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2019-05-06
Gli avvoltoi del fallimento. Ogni giorno saltano 31 aziende e c’è il business di chi le affossa
Getty Images
In Italia, dall'inizio della crisi economica, sono fallite circa 125.000 imprese. Nel 2018 hanno chiuso in 11.233: sono circa 31 al giorno. In pratica, nel tempo che impiegherete per leggere la vostra copia della Verità, sarà fallita almeno un'impresa. Un po' di orgoglio italiano si spegne, un po' del patrimonio di ingegno, creatività e spirito di sacrificio, che ha fatto grande il nostro Paese, svanisce nel nulla. Abbiamo bruciato più di 120 miliardi di fatturato e oltre 400.000 posti di lavoro. E questo depauperamento ha provocato anche innumerevoli tragedie umane: dal 2012 al 2017 si sono verificati 878 suicidi per motivi economici. Più di 700, tra queste vittime della crisi, erano imprenditori disperati. Nondimeno, qualcuno ha trovato il modo di guadagnare persino sul disastro del nostro tessuto produttivo. Sullo sconforto dei titolari di queste aziende. Sono gli avvoltoi del fallimento, pronti a piombare sulla carcassa delle imprese stremate e a spolpare i resti di quello che un tempo faceva la ricchezza della nostra nazione. Professionisti, commercialisti, avvocati, curatori fallimentari, che hanno incassato ricche parcelle o approfittato delle svendite dei patrimoni, anziché aiutare le attività a rilanciarsi, salvando, con esse, centinaia di migliaia di lavoratori.
«Cominciamo dal momento in cui l'imprenditore capisce di essere in difficoltà», spiegano alla Verità alcune fonti vicine a un'associazione che offre supporto agli industriali disperati, magari tentati di togliersi la vita. «Queste persone si rivolgono innanzitutto ai commercialisti, che però di ristrutturazione aziendale s'intendono davvero poco. Si presentano come “medici", ma diventano becchini delle aziende». Naturalmente, ben retribuiti. Come ci racconta un imprenditore piemontese. Lui si era rivolto a uno studio che, per assisterlo nella procedura legale, gli ha chiesto 100.000 euro. «Soldi che ovviamente non avevo, come non ho il denaro necessario per concludere il concordato preventivo: se non l'ho trovato in anni e anni di crisi, come faccio a trovarlo entro il termine di 60 giorni?». L'uomo, che si è sentito tradito dallo Stato e dalle banche ed è stato costretto a rinunciare, per via delle esose richieste, al sostegno dei professionisti, attende con ansia e rabbia la decisione del giudice sull'eventuale dichiarazione di fallimento.
«Bisogna distinguere sempre tra fallimento ricco e fallimento povero», ci illustrano le nostre fonti. «Prendiamo ad esempio un imprenditore che ha qualche centinaio di migliaia di euro in banca e un immobile importante. Anche se magari ha 20 milioni di euro di debito, quello, per gli avvoltoi, è un fallimento ricco. Quando invece l'imprenditore è alla canna del gas, anche se non è un delinquente, i curatori stilano relazioni negative per poter avviare azioni di responsabilità penale nei loro confronti. In questo modo, si assicurano di intascare subito quanto è dovuto loro, diventando creditori privilegiati. Siamo rimasti veramente colpiti dal fatto che, a quanto pare, esistono dei moduli prestampati in cui al curatore basta barrare una casella con il capo d'imputazione da contestare all'imprenditore, bancarotta fraudolenta o preferenziale. Come se fosse un cedolino alle poste». E a quanto pare, la riforma di recente approvata dal governo gialloblù potrebbe peggiorare la situazione, fornendo un ulteriore incentivo a intraprendere queste azioni penali: «Con la nuova normativa, tutta la procedura passerebbe automaticamente per le mani del Procuratore. In questo modo», avvertono i nostri interlocutori, «si punirebbero con la stessa severità l'imprenditore che ha fatto solo un piccolo sbaglio e l'imprenditore “furbetto"».
