True
2018-04-26
Fico pronto a chiedere al Colle i supplementari
ANSA
Lo spavento per il malore del suo predecessore, Giorgio Napolitano, ha tenuto sveglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fino a tarda ora, la scorsa notte. Sinceratosi della buona riuscita dell'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto il presidente emerito, Mattarella ha riposato poche ore, per poi dedicarsi, nella giornata di ieri, alle celebrazioni per il 25 aprile. Due eventi, il malore di Napolitano e il 25 aprile, che hanno finito inevitabilmente per incrociare il mandato esplorativo che in queste ore il presidente della Camera, Roberto Fico, sta portando avanti per verificare le possibilità di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. Fico, ieri mattina, ha partecipato al primo evento di celebrazione, l'omaggio al Monumento del Milite ignoto all'Altare della Patria, insieme a Mattarella, alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e alle altre autorità dello Stato. Il presidente della Camera ha espresso gli auguri di pronta guarigione a Re Giorgio.
Oggi, Roberto Fico incontrerà, per un secondo giro di consultazioni, la delegazione del Pd (alle 11) e quella del M5s (alle 13). In serata, come previsto dal mandato, riferirà al Quirinale, chiedendo altro tempo: il Pd ha la necessità di riunire la direzione, che voterà sull'ipotesi di iniziare una trattativa di governo con i grillini. La direzione dovrebbe essere convocata nei primi giorni della prossima settimana. Mattarella sa benissimo che l'ipotesi di un'alleanza Pd-M5s è assai remota. Matteo Renzi è fermamente contrario. Ieri mattina, tra i fedelissimi dell'ex segretario, circolava la certezza che la direzione confermerà il «no» all'accordo. Se anche la spuntassero i governisti, guidati dal segretario reggente Maurizio Martina, i numeri al Senato sarebbero da brividi (1 solo voto più della maggioranza assoluta); basterebbe una dozzina di dissidenti teleguidati da Renzi per mettere ko il governo. Non è certo un caso che ieri il capogruppo al Senato del Pd, il renzianissimo Andrea Marcucci, abbia sorpreso tutti convocando per il 2 maggio prossimo un'assemblea dei senatori dem: «Chiederò ai senatori», ha avvertito Marcucci, «di valutare lo stato delle consultazioni. Il Pd non ha piattaforme truccabili o programmi che cambiano secondo la convenienza». Il senatore Renzi avrà modo di mettere in riga personalmente chi si mostrasse favorevole a un accordo destinato a non vedere mai la luce.
Venerdì prossimo, si prevede che al Quirinale, il secondo forno di Luigi Di Maio, quello col Pd, sarà spento. Il capo dello Stato ha letto con stupore le critiche che gli sono piovute addosso dalla Lega, nonché quel riferimento alle «spinte secessionistiche» previste dal braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, in una intervista a Repubblica, «se il Nord produttivo venisse escluso dal governo del Paese». Mattarella ha concesso quasi due mesi di tempo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per stringere un patto di governo: l'ipotesi di un'alleanza centrodestra-M5s è stata la prima a essere «esplorata» dalla presidente del Senato, Casellati. I veti di Di Maio su Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno circoscritto, nei fatti, quella esplorazione a un'ipotesi di accordo tra la Lega e il M5s. Le «novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti» evocate ancora tre giorni fa da Mattarella, non sono emerse. Il capo dello Stato ha atteso che Salvini certificasse la sua uscita dal centrodestra, «pubblicamente, esplicitamente e significativamente» ma ciò non è avvenuto in quasi due mesi. La prossima settimana, salvo clamorosi imprevisti, Mattarella prenderà atto della chiusura del secondo forno e passerà alla esplorazione di un'ipotesi di alleanza tra centrodestra e Pd. Se nemmeno questa carta risulterà vincente, anche il capo dello Stato si potrebbe rassegnare alle elezioni anticipate, probabilmente il prossimo autunno, con la coscienza di aver fatto di tutto per dare un governo stabile all'Italia. Potrebbe essere Paolo Gentiloni, a questo punto, a guidare l'esecutivo balneare.
Mattarella, ieri, ha scelto l'Abruzzo per le celebrazioni del 25 aprile: si è recato prima a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, per rendere omaggio al sacrario della brigata Maiella, e poi a Casoli. «La Patria, che rinasceva dalle ceneri della guerra», ha detto Mattarella, «si ricollegava direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della brigata Maiella scelsero per se stessi la denominazione di patrioti. La stessa dei giovani che andavano a morire in nome dell'Unità d'Italia».
