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2019-05-06
Gli avvoltoi del fallimento. Ogni giorno saltano 31 aziende e c’è il business di chi le affossa
Getty Images
In Italia, dall'inizio della crisi economica, sono fallite circa 125.000 imprese. Nel 2018 hanno chiuso in 11.233: sono circa 31 al giorno. In pratica, nel tempo che impiegherete per leggere la vostra copia della Verità, sarà fallita almeno un'impresa. Un po' di orgoglio italiano si spegne, un po' del patrimonio di ingegno, creatività e spirito di sacrificio, che ha fatto grande il nostro Paese, svanisce nel nulla. Abbiamo bruciato più di 120 miliardi di fatturato e oltre 400.000 posti di lavoro. E questo depauperamento ha provocato anche innumerevoli tragedie umane: dal 2012 al 2017 si sono verificati 878 suicidi per motivi economici. Più di 700, tra queste vittime della crisi, erano imprenditori disperati. Nondimeno, qualcuno ha trovato il modo di guadagnare persino sul disastro del nostro tessuto produttivo. Sullo sconforto dei titolari di queste aziende. Sono gli avvoltoi del fallimento, pronti a piombare sulla carcassa delle imprese stremate e a spolpare i resti di quello che un tempo faceva la ricchezza della nostra nazione. Professionisti, commercialisti, avvocati, curatori fallimentari, che hanno incassato ricche parcelle o approfittato delle svendite dei patrimoni, anziché aiutare le attività a rilanciarsi, salvando, con esse, centinaia di migliaia di lavoratori.
«Cominciamo dal momento in cui l'imprenditore capisce di essere in difficoltà», spiegano alla Verità alcune fonti vicine a un'associazione che offre supporto agli industriali disperati, magari tentati di togliersi la vita. «Queste persone si rivolgono innanzitutto ai commercialisti, che però di ristrutturazione aziendale s'intendono davvero poco. Si presentano come “medici", ma diventano becchini delle aziende». Naturalmente, ben retribuiti. Come ci racconta un imprenditore piemontese. Lui si era rivolto a uno studio che, per assisterlo nella procedura legale, gli ha chiesto 100.000 euro. «Soldi che ovviamente non avevo, come non ho il denaro necessario per concludere il concordato preventivo: se non l'ho trovato in anni e anni di crisi, come faccio a trovarlo entro il termine di 60 giorni?». L'uomo, che si è sentito tradito dallo Stato e dalle banche ed è stato costretto a rinunciare, per via delle esose richieste, al sostegno dei professionisti, attende con ansia e rabbia la decisione del giudice sull'eventuale dichiarazione di fallimento.
«Bisogna distinguere sempre tra fallimento ricco e fallimento povero», ci illustrano le nostre fonti. «Prendiamo ad esempio un imprenditore che ha qualche centinaio di migliaia di euro in banca e un immobile importante. Anche se magari ha 20 milioni di euro di debito, quello, per gli avvoltoi, è un fallimento ricco. Quando invece l'imprenditore è alla canna del gas, anche se non è un delinquente, i curatori stilano relazioni negative per poter avviare azioni di responsabilità penale nei loro confronti. In questo modo, si assicurano di intascare subito quanto è dovuto loro, diventando creditori privilegiati. Siamo rimasti veramente colpiti dal fatto che, a quanto pare, esistono dei moduli prestampati in cui al curatore basta barrare una casella con il capo d'imputazione da contestare all'imprenditore, bancarotta fraudolenta o preferenziale. Come se fosse un cedolino alle poste». E a quanto pare, la riforma di recente approvata dal governo gialloblù potrebbe peggiorare la situazione, fornendo un ulteriore incentivo a intraprendere queste azioni penali: «Con la nuova normativa, tutta la procedura passerebbe automaticamente per le mani del Procuratore. In questo modo», avvertono i nostri interlocutori, «si punirebbero con la stessa severità l'imprenditore che ha fatto solo un piccolo sbaglio e l'imprenditore “furbetto"».
Wally Bonvicini, paladina anti Equitalia, finita in un tritacarne giudiziario da quando decise di denunciare l'ex numero uno dell'agenzia, Attilio Befera (è stata arrestata per ostacolo alla riscossione ed è accusata di aver calunniato l'ente), ritiene che le novità introdotte per volere del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, siano puro «maquillage». Come la decisione di ribattezzare il fallimento «liquidazione giudiziale». La sostanza non è cambiata. Gli avvoltoi volteggiano ancora.
«Ho visto di tutto», riferisce alla Verità la Bonvicini: «Parcelle munifiche, concordati trasformati deliberatamente in fallimenti…». Già, perché in teoria, come auspica il nuovo Codice della crisi, il fallimento di un'impresa andrebbe evitato, laddove possibile. Il concordato dovrebbe servire a salvare l'attività produttiva e quindi i dipendenti. Ma a volte, chi spera di lucrare sull'agonia delle Pmi spinge in tutt'altra direzione.
Così, almeno, sostiene Franco Timoteo Metelli. Personaggio controverso, un tempo noto come «il re delle televendite» di vini della Franciacorta a prezzi concorrenziali, titolare di Agricola Boschi, nel 2015 ha patteggiato una condanna a due anni e 6 mesi per bancarotta fraudolenta e truffa ai danni di un'assicurazione. «Al patteggiamento», ribatte accalorato, «ci sono stato costretto perché mi sono fidato dei miei commercialisti. Con loro infatti sono in causa per 42 milioni di euro. Mi avevano convinto a fare un concordato che sembrava perfetto, i creditori sarebbero stati pagati al 100% e sarebbero avanzati anche diversi milioni. Ma Monte dei Paschi, che aveva un'ipoteca su un mio immobile, ha spinto per il fallimento. Il commissario ha bocciato il concordato, perché con il fallimento diventava creditore privilegiato e poteva intascare subito la sua parcella da 400.000 euro. Mps, invece, vendendo il mio immobile ha ottenuto il 115% di quello che le avrei dovuto: in pratica, lo ha piazzato sul mercato a un prezzo più alto del mio debito verso la banca. Sono in causa anche con loro per 60 milioni».
Che i concordati diventino l'anticamera del fallimento «capita soprattutto nei tribunali di piccole dimensioni», ci illustrano dalle associazioni che aiutano gli imprenditori. «Lì ci sono minori competenze per realizzare i concordati e chi se ne occupa ha paura di lavorare su imprese ancora “in movimento". Invece, una volta scattato il fallimento, l'azienda si ferma ed è molto più semplice gestire la situazione».
Ebbene, questi tecnici aggirano l'ostacolo così: «Si mantengono molto prudenti nella stima del patrimonio degli imprenditori coinvolti. Ad esempio, se c'è un immobile che vale 2 milioni e che farebbe stare in piedi il concordato, i commissari nominano un perito che sottostima ampiamente il valore di quel bene. Così il concordato salta e si arriva al fallimento definitivo».