Wally Bonvicini, paladina anti Equitalia, finita in un tritacarne giudiziario da quando decise di denunciare l'ex numero uno dell'agenzia, Attilio Befera (è stata arrestata per ostacolo alla riscossione ed è accusata di aver calunniato l'ente), ritiene che le novità introdotte per volere del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, siano puro «maquillage». Come la decisione di ribattezzare il fallimento «liquidazione giudiziale». La sostanza non è cambiata. Gli avvoltoi volteggiano ancora.
«Ho visto di tutto», riferisce alla Verità la Bonvicini: «Parcelle munifiche, concordati trasformati deliberatamente in fallimenti…». Già, perché in teoria, come auspica il nuovo Codice della crisi, il fallimento di un'impresa andrebbe evitato, laddove possibile. Il concordato dovrebbe servire a salvare l'attività produttiva e quindi i dipendenti. Ma a volte, chi spera di lucrare sull'agonia delle Pmi spinge in tutt'altra direzione.
Così, almeno, sostiene Franco Timoteo Metelli. Personaggio controverso, un tempo noto come «il re delle televendite» di vini della Franciacorta a prezzi concorrenziali, titolare di Agricola Boschi, nel 2015 ha patteggiato una condanna a due anni e 6 mesi per bancarotta fraudolenta e truffa ai danni di un'assicurazione. «Al patteggiamento», ribatte accalorato, «ci sono stato costretto perché mi sono fidato dei miei commercialisti. Con loro infatti sono in causa per 42 milioni di euro. Mi avevano convinto a fare un concordato che sembrava perfetto, i creditori sarebbero stati pagati al 100% e sarebbero avanzati anche diversi milioni. Ma Monte dei Paschi, che aveva un'ipoteca su un mio immobile, ha spinto per il fallimento. Il commissario ha bocciato il concordato, perché con il fallimento diventava creditore privilegiato e poteva intascare subito la sua parcella da 400.000 euro. Mps, invece, vendendo il mio immobile ha ottenuto il 115% di quello che le avrei dovuto: in pratica, lo ha piazzato sul mercato a un prezzo più alto del mio debito verso la banca. Sono in causa anche con loro per 60 milioni».
Che i concordati diventino l'anticamera del fallimento «capita soprattutto nei tribunali di piccole dimensioni», ci illustrano dalle associazioni che aiutano gli imprenditori. «Lì ci sono minori competenze per realizzare i concordati e chi se ne occupa ha paura di lavorare su imprese ancora “in movimento". Invece, una volta scattato il fallimento, l'azienda si ferma ed è molto più semplice gestire la situazione».
Ebbene, questi tecnici aggirano l'ostacolo così: «Si mantengono molto prudenti nella stima del patrimonio degli imprenditori coinvolti. Ad esempio, se c'è un immobile che vale 2 milioni e che farebbe stare in piedi il concordato, i commissari nominano un perito che sottostima ampiamente il valore di quel bene. Così il concordato salta e si arriva al fallimento definitivo».
È esattamente la storia di due imprenditori, padre e figlio, che avevano un'azienda di ferramenta, infissi, giardini d'inverno. «A un certo punto, ci troviamo in guai grossi», raccontano alla Verità. «Eravamo fermi con la produzione, ma fiduciosi di poter presentare un concordato con un grosso immobile a garanzia. E invece…». E invece il commissario nomina un perito che stima quell'immobile la metà del suo valore di mercato. Finisce così la storia di un'impresa e dei suoi 50 dipendenti. Non quella del figlio del titolare, che peraltro è stato investito dalle conseguenze penali della bancarotta, visto che suo papà lo aveva fatto entrare nel cda. Questo ragazzo, amareggiato, va a lavorare per un'altra ditta in Uzbekistan. Da lì, vola in Gran Bretagna. E diventa il coordinatore del cantiere per la realizzazione del nuovo stadio del Tottenham, quello dove qualche sera fa si è giocata la semifinale di Champions League. «Non tornerò più a lavorare in Italia», ci assicura. Eccolo, il capolavoro: gli avvoltoi hanno lasciato fallire un'impresa e il nostro Paese ha perso una risorsa (una risorsa che non c'era bisogno di importare dall'Africa) per regalarla agli inglesi. È questo il rischio delle aste al ribasso che sovente allestiscono i curatori fallimentari, per essere certi di cominciare a intascare subito («i primi soldi che arrivano sono i loro», ribadiscono le nostre fonti): il pericolo è che marchi e brevetti italiani finiscano all'estero, a prezzo da discount. «Hanno distrutto la nostra piccola e media impresa», commenta crucciata la Bonvicini: «È stato un disegno quasi scientifico. Ci dicevano che non avremmo potuto reggere la concorrenza internazionale, l'impatto della globalizzazione e così ci hanno messi in ginocchio». D'altro canto, la gestione allegra dei fallimenti porta non di rado a clamorosi ribaltoni in sede giudiziaria. Ecco un paio di esempi recenti.