Parole che suonano come una risposta alle «spinte secessionistiche» evocate da Giorgetti.
Carlo Tarallo
Il Pd è alla frutta: Renzi fa sondaggi in piazza
«E tu lo faresti un governo con i 5 stelle? Lo faresti? Eh?». Ciao, io sono quello che nella foto e nelle immagini di ieri sta sulla bicicletta in piazza della Signoria a fare domande in favore di telecamera il giorno del 25 aprile.
Mi chiamo Matteo Renzi, e da giorni mi chiedo, con il consueto dilemma morettiano che affligge le star: mi si nota di più se vado o se non vado? Ve lo dico io, mi si nota di più se vado, ed infatti eccomi. Il problema è che io (ormai è la terza volta che lo faccio), avevo detto che me ne andavo dopo le politiche e poi non l'ho più fatto. Il fatto è che non riesco a stare lontano dalla scena, dai riflettori, dagli applausi. Non è malanimo, ma io sono uno che quando vede sui giornali le foto di quel Maurizio Martina, che ieri ha elogiato ancora la rottura a prole di Luigi Di Maio con la Lega, vede rosso. Poi, subito dopo penso a quanto soffriate nello sfogliare i giornali e non trovarmi. Tant'è vero che per non sapere né leggere né scrivere gli ho già fatto saltare l'assemblea del 21. Se poi davvero continua con questa balla del governo con Di Maio mi incazzo e lo sego.
Avrete notato che ieri ho avuto una trovata delle mie: mi sono messo a fare le domande, a chiedere: «Siete d'accordo o meno a fare il governo del M5s?». Erano tutti contrari. È vero che il sondaggio aveva l'attendibilità scientifica di quelli di Davide Mengacci su Rete 4, ai tempi d'oro. Però intanto io domani torno a fare titolo alla faccia di Martina, di Dario Franceschini, di quei due rinnegati di Matteo Richetti e della Debora Serracchiani, gente che per me non esiste. Se mi fanno incazzare alla guida del Pd ci piazzo Ettore Rosato. Qui faccio come mi pare. È cosa mia. È vero che avevo detto che avrei fatto il senatore semplice, lo so. Ma poi sento il profumo della guerra, avverto le fitte di dolore per l'usurpazione, e non capisco più nulla. Il Pd è il mio tessoóóro, Smeagol buono, Martina cattivo! Ah ah ah. D'altra parte io sono Matteo Renzi, quello delle slides, del carrettto dei gelati Grom a Palazzo Chigi. Del trolley. E vi ricordate la fase zen? E l'euro in sicurezza e l'euro in cultura? E i 1.000 giorni per cambiare l'Italia? E la camicia bianca? E il chiodo di pelle alla Fonzie? Il pranzo al sacco da Eataly. Il camper con dietro l'aereo pagato dalla fondazione Big Bang. E la Smart di Ernesto Carbone al Quirinale. E la bici. E il treno. E il motorino.
Quello di «ogni settimana in una scuola», e la cabina di regia straordinaria per l'edilizia scolastica il dipartimento mamme. Della riforma Costituzionale che l'Italia attende da 70 anni e della legge elettorale che ci invidia tutto il mondo. Ogni giorno me ne veniva una, a me se mi danno una prima serata Paolo Bonolis scompare. Insomma, io a fare il senatore semplice di Scandicci e di Lastra a Signa e dell'Impruneta non ci so stare. Non mi faccio imporre l'anonimato da una banda di mediocri. Avete visto sui social #renzitorna? Ho passato una serata a leggere i tweet uno per uno: lo so, ci sono hashtag che ti riempiono il cuore. Io non sono fatto per stare nell'ombra, anonimo un passo indietro. E non posso accettare di vedere il mio partito in mano ad un mollaccione che si mette a fare il segretario educato e va ad ascoltare pure le riunioni della minoranza. Io sono quello della rottamazione, di Franceschini vicedisastro, di adesso mi incazzo e uso il lanciafiamme. E Calenda lascia se ci mettiamo con il M5s? Calenda chi?
Io ero fatto per governare l'Italia, per le colazioni con Barack Obama, per fissare i record di ascolti da Maria De Filippi. Io a Pontassieve mi annoio. Questa cosa del #senzadime, parliamoci chiaro, mi ha rimesso in gioco. Io quando ho un nemico davanti rinasco. Dopo cinque sconfitte consecutive, dopo la batosta del referendum, dopo la catastrofe delle politiche, dopo il minimo storico del Pd, ho bisogno di una guerra con qualcuno per rientrare sulla scena. Datemi un pretesto per tornare perché sennó così muoio.
