2022-04-28
Generali, svolta storica della famiglia Benetton. Per votare Caltagirone molla Mediobanca

Imagoeconomica
La scelta di campo dei Benetton su Generali, dove si schiererà a sostegno della lista presentata da Francesco Gaetano Caltagirone, potrebbe segnare un punto di svolta. Edizione, titolare del 3,94% del Leone, nell'annunciare la sua posizione al fianco dell'imprenditore romano e dei suoi alleati, ha fatto sapere che non sarà un voto contro la lista del cda e di Mediobanca ma un endorsement a chi chiede un cambio di rotta, per la comunanza con la visione imprenditoriale della cordata alternativa.
Un distinguo che non stempera la portata della decisione all'unanimità della famiglia veneta se si considera che all'assise del 2021 votò la lista Assogestioni. Comunque la si voglia interpretare i Benetton compiono un altro passo di allontanamento dal punto di vista strategico del gruppo da Mediobanca, da cui aveva cominciato a distanziarsi a settembre 2021 con l’uscita dal patto di consultazione della banca d’affari dove ha il 2,1%. Settembre è stato più volte un mese cruciale sull’asse Ponzano-Milano. I rapporti sono iniziati a settembre 2007, ma almeno per dieci anni, calcolando a settembre 2012 l’ingresso di Gilberto nel direttivo del patto, le relazioni fra Ponzano e Piazzetta Cuccia sono stati più stringenti.
E non solo perché Mediobanca abbia assistito i Benetton in moltissime operazioni. Del resto anche in queste settimane, il team di Alberto Nagel è advisor di Edizione nell’opa su Atlantia assieme a Blackstone e nel piano di integrazione fra Autogrill e Dufry. Risaliamo al 2008. Sintonia, la cassaforte dove i Benetton avevano concentrato le partecipazioni nelle infrastrutture -31,5% di Investimenti e Infrastrutture, la società che controlla Adr, e il 24,38% di Sagat (Aeroporto di Torino) -, aveva aperto le porte a Gs Infrastructure Partners, rispettivamente con il 3% e l’1% della società lussemburghese (Sintonia Sa) dalla capogruppo italiana (Sintonia Spa), secondo gli accordi presi a fine settembre 2007. Nel cda di Sintonia era entrato Alessandro Bertani, top manager di via Filodrammatici. Goldman e Mediobanca parteciparono a un aumento di capitale di 1,1 miliardi di euro per raggiungere rispettivamente il 16,3% e il 5,5% di Sintonia Sa.
Questa alleanza è durata fino al 2014 quando in funzione di un riassetto di Atlantia, fu sciolto il patto in Sintonia, anche se i rapporti Mediobanca-Benetton non se risentirono perché anni prima si erano intensificati su altri fronti con Fabrizio Palenzona. Il personaggio di Tortona era presidente di Gemina, di Adr e Aiscat, da tempo vicepresidente di UniCredit e di conseguenza, fino all’aprile del 2012, membro del cda Mediobanca che, come è noto, è stata in cabina di regia di molte operazioni chiave realizzate dalla famiglia Benetton, come l’avventura in Telecom, quella in Impregilo e l’acquisto del pacchetto Rcs di Stefano Ricucci nel giugno del 2006.Una liason che viene da lontano ma sancita dai fatti solo nel 2007, con l’ingresso di Edizione holding nel capitale dell’allora istituto di via Filodrammatici attraverso l’acquisto del 2,16% di Unicredit.
Gli intrecci sono stati tanti. Eppure, fino alla serata del 21 settembre 2012, Ponzano Veneto aveva girato al largo dai salotti buoni. Sia perché l’ingresso nel capitale poteva essere considerato «recente» rispetto alle storiche presenze di altri azionisti del gruppo B - a quei tempi il capitale era suddiviso in azioni A (banche), B (industriali), C (esteri) -, sia perché i Benetton non hanno mai ambito a una poltrona nella stanza dei bottoni del direttivo. I bene informati raccontano che dieci anni fa il preferito sarebbe stato Gilberto Benetton, dei quattro fratelli quello che masticava la finanza, perché avrebbero visto in lui l’uomo adatto a rappresentare gli interessi della famiglia di imprenditori, complice la fase delicata che l’istituto stava attraversando. Benetton, come dimostrato in altre occasioni, era la figura di equilibrio cruciale nelle fasi concitate, persone serie che pensano al conto economico e non amano i ribaltoni. All’epoca il plenipotenziario di Edizione era Gianni Mion che gestiva gli interessi finanziari della famiglia.