A marzo 2019, la Corte d'appello di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado che decretava il fallimento del casinò di Campione d'Italia, perché non era stato permesso alla struttura di «esercitare appieno tutte le prerogative consentite dall'ordinamento». Cioè, di ricorrere a tutti i mezzi legali per evitare la chiusura. Quello stesso mese, la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato nullo il fallimento della Futura 5760 di Andrea Tomat, holding che controlla la celeberrima Lotto sport. L'unico debitore dell'azienda, infatti, era il vecchio socio, Gianni Lorenzato, cui peraltro Tomat stava già pagando il dovuto.
Ma chi rifonde un'impresa fatta fallire ingiustamente per il suo calvario? Specie se il calvario si rivela molto lungo. Denunciano alla Verità dall'associazione: «I curatori fallimentari devono fare riferimento a un tariffario, che comunque è piuttosto generoso: abbiamo visto parcelle da 40-50.000 euro l'anno. Ma siccome questo compenso viene percepito, appunto, annualmente, costoro hanno interesse a prolungare il più possibile la procedura. Il termine dovrebbe essere di 3 anni, ma sovente viene disatteso».
Insomma, i fallimenti sono diventati un business per quei professionisti che potrebbero salvare le aziende e, invece, mirano a mettere le mani sui loro patrimoni. Non tutti, è ovvio. L'Italia è di sicuro piena di commercialisti, curatori, commissari e magistrati integerrimi. Tuttavia, che il vortice del fallimento «mastichi come un chewing gum» ciò che rimane delle imprese e «succhi fino all'ultima goccia del loro sangue», stando a quanto riferito alla Verità, è tutt'altro che raro: «Non vogliamo dire che capita in 10 casi su 10, ma in 9 e mezzo sì…». Come se ne esce? Nonostante il suo animo battagliero, la signora Bonvicini appare all'improvviso scoraggiata: «Una soluzione non c'è. Siamo avviati verso un inesorabile declino. Da me vengono imprenditori completamente sconfortati. Io però continuo a combattere», si riaccende subito: «Come ho dimostrato sfidando il sistema e ribattendo punto su punto a ogni accusa che mi è stata mossa, è vero che ci trattano da incompetenti. Ma quasi sempre lo sono pure loro».
Alessandro Rico
Con lo scambio di favori pilotano le sentenze
I weekend a Capri o tra Gaeta e Sperlonga per l'intera famiglia li pagavano i professionisti che, poi, diventavano consulenti del tribunale nelle procedure di fallimento. E, addirittura, sono saltati fuori incarichi professionali alla compagna. Enrico Caria, giudice fallimentare a Napoli e presidente della fallimentare di Napoli Nord, è finito ai domiciliari. La cronaca italiana è piena di casi come questo. L'accusa che accomuna quasi tutti i procedimenti è la corruzione. Nel caso del giudice Caria i suoi colleghi del tribunale del Riesame hanno scritto: «Ha commesso reiterate violazioni ai doveri di lealtà e imparzialità nell'esercizio delle funzioni di giudice delegato, tanto da consentire la conclusione che l'incarico presso la sezione fallimentare era per lui anche un canale di entrate integrative per mantenere un tenore di vita probabilmente superiore a quello che il magistrato avrebbe potuto permettersi facendo unicamente affidamento sulle sole fonti lecite di guadagno». L'attività illecita era diventata, secondo i giudici, «sistematica e reiterata» e certamente «non occasionale ed episodica». Un sistema. Simile a quello messo in campo in molti tribunali d'Italia. Segno che nei meccanismi della giustizia fallimentare c'è qualche ingranaggio che tende a incepparsi facilmente.