Luca Telese
L’Ue dà 50.000 euro al guru M5s per il suo europeismo
Se per
Enrico IV Parigi valeva bene una messa, per Luigi Di Maio Palazzo Chigi val bene una giravolta. Dopo le elezioni del 4 marzo, i grillini hanno impresso al Movimento una svolta moderata, arrivando persino a correggere, all'insaputa degli iscritti, il loro programma politico. Tra gli artefici della conversione c'è il professor Giacinto Della Cananea, il giurista incaricato di emendare l'agenda dei 5 Stelle, in vista di un eventuale accordo di governo con il Partito democratico.
Due giorni fa,
Della Cananea è stato insignito del premio Altiero Spinelli, istituito lo scorso anno dalla Commissione europea con lo scopo di «dare riconoscimento a contributi straordinari che comunichino i valori fondanti dell'Ue», ampliarne il «raggio d'azione» e «creare un clima di fiducia» verso le istituzioni comunitarie. Il «saggio» grillino, tra i sei primi classificati, ha incassato un assegno da 50.000 euro per il suo lavoro sul diritto amministrativo europeo. Il regista del negoziato avviato dal Movimento 5 stelle con il Pd è asceso all'olimpo europeista: il suo nome è associato a quello di Spinelli, uno dei padri fondatori dell'Ue, autore del Manifesto di Ventotene, denso di discutibili utopie socialisteggianti, ma diventato il motivo ispiratore del federalismo europeo.
Che il professor
Della Cananea potesse piacere a Bruxelles non è una novità. Allievo del giudice costituzionale emerito Sabino Cassese, addottoratosi in diritto comunitario all'Università europea di Firenze, oggi insegna «European administrative law».
La novità, casomai, viene dal fronte pentastellato. Come avevamo ricordato ieri sulla
Verità, quattro anni fa i deputati grillini consideravano Della Cananea un «incompetente». Ma dopo il suo avvicinamento al Movimento, propiziato dalla partecipazione a un convegno sulla giustizia che i grillini organizzarono alla Camera nel giugno 2017, Della Cananea è diventato lo sponsor del complicato matrimonio con i dem.
Sembra che, pur di comandare,
Di Maio non esiterebbe a rimangiarsi le promesse elettorali. Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole. È un dato di fatto che gli unici partiti «populisti» ammessi al governo, oppure tollerati dalle élite, sono quelli che hanno eseguito fedelmente le direttive della Troika, come nel caso di Alexis Tsipras in Grecia, o che comunque si sono rivelati funzionali alla conservazione dello status quo, come Podemos in Spagna. Quando non riesce a sfornare un Emmanuel Macron, l'establishment sa servirsi delle sedicenti forze «antisistema». È facile fare due più due, leggendo le dichiarazioni del Commissario europeo per gli Affari monetari, Pierre Moscovici, riportate dal Corriere della Sera: un concentrato di terrore verso l'«estrema destra» rappresentata da Matteo Salvini. Il quale, esattamente come Alternative für Deutschland, esclusa dal governo tedesco grazie alla grande coalizione tra Angela Merkel e Martin Schulz, è l'unico a fare davvero paura all'Europa. Perciò, è il Carroccio che Bruxelles vuole tenenere fuori da Palazzo Chigi, sfruttando le debolezze di Silvio Berlusconi e accompagnando i grillini tra le braccia della Bce e del Fondo monetario.
In questo gioco delle parti, tre sono le potenziali vittime. Il centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti degli altri contendenti, ma rischia di essere scalzata dai secondi e dai terzi classificati. Il Partito democratico, che se cedesse alla tentazione dell'inciucio con i pentastellati, finirebbe sicuramente fagocitato dal Movimento, cui cederebbe la funzione di polo della sinistra. E, soprattutto, gli elettori grillini, che avevano votato il Movimento 5 stelle perché cambiasse tutto, ma si ritrovano un partito-gattopardo che vuol lasciare tutto com'è.