È esattamente la storia di due imprenditori, padre e figlio, che avevano un'azienda di ferramenta, infissi, giardini d'inverno. «A un certo punto, ci troviamo in guai grossi», raccontano alla Verità. «Eravamo fermi con la produzione, ma fiduciosi di poter presentare un concordato con un grosso immobile a garanzia. E invece…». E invece il commissario nomina un perito che stima quell'immobile la metà del suo valore di mercato. Finisce così la storia di un'impresa e dei suoi 50 dipendenti. Non quella del figlio del titolare, che peraltro è stato investito dalle conseguenze penali della bancarotta, visto che suo papà lo aveva fatto entrare nel cda. Questo ragazzo, amareggiato, va a lavorare per un'altra ditta in Uzbekistan. Da lì, vola in Gran Bretagna. E diventa il coordinatore del cantiere per la realizzazione del nuovo stadio del Tottenham, quello dove qualche sera fa si è giocata la semifinale di Champions League. «Non tornerò più a lavorare in Italia», ci assicura. Eccolo, il capolavoro: gli avvoltoi hanno lasciato fallire un'impresa e il nostro Paese ha perso una risorsa (una risorsa che non c'era bisogno di importare dall'Africa) per regalarla agli inglesi. È questo il rischio delle aste al ribasso che sovente allestiscono i curatori fallimentari, per essere certi di cominciare a intascare subito («i primi soldi che arrivano sono i loro», ribadiscono le nostre fonti): il pericolo è che marchi e brevetti italiani finiscano all'estero, a prezzo da discount. «Hanno distrutto la nostra piccola e media impresa», commenta crucciata la Bonvicini: «È stato un disegno quasi scientifico. Ci dicevano che non avremmo potuto reggere la concorrenza internazionale, l'impatto della globalizzazione e così ci hanno messi in ginocchio». D'altro canto, la gestione allegra dei fallimenti porta non di rado a clamorosi ribaltoni in sede giudiziaria. Ecco un paio di esempi recenti.
A marzo 2019, la Corte d'appello di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado che decretava il fallimento del casinò di Campione d'Italia, perché non era stato permesso alla struttura di «esercitare appieno tutte le prerogative consentite dall'ordinamento». Cioè, di ricorrere a tutti i mezzi legali per evitare la chiusura. Quello stesso mese, la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato nullo il fallimento della Futura 5760 di Andrea Tomat, holding che controlla la celeberrima Lotto sport. L'unico debitore dell'azienda, infatti, era il vecchio socio, Gianni Lorenzato, cui peraltro Tomat stava già pagando il dovuto.
Ma chi rifonde un'impresa fatta fallire ingiustamente per il suo calvario? Specie se il calvario si rivela molto lungo. Denunciano alla Verità dall'associazione: «I curatori fallimentari devono fare riferimento a un tariffario, che comunque è piuttosto generoso: abbiamo visto parcelle da 40-50.000 euro l'anno. Ma siccome questo compenso viene percepito, appunto, annualmente, costoro hanno interesse a prolungare il più possibile la procedura. Il termine dovrebbe essere di 3 anni, ma sovente viene disatteso».
Insomma, i fallimenti sono diventati un business per quei professionisti che potrebbero salvare le aziende e, invece, mirano a mettere le mani sui loro patrimoni. Non tutti, è ovvio. L'Italia è di sicuro piena di commercialisti, curatori, commissari e magistrati integerrimi. Tuttavia, che il vortice del fallimento «mastichi come un chewing gum» ciò che rimane delle imprese e «succhi fino all'ultima goccia del loro sangue», stando a quanto riferito alla Verità, è tutt'altro che raro: «Non vogliamo dire che capita in 10 casi su 10, ma in 9 e mezzo sì…». Come se ne esce? Nonostante il suo animo battagliero, la signora Bonvicini appare all'improvviso scoraggiata: «Una soluzione non c'è. Siamo avviati verso un inesorabile declino. Da me vengono imprenditori completamente sconfortati. Io però continuo a combattere», si riaccende subito: «Come ho dimostrato sfidando il sistema e ribattendo punto su punto a ogni accusa che mi è stata mossa, è vero che ci trattano da incompetenti. Ma quasi sempre lo sono pure loro».
Alessandro Rico
Con lo scambio di favori pilotano le sentenze
I weekend a Capri o tra Gaeta e Sperlonga per l'intera famiglia li pagavano i professionisti che, poi, diventavano consulenti del tribunale nelle procedure di fallimento. E, addirittura, sono saltati fuori incarichi professionali alla compagna. Enrico Caria, giudice fallimentare a Napoli e presidente della fallimentare di Napoli Nord, è finito ai domiciliari. La cronaca italiana è piena di casi come questo. L'accusa che accomuna quasi tutti i procedimenti è la corruzione. Nel caso del giudice Caria i suoi colleghi del tribunale del Riesame hanno scritto: «Ha commesso reiterate violazioni ai doveri di lealtà e imparzialità nell'esercizio delle funzioni di giudice delegato, tanto da consentire la conclusione che l'incarico presso la sezione fallimentare era per lui anche un canale di entrate integrative per mantenere un tenore di vita probabilmente superiore a quello che il magistrato avrebbe potuto permettersi facendo unicamente affidamento sulle sole fonti lecite di guadagno». L'attività illecita era diventata, secondo i giudici, «sistematica e reiterata» e certamente «non occasionale ed episodica». Un sistema. Simile a quello messo in campo in molti tribunali d'Italia. Segno che nei meccanismi della giustizia fallimentare c'è qualche ingranaggio che tende a incepparsi facilmente.
A Palermo, ad esempio, nel mese di novembre dello scorso anno, un caso ha tenuto banco per settimane sulla cronaca locale: il fallimento del Palermo calcio. Giuseppe Sidoti, giudice del tribunale palermitano, è stato accusato di aver salvato il Palermo calcio dal fallimento con una sentenza pilotata ad arte. In cambio, anche in questo caso, secondo l'accusa, c'erano incarichi e consulenze. Ad agevolarsene, secondo i colleghi di Sidoti che hanno coordinato le indagini, sarebbe stata una sua amica, diventata di colpo consulente legale dell'organo di vigilanza del club rosanero. Il giudice, poi, avrebbe ricevuto biglietti per le partite e pass per parcheggiare la macchina e per accedere alla sala Vip. Per i giudici del Riesame, però, la corruzione, «che ci fu», spiegano, è stata derubricata da propria a impropria. «Non è una mera questione linguistica», spiegano su Live Sicilia, «ma sostanziale, quella stabilita dal tribunale del Riesame di Caltanissetta, che ha derubricato in corruzione per esercizio della funzione e non per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio». Insomma, i regali sono arrivati quando Sidoti non poteva più influenzare il procedimento per il fallimento del Palermo ma, stabiliscono i colleghi della toga sotto accusa, non avrebbe comunque dovuto accettarli.
Da Sud a Nord le accuse sono sempre le stesse. Lo scorso anno i giornali online del Piacentino si sono riempiti di un'altra storia: il giudice Giuseppe Bersani, ex presidente di sezione del tribunale di Cremona, era indagato per presunti accordi tra il magistrato e alcuni professionisti. Incarichi che l'accusa avrebbe definito «privilegiati», in cambio di soldi. Fascicoli sequestrati e nomi di avvocati azzeccagarbugli finiti sul registro degli indagati. Di Bersani, ora giudice ad Alessandria, si sta occupando esclusivamente la procura di Ancona, competente sui fascicoli che riguardano i reati commessi dai magistrati dell'Emilia Romagna, in quanto i primi reati, secondol'accusa, sarebbero stati commessi a Piacenza, anche se in un primo momento indagava anche la Procura di Venezia.