Poi, va tenuto presente con il congelamento del 2% che fa capo a Fondiara Sai in Mediobanca (oltre alla quota in Generali) imposto dall’Antitrust come remediation delle nozze fra Unipol e FonSai, Edizione era diventata di fatto il secondo azionista del gruppo B, alle spalle della Italmobiliare dei Pesenti, già presenti nel direttivo. E la holding, considerato che la quota del 3,83% di FonSai è stata redistribuita tra i soci del gruppo B, avrebbe potuto rafforzarsi ulteriormente in Mediobanca.Il posto nel direttivo ha consentito ai Benetton di partecipare indirettamente nella gestione di Rcs-Corriere Della Sera.
I Benetton erano azionisti del gruppo editoriale di via Solferino ma non partecipavano al sindacato di cui Piazzetta Cuccia era uno dei soci forti. Gli ottimi rapporti con Angelo Casò, presidente del direttivo, che nel 2008 aiutò i Benetton a ridefinire l’assetto dell’impero e la governance societaria rafforzava tutta la situazione. Si torna al 2008, data di inizio delle relazioni che nella primavera 2022 su Generali, conosce una fase di svolta coincidente con il nuovo corso voluto da Alessandro Benetton, presidente di Edizione, che è riuscito a ricompattare i quattro rami della famiglia - due esponenti della prima generazione tra cui il padre Luciano e 14 cugini - dando un nuovo slancio alla famiglia veneta. I Benetton si mettono al fianco di Caltagirone e di Leonardo Del Vecchio nella partita Generali, nonostante questo fronte, a 24 ore dall’assemblea di Trieste, ha chances limitate. Ma non tutto è perso: dopo la gara sulle polizze si aprirà, un fronte su Mediobanca tutto da scrivere.
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Mentre il sindaco di Genova Silvia Salis, star della sinistra, sogna il Grande fratello fiscale a mezzo Ia, gli Usa ordinano ai colossi del digitale di consentire al governo qualsiasi uso della loro tecnologia. Ci sono milioni di lavoratori a rischio, ma il potere pensa solo al controllo.
Non temere l’Intelligenza artificiale in sé, semmai l’Intelligenza artificiale in te. Quella che vuole entrare nei tuoi affari, prima che nella tua testa - e per conto dello Stato. Perché la politica, qui, gioca una partita ambigua: da un lato spiega che bisogna regolamentare l’algoritmo e che si devono proteggere i cittadini; dall’altro vuole appropriarsi delle tecnologie, magari per rivolgerle contro le persone stesse. In forma etico-socialistica, come nell’idea del sindaco di Genova, astro nascente della sinistra italiana: se fosse presidente del Consiglio, ha detto ieri alla Stampa Silvia Salis, impiegherebbe «un bel programma di Intelligenza artificiale per scovare gli evasori». Oppure in forma amorale: è il caso delle nuove regole che ha stilato l’amministrazione americana, dopo la lite con Anthropic sull’uso del supercomputer per sorveglianza di massa e armi autonome. La Casa Bianca, riferisce il Financial Times, costringerà i colossi dell’Ia a garantire al governo l’utilizzo dei loro modelli per qualsiasi scopo legale. Laddove ciò che è legale lo stabilisce lo stesso potere politico che se ne serve.