Alessandro Rico
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
In mattinata il presidente della Camera concluderà il secondo giro di consultazioni ed entro sera salirà dal presidente Sergio Mattarella. Quasi scontata la domanda di più tempo per le trattative. Ma anche il Quirinale è scettico.Il Pd è alla frutta. Da una parte il reggente Maurizio Martina elogia ancora Luigi Di Maio per l'addio alla Lega. Dall'altra, l'ex segretario Mattei Renzi si aggira in bicicletta per Firenze chiedendo alla gente se l'alleanza con i 5 stelle s'ha da fare o no. E Carlo Calenda, appena iscritto, dice: «Se andiamo con il M5s, lascio».Intanto al guru grillino, il professore Giacinto Della Cananea, autore del programma, consegnato il premio Spinelli. Un altro motivo di sconcerto per la base pentastellata.Lo speciale contiene tre articoli.Lo spavento per il malore del suo predecessore, Giorgio Napolitano, ha tenuto sveglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fino a tarda ora, la scorsa notte. Sinceratosi della buona riuscita dell'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto il presidente emerito, Mattarella ha riposato poche ore, per poi dedicarsi, nella giornata di ieri, alle celebrazioni per il 25 aprile. Due eventi, il malore di Napolitano e il 25 aprile, che hanno finito inevitabilmente per incrociare il mandato esplorativo che in queste ore il presidente della Camera, Roberto Fico, sta portando avanti per verificare le possibilità di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. Fico, ieri mattina, ha partecipato al primo evento di celebrazione, l'omaggio al Monumento del Milite ignoto all'Altare della Patria, insieme a Mattarella, alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e alle altre autorità dello Stato. Il presidente della Camera ha espresso gli auguri di pronta guarigione a Re Giorgio. Oggi, Roberto Fico incontrerà, per un secondo giro di consultazioni, la delegazione del Pd (alle 11) e quella del M5s (alle 13). In serata, come previsto dal mandato, riferirà al Quirinale, chiedendo altro tempo: il Pd ha la necessità di riunire la direzione, che voterà sull'ipotesi di iniziare una trattativa di governo con i grillini. La direzione dovrebbe essere convocata nei primi giorni della prossima settimana. Mattarella sa benissimo che l'ipotesi di un'alleanza Pd-M5s è assai remota. Matteo Renzi è fermamente contrario. Ieri mattina, tra i fedelissimi dell'ex segretario, circolava la certezza che la direzione confermerà il «no» all'accordo. Se anche la spuntassero i governisti, guidati dal segretario reggente Maurizio Martina, i numeri al Senato sarebbero da brividi (1 solo voto più della maggioranza assoluta); basterebbe una dozzina di dissidenti teleguidati da Renzi per mettere ko il governo. Non è certo un caso che ieri il capogruppo al Senato del Pd, il renzianissimo Andrea Marcucci, abbia sorpreso tutti convocando per il 2 maggio prossimo un'assemblea dei senatori dem: «Chiederò ai senatori», ha avvertito Marcucci, «di valutare lo stato delle consultazioni. Il Pd non ha piattaforme truccabili o programmi che cambiano secondo la convenienza». Il senatore Renzi avrà modo di mettere in riga personalmente chi si mostrasse favorevole a un accordo destinato a non vedere mai la luce. Venerdì prossimo, si prevede che al Quirinale, il secondo forno di Luigi Di Maio, quello col Pd, sarà spento. Il capo dello Stato ha letto con stupore le critiche che gli sono piovute addosso dalla Lega, nonché quel riferimento alle «spinte secessionistiche» previste dal braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, in una intervista a Repubblica, «se il Nord produttivo venisse escluso dal governo del Paese». Mattarella ha concesso quasi due mesi di tempo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per stringere un patto di governo: l'ipotesi di un'alleanza centrodestra-M5s è stata la prima a essere «esplorata» dalla presidente del Senato, Casellati. I veti di Di Maio su Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno circoscritto, nei fatti, quella esplorazione a un'ipotesi di accordo tra la Lega e il M5s. Le «novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti» evocate ancora tre giorni fa da Mattarella, non sono emerse. Il capo dello Stato ha atteso che Salvini certificasse la sua uscita dal centrodestra, «pubblicamente, esplicitamente e significativamente» ma ciò non è avvenuto in quasi due mesi. La prossima settimana, salvo clamorosi imprevisti, Mattarella prenderà atto della chiusura del secondo forno e passerà alla esplorazione di un'ipotesi di alleanza tra centrodestra e Pd. Se nemmeno questa carta risulterà vincente, anche il capo dello Stato si potrebbe rassegnare alle elezioni anticipate, probabilmente il prossimo autunno, con la coscienza di aver fatto di tutto per dare un governo stabile all'Italia. Potrebbe essere Paolo Gentiloni, a questo punto, a guidare l'esecutivo balneare. Mattarella, ieri, ha scelto l'Abruzzo per le celebrazioni del 25 aprile: si è recato prima a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, per rendere omaggio al sacrario della brigata Maiella, e poi a Casoli. «La Patria, che rinasceva dalle ceneri della guerra», ha detto Mattarella, «si ricollegava direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della brigata Maiella scelsero per se stessi la denominazione di patrioti. La stessa dei giovani che andavano a morire in nome dell'Unità d'Italia». Parole che suonano come una risposta alle «spinte secessionistiche» evocate da Giorgetti.