A Palermo, ad esempio, nel mese di novembre dello scorso anno, un caso ha tenuto banco per settimane sulla cronaca locale: il fallimento del Palermo calcio. Giuseppe Sidoti, giudice del tribunale palermitano, è stato accusato di aver salvato il Palermo calcio dal fallimento con una sentenza pilotata ad arte. In cambio, anche in questo caso, secondo l'accusa, c'erano incarichi e consulenze. Ad agevolarsene, secondo i colleghi di Sidoti che hanno coordinato le indagini, sarebbe stata una sua amica, diventata di colpo consulente legale dell'organo di vigilanza del club rosanero. Il giudice, poi, avrebbe ricevuto biglietti per le partite e pass per parcheggiare la macchina e per accedere alla sala Vip. Per i giudici del Riesame, però, la corruzione, «che ci fu», spiegano, è stata derubricata da propria a impropria. «Non è una mera questione linguistica», spiegano su Live Sicilia, «ma sostanziale, quella stabilita dal tribunale del Riesame di Caltanissetta, che ha derubricato in corruzione per esercizio della funzione e non per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio». Insomma, i regali sono arrivati quando Sidoti non poteva più influenzare il procedimento per il fallimento del Palermo ma, stabiliscono i colleghi della toga sotto accusa, non avrebbe comunque dovuto accettarli.
Da Sud a Nord le accuse sono sempre le stesse. Lo scorso anno i giornali online del Piacentino si sono riempiti di un'altra storia: il giudice Giuseppe Bersani, ex presidente di sezione del tribunale di Cremona, era indagato per presunti accordi tra il magistrato e alcuni professionisti. Incarichi che l'accusa avrebbe definito «privilegiati», in cambio di soldi. Fascicoli sequestrati e nomi di avvocati azzeccagarbugli finiti sul registro degli indagati. Di Bersani, ora giudice ad Alessandria, si sta occupando esclusivamente la procura di Ancona, competente sui fascicoli che riguardano i reati commessi dai magistrati dell'Emilia Romagna, in quanto i primi reati, secondol'accusa, sarebbero stati commessi a Piacenza, anche se in un primo momento indagava anche la Procura di Venezia.
Nel febbraio scorso, ancora una volta per aver favorito, secondo l'ipotesi d'accusa, la propria compagna, è stato destituito dal Csm il giudice barese Michele Monteleone. La magistratura l'aveva anche assolto dall'accusa di non aver vigilato sui mandati di pagamento del tribunale fallimentare che sarebbero stati truccati da un avvocato furbetto. E si scoprì che il giudice non si era astenuto in alcuni procedimenti in cui era interessata la compagna. La questione disciplinare è ancora aperta, ma dimostra che al Csm quello delle inchieste sui giudici fallimentari è un nervo scoperto.
Anche ad Aversa, in provincia di Caserta, c'è un bubbone simile. La storia, a leggere la ricostruzione della Procura, si ripete: curatori fallimentari nominati in cambio di soldi, appartamenti e viaggi turistici. A scegliere i professionisti, secondo la Procura di Roma, sarebbe stato il giudice Enrico Caria. Dopo un primo rigetto della richiesta del suo arresto, lo scorso gennaio il Riesame ha disposto i domiciliari. Ma il provvedimento è stato impugnato e pende in Cassazione. Altro caso, ancora in Campania, il giudice Mario Pagano, a dispetto dell'omonimia con il grande giurista e filosofo, è finito nei guai per una cricca che, secondo l'accusa, aveva messo su per aiutare imprenditori amici. Il giudice, che non si era astenuto in una causa in cui era interessato, è stato per un po' ai domiciliari. Da quella vicenda è partito tutto. Ed è stato scoperto che i finanziamenti venivano dirottati su una polisportiva nella quale il giudice aveva interessi. Due mesi fa è stato rinviato a giudizio. Ora dovrà affrontare un processo.