Autorevoli studiosi ci hanno illustrato la minaccia che rappresenta Big tech. Il monumentale saggio di Shoshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza ha marchiato un’epoca, svelando il raffinato e perverso meccanismo attraverso il quale i giganti del Web non solo si sforzano di orientare le nostre scelte di consumo, ma sfruttano l’interazione tra i loro sistemi e la nostra psicologia per determinare il comportamento umano. In ballo non c’è, banalmente, la possibilità di prevedere ciò che potremmo fare - e di spingerci a farlo con la «giusta» pubblicità - ma addirittura la capacità di imporcelo, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Un dominio morbido e spersonalizzante. Lo ha spiegato bene il filosofo Carlo Galli: la riduzione della persona a una collezione di dati, che coincidono con le tracce di sé che ciascuno dissemina su Internet, produce una duplicazione della realtà. Così, da una parte - sempre più irrilevante - c’è il mio vero io, per il modo in cui lo concepisco e per il modo in cui si rapporta con gli altri. Dall’altra parte c’è il suo simulacro statistico. Anzi, la molteplicità dei suoi simulacri, perché ogni Ia e ogni calcolatore che mi profilano elaborano di me un’immagine diversa e funzionale ai loro obiettivi.
Tutto vero. Tutto inquietante. Ma se, del binomio foucaultiano, questo è il versante del «sorvegliare», al privato, ancorché ricco e influente, manca l’altra facoltà che invece possiede il pubblico: il diritto di «punire». Perciò dovrebbe spaventarci di più il Grande fratello fiscale che Grok e OpenAi. Ovvero, OpenAi dovrebbe preoccuparci soprattutto nella misura in cui, in nome del profitto, trasmette al Pentagono il suo potenziale per sviluppare i mezzi adatti a una guerra distopica. Armamenti che, forse, nemmeno ci si può permettere di bandire davvero, come ai tempi dei trattati sulla riduzione delle testate nucleari. Mentre noi fissiamo limiti, il nemico, meno condizionato da scrupoli etici, potrebbe conseguire la forza sufficiente ad annientarci.
Il capitalista può manipolarci, ma non costringerci. Almeno, non in virtù di una pretesa giuridica. Ma quando la sua tecnologia diventa strategica, lo Stato che ci mette le mani sopra acquisisce capacità tanto più insidiose, in quanto sorrette dal puntello della legittimità.
La politica, allora, cosa deve fare? È inevitabile che ambisca al controllo dell’Ia. Ma sarebbe sacrosanto che si occupasse anche del problema sollevato da Giorgia Meloni: tutelare l’occupazione dallo tsunami che sta per abbattersi sul mondo.
La Cbs ha appena pubblicato la lista delle dieci professioni più esposte alla «concorrenza» del cervellone elettronico, almeno in base alle stime della solita Anthropic. Colpisce che, tra i mestieri in bilico, ci siano soprattutto quelli che per anni gli esperti hanno invitato i giovani a preferire, perché avrebbero offerto più opportunità e maggiori remunerazioni: programmatori, tecnici addetti a verificare la qualità dei software e a supportare gli utenti dei computer, analisti finanziari. È verso un destino tragico che ci sta conducendo la promessa di prosperità venduta, spesso, al prezzo altissimo delle scuole d’élite, a una generazione che ha dovuto imparare la «resilienza» di fronte alle sfide di un mercato del lavoro fluido, svuotato di garanzie e reti di assistenza.
Pensare a un salvagente per milioni di persone che potrebbero all’improvviso diventare «inutili» è più importante che sguinzagliare un algoritmo per monitorare i contribuenti. Come agire? Bella domanda. Si potrebbe chiedere ai cinesi, che giusto ieri hanno annunciato misure, tra stage e formazione universitaria, per schermare i posti di lavoro dall’avanzata della tecnologia. Se no, proviamo a interrogare l’Ia. Chissà se ha anche una soluzione a sé stessa.
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Nel 2017 i ministri dem firmano la concessione che introduce le tariffe sulla «Corda Molle». La Lega le limita e viene attaccata.