Nel febbraio scorso, ancora una volta per aver favorito, secondo l'ipotesi d'accusa, la propria compagna, è stato destituito dal Csm il giudice barese Michele Monteleone. La magistratura l'aveva anche assolto dall'accusa di non aver vigilato sui mandati di pagamento del tribunale fallimentare che sarebbero stati truccati da un avvocato furbetto. E si scoprì che il giudice non si era astenuto in alcuni procedimenti in cui era interessata la compagna. La questione disciplinare è ancora aperta, ma dimostra che al Csm quello delle inchieste sui giudici fallimentari è un nervo scoperto.
Anche ad Aversa, in provincia di Caserta, c'è un bubbone simile. La storia, a leggere la ricostruzione della Procura, si ripete: curatori fallimentari nominati in cambio di soldi, appartamenti e viaggi turistici. A scegliere i professionisti, secondo la Procura di Roma, sarebbe stato il giudice Enrico Caria. Dopo un primo rigetto della richiesta del suo arresto, lo scorso gennaio il Riesame ha disposto i domiciliari. Ma il provvedimento è stato impugnato e pende in Cassazione. Altro caso, ancora in Campania, il giudice Mario Pagano, a dispetto dell'omonimia con il grande giurista e filosofo, è finito nei guai per una cricca che, secondo l'accusa, aveva messo su per aiutare imprenditori amici. Il giudice, che non si era astenuto in una causa in cui era interessato, è stato per un po' ai domiciliari. Da quella vicenda è partito tutto. Ed è stato scoperto che i finanziamenti venivano dirottati su una polisportiva nella quale il giudice aveva interessi. Due mesi fa è stato rinviato a giudizio. Ora dovrà affrontare un processo.
Fabio Amendolara
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La recessione ha cancellato 125.000 imprese italiane, ma per alcuni (avvocati, esperti di fisco, curatori, banche) le chiusure sono un ghiotto giro d'affari, tra ricche parcelle e aste giudiziarie. E l'ultima riforma può peggiorare le cose.Da Napoli a Palermo, da Piacenza ad Aversa, magistrati si sono lasciati «corteggiare» dai professionisti: in ballo ci sono pronunce favorevoli, incarichi e consulenze. L'ingranaggio della giustizia fallimentare è inceppato. È intervenuto anche il Csm.Lo speciale contiene due articoli.In Italia, dall'inizio della crisi economica, sono fallite circa 125.000 imprese. Nel 2018 hanno chiuso in 11.233: sono circa 31 al giorno. In pratica, nel tempo che impiegherete per leggere la vostra copia della Verità, sarà fallita almeno un'impresa. Un po' di orgoglio italiano si spegne, un po' del patrimonio di ingegno, creatività e spirito di sacrificio, che ha fatto grande il nostro Paese, svanisce nel nulla. Abbiamo bruciato più di 120 miliardi di fatturato e oltre 400.000 posti di lavoro. E questo depauperamento ha provocato anche innumerevoli tragedie umane: dal 2012 al 2017 si sono verificati 878 suicidi per motivi economici. Più di 700, tra queste vittime della crisi, erano imprenditori disperati. Nondimeno, qualcuno ha trovato il modo di guadagnare persino sul disastro del nostro tessuto produttivo. Sullo sconforto dei titolari di queste aziende. Sono gli avvoltoi del fallimento, pronti a piombare sulla carcassa delle imprese stremate e a spolpare i resti di quello che un tempo faceva la ricchezza della nostra nazione. Professionisti, commercialisti, avvocati, curatori fallimentari, che hanno incassato ricche parcelle o approfittato delle svendite dei patrimoni, anziché aiutare le attività a rilanciarsi, salvando, con esse, centinaia di migliaia di lavoratori.«Cominciamo dal momento in cui l'imprenditore capisce di essere in difficoltà», spiegano alla Verità alcune fonti vicine a un'associazione che offre supporto agli industriali disperati, magari tentati di togliersi la vita. «Queste persone si rivolgono innanzitutto ai commercialisti, che però di ristrutturazione aziendale s'intendono davvero poco. Si presentano come “medici", ma diventano becchini delle aziende». Naturalmente, ben retribuiti. Come ci racconta un imprenditore piemontese. Lui si era rivolto a uno studio che, per assisterlo nella procedura legale, gli ha chiesto 100.000 euro. «Soldi che ovviamente non avevo, come non ho il denaro necessario per concludere il concordato preventivo: se non l'ho trovato in anni e anni di crisi, come faccio a trovarlo entro il termine di 60 giorni?». L'uomo, che si è sentito tradito dallo Stato e dalle banche ed è stato costretto a rinunciare, per via delle esose richieste, al sostegno dei professionisti, attende con ansia e rabbia la decisione del giudice sull'eventuale dichiarazione di fallimento.«Bisogna distinguere sempre tra fallimento ricco e fallimento povero», ci illustrano le nostre fonti. «Prendiamo ad esempio un imprenditore che ha qualche centinaio di migliaia di euro in banca e un immobile importante. Anche se magari ha 20 milioni di euro di debito, quello, per gli avvoltoi, è un fallimento ricco. Quando invece l'imprenditore è alla canna del gas, anche se non è un delinquente, i curatori stilano relazioni negative per poter avviare azioni di responsabilità penale nei loro confronti. In questo modo, si assicurano di intascare subito quanto è dovuto loro, diventando creditori privilegiati. Siamo rimasti veramente colpiti dal fatto che, a quanto pare, esistono dei moduli prestampati in cui al curatore basta barrare una casella con il capo d'imputazione da contestare all'imprenditore, bancarotta fraudolenta o preferenziale. Come se fosse un cedolino alle poste». E a quanto pare, la riforma di recente approvata dal governo gialloblù potrebbe peggiorare la situazione, fornendo un ulteriore incentivo a intraprendere queste azioni penali: «Con la nuova normativa, tutta la procedura passerebbe automaticamente per le mani del Procuratore. In questo modo», avvertono i nostri interlocutori, «si punirebbero con la stessa severità l'imprenditore che ha fatto solo un piccolo sbaglio e l'imprenditore “furbetto"». Wally Bonvicini, paladina anti Equitalia, finita in un tritacarne giudiziario da quando decise di denunciare l'ex numero uno dell'agenzia, Attilio Befera (è stata arrestata per ostacolo alla riscossione ed è accusata di aver calunniato l'ente), ritiene che le novità introdotte per volere del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, siano puro «maquillage». Come la decisione di ribattezzare il fallimento «liquidazione giudiziale». La sostanza non è cambiata. Gli avvoltoi volteggiano ancora.