Fabio Amendolara
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La recessione ha cancellato 125.000 imprese italiane, ma per alcuni (avvocati, esperti di fisco, curatori, banche) le chiusure sono un ghiotto giro d'affari, tra ricche parcelle e aste giudiziarie. E l'ultima riforma può peggiorare le cose.Da Napoli a Palermo, da Piacenza ad Aversa, magistrati si sono lasciati «corteggiare» dai professionisti: in ballo ci sono pronunce favorevoli, incarichi e consulenze. L'ingranaggio della giustizia fallimentare è inceppato. È intervenuto anche il Csm.Lo speciale contiene due articoli.In Italia, dall'inizio della crisi economica, sono fallite circa 125.000 imprese. Nel 2018 hanno chiuso in 11.233: sono circa 31 al giorno. In pratica, nel tempo che impiegherete per leggere la vostra copia della Verità, sarà fallita almeno un'impresa. Un po' di orgoglio italiano si spegne, un po' del patrimonio di ingegno, creatività e spirito di sacrificio, che ha fatto grande il nostro Paese, svanisce nel nulla. Abbiamo bruciato più di 120 miliardi di fatturato e oltre 400.000 posti di lavoro. E questo depauperamento ha provocato anche innumerevoli tragedie umane: dal 2012 al 2017 si sono verificati 878 suicidi per motivi economici. Più di 700, tra queste vittime della crisi, erano imprenditori disperati. Nondimeno, qualcuno ha trovato il modo di guadagnare persino sul disastro del nostro tessuto produttivo. Sullo sconforto dei titolari di queste aziende. Sono gli avvoltoi del fallimento, pronti a piombare sulla carcassa delle imprese stremate e a spolpare i resti di quello che un tempo faceva la ricchezza della nostra nazione. Professionisti, commercialisti, avvocati, curatori fallimentari, che hanno incassato ricche parcelle o approfittato delle svendite dei patrimoni, anziché aiutare le attività a rilanciarsi, salvando, con esse, centinaia di migliaia di lavoratori.«Cominciamo dal momento in cui l'imprenditore capisce di essere in difficoltà», spiegano alla Verità alcune fonti vicine a un'associazione che offre supporto agli industriali disperati, magari tentati di togliersi la vita. «Queste persone si rivolgono innanzitutto ai commercialisti, che però di ristrutturazione aziendale s'intendono davvero poco. Si presentano come “medici", ma diventano becchini delle aziende». Naturalmente, ben retribuiti. Come ci racconta un imprenditore piemontese. Lui si era rivolto a uno studio che, per assisterlo nella procedura legale, gli ha chiesto 100.000 euro. «Soldi che ovviamente non avevo, come non ho il denaro necessario per concludere il concordato preventivo: se non l'ho trovato in anni e anni di crisi, come faccio a trovarlo entro il termine di 60 giorni?». L'uomo, che si è sentito tradito dallo Stato e dalle banche ed è stato costretto a rinunciare, per via delle esose richieste, al sostegno dei professionisti, attende con ansia e rabbia la decisione del giudice sull'eventuale dichiarazione di fallimento.«Bisogna distinguere sempre tra fallimento ricco e fallimento povero», ci illustrano le nostre fonti. «Prendiamo ad esempio un imprenditore che ha qualche centinaio di migliaia di euro in banca e un immobile importante. Anche se magari ha 20 milioni di euro di debito, quello, per gli avvoltoi, è un fallimento ricco. Quando invece l'imprenditore è alla canna del gas, anche se non è un delinquente, i curatori stilano relazioni negative per poter avviare azioni di responsabilità penale nei loro confronti. In questo modo, si assicurano di intascare subito quanto è dovuto loro, diventando creditori privilegiati. Siamo rimasti veramente colpiti dal fatto che, a quanto pare, esistono dei moduli prestampati in cui al curatore basta barrare una casella con il capo d'imputazione da contestare all'imprenditore, bancarotta fraudolenta o preferenziale. Come se fosse un cedolino alle poste». E a quanto pare, la riforma di recente approvata dal governo gialloblù potrebbe peggiorare la situazione, fornendo un ulteriore incentivo a intraprendere queste azioni penali: «Con la nuova normativa, tutta la procedura passerebbe automaticamente per le mani del Procuratore. In questo modo», avvertono i nostri interlocutori, «si punirebbero con la stessa severità l'imprenditore che ha fatto solo un piccolo sbaglio e l'imprenditore “furbetto"». Wally Bonvicini, paladina anti Equitalia, finita in un tritacarne giudiziario da quando decise di denunciare l'ex numero uno dell'agenzia, Attilio Befera (è stata arrestata per ostacolo alla riscossione ed è accusata di aver calunniato l'ente), ritiene che le novità introdotte per volere del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, siano puro «maquillage». Come la decisione di ribattezzare il fallimento «liquidazione giudiziale». La sostanza non è cambiata. Gli avvoltoi volteggiano ancora.