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fico-chiedera-al-colle-i-supplementari-2563460739.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-e-alla-frutta-renzi-fa-sondaggi-in-piazza" data-post-id="2563460739" data-published-at="1775282928" data-use-pagination="False"> Il Pd è alla frutta: Renzi fa sondaggi in piazza «E tu lo faresti un governo con i 5 stelle? Lo faresti? Eh?». Ciao, io sono quello che nella foto e nelle immagini di ieri sta sulla bicicletta in piazza della Signoria a fare domande in favore di telecamera il giorno del 25 aprile. Mi chiamo Matteo Renzi, e da giorni mi chiedo, con il consueto dilemma morettiano che affligge le star: mi si nota di più se vado o se non vado? Ve lo dico io, mi si nota di più se vado, ed infatti eccomi. Il problema è che io (ormai è la terza volta che lo faccio), avevo detto che me ne andavo dopo le politiche e poi non l'ho più fatto. Il fatto è che non riesco a stare lontano dalla scena, dai riflettori, dagli applausi. Non è malanimo, ma io sono uno che quando vede sui giornali le foto di quel Maurizio Martina, che ieri ha elogiato ancora la rottura a prole di Luigi Di Maio con la Lega, vede rosso. Poi, subito dopo penso a quanto soffriate nello sfogliare i giornali e non trovarmi. Tant'è vero che per non sapere né leggere né scrivere gli ho già fatto saltare l'assemblea del 21. Se poi davvero continua con questa balla del governo con Di Maio mi incazzo e lo sego. Avrete notato che ieri ho avuto una trovata delle mie: mi sono messo a fare le domande, a chiedere: «Siete d'accordo o meno a fare il governo del M5s?». Erano tutti contrari. È vero che il sondaggio aveva l'attendibilità scientifica di quelli di Davide Mengacci su Rete 4, ai tempi d'oro. Però intanto io domani torno a fare titolo alla faccia di Martina, di Dario Franceschini, di quei due rinnegati di Matteo Richetti e della Debora Serracchiani, gente che per me non esiste. Se mi fanno incazzare alla guida del Pd ci piazzo Ettore Rosato. Qui faccio come mi pare. È cosa mia. È vero che avevo detto che avrei fatto il senatore semplice, lo so. Ma poi sento il profumo della guerra, avverto le fitte di dolore per l'usurpazione, e non capisco più nulla. Il Pd è il mio tessoóóro, Smeagol buono, Martina cattivo! Ah ah ah. D'altra parte io sono Matteo Renzi, quello delle slides, del carrettto dei gelati Grom a Palazzo Chigi. Del trolley. E vi ricordate la fase zen? E l'euro in sicurezza e l'euro in cultura? E i 1.000 giorni per cambiare l'Italia? E la camicia bianca? E il chiodo di pelle alla Fonzie? Il pranzo al sacco da Eataly. Il camper con dietro l'aereo pagato dalla fondazione Big Bang. E la Smart di Ernesto Carbone al Quirinale. E la bici. E il treno. E il motorino. Quello di «ogni settimana in una scuola», e la cabina di regia straordinaria per l'edilizia scolastica il dipartimento mamme. Della riforma Costituzionale che l'Italia attende da 70 anni e della legge elettorale che ci invidia tutto il mondo. Ogni giorno me ne veniva una, a me se mi danno una prima serata Paolo Bonolis scompare. Insomma, io a fare il senatore semplice di Scandicci e di Lastra a Signa e dell'Impruneta non ci so stare. Non mi faccio imporre l'anonimato da una banda di mediocri. Avete visto sui social #renzitorna? Ho passato una serata a leggere i tweet uno per uno: lo so, ci sono hashtag che ti riempiono il cuore. Io non sono fatto per stare nell'ombra, anonimo un passo indietro. E non posso accettare di vedere il mio partito in mano ad un mollaccione che si mette a fare il segretario educato e va ad ascoltare pure le riunioni della minoranza. Io sono quello della rottamazione, di Franceschini vicedisastro, di adesso mi incazzo e uso il lanciafiamme. E Calenda lascia se ci mettiamo con il M5s? Calenda chi? Io ero fatto per governare l'Italia, per le colazioni con Barack Obama, per fissare i record di ascolti da Maria De Filippi. Io a Pontassieve mi annoio. Questa cosa del #senzadime, parliamoci chiaro, mi ha rimesso in gioco. Io quando ho un nemico davanti rinasco. Dopo cinque sconfitte consecutive, dopo la batosta del referendum, dopo la catastrofe delle politiche, dopo il minimo storico del Pd, ho bisogno di una guerra con qualcuno per rientrare sulla scena. Datemi un pretesto per tornare perché sennó così muoio. Luca Telese <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fico-chiedera-al-colle-i-supplementari-2563460739.