«Ho visto di tutto», riferisce alla Verità la Bonvicini: «Parcelle munifiche, concordati trasformati deliberatamente in fallimenti…». Già, perché in teoria, come auspica il nuovo Codice della crisi, il fallimento di un'impresa andrebbe evitato, laddove possibile. Il concordato dovrebbe servire a salvare l'attività produttiva e quindi i dipendenti. Ma a volte, chi spera di lucrare sull'agonia delle Pmi spinge in tutt'altra direzione. Così, almeno, sostiene Franco Timoteo Metelli. Personaggio controverso, un tempo noto come «il re delle televendite» di vini della Franciacorta a prezzi concorrenziali, titolare di Agricola Boschi, nel 2015 ha patteggiato una condanna a due anni e 6 mesi per bancarotta fraudolenta e truffa ai danni di un'assicurazione. «Al patteggiamento», ribatte accalorato, «ci sono stato costretto perché mi sono fidato dei miei commercialisti. Con loro infatti sono in causa per 42 milioni di euro. Mi avevano convinto a fare un concordato che sembrava perfetto, i creditori sarebbero stati pagati al 100% e sarebbero avanzati anche diversi milioni. Ma Monte dei Paschi, che aveva un'ipoteca su un mio immobile, ha spinto per il fallimento. Il commissario ha bocciato il concordato, perché con il fallimento diventava creditore privilegiato e poteva intascare subito la sua parcella da 400.000 euro. Mps, invece, vendendo il mio immobile ha ottenuto il 115% di quello che le avrei dovuto: in pratica, lo ha piazzato sul mercato a un prezzo più alto del mio debito verso la banca. Sono in causa anche con loro per 60 milioni».Che i concordati diventino l'anticamera del fallimento «capita soprattutto nei tribunali di piccole dimensioni», ci illustrano dalle associazioni che aiutano gli imprenditori. «Lì ci sono minori competenze per realizzare i concordati e chi se ne occupa ha paura di lavorare su imprese ancora “in movimento". Invece, una volta scattato il fallimento, l'azienda si ferma ed è molto più semplice gestire la situazione». Ebbene, questi tecnici aggirano l'ostacolo così: «Si mantengono molto prudenti nella stima del patrimonio degli imprenditori coinvolti. Ad esempio, se c'è un immobile che vale 2 milioni e che farebbe stare in piedi il concordato, i commissari nominano un perito che sottostima ampiamente il valore di quel bene. Così il concordato salta e si arriva al fallimento definitivo».È esattamente la storia di due imprenditori, padre e figlio, che avevano un'azienda di ferramenta, infissi, giardini d'inverno. «A un certo punto, ci troviamo in guai grossi», raccontano alla Verità. «Eravamo fermi con la produzione, ma fiduciosi di poter presentare un concordato con un grosso immobile a garanzia. E invece…». E invece il commissario nomina un perito che stima quell'immobile la metà del suo valore di mercato. Finisce così la storia di un'impresa e dei suoi 50 dipendenti. Non quella del figlio del titolare, che peraltro è stato investito dalle conseguenze penali della bancarotta, visto che suo papà lo aveva fatto entrare nel cda. Questo ragazzo, amareggiato, va a lavorare per un'altra ditta in Uzbekistan. Da lì, vola in Gran Bretagna. E diventa il coordinatore del cantiere per la realizzazione del nuovo stadio del Tottenham, quello dove qualche sera fa si è giocata la semifinale di Champions League. «Non tornerò più a lavorare in Italia», ci assicura. Eccolo, il capolavoro: gli avvoltoi hanno lasciato fallire un'impresa e il nostro Paese ha perso una risorsa (una risorsa che non c'era bisogno di importare dall'Africa) per regalarla agli inglesi. È questo il rischio delle aste al ribasso che sovente allestiscono i curatori fallimentari, per essere certi di cominciare a intascare subito («i primi soldi che arrivano sono i loro», ribadiscono le nostre fonti): il pericolo è che marchi e brevetti italiani finiscano all'estero, a prezzo da discount. «Hanno distrutto la nostra piccola e media impresa», commenta crucciata la Bonvicini: «È stato un disegno quasi scientifico. Ci dicevano che non avremmo potuto reggere la concorrenza internazionale, l'impatto della globalizzazione e così ci hanno messi in ginocchio». D'altro canto, la gestione allegra dei fallimenti porta non di rado a clamorosi ribaltoni in sede giudiziaria. Ecco un paio di esempi recenti. A marzo 2019, la Corte d'appello di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado che decretava il fallimento del casinò di Campione d'Italia, perché non era stato permesso alla struttura di «esercitare appieno tutte le prerogative consentite dall'ordinamento». Cioè, di ricorrere a tutti i mezzi legali per evitare la chiusura. Quello stesso mese, la Corte d'appello di Venezia ha dichiarato nullo il fallimento della Futura 5760 di Andrea Tomat, holding che controlla la celeberrima Lotto sport. L'unico debitore dell'azienda, infatti, era il vecchio socio, Gianni Lorenzato, cui peraltro Tomat stava già pagando il dovuto. Ma chi rifonde un'impresa fatta fallire ingiustamente per il suo calvario? Specie se il calvario si rivela molto lungo. Denunciano alla Verità dall'associazione: «I curatori fallimentari devono fare riferimento a un tariffario, che comunque è piuttosto generoso: abbiamo visto parcelle da 40-50.000 euro l'anno. Ma siccome questo compenso viene percepito, appunto, annualmente, costoro hanno interesse a prolungare il più possibile la procedura. Il termine dovrebbe essere di 3 anni, ma sovente viene disatteso». Insomma, i fallimenti sono diventati un business per quei professionisti che potrebbero salvare le aziende e, invece, mirano a mettere le mani sui loro patrimoni. Non tutti, è ovvio. L'Italia è di sicuro piena di commercialisti, curatori, commissari e magistrati integerrimi. Tuttavia, che il vortice del fallimento «mastichi come un chewing gum» ciò che rimane delle imprese e «succhi fino all'ultima goccia del loro sangue», stando a quanto riferito alla Verità, è tutt'altro che raro: «Non vogliamo dire che capita in 10 casi su 10, ma in 9 e mezzo sì…». Come se ne esce? Nonostante il suo animo battagliero, la signora Bonvicini appare all'improvviso scoraggiata: «Una soluzione non c'è. Siamo avviati verso un inesorabile declino. Da me vengono imprenditori completamente sconfortati. Io però continuo a combattere», si riaccende subito: «Come ho dimostrato sfidando il sistema e ribattendo punto su punto a ogni accusa che mi è stata mossa, è vero che ci trattano da incompetenti. 