«Ho visto di tutto», riferisce alla Verità la Bonvicini: «Parcelle munifiche, concordati trasformati deliberatamente in fallimenti…». Già, perché in teoria, come auspica il nuovo Codice della crisi, il fallimento di un'impresa andrebbe evitato, laddove possibile. Il concordato dovrebbe servire a salvare l'attività produttiva e quindi i dipendenti. Ma a volte, chi spera di lucrare sull'agonia delle Pmi spinge in tutt'altra direzione. Così, almeno, sostiene Franco Timoteo Metelli. Personaggio controverso, un tempo noto come «il re delle televendite» di vini della Franciacorta a prezzi concorrenziali, titolare di Agricola Boschi, nel 2015 ha patteggiato una condanna a due anni e 6 mesi per bancarotta fraudolenta e truffa ai danni di un'assicurazione. «Al patteggiamento», ribatte accalorato, «ci sono stato costretto perché mi sono fidato dei miei commercialisti. Con loro infatti sono in causa per 42 milioni di euro. Mi avevano convinto a fare un concordato che sembrava perfetto, i creditori sarebbero stati pagati al 100% e sarebbero avanzati anche diversi milioni. Ma Monte dei Paschi, che aveva un'ipoteca su un mio immobile, ha spinto per il fallimento. Il commissario ha bocciato il concordato, perché con il fallimento diventava creditore privilegiato e poteva intascare subito la sua parcella da 400.000 euro. Mps, invece, vendendo il mio immobile ha ottenuto il 115% di quello che le avrei dovuto: in pratica, lo ha piazzato sul mercato a un prezzo più alto del mio debito verso la banca. Sono in causa anche con loro per 60 milioni».Che i concordati diventino l'anticamera del fallimento «capita soprattutto nei tribunali di piccole dimensioni», ci illustrano dalle associazioni che aiutano gli imprenditori. «Lì ci sono minori competenze per realizzare i concordati e chi se ne occupa ha paura di lavorare su imprese ancora “in movimento". Invece, una volta scattato il fallimento, l'azienda si ferma ed è molto più semplice gestire la situazione». Ebbene, questi tecnici aggirano l'ostacolo così: «Si mantengono molto prudenti nella stima del patrimonio degli imprenditori coinvolti. Ad esempio, se c'è un immobile che vale 2 milioni e che farebbe stare in piedi il concordato, i commissari nominano un perito che sottostima ampiamente il valore di quel bene. Così il concordato salta e si arriva al fallimento definitivo».È esattamente la storia di due imprenditori, padre e figlio, che avevano un'azienda di ferramenta, infissi, giardini d'inverno. «A un certo punto, ci troviamo in guai grossi», raccontano alla Verità. «Eravamo fermi con la produzione, ma fiduciosi di poter presentare un concordato con un grosso immobile a garanzia. E invece…». E invece il commissario nomina un perito che stima quell'immobile la metà del suo valore di mercato. Finisce così la storia di un'impresa e dei suoi 50 dipendenti. Non quella del figlio del titolare, che peraltro è stato investito dalle conseguenze penali della bancarotta, visto che suo papà lo aveva fatto entrare nel cda. Questo ragazzo, amareggiato, va a lavorare per un'altra ditta in Uzbekistan. Da lì, vola in Gran Bretagna. E diventa il coordinatore del cantiere per la realizzazione del nuovo stadio del Tottenham, quello dove qualche sera fa si è giocata la semifinale di Champions League. «Non tornerò più a lavorare in Italia», ci assicura. Eccolo, il capolavoro: gli avvoltoi hanno lasciato fallire un'impresa e il nostro Paese ha perso una risorsa (una risorsa che non c'era bisogno di importare dall'Africa) per regalarla agli inglesi. È questo il rischio delle aste al ribasso che sovente allestiscono i curatori fallimentari, per essere certi di cominciare a intascare