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lue-da-50-000-euro-al-guru-m5s-per-il-suo-europeismo" data-post-id="2563460739" data-published-at="1775282928" data-use-pagination="False"> L’Ue dà 50.000 euro al guru M5s per il suo europeismo Se per Enrico IV Parigi valeva bene una messa, per Luigi Di Maio Palazzo Chigi val bene una giravolta. Dopo le elezioni del 4 marzo, i grillini hanno impresso al Movimento una svolta moderata, arrivando persino a correggere, all'insaputa degli iscritti, il loro programma politico. Tra gli artefici della conversione c'è il professor Giacinto Della Cananea, il giurista incaricato di emendare l'agenda dei 5 Stelle, in vista di un eventuale accordo di governo con il Partito democratico. Due giorni fa, Della Cananea è stato insignito del premio Altiero Spinelli, istituito lo scorso anno dalla Commissione europea con lo scopo di «dare riconoscimento a contributi straordinari che comunichino i valori fondanti dell'Ue», ampliarne il «raggio d'azione» e «creare un clima di fiducia» verso le istituzioni comunitarie. Il «saggio» grillino, tra i sei primi classificati, ha incassato un assegno da 50.000 euro per il suo lavoro sul diritto amministrativo europeo. Il regista del negoziato avviato dal Movimento 5 stelle con il Pd è asceso all'olimpo europeista: il suo nome è associato a quello di Spinelli, uno dei padri fondatori dell'Ue, autore del Manifesto di Ventotene, denso di discutibili utopie socialisteggianti, ma diventato il motivo ispiratore del federalismo europeo. Che il professor Della Cananea potesse piacere a Bruxelles non è una novità. Allievo del giudice costituzionale emerito Sabino Cassese, addottoratosi in diritto comunitario all'Università europea di Firenze, oggi insegna «European administrative law». La novità, casomai, viene dal fronte pentastellato. Come avevamo ricordato ieri sulla Verità, quattro anni fa i deputati grillini consideravano Della Cananea un «incompetente». Ma dopo il suo avvicinamento al Movimento, propiziato dalla partecipazione a un convegno sulla giustizia che i grillini organizzarono alla Camera nel giugno 2017, Della Cananea è diventato lo sponsor del complicato matrimonio con i dem. Sembra che, pur di comandare, Di Maio non esiterebbe a rimangiarsi le promesse elettorali. Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole. È un dato di fatto che gli unici partiti «populisti» ammessi al governo, oppure tollerati dalle élite, sono quelli che hanno eseguito fedelmente le direttive della Troika, come nel caso di Alexis Tsipras in Grecia, o che comunque si sono rivelati funzionali alla conservazione dello status quo, come Podemos in Spagna. Quando non riesce a sfornare un Emmanuel Macron, l'establishment sa servirsi delle sedicenti forze «antisistema». È facile fare due più due, leggendo le dichiarazioni del Commissario europeo per gli Affari monetari, Pierre Moscovici, riportate dal Corriere della Sera: un concentrato di terrore verso l'«estrema destra» rappresentata da Matteo Salvini. Il quale, esattamente come Alternative für Deutschland, esclusa dal governo tedesco grazie alla grande coalizione tra Angela Merkel e Martin Schulz, è l'unico a fare davvero paura all'Europa. Perciò, è il Carroccio che Bruxelles vuole tenenere fuori da Palazzo Chigi, sfruttando le debolezze di Silvio Berlusconi e accompagnando i grillini tra le braccia della Bce e del Fondo monetario. In questo gioco delle parti, tre sono le potenziali vittime. Il centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti degli altri contendenti, ma rischia di essere scalzata dai secondi e dai terzi classificati. Il Partito democratico, che se cedesse alla tentazione dell'inciucio con i pentastellati, finirebbe sicuramente fagocitato dal Movimento, cui cederebbe la funzione di polo della sinistra. E, soprattutto, gli elettori grillini, che avevano votato il Movimento 5 stelle perché cambiasse tutto, ma si ritrovano un partito-gattopardo che vuol lasciare tutto com'è. Alessandro Rico
Il giuramento del nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
Continua a leggereRiduci
Gennaro Gattuso (Ansa)
I diversivi sono intriganti, l’ultrà da divano che secondo le femministe «perpetua il patriarcato tossico» ha di che lambiccarsi e perdere il sonno: Rafa Leao e Markus Thuram smetteranno di fare i soprammobili? Osservando i relitti della difesa dell’Inter (in infermeria anche Yann Bisseck), chi lo marca Donyell Malen? Davvero Antonio Conte manderà addosso a Max Allegri i Fab Four Anguissa, Lobotka, McTominay, De Bruyne? In che modo gli arbitri peggiori del pianeta (tranne Clement Turpin) riusciranno a rovinare una o tutte e due le sfide di vertice, fondamentali per scudetto e zona Champions?