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L'accusa che accomuna quasi tutti i procedimenti è la corruzione. Nel caso del giudice Caria i suoi colleghi del tribunale del Riesame hanno scritto: «Ha commesso reiterate violazioni ai doveri di lealtà e imparzialità nell'esercizio delle funzioni di giudice delegato, tanto da consentire la conclusione che l'incarico presso la sezione fallimentare era per lui anche un canale di entrate integrative per mantenere un tenore di vita probabilmente superiore a quello che il magistrato avrebbe potuto permettersi facendo unicamente affidamento sulle sole fonti lecite di guadagno». L'attività illecita era diventata, secondo i giudici, «sistematica e reiterata» e certamente «non occasionale ed episodica». Un sistema. Simile a quello messo in campo in molti tribunali d'Italia. Segno che nei meccanismi della giustizia fallimentare c'è qualche ingranaggio che tende a incepparsi facilmente. A Palermo, ad esempio, nel mese di novembre dello scorso anno, un caso ha tenuto banco per settimane sulla cronaca locale: il fallimento del Palermo calcio. Giuseppe Sidoti, giudice del tribunale palermitano, è stato accusato di aver salvato il Palermo calcio dal fallimento con una sentenza pilotata ad arte. In cambio, anche in questo caso, secondo l'accusa, c'erano incarichi e consulenze. Ad agevolarsene, secondo i colleghi di Sidoti che hanno coordinato le indagini, sarebbe stata una sua amica, diventata di colpo consulente legale dell'organo di vigilanza del club rosanero. Il giudice, poi, avrebbe ricevuto biglietti per le partite e pass per parcheggiare la macchina e per accedere alla sala Vip. Per i giudici del Riesame, però, la corruzione, «che ci fu», spiegano, è stata derubricata da propria a impropria. «Non è una mera questione linguistica», spiegano su Live Sicilia, «ma sostanziale, quella stabilita dal tribunale del Riesame di Caltanissetta, che ha derubricato in corruzione per esercizio della funzione e non per compiere un atto contrario ai doveri di ufficio». Insomma, i regali sono arrivati quando Sidoti non poteva più influenzare il procedimento per il fallimento del Palermo ma, stabiliscono i colleghi della toga sotto accusa, non avrebbe comunque dovuto accettarli. Da Sud a Nord le accuse sono sempre le stesse. Lo scorso anno i giornali online del Piacentino si sono riempiti di un'altra storia: il giudice Giuseppe Bersani, ex presidente di sezione del tribunale di Cremona, era indagato per presunti accordi tra il magistrato e alcuni professionisti. Incarichi che l'accusa avrebbe definito «privilegiati», in cambio di soldi. Fascicoli sequestrati e nomi di avvocati azzeccagarbugli finiti sul registro degli indagati. Di Bersani, ora giudice ad Alessandria, si sta occupando esclusivamente la procura di Ancona, competente sui fascicoli che riguardano i reati commessi dai magistrati dell'Emilia Romagna, in quanto i primi reati, secondol'accusa, sarebbero stati commessi a Piacenza, anche se in un primo momento indagava anche la Procura di Venezia. Nel febbraio scorso, ancora una volta per aver favorito, secondo l'ipotesi d'accusa, la propria compagna, è stato destituito dal Csm il giudice barese Michele Monteleone. La magistratura l'aveva anche assolto dall'accusa di non aver vigilato sui mandati di pagamento del tribunale fallimentare che sarebbero stati truccati da un avvocato furbetto. E si scoprì che il giudice non si era astenuto in alcuni procedimenti in cui era interessata la compagna. La questione disciplinare è ancora aperta, ma dimostra che al Csm quello delle inchieste sui giudici fallimentari è un nervo scoperto. Anche ad Aversa, in provincia di Caserta, c'è un bubbone simile. La storia, a leggere la ricostruzione della Procura, si ripete: curatori fallimentari nominati in cambio di soldi, appartamenti e viaggi turistici. A scegliere i professionisti, secondo la Procura di Roma, sarebbe stato il giudice Enrico Caria. Dopo un primo rigetto della richiesta del suo arresto, lo scorso gennaio il Riesame ha disposto i domiciliari. Ma il provvedimento è stato impugnato e pende in Cassazione. Altro caso, ancora in Campania, il giudice Mario Pagano, a dispetto dell'omonimia con il grande giurista e filosofo, è finito nei guai per una cricca che, secondo l'accusa, aveva messo su per aiutare imprenditori amici. Il giudice, che non si era astenuto in una causa in cui era interessato, è stato per un po' ai domiciliari. Da quella vicenda è partito tutto. Ed è stato scoperto che i finanziamenti venivano dirottati su una polisportiva nella quale il giudice aveva interessi. Due mesi fa è stato rinviato a giudizio. Ora dovrà affrontare un processo. Fabio Amendolara
Maurizio Belpietro interviene a proposito dell'allarmante vicenda dei Trevallion: «È un sequestro di minori ad opera di uno Stato etico che agisce con la complicità di giustizia minorile e assistenti sociali».
«Si deve votare Sì per dare più diritti ai cittadini e più libertà ai magistrati dai vincoli delle correnti. Con il sorteggio si andrà avanti per merito e non per appartenenza correntizia. Questa è una riforma attesa da 30 anni». Lo dichiara il professor Nicolò Zanon, presidente del «Comitato Sì Riforma», nel corso del forum Ansa.
«Il 99% delle richieste di intercettazioni viene accettato dal GIP, così come la richiesta di proroga delle indagini: c’è un sostanziale appiattimento e il giudice finisce per condividere una cultura di scopo». È quanto afferma, sempre nel corso del forum Ansa Francesco Petrelli, presidente del «Comitato Camere Penali per il Sì».
Peter Thiel (Getty Images)
Nel racconto tra l’artefatto e l’ingenuo che dei campioni della Silicon Valley si fa usualmente, si tende a distinguere due tipi di imprenditori.
Da una parte, i fondatori visionari che, partendo dal mitico garage di papà dentista e madre insegnante, generano la startup del secolo e diventano miliardari. Dall’altra gli investitori, dotati di portafoglio gonfio, fiuto canino e denti aguzzi, che finanziano i progetti degli altri.
Adattandosi al cliché, in assenza di eroi veri, Peter Thiel appartiene a entrambe le categorie, ed è questo che lo rende una figura particolare nel panorama tecnologico americano. La sua traiettoria parte dalla tecnologia applicata alla finanza e arriva alla sorveglianza, passando per il venture capital e la politica. È un percorso unico nel quale si snodano tecnologia, finanza e sicurezza. La sua figura ha molti punti di contatto con l’altro personaggio trasversale di cui abbiamo già parlato in questa serie, Alex Karp. Come quest’ultimo, anche Thiel ha molto a che fare con la Germania e la filosofia.
Tanto per cominciare, Thiel nasce proprio in Germania nel 1967, a Francoforte, sempre quella, la patria dei filosofi della teoria critica. I suoi genitori sono tedeschi, il padre era un ingegnere chimico nel settore minerario che a un certo punto, per lavoro, trascina con sé la famiglia prima in Sudafrica, poi in Namibia e infine negli Stati Uniti. Qui le assonanze evidenti sono con l’altro geniaccio, Elon Musk, anch’egli figlio d’ingegnere e anch’egli catapultato in Sudafrica e poi negli Usa.
Il giovine Peter cresce in California e studia a Stanford, dove si laurea prima in filosofia e poi in legge. Già negli anni universitari emerge un tratto che resterà costante nella sua carriera, cioè l’avversione per quel conformismo intellettuale della Silicon Valley che già abbiamo trovato in Alex Karp. Nel 1987 fonda addirittura la Stanford Review, una rivista studentesca conservatrice nata con l’obiettivo dichiarato di contestare il politicamente corretto che, a suo giudizio, stava diventando dominante nelle università americane. Parecchio in anticipo sui tempi, gli va riconosciuto.