subito («i primi soldi che arrivano sono i loro», ribadiscono le nostre fonti): il pericolo è che marchi e brevetti italiani finiscano all'estero, a prezzo da discount. «Hanno distrutto la nostra piccola e media impresa», commenta crucciata la Bonvicini: «È stato un disegno quasi scientifico. Ci dicevano che non avremmo potuto reggere la concorrenza internazionale, l'impatto della globalizzazione e così ci hanno messi in ginocchio». D'altro canto, la gestione allegra dei fallimenti porta non di rado a clamorosi ribaltoni in sede giudiziaria. Ecco un paio di esempi recenti. A marzo 2019, la Corte d'appello di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado che decretava il fallimento del casinò di Campione d'Italia, perché non era stato permesso alla struttura di «esercitare appieno tutte le prerogative consentite dall'ordinamento». Cioè, di ricorrere a tutti i mezzi legali per evitare la chiusura. Quello stesso mese, la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato nullo il fallimento della Futura 5760 di Andrea Tomat, holding che controlla la celeberrima Lotto sport. L'unico debitore dell'azienda, infatti, era il vecchio socio, Gianni Lorenzato, cui peraltro Tomat stava già pagando il dovuto. Ma chi rifonde un'impresa fatta fallire ingiustamente per il suo calvario? Specie se il calvario si rivela molto lungo. Denunciano alla Verità dall'associazione: «I curatori fallimentari devono fare riferimento a un tariffario, che comunque è piuttosto generoso: abbiamo visto parcelle da 40-50.000 euro l'anno. Ma siccome questo compenso viene percepito, appunto, annualmente, costoro hanno interesse a prolungare il più possibile la procedura. Il termine dovrebbe essere di 3 anni, ma sovente viene disatteso». Insomma, i fallimenti sono diventati un business per quei professionisti che potrebbero salvare le aziende e, invece, mirano a mettere le mani sui loro patrimoni. Non tutti, è ovvio. L'Italia è di sicuro piena di commercialisti, curatori, commissari e magistrati integerrimi. Tuttavia, che il vortice del fallimento «mastichi come un chewing gum» ciò che rimane delle imprese e «succhi fino all'ultima goccia del loro sangue», stando a quanto riferito alla Verità, è tutt'altro che raro: «Non vogliamo dire che capita in 10 casi su 10, ma in 9 e mezzo sì…». Come se ne esce? Nonostante il suo animo battagliero, la signora Bonvicini appare all'improvviso scoraggiata: «Una soluzione non c'è. Siamo avviati verso un inesorabile declino. Da me vengono imprenditori completamente sconfortati. Io però continuo a combattere», si riaccende subito: «Come ho dimostrato sfidando il sistema e ribattendo punto su punto a ogni accusa che mi è stata mossa, è vero che ci trattano da incompetenti. 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L'accusa che accomuna quasi tutti i procedimenti è la corruzione. Nel caso del giudice Caria i suoi colleghi del tribunale del Riesame hanno scritto: «Ha commesso reiterate violazioni ai doveri di lealtà e imparzialità nell'esercizio delle funzioni di giudice delegato, tanto da consentire la conclusione che l'incarico presso la sezione fallimentare era per lui anche un canale di entrate integrative per mantenere un tenore di vita probabilmente superiore a quello che il magistrato avrebbe potuto permettersi facendo unicamente affidamento sulle sole fonti lecite di guadagno». L'attività illecita era diventata, secondo i giudici, «sistematica e reiterata» e certamente «non occasionale ed episodica». Un sistema. Simile a quello messo in campo in molti tribunali d'Italia. Segno che nei meccanismi della giustizia fallimentare c'è qualche ingranaggio che tende a incepparsi facilmente. A Palermo, ad esempio, nel mese di novembre dello scorso anno, un caso ha tenuto banco per settimane sulla cronaca locale: il fallimento del Palermo calcio. Giuseppe Sidoti, giudice del tribunale palermitano, è stato accusato di aver salvato il Palermo calcio dal fallimento con una sentenza pilotata ad arte. In cambio, anche in questo caso, secondo l'accusa, c'erano incarichi e consulenze. Ad agevolarsene, secondo i colleghi di Sidoti che hanno coordinato le indagini, sarebbe stata una sua amica, diventata di colpo consulente legale dell'organo