Prima si firma una convenzione dove si stabilisce che gli automobilisti dovranno pagare per percorrere un tratto di strada che prima era gratuito. Poi quando le tariffe diventano effettive si getta la croce su chi non aveva nulla a che fare con l’accordo precedente e anzi si è adoperato per limitare l’aggravio a carico della collettività. Mancano nomi e fatti specifici, ma è questa la rappresentazione più corretta del caos che si sta creando intorno alla bretella (raccordo autostradale) della Corda Molle, la Ospitaletto-Montichiari.
Siamo nella zona del bresciano, circa 30 chilometri che legano l’autostrada A4 (Milano-Venezia) con l'autostrada A21 (Piacenza-Brescia). Un’arteria cruciale per il traffico del Nord del Paese perché serve anche l’aeroporto di Montichiari, soprattutto cargo, e rappresenta un svincolo fondamentale per i pendolari di circa 22 paesi dell’area coinvolti. Pendolari e autotrasportatori che adesso sono sul piede di guerra perché dal primo marzo quel tratto di strada è diventato a pagamento.
E qui veniamo ai nomi, per cui la vicenda diventa politica e va fatta un po’ di storia. Una vero e proprio evento inaugurale della Corda Molle non esiste, perché l’intero tratto è stato realizzato a pezzi, ma comunemente è il febbraio del 2012 il momento clou. Quattordici anni fa, politici e autorità locali festeggiavano la trasformazione di una strada provinciale, la SP19, in un vero e proprio raccordo autostradale che manteneva le caratteristiche della gratuità. Evviva, si dimezzano i tempi (non più 40-50 minuti ma 20-25 evitando di intasare con veicoli leggeri e tir pesanti i tanti piccoli paesi dell’area) per percorrere un tratto di strada ideale per chi si dirige, per esempio, da Brescia sud all’aeroporto di Montichiari. In sostanza, la Corda Molle diventa un'infrastruttura strategica per la Bassa Bresciana.
Il problema nasce nel 2017. Quando alla presidenza del Consiglio siede il democratico Paolo Gentiloni e Graziano Delrio guida il dicastero del Trasporti con Pier Carlo Padoan sulla tolda di comando dell’Economia. A marzo di quell’anno Delrio e Padoan mettono la loro firma sotto la concessione definitiva ad Autovia Padana, la società formata dal gruppo Gavio e dal fondo francese Ardian, di quel tratto autostradale. L’intesa prevede il completamento e miglioramento dei lavori, ma anche l’introduzione di un pedaggio sulla bretella. Vero è che quella possibilità era stata già sancita nel 2005 da un governo di centrodestra (c’era Pietro Lunardi ai Trasporti), ma si trattava appunto di una possibilità rimasta sulla carta per i 12 anni successivi, fino a quando la sinistra non ha reso la tariffa effettiva. Con tanto di dettagli.
«Il sistema di pedaggio», si legge nel documento, «è di tipo chiuso e prevede che il pagamento avvenga presso gli svincoli di Caorso, Castelvetrano Piacentino, Cremona, Pontevico, Manerbio, Brescia centro e Brescia Sud. La tariffa media per chilometro, ponderata con i chilometri percorsi dai veicoli appartenenti alle singole classi e tipologie di pedaggio [...] è calcolata alla data di riferimento del PEF (piano economici finanziario ndr) in conformità alla delibera Cipe numero 39 del 15 giugno 2007. In ogni caso, in funzione della realizzazione dei lavori, gli investimenti dovranno essere remunerati esclusivamente dopo la realizzazione».
Così terminati i lavori il racconto della storia arriva all’attualità e si trasforma in farsa politica. Se è vero come è vero che quella stessa sinistra che ha sancito il pedaggio della tratta ora critica e accusa Salvini di non essere intervenuto per stoppare i pagamenti partiti da inizio marzo. Com’è possibile? Semplice, si fa riferimento alle parole del vicepremier che aveva promesso di fare il possibile per mantenere la gratuità del passaggio.
«La vicenda della Corda Molle dimostra l’incapacità del governo Meloni su due fronti: il primo raccontare cose non vere», sentenzia il deputato del Pd, Gian Antonio Girelli (rappresentando la posizione di tutti i dem), «la seconda, non fare una valutazione di merito. Strategicamente la Corda Molle risolve il problema del traffico di una parte della provincia di Brescia».