La svolta imprenditoriale arriva alla fine degli anni Novanta con Confinity, fondata insieme a Max Levchin e poi fusa con la startup di Elon Musk, X.com. Le due startup diventano assieme la mitica PayPal, la cui idea è semplice ma per l’epoca certamente nuova. Si trattava di creare un sistema di pagamenti digitali indipendente dalle infrastrutture bancarie tradizionali. PayPal diventa rapidamente uno dei servizi più utilizzati per le transazioni online e nel 2002 viene acquistata da eBay per 1,5 miliardi di dollari. Da quell’esperienza nasce quella che la rivista Fortune battezzerà qualche anno dopo la «PayPal Mafia», cioè un gruppo di imprenditori e investitori – tra cui il nostro Peter, Elon Musk, Reid Hoffman, Steve Chen ed altri – che continueranno a influenzare la Silicon Valley per decenni.
Dopo la vendita di PayPal, Thiel ha le tasche traboccanti d’oro e si trasforma in investitore. Nel 2004 diventa il primo finanziatore esterno di Facebook, acquistando una quota della startup di Mark Zuckerberg per 500.000 dollari. L’investimento si rivelerà uno dei più redditizi della storia del venture capital. Attraverso il fondo Founders Fund, Thiel partecipa negli anni successivi alla nascita di decine di aziende tecnologiche, costruendo una rete di influenza che si estende ben oltre le imprese da lui fondate direttamente.
Il progetto più ambizioso di Thiel nasce nel 2003 con la creazione di Palantir Technologies. Il nome dell’azienda viene dal mondo fantastico di John Ronald Reuel Tolkien (che, per inciso, è nato in Sudafrica) e ricorda i «palantír», le pietre veggenti che permettono di osservare eventi lontani. Nome studiatamente azzeccato, visto che l’azienda sviluppa software in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare connessioni invisibili agli occhi umani. O meglio, relazioni oltre il tempo e lo spazio. In Palantir, Thiel coinvolge Alex Karp, l’altro umanista della compagnia, conosciuto a Stanford.
Con Palantir, Thiel e Karp portano la logica delle startup tecnologiche dentro il mondo dell’intelligence. Il software dell’azienda consente di incrociare basi di dati diverse (finanziarie, telefoniche, logistiche) per individuare schemi e relazioni. L’idea è che la sicurezza contemporanea non dipenda più soltanto da armi o eserciti, ma dalla capacità di analizzare grandi quantità di informazioni. Un po’ è sempre stato così, essendo l’informazione l’arma più preziosa in mano al potere. Negli anni successivi Palantir estende i propri servizi anche a banche, compagnie assicurative e grandi aziende industriali.
Il valore di mercato della società ha superato i 300 miliardi di dollari, trasformando Palantir in uno dei protagonisti del settore dei big data e dell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza. Mentre molte società tecnologiche hanno cercato di prendere le distanze dal settore della difesa, Thiel ha invece sostenuto apertamente la necessità di una collaborazione più stretta tra industria tecnologica e governo.
Parallelamente alle attività imprenditoriali, Thiel ha costruito un ruolo sempre più influente nel dibattito politico americano. Nel 2016 è stato uno dei pochissimi grandi investitori della Silicon Valley a sostenere apertamente la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca. Negli anni successivi ha finanziato diversi candidati repubblicani e ha contribuito alla carriera politica di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti.
Questa combinazione di imprenditoria tecnologica, investimento finanziario e influenza politica rende Thiel una figura difficile da classificare. Non è soltanto un fondatore di aziende, né semplicemente un venture capitalist.
Accanto alle attività economiche, Thiel ha coltivato anche una dimensione intellettuale. Nei suoi saggi e interventi pubblici ha riflettuto sul rapporto tra progresso tecnologico e organizzazione politica. In un saggio del 2015 (Exotericism and the Untroubled Race for the Future) sostiene che la crescita della conoscenza scientifica ha prodotto una specializzazione sempre più estrema degli esperti, rendendo difficile per gli individui comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue implicazioni sociali.
Per questo motivo, secondo Thiel, le trasformazioni prodotte dalla tecnologia non possono essere comprese soltanto in termini economici. Esse ridisegnano anche gli equilibri di potere tra istituzioni, imprese e individui. Difficile dargli torto e, in questo senso, la storia imprenditoriale di Thiel racconta qualcosa di più della semplice ascesa di un miliardario. Racconta la trasformazione del capitalismo, che diventa sempre più concentrato e irraggiungibile, forgiando rapporti sociali ed assommando in sé un potere che va oltre la politica classicamente intesa, quella della rappresentanza democratica, per sfociare nel più puro dei governi oligarchici.
Tre giorni di lezioni blindatissime a Roma. All’Angelicum parlerà dell’Anticristo
Dietro la storia imprenditoriale di Peter Thiel esiste una architettura teorica piuttosto strutturata. Thiel è autore di saggi e interventi pubblici in cui riflette sul rapporto tra tecnologia, potere e istituzioni politiche. In questi testi emerge una critica radicale alla democrazia liberale contemporanea, giudicata incapace di governare società sempre più complesse e tecnologicamente avanzate. Della sua visione del mondo e dell’Anticristo parlerà nella sua prossima tre giorni di Roma (dal 15 al 18 marzo), dove terrà altrettante conferenze all’Angelicum, la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquinio. Le lezioni, lunghe tre ore ogni giorno, saranno super esclusive, saranno su invito, a porte chiuse e strettamente non filmabili attraverso i cellulare.
Il punto di partenza del suo ragionamento è l’idea che la crescita della conoscenza scientifica abbia prodotto una specializzazione estrema. Le tecnologie che strutturano la vita contemporanea sono comprese solo da piccole comunità di esperti, mentre la maggioranza della popolazione non possiede gli strumenti per valutare le reali implicazioni e i limiti. In un saggio del 2015 dedicato al rapporto tra scienza e politica, Thiel osserva che la complessità della ricerca scientifica rende difficile per i cittadini comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue conseguenze sociali. Ne deriva, secondo lui, una tensione tra il principio democratico dell’uguaglianza politica e la realtà di un mondo dominato da competenze altamente specializzate.
Da qui prende forma una critica che Thiel ha espresso più volte in modo esplicito. In un celebre intervento del 2009 (The Education of a Libertarian, pubblicato nel 2009 sulla rivista del think tank Cato Institute) scrisse di non ritenere più compatibili libertà e democrazia. Alcune conquiste del Novecento, come l’estensione del suffragio universale, la crescita dello Stato sociale e la ricerca del consenso politico hanno reso più difficile, a suo giudizio, preservare una società veramente libertaria.
L’argomento non è che la democrazia sia illegittima, ma che le istituzioni rappresentative moderne tendano a rallentare o bloccare l’innovazione tecnologica attraverso regolazioni, procedure e compromessi politici. In un sistema politico basato sul consenso di massa, sostiene Thiel, decisioni complesse vengono spesso prese da elettori che non hanno alcuna competenza tecnica sui temi in discussione. Si tratta di un argomento vecchio come Platone, come minimo. Niente di nuovo. Se una novità c’è è che al posto del governo dei filosofi di Platone, Thiel vede una oligarchia di tecnologi. Cioè, la conseguenza di questo ragionamento è una visione decisamente elitaria del potere tecnologico. Nella prospettiva di Thiel, l’innovazione nasce da piccoli gruppi di individui altamente competenti. Le grandi trasformazioni non sono il prodotto di decisioni collettive ma di minoranze creative capaci di immaginare soluzioni radicalmente nuove. Questo schema, che nella Silicon Valley viene spesso applicato al mondo delle startup, viene esteso da Thiel anche alla politica.