di vigilanza del club rosanero. Il giudice, poi, avrebbe ricevuto biglietti per le partite e pass per parcheggiare la macchina e per accedere alla sala Vip. Per i giudici del Riesame, però, la corruzione, «che ci fu», spiegano, è stata derubricata da propria a impropria. «Non è una mera questione linguistica», spiegano su Live Sicilia, «ma sostanziale, quella stabilita dal tribunale del Riesame di Caltanissetta, che ha derubricato in corruzione per esercizio della funzione e non per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio». Insomma, i regali sono arrivati quando Sidoti non poteva più influenzare il procedimento per il fallimento del Palermo ma, stabiliscono i colleghi della toga sotto accusa, non avrebbe comunque dovuto accettarli. Da Sud a Nord le accuse sono sempre le stesse. Lo scorso anno i giornali online del Piacentino si sono riempiti di un'altra storia: il giudice Giuseppe Bersani, ex presidente di sezione del tribunale di Cremona, era indagato per presunti accordi tra il magistrato e alcuni professionisti. Incarichi che l'accusa avrebbe definito «privilegiati», in cambio di soldi. Fascicoli sequestrati e nomi di avvocati azzeccagarbugli finiti sul registro degli indagati. Di Bersani, ora giudice ad Alessandria, si sta occupando esclusivamente la procura di Ancona, competente sui fascicoli che riguardano i reati commessi dai magistrati dell'Emilia Romagna, in quanto i primi reati, secondol'accusa, sarebbero stati commessi a Piacenza, anche se in un primo momento indagava anche la Procura di Venezia. Nel febbraio scorso, ancora una volta per aver favorito, secondo l'ipotesi d'accusa, la propria compagna, è stato destituito dal Csm il giudice barese Michele Monteleone. La magistratura l'aveva anche assolto dall'accusa di non aver vigilato sui mandati di pagamento del tribunale fallimentare che sarebbero stati truccati da un avvocato furbetto. E si scoprì che il giudice non si era astenuto in alcuni procedimenti in cui era interessata la compagna. La questione disciplinare è ancora aperta, ma dimostra che al Csm quello delle inchieste sui giudici fallimentari è un nervo scoperto. Anche ad Aversa, in provincia di Caserta, c'è un bubbone simile. La storia, a leggere la ricostruzione della Procura, si ripete: curatori fallimentari nominati in cambio di soldi, appartamenti e viaggi turistici. A scegliere i professionisti, secondo la Procura di Roma, sarebbe stato il giudice Enrico Caria. Dopo un primo rigetto della richiesta del suo arresto, lo scorso gennaio il Riesame ha disposto i domiciliari. Ma il provvedimento è stato impugnato e pende in Cassazione. Altro caso, ancora in Campania, il giudice Mario Pagano, a dispetto dell'omonimia con il grande giurista e filosofo, è finito nei guai per una cricca che, secondo l'accusa, aveva messo su per aiutare imprenditori amici. Il giudice, che non si era astenuto in una causa in cui era interessato, è stato per un po' ai domiciliari. Da quella vicenda è partito tutto. Ed è stato scoperto che i finanziamenti venivano dirottati su una polisportiva nella quale il giudice aveva interessi. Due mesi fa è stato rinviato a giudizio. Ora dovrà affrontare un processo. Fabio Amendolara
Sono 337 i beni culturali rimpatriati dagli Stati Uniti e presentati alla Caserma «La Marmora», sede del reparto operativo dei Carabinieri TPC (Tutela Patrimonio Culturale), alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli e dell’ambasciatore Usa in Italia Tilman J. Fertitta.
Tra i reperti figurano oggetti archeologici di epoca romana, bizantina e della Magna Grecia, oltre a opere d’arte e materiali d’archivio, in larga parte provenienti da scavi clandestini o sottratti a istituzioni. Tra i pezzi più rilevanti anche una testa di Alessandro Magno proveniente dalla Basilica Aemilia del Foro Romano. Il rimpatrio è il risultato di operazioni concluse tra dicembre e aprile 2026. Dei 337 beni, 221 sono stati recuperati grazie alla collaborazione con il Manhattan District Attorney’s Office, mentre gli altri 116 sono stati restituiti attraverso attività congiunte di FBI e Homeland Security Investigations.
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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