al ministero degli Esteri una task force Golfo affinché tutti gli italiani possano essere assistiti nella maniera migliore possibile». Tajani in risposta a chi dice che il governo italiano è stato ignorato ha precisato: «Non sapevo della presenza di Crosetto a Dubai, ma lui è partito prima dell’attacco: noi siamo stati informati quando l’operazione era già iniziata. Mi ha chiamato il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, per avvertirmi di quanto stavano facendo in accordo con gli americani». A Dubai c’è la maggiore concentrazione di italiani e ci sono molti studenti minorenni in gita. Tajani ha rassicurato: «In questo momento il console d’Italia è a contatto con questi ragazzi; sono tutti assistiti, sistemati negli alberghi ed è tutto garantito dal governo degli Emirati Arabi Uniti come mi aveva assicurato il ministro degli Esteri». Ad Abu Dhabi, dove c’è un’altra massiccia presenza di italiani, si è avuto un momento critico perché - ha comunicato il ministro degli Esteri - «è stato colpito un grattacielo vicino alla nostra sede diplomatica». La cantante Big Mama ha lanciato un appello: «Siamo bloccati a Dubai, sentiamo i missili sopra di noi, siamo tantissimi, sono terrorizzata». Un gruppo di italiani è fermo nell’isola di The Palm. Daniele Bovo, un ragazzo veronese di 21 anni, si è improvvisato reporter dagli Emirati e ha raccontato attimi di grande paura. A Dubai sono bloccati in aeroporto imprenditori pugliesi che di ritorno dall’India, una volta fatto scalo, non sono potuti ripartire. In totale gli italiani che si trovano nell’area di conflitto sono circa 58.000. Una mappa approssimativa ne stima 22.400 residenti tra Dubai e Abu Dhabi a cui si aggiungono circa 2.000 turisti. In Iran, dove da tempo c’è la massima allerta, si trovano 470 connazionali, in Libano ce ne sono 3.900 e circa 2.000 in Giordania. In Israele sono presenti 20.800 italiani e mille di questi militano nell’esercito di Tel Aviv, in Arabia Saudita ci sono 3.500 connazionali, in Qatar 3.200, in Kuwait 1.000, nel Bahrein circa 780 e in Iraq poco più di 550.
Ora si aggiunge anche un altro velato timore. I servizi britannici avvertono che due missili iraniani hanno colpito Cipro, ma Nicosia ha smentito. L’ex consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Jhon R. Bolton, conversando con Repubblica ha affermato che l’Italia sarebbe un possibile bersaglio, ipotesi già affacciata dall’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled. Teoricamente è possibile: i missili Soumar hanno una gittata di 3.000 chilometri, ma noi siamo un bersaglio al limite e comunque abbiamo un efficiente scudo sia nazionale che europeo, anche se dall’inizio dell’operazione israelo-americana a Teheran la base Nato di Aviano è in stato di massima allerta.
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