Una delle idee che emergono da questa impostazione è quella di costruire spazi politici alternativi allo Stato nazionale. L’obiettivo dichiarato è sperimentare nuove forme di governo senza essere vincolati alle legislazioni degli Stati esistenti. In questi progetti il governo dovrebbe essere organizzato come una sorta di società privata, dove i cittadini scelgono di aderire a un determinato sistema normativo nello stesso modo in cui oggi scelgono un servizio o un’impresa. Un bel calcio a tutte le costituzioni del mondo, insomma.
Questa visione si lega a un’altra convinzione ricorrente nel pensiero di Thiel, cioè la diffidenza verso il consenso. Le decisioni prese attraverso lunghe mediazioni democratiche tendono, secondo lui, a produrre soluzioni moderate inefficaci. L’innovazione radicale richiede invece scelte rapide e leadership forti. Da qui l’idea che sistemi politici più piccoli e flessibili possano adattarsi meglio ai cambiamenti tecnologici. Negli ultimi anni queste riflessioni sono state collegate anche a questioni geopolitiche. Tra gli scenari discussi negli ambienti vicini a Thiel c’è la possibilità di creare nuove comunità tecnologiche in territori poco popolati e ricchi di risorse naturali. In questo contesto è stata evocata più volte la Groenlandia, un territorio enorme ma con una popolazione ridotta e infrastrutture limitate. In teoria, un luogo del genere potrebbe diventare il laboratorio di nuove città altamente tecnologiche, progettate fin dall’inizio per integrare infrastrutture energetiche, digitali e sistemi di governo «innovativi». Thiel ha dunque sviluppato un discorso vicino al libertarismo classico, in cui la libertà economica e l’innovazione scientifica hanno la priorità rispetto ai meccanismi della rappresentanza democratica.
La sua critica alla democrazia liberale indica la convinzione che il futuro delle società tecnologiche sarà guidato da élite altamente specializzate piuttosto che da processi decisionali di massa. In questa prospettiva la politica diventa sempre più simile alla gestione di sistemi complessi, dove la competenza tecnica tende a prevalere sul principio dell’uguaglianza formale tra i cittadini.
L’utopia di una sovranità senza territorio
Nel pensiero di Peter Thiel la critica allo Stato moderno non è soltanto politica. Ha anche una dimensione filosofica e, in parte, teologica. Thiel è cresciuto in una famiglia cristiana evangelica e negli anni ha intrecciato riflessioni sulla tecnologia con riferimenti alla tradizione biblica e alla teoria mimetica del filosofo René Girard, che fu suo professore a Stanford. In questa visione la politica contemporanea non è separata dalle grandi narrazioni religiose sull’ordine e sul caos. Thiel ha più volte evocato la figura dell’Anticristo come simbolo di un potere globale capace di presentarsi come umanitario e pacificatore mentre concentra nelle proprie mani un controllo sempre più vasto.
La sua lettura collega queste immagini bibliche alla possibilità di uno Stato mondiale centralizzato che governi la tecnologia e la società. È dentro questo quadro che prende forma la sua critica allo Stato-nazione moderno. Se la tecnologia crea sistemi sempre più complessi e globali, sostiene Thiel, le istituzioni politiche tradizionali diventano sempre più lente e incapaci di governare il cambiamento. Da qui nasce l’idea di cercare spazi alternativi.
Negli anni Duemila Thiel ha sostenuto progetti come il seasteading, la costruzione di comunità galleggianti in acque internazionali (sic) pensate come laboratori per nuovi modelli di governo. L’obiettivo era creare ambienti dove sperimentare regole diverse. Questa intuizione è stata sviluppata in modo più radicale da Balaji Srinivasan, imprenditore tecnologico e investitore nel mondo delle criptovalute. Nel libro The Network State, pubblicato nel 2022, Srinivasan propone una forma di organizzazione politica completamente nuova.
L’idea è che uno Stato possa nascere prima come comunità digitale e solo dopo acquisire una dimensione territoriale. Una rete di individui connessi online, dotata di strumenti di voto, identità digitale e sistemi economici basati su criptovalute, potrebbe organizzarsi come una comunità politica autonoma. Quando questa rete raggiunge una massa critica, potrebbe acquistare territori o fondare nuove città distribuite nel mondo.
La sovranità non nascerebbe quindi da un territorio storico ma da una rete di cittadini connessi. Internet diventerebbe l’infrastruttura politica, mentre la blockchain fornirebbe il sistema economico.
Srinivasanè così l’interprete più radicale di una tendenza che attraversa una parte della Silicon Valley, ovvero l’idea che la tecnologia non sia soltanto uno strumento economico ma il mezzo attraverso cui immaginare nuove forme di organizzazione politica oltre lo Stato-nazione.
Difficile dire a quanti possa piacere un mondo fatto così, a metà tra Gianroberto Casaleggio e Satoshi Nakamoto (se esiste). In fondo, con tutti i difetti che ha, il mondo attuale è quello in cui si può ancora incontrare il sindaco al bar e magari non votarlo più se non fa riparare il pavé in Corso Garibaldi. Perché c’è sempre un Corso Garibaldi in una città italiana. Nelle comunità galleggianti probabilmente no.
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Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison (Imagoeconomica)
Trump ha annunciato nuove imposte al 15%: è un bluff o succederà davvero?
«È molto difficile dirlo, il presidente Trump ci ha abituato a continui cambi di marcia e di decisioni. Con che strumento giuridico potranno essere avallati i nuovi dazi? Il presidente Usa continua imperterrito sulla sua strada e porta tutto il mondo occidentale in un territorio ignoto, generando confusione e incertezza. Si comporta in modo inedito e non si è mai visto niente di simile: un caos totale, sia negli Usa sia tra Paesi alleati commercialmente e non. Gli stessi mercati agiscono in base alle condizioni di questo contesto ormai confuso, Trump si comporta in maniera anomala, costellando il suo percorso di politica interna con continui stop and go. Non conta il numero dell’imposta, 10% o 15%. La vera domanda è: dove si andrà a parare?».
Il nuovo possibile dazio sarà la condanna per molte imprese anche italiane?
«La ripercussione sulle imprese italiane ci sarà, mi sembra evidente ormai. Come dicevo, se gli Stati Uniti introdurranno dazi in maniera definitiva, sia del 10 sia del 15%, le ripercussioni sull’export saranno notevoli. Molti prodotti continueranno a essere acquistati, penso al vino come il Barolo, o allo Champagne, o ancora alle automobili. Questo perché si tratta di un mercato unico e irripetibile al di fuori di Italia e altri Paesi europei. Si dovrà capire come gli americani decideranno di gestire questo aumento dei prezzi dei beni importati. Prevedere però quale sarà l’impatto sulle nostre produzioni è molto difficile, ma concretamente è chiaro che l’onda arriverà fin qui. Detto questo, sono fiducioso che il contraccolpo possa essere sostenuto dall’Italia e ne spiego il motivo. Un’azienda può vendere di meno negli Usa, ma vendere di più e aprire a nuovi mercati, compensando per esempio con Arabia Saudita o altri Paesi. Per quanto riguarda, invece, i settori con produttori più piccoli la penalizzazione può essere maggiore, con ripercussioni più difficili da colmare. Bisognerà valutare anche come saranno i dati della produzione nel 2026, perché nel 2025 il mercato era dopato da export anticipato per via dell’annuncio dei dazi. Mi spiego, per aggirare il problema americano sono state fatte manovre e vendite anticipate e quindi il dato reale sarà quello dell’anno corrente».