Come avrete notato, i calciatori citati sono stranieri, dettaglio che riconduce il pensiero direttamente allo scempio bosniaco dell’Italia pallonara e alla necessità di non nascondere la polvere sotto il tappeto per la terza volta consecutiva, rapiti da un dribbling di Kenan Yildiz o infuriati per una mancata chiamata al Var. In federazione lo hanno fatto dopo le dimissioni di Carlo Tavecchio (prima stazione della Via Crucis), lo hanno ripetuto dopo la vergogna Macedonia del Nord (seconda stazione) ed è fondamentale evitare la modalità «chiacchiere e distintivo» dopo la notte di Zenica con l’uscita di scena di Gabriele Gravina e di tutto il cucuzzaro.
Di conseguenza è fondamentale davvero voltare pagina: Serie A a 18 squadre, almeno quattro italiani titolari in partenza in campionato, valorizzazione degli under 21 (che noi riteniamo non pronti e negli altri Paesi sono leader), Paolo Maldini team manager. E alla larga da giocatori come Federico Chiesa, infortunato per l’Italia ma sgallettante due giorni dopo a Liverpool mentre in Curva Sud veniva preso a pietrate Alessandro Bastoni, facile capro espiatorio in campo con le infiltrazioni. Poiché il futuro non prescinde mai dal passato, ieri sono arrivate anche le dimissioni di Gattuso al quale la Federazione avrebbe voluto affidare la transizione fino a giugno, con l’impegno di andare in panchina nelle amichevoli con Grecia e Lussemburgo.
Ringhio ha detto No da Marbella, dove si trova con la famiglia. Ha preferito chiudere senza code imbarazzanti come quella del vecchio che prende per mano il nuovo negli spot del cioccolato. E lo ha fatto con dignitosa spontaneità come al solito: «Con il dolore nel cuore, non avendo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati, ritengo conclusa la mia esperienza sulla panchina della Nazionale. La maglia azzurra è il bene più prezioso che esiste nel calcio, per questo è giusto agevolare fin da subito le future valutazioni tecniche. È stato un onore guidare la Nazionale e farlo con un gruppo di ragazzi che hanno mostrato impegno e attaccamento alla maglia. Ma il ringraziamento più grande va ai tifosi, a tutti gli italiani che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno. Sempre con l’azzurro nel cuore».
A meno di colpi di scena sarà l’allenatore dell’Under 21, Silvio Baldini, a traghettare la squadra sull’altra sponda del fiume nelle amichevoli estive, in attesa che il Consiglio federale individui - con molta calma, in fondo non è successo niente - i candidati per l’elezione del 22 giugno (Giovanni Malagò, Giancarlo Abete o il rientrante Demetrio Albertini). Solo allora il prescelto avrà mandato di designare il ct della rinascita (Roberto Mancini, Antonio Conte o suggestioni improbabili tipo Simone Inzaghi e Pep Guardiola) in un valzer lento che imbarazza il popolo. Perché a settembre in Nations League dovremo vedercela «solo» con Francia, Belgio e Turchia.