Riassumendo, il rappresentante locale del partito che ha sancito il pagamento di un raccordo autostradale precedentemente gratuito, se la prende con il leader politico che si è speso per limitare le tariffe e lo accusa di aver provocato un danno ai cittadini, colpevole di aver garantito che si sarebbe impegnato per eliminarle del tutto. Va ricordato infatti che l’intervento del ministro ha permesso di rinviare il pedaggio che doveva entrare in vigore nel 2024 e che oggi le tariffe dei residenti vengono assorbite da Autovia Padana e Mit per una metà e per l’altra metà sono a carico della Provincia di Brescia. Così per 75.000 cittadini resta la gratuità.
Insomma, la storia della bretella racconta una sorta di mondo al contrario. O meglio, il mondo al contrario del Pd.
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(Imagoeconomica)
La vera posta in gioco della riforma è il sorteggio del Csm, poiché toglie ai vari gruppi all’interno dell’Anm il potere di gestire vita e carriera dei magistrati. La cui immagine di terzietà è ora distrutta dai talebani del No.
Sono Salvatore Cantaro. Nella mia carriera sono stato magistrato a Enna per circa un ventennio e lì condannato a morte dalla vecchia Cupola regionale di Cosa nostra. Durante la terribile permanenza nissena e gelese sono stato sottoposto a misure di protezione al massimo livello. In quel periodo venne a trovarmi Mario Almerighi, magistrato romano, il quale mi rappresentò che stava promuovendo un movimento anti-correnti, in cui raccogliere tutti i magistrati delusi dal potere delle correnti in seno al Csm: era quello denominato dei Verdi, al quale aveva già aderito anche Giovanni Falcone. In rappresentanza di tale gruppo fui anche eletto più volte componente del Consiglio giudiziario a Caltanissetta.
Nei Consigli giudiziari vigeva la regola del «todos caballeros»: non ho mai assistito a bocciature o semplici scalfiture di alcun magistrato.
Dal 1990 al 1996 sono stato presidente del Tribunale di Gela (denominato dal Csm Forte Apache), inaugurato dal presidente Francesco Cossiga (che proprio in quell’occasione diede inizio alla sua attività di «picconatore»). A Gela cominciai a conoscere il potere delle correnti, in quanto mentre io non svolgevo attività associativa nell’Anm, il gruppo di Md era particolarmente attivo e ben collegato.
In un colloquio con Almerighi rappresentai le mie perplessità, in quanto avevo percepito, anche alla luce delle note bocciature di Falcone al Csm, che in realtà il gruppo da anti-corrente era diventato anch’esso corrente e con connotazione di estrema sinistra: in sostanza, mi ero reso conto che la creazione del nuovo gruppo era il cavallo di Troia di Md e della sinistra giudiziaria per conquistare l’Anm e il Csm.
Almerighi mi confermò che in effetti avevo ragione e io silenziosamente come avevo aderito, così silenziosamente mi allontanai.
Dopo sei anni di permanenza a Gela mi fu richiesta la disponibilità a trasferirmi a Roma dall’allora ministro della Giustizia, Vincenzo Caianiello, il quale alle correnti dell’Anm aveva spiegato che i magistrati per il ministero li avrebbe scelti lui e non loro.
Accettai, ma quando, quattro mesi dopo, andai a Roma, Caianiello non era più ministro e io, dal ruolo di prestigio assicuratami dal ministro, fui scaraventato, senza troppi complimenti, in una posizione marginale proprio da un esponente dei Verdi (le mie rimostranze ad Almerighi evidentemente erano state mal digerite e la mia chiamata diretta da parte di Caianiello era stata ritenuta offensiva per l’Anm). Infatti andai al Dap per non fare nulla per 18 mesi. Qualche anno dopo, nel 2010, mi presentai da solo e indipendente da tutti alle elezioni per il Csm in quota pm, pur nella consapevolezza di essere in partenza spacciato, in quanto le quattro correnti dell’Anm presentavano un candidato per ciascuno e non v’era spazio per altri. Ottenni circa il 5% dei voti, che nella più numerosa quota giudici mi avrebbero consentito l’elezione. Lo feci solo per dare un segnale forte e incrinare il muro dell’Anm. Infatti, dopo di me qualche altro fu eletto al di fuori delle correnti.