La bocciatura dei dazi originali da parte della Suprema Corte è una sconfitta per il presidente Usa?
«Sicuramente è una figuraccia universale, Trump ha inanellato una serie di brutte figure, una via l’altra. Una serie di errori che nei fatti si traduce in un comportamento ondivago e poco trasparente. La sua condotta non ha brillato, e sapete come voglio dimostrarlo? Con un inedito paragone Italia-Usa. La crescita dell’Italia è stata quest’anno dello 0,33% (il secondo Paese del G7, davanti anche a Francia, Germania, Giappone e Canada) e questo senza fare spesa pubblica. La crescita degli Stati Uniti è pari allo 0,35% (con una media che è sempre stata intorno al 2%) nell’ultimo trimestre, ma con un deficit statale di 800 miliardi di dollari a fronte, quindi, di una crescita minima. Possiamo dire che la politica economica di Trump non sta funzionando, come promesso prima e dopo la campagna elettorale. Un presidente accentratore e troppo protagonista non è un’immagine vincente. Il discorso della scorsa settimana ne è la dimostrazione».
Cosa può succedere ora concretamente dopo questa bocciatura?
«Se Trump dovesse persistere nella decisione di applicare dei dazi universali il caos avrebbe la meglio ancora una volta. Ricordiamo che prima ha minacciato India e Cina e ha continuato a farlo per tutto il 2025. Poi l’Europa. Vedremo come reagiranno le altre economie, perché anche l’Unione europea a furia di veder tirare la corda potrebbe reagire. Se riuscisse a farlo… Il mio sogno? Mettere dei dazi ai prodotti americani come reazione alla politica aggressiva di Trump e quindi dazi su carte di credito, film, ecc. Vero è anche che l’Unione europea non vuole aumentare spirali inflazionistiche interne: gli Usa pagherebbero di più perché alcuni prodotti non sono in grado di produrli. I dazi portano all’inflazione, insomma, e Trump pagherà le conseguenze di decisioni storiche le cui ripercussioni si vedranno tra 2 o 3 anni. Basta pensare alla recessione prevista per l’America. Il modello americano è in crisi: guadagnano in pochi, i tycoon. Gli americani soddisfatti della situazione economica interna sono pochi. Aumentano le diseguaglianze e muore l’american dream. Ma soprattutto il fallimento del modello americano non può essere imputato agli europei, come vuol far credere il presidente Usa, perché l’accusa è di depredamento da parte dei nostri Stati nei confronti degli Usa. Ma è una scusa bella e buona. Se noi esportiamo Ferrari è perché loro non sanno farle. Si tratta di un pretesto accusarci di “dover pagare dazio”, un falso storico perché non si può incolpare l’Europa dei malanni degli Usa. Se ci sono pochi che guadagnano cifre colossali perché hanno portato la produzione fuori dagli Usa per spendere meno e risparmiare, noi europei cosa c’entriamo? Mettere i dazi non fa rientrare la produzione della Apple dalla Cina, per intenderci, allora l’amministrazione americana dovrebbe costringere le multinazionali a produrre negli Usa, invece di mettere i dazi. Faccio un esempio: la produzione di auto americane in Messico. Gli americani hanno delocalizzato, ma la colpa di chi è, dell’Europa? O ancora, i prodotti che l’Italia vende negli Stati Uniti: vino e parmigiano sono insostituibili. Perché tassare il parmigiano? Non è prodotto in Usa e quindi il cittadino americano lo comprerà comunque, quindi è un ritorno economico fake. O meglio, una legge di prepotenza».
Ma attraverso il giudizio della Corte, Trump è stato spogliato dei suoi poteri?
«I poteri restano bilanciati, la Corte ha fatto il suo dovere: la cosa non stava in piedi. I giudici che hanno preso questa decisione, ricordiamolo, erano gli stessi nominati da Trump. Il presidente degli Usa ha un grande potere e di conseguenza anche i poteri bilancianti lo hanno, non possono essere condizionati proprio per equilibrare il suo peso. Le elezioni di midterm possono causare una perdita di parte della maggioranza, la cosiddetta anatra zoppa, e Trump rischia di esserne indebolito. Ma è inutile la sua collera, sono meccanismi previsti dalla costituzione americana, semmai è lui che non ha più il consenso. Sarà punito dalle elezioni e dovrà fare i conti con il suo operato, ma soprattutto con il suo elettorato».
L’Unione europea sta valutando delle contromosse. Cosa consiglierebbe di fare?
«Non ci sono vere risposte, forse aumentare i nostri dazi? Ma non sulle merci, semmai sui servizi. L’Ue non è animata dalla propaganda e dallo stesso spirito di Trump, che vuole picchiare i pugni sul tavolo: un giorno prendere a schiaffi Zelensky, un giorno attaccare l’Iran, un altro giorno prendersela con l’India… L’Europa è diversa. Non prende le stesse decisioni violente. Sulla scia dell’impeto. Con il rischio dell’inflazione da cui siamo appena usciti, come conseguenza del conflitto in Ucraina».
C’è chi ha invocato lo strumento anti coercizione, i Paesi membri sembrano divisi: questo è il vero problema?
«Anche con un’Europa più unita non può e non deve scattare l’inflazione. Punto. Ci vuole responsabilità. E non si può rischiare soltanto per fare la voce grossa come Trump. Di fronte a un uomo così bisogna agire con cautela».
Giorgia Meloni ha un rapporto più dialogante con Trump rispetto ad altri Paesi. Questo è un bene?
«Giorgia Meloni sta cercando di fare da ponte, non che gli altri Paesi non vogliano dialogare. Certo anche Germania e Francia lo fanno, Macron forse ora un po’ meno perché cerca di farsi vedere forte a fine mandato e con un Paese sul lastrico. Però sul piano pratico stanno facendo tutti lo stesso. Penso che alla fine avere delle posizioni differenziate, come quelle Italia-Usa, ogni tanto vada bene e infatti l’Italia non dice sempre di sì, penso al rapporto con Putin. Non è che dall’altra parte c’è il muso duro, ma una dialettica. Che è un bene con un personaggio così bizzoso».
Ma sarà possibile per l’Italia mantenere questo doppio standard?
«Dipende dal numero di guerre che Trump deciderà di fare… Scherzi a parte, per ora di fronte ai fatti il dialogo può restare aperto in questa modalità meloniana».
Trump sta sottovalutando la politica interna, in particolare l’economia, perché troppo concentrato su quella estera?
«Sicuramente in questo momento regna il caos, dentro e fuori dagli Stati Uniti, così come l’incertezza. Per esempio, l’accordo tra Usa ed Europa che fine è destinato a fare? Oltre a non cambiare le sorti dell’economia americana rischia davvero di portarla a conseguenze più gravi, come l’inflazione e in quel caso ne pagherà lui il prezzo».
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