Ecco perché è fondamentale rimanere sul pezzo, fare un nodo al fazzoletto e non dimenticare mai che arriverà un altro mondiale, un altro psicodramma, un altro spareggio e dovremo essere pronti ad affrontarlo per vincerlo. L’esperienza insegna che chi siede sulla poltrona di presidente della Federcalcio tende a promettere mari e monti per regolare al massimo un atlante. E preferisce tirare a campare da smemorato per non scomodare gli altri poteri forti (Lega di Serie A che nega gli stage, ilettanti con le loro camarille) in nome dell’amichettismo e della convenienza, approfittando del luna park del campionato che immancabilmente torna a oscurare lo sfascio Nazionale e a lobotomizzare le coscienze fin da domani. Anche senza Andrea Bocelli, questa volta nessun dorma.
Continua a leggereRiduci
Ovviamente ogni riferimento alla regola del tre per cento del Patto di stabilità era puramente intenzionale. Perché è questo il cappio al collo dell’economia dei Paesi Ue e in particolare dell’Italia. Si tratta di un nodo scorsoio che rischia di strangolare senza ragione aziende e famiglie, negando loro quei sostegni che in un momento di difficoltà internazionale dovuto al blocco dello stretto di Hormuz sono indispensabili.
Da quando Bruxelles varò le misure per contenere il deficit di ogni singolo Stato dell’Unione, molte cose sono cambiate. Ci sono state crisi finanziarie, blocchi produttivi e guerre alle porte di casa. Le materie prime sono andate alle stelle, alcune alleanze sono andate in pezzi e molte produzioni sono state abbandonate o sono sulla via del declino. Di fronte a scenari in continua evoluzione, l’Europa però continua a tener fede al dogma del tre per cento, manco fosse il principale dei dieci comandamenti. Da tempo alcuni Paesi hanno deciso di sforare questa regola, ma l’Italia, a causa dell’enorme debito pubblico, per garantire la propria futura solvibilità si è sempre attenuta al parametro, nel tentativo di ottenere il riconoscimento di Paese affidabile. Tuttavia, lo sforzo di rimanere sotto la soglia fissata nelle tavole della legge di Bruxelles ormai non ha più alcun senso. Delle raccomandazioni dell’Unione (anche ieri il portavoce della Commissione ha sostenuto che la sospensione del Patto di stabilità sarà possibile solo in presenza di una grave recessione) se ne infischia la maggior parte degli Stati membri, soprattutto quelli più importanti come Francia e Germania, che fanno ciò che ritengono più utile per l’interesse nazionale.
L’Europa del resto non è una nazione con regole univoche. Non ha una costituzione. E nemmeno un solo governo. Gli esecutivi sono 27 e, sebbene a Bruxelles sia insediata l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, ogni singolo Stato in materia di relazioni internazionali e equilibri geopolitici fa i propri interessi. L’ultimo esempio lo abbiamo avuto ieri, con il voto sull’Iran. La Francia di Macron ha votato insieme a Russia e Cina per porre il veto su una richiesta dei Paesi mediorientali a favore di un intervento nel Golfo a tutela dei traffici marittimi. La scelta di Parigi, in contrasto con gli interessi dell’Europa, guarda caso è stata subito ripagata da Teheran con il passaggio di un cargo francese proprio nelle acque chiuse al traffico dal regime degli ayatollah.
Dunque, perché di fronte a chi fa gli affari propri noi non ci dovremmo fare i nostri? Perché non dovremmo trattare con i Paesi che ci possono fornire il gas e il petrolio senza essere ricattati dai pasdaran? Perché non dobbiamo decidere che il tre per cento è un parametro stupido, che non ha alcuna attinenza con la realtà e neppure è garanzia di alcunché? Fino a ieri questi ragionamenti sembravano una bestemmia, perché la religione di Bruxelles è stata abbracciata senza batter ciglio dalle nostre istituzioni (non passa giorno che Sergio Mattarella non beatifichi la Ue). Ma ora, a causa della nuova crisi energetica, perfino il mite Giorgetti sembra ricredersi. Non possiamo che gioirne e aspettarci che presto altre norme dell’Unione siano mandate al macero. Dalle norme di bilancio alle regole sulla decarbonizzazione, in questi anni in Europa ci siamo fatti male da soli.
Tempo fa c’era un meraviglioso slogan contro le tossicodipendenze che recitava un: «Digli di smettere». Ecco, su deficit, politica estera, strategia industriale e pure Green deal, è arrivata l’ora di invitare Ursula e compagni a smettere.
Continua a leggereRiduci