Quando si rese vacante il posto di Procuratore generale a Roma venni scartato, feci ricorso al Tar e lo vinsi, ma poi decisi di andare in pensione anticipatamente e tutto finì lì.
Anche per questa mia storia personale, sento di dover spendere qualche parola sul prossimo referendum. Il vero quesito è: siete contrari a che in Italia pochi procuratori e un gruppetto di altri magistrati assumano anche i poteri di governo e Parlamento (siano essi di centro, di destra o di sinistra)?
Governo e Parlamento sono poteri che emanano dal popolo e trovano legittimazione nella sovranità popolare, che viene espressa col voto.
I magistrati, invece, sono pubblici dipendenti, che superano un concorso e non sono espressione della sovranità popolare. La magistratura non deve esercitare un potere, ma rendere un servizio al popolo.
Così vollero i padri costituenti e così è scritto in quella Costituzione che con la vittoria del No sarebbe calpestata. I magistrati devono essere i guardiani delle leggi, che il Parlamento approva e il governo esegue.
I magistrati non possono contrastare le leggi approvate dal Parlamento e i provvedimenti del governo che non corrispondano alla loro visione personale o di gruppo dei fenomeni sociali.
Emblematica del ruolo sovrastante su governo e Parlamento dell’Anm è la forte e colorita espressione di Cossiga in un suo famoso intervento televisivo del 2008: «Clemente Mastella (all’epoca Guardasigilli, ndr) si è calato i pantaloni scrivendo sotto dettatura di quella associazione tra sovversiva e di stampo mafioso che è l’Associazione nazionale magistrati».
E sempre Cossiga, nello stesso periodo, definì, in una lettera indirizzata all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’Anm come «una potente lobby politico-sindacale di carattere quasi eversivo». E aggiunse: «Raccoglie giudici e pubblici ministeri, cioè coloro che in pratica dicono, al di là e anche al di fuori della volontà del Parlamento, che cosa sia legge e che cosa legge non sia. Addirittura, decidono in pratica quasi ciò che sia giusto e giusto non sia, spesso dilettandosi a riscrivere la storia, dettare giudizi morali e politici, e perfino osando trasferire gli stessi in aberranti richieste, ordinanze e sentenze. Essi costituiscono nell’esercizio e per l’esercizio delle loro funzioni un “ordine indipendente”, ma non un “potere”, perché essi non sono espressione della sovranità popolare come il Parlamento e il governo. Cosa che ebbe giustamente e saggiamente a riconoscere all’Assemblea costituente il “grande leader” del Partito comunista Italiano, onorevole Palmiro Togliatti, opponendosi a che la magistratura fosse definita un “potere”, perché potere è solo ciò che emana dal popolo sovrano».
La discesa in campo dell’Anm, associazione privata, a difesa di un «potere» nel Csm, organo pubblico di rilevanza istituzionale, a guisa di vero e proprio partito a fianco dei sostenitori del No, ha ucciso l’immagine di terzietà e di indipendenza dalle fazioni politiche dell’intera magistratura, in massima parte estranea a tale posizione.
La discesa in campo di alcuni procuratori attuali ed ex (Piero Grasso, Roberto Scarpinato, Federico De Raho, Nicola Gratteri e Nino Di Matteo) ha reso al popolo l’immagine di una magistratura arroccata sulla difesa di una corona e di uno scettro (Palmiro Togliatti) non previsti dalla Costituzione e non voluti dalla massima parte dei magistrati.
Questa non è una riforma contro la magistratura, ma contro pochi procuratori e un piccolo gruppo di toghe, che perderanno il loro potere e dovranno limitarsi a rendere un servizio al popolo: non lo dico io, ma un insospettabile personaggio, magistrato notissimo e Parlamentare più volte del Pd, la dottoressa Donatella Ferranti, la quale, conversando con Luca Palamara affermava: «Grave e miope errore nel correre dietro a Bonafede (all’epoca ministro della Giustizia per il M5s) per buttare a terra una buona riforma. Non credo rappresenti il sentire della magistratura ma solo di alcune Procure».
Il riferimento era al progetto della commissione bicamerale di Massimo D’Alema, che prevedeva la separazione giudice-pm e l’Alta Corte disciplinare.
La virulenta campagna referendaria in corso, soprattutto da parte dei fautori del No, ha introdotto nel confronto tematiche fuorvianti, inconcludenti, surreali e persino blasfeme, dirette non a illustrare il reale contenuto della riforma in termini chiari e semplici, ma ad ingannare gran parte degli elettori, ignari di diritto, mediante proclami e immagini indegne di un confronto civile.
Contro questa riforma è insorta l’Anm, scendendo in campo direttamente con fondi, comitati, formazioni politiche ed eterogenee associazioni, che, evidentemente, dall’attuale sistema traggono beneficio e ritengono di poter trarre protezione.
Ora, con quale fiducia un cittadino, sostenitore del Sì, potrà rivolgersi alla giustizia per chiedere tutela contro i Marco Travaglio, i Maurizio Landini e le varie associazioni, i cui componenti si sono schierati per il No e hanno schierate le loro truppe insieme e accanto all’Anm?
Qual è la vera posta in gioco di questa partita? Non è la separazione giudici-pm, che è la naturale applicazione della riforma Vassalli entrata in vigore nel 1989. E non è l’Alta Corte per i procedimenti disciplinari, la quale sarà sempre composta in maggioranza da magistrati, come l’attuale sezione disciplinare del Csm.
È il sorteggio, la vera posta in gioco, in quanto priva le correnti dell’Anm del potere di gestire a propria discrezione nel Csm vita e carriera dei magistrati.
Il sorteggio, dopo tante inutili riforme del Csm, è l’unico rimedio per rendere i magistrati, la loro vita e la loro carriera indipendenti dalle correnti dell’Anm e per avere i capi degli uffici giudiziari nominati esclusivamente secondo merito e non, come, purtroppo, è avvenuto spesso sinora, per appartenenza correntizia.
Le durissime accuse di Luca Palamara contro il Sistema sono state divulgate ampiamente.
Lo Stato italiano tutela i collaboratori di giustizia e anche Palamara, che di quel Sistema è stato protagonista di primo piano per anni, meriterebbe tutela dalle istituzioni, che avevano il dovere di indagare a fondo sulle sue dichiarazioni, verificarne l’attendibilità e punire chi da quel Sistema aveva tratto indebito vantaggio.
Non è successo: il Sistema ha radiato Palamara e nessun altro ha pagato. Col sorteggio non ci saranno più casi Palamara.
Con l’Alta Corte disciplinare chi sbaglia dovrà pagare.
Purtroppo rilievi, censure, critiche sono rimasti inascoltati per oltre un cinquantennio per la opposizione dell’Anm che, in occasione di questo referendum, ha assunto dimensioni di inusitata virulenza.
Le correnti dell’Anm sono sostanzialmente dei partiti, che designano anche chi deve essere eletto con una sorta di staffetta ininterrotta tra chi entra e chi esce. Tizio entra al Csm e quando finisce il suo mandato il subentrante Caio gli assicura la poltrona che preferisce fuori da Palazzo Bachelet. Chi sta al Csm opera secondo le indicazioni correntizie con una spartizione degli incarichi che qualcuno ha definito il «mercato delle vacche».
In magistratura se non sei affiliato a una corrente, sei il signor nessuno, destinato agli incarichi più faticosi e meno gratificanti.
Questa riforma interrompe questo circuito inammissibile che calpesta la Costituzione, i meriti e la professionalità di chi vuole tutelare la sua indipendenza di magistrato da tutto e da tutti, anche dall’apparato correntizio.
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