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2018-04-26
Fico pronto a chiedere al Colle i supplementari
ANSA
Lo spavento per il malore del suo predecessore, Giorgio Napolitano, ha tenuto sveglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fino a tarda ora, la scorsa notte. Sinceratosi della buona riuscita dell'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto il presidente emerito, Mattarella ha riposato poche ore, per poi dedicarsi, nella giornata di ieri, alle celebrazioni per il 25 aprile. Due eventi, il malore di Napolitano e il 25 aprile, che hanno finito inevitabilmente per incrociare il mandato esplorativo che in queste ore il presidente della Camera, Roberto Fico, sta portando avanti per verificare le possibilità di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. Fico, ieri mattina, ha partecipato al primo evento di celebrazione, l'omaggio al Monumento del Milite ignoto all'Altare della Patria, insieme a Mattarella, alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e alle altre autorità dello Stato. Il presidente della Camera ha espresso gli auguri di pronta guarigione a Re Giorgio.
Oggi, Roberto Fico incontrerà, per un secondo giro di consultazioni, la delegazione del Pd (alle 11) e quella del M5s (alle 13). In serata, come previsto dal mandato, riferirà al Quirinale, chiedendo altro tempo: il Pd ha la necessità di riunire la direzione, che voterà sull'ipotesi di iniziare una trattativa di governo con i grillini. La direzione dovrebbe essere convocata nei primi giorni della prossima settimana. Mattarella sa benissimo che l'ipotesi di un'alleanza Pd-M5s è assai remota. Matteo Renzi è fermamente contrario. Ieri mattina, tra i fedelissimi dell'ex segretario, circolava la certezza che la direzione confermerà il «no» all'accordo. Se anche la spuntassero i governisti, guidati dal segretario reggente Maurizio Martina, i numeri al Senato sarebbero da brividi (1 solo voto più della maggioranza assoluta); basterebbe una dozzina di dissidenti teleguidati da Renzi per mettere ko il governo. Non è certo un caso che ieri il capogruppo al Senato del Pd, il renzianissimo Andrea Marcucci, abbia sorpreso tutti convocando per il 2 maggio prossimo un'assemblea dei senatori dem: «Chiederò ai senatori», ha avvertito Marcucci, «di valutare lo stato delle consultazioni. Il Pd non ha piattaforme truccabili o programmi che cambiano secondo la convenienza». Il senatore Renzi avrà modo di mettere in riga personalmente chi si mostrasse favorevole a un accordo destinato a non vedere mai la luce.
Venerdì prossimo, si prevede che al Quirinale, il secondo forno di Luigi Di Maio, quello col Pd, sarà spento. Il capo dello Stato ha letto con stupore le critiche che gli sono piovute addosso dalla Lega, nonché quel riferimento alle «spinte secessionistiche» previste dal braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, in una intervista a Repubblica, «se il Nord produttivo venisse escluso dal governo del Paese». Mattarella ha concesso quasi due mesi di tempo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per stringere un patto di governo: l'ipotesi di un'alleanza centrodestra-M5s è stata la prima a essere «esplorata» dalla presidente del Senato, Casellati. I veti di Di Maio su Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno circoscritto, nei fatti, quella esplorazione a un'ipotesi di accordo tra la Lega e il M5s. Le «novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti» evocate ancora tre giorni fa da Mattarella, non sono emerse. Il capo dello Stato ha atteso che Salvini certificasse la sua uscita dal centrodestra, «pubblicamente, esplicitamente e significativamente» ma ciò non è avvenuto in quasi due mesi. La prossima settimana, salvo clamorosi imprevisti, Mattarella prenderà atto della chiusura del secondo forno e passerà alla esplorazione di un'ipotesi di alleanza tra centrodestra e Pd. Se nemmeno questa carta risulterà vincente, anche il capo dello Stato si potrebbe rassegnare alle elezioni anticipate, probabilmente il prossimo autunno, con la coscienza di aver fatto di tutto per dare un governo stabile all'Italia. Potrebbe essere Paolo Gentiloni, a questo punto, a guidare l'esecutivo balneare.
Mattarella, ieri, ha scelto l'Abruzzo per le celebrazioni del 25 aprile: si è recato prima a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, per rendere omaggio al sacrario della brigata Maiella, e poi a Casoli. «La Patria, che rinasceva dalle ceneri della guerra», ha detto Mattarella, «si ricollegava direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della brigata Maiella scelsero per se stessi la denominazione di patrioti. La stessa dei giovani che andavano a morire in nome dell'Unità d'Italia».
Parole che suonano come una risposta alle «spinte secessionistiche» evocate da Giorgetti.
Carlo Tarallo
Il Pd è alla frutta: Renzi fa sondaggi in piazza
«E tu lo faresti un governo con i 5 stelle? Lo faresti? Eh?». Ciao, io sono quello che nella foto e nelle immagini di ieri sta sulla bicicletta in piazza della Signoria a fare domande in favore di telecamera il giorno del 25 aprile.
Mi chiamo Matteo Renzi, e da giorni mi chiedo, con il consueto dilemma morettiano che affligge le star: mi si nota di più se vado o se non vado? Ve lo dico io, mi si nota di più se vado, ed infatti eccomi. Il problema è che io (ormai è la terza volta che lo faccio), avevo detto che me ne andavo dopo le politiche e poi non l'ho più fatto. Il fatto è che non riesco a stare lontano dalla scena, dai riflettori, dagli applausi. Non è malanimo, ma io sono uno che quando vede sui giornali le foto di quel Maurizio Martina, che ieri ha elogiato ancora la rottura a prole di Luigi Di Maio con la Lega, vede rosso. Poi, subito dopo penso a quanto soffriate nello sfogliare i giornali e non trovarmi. Tant'è vero che per non sapere né leggere né scrivere gli ho già fatto saltare l'assemblea del 21. Se poi davvero continua con questa balla del governo con Di Maio mi incazzo e lo sego.
Avrete notato che ieri ho avuto una trovata delle mie: mi sono messo a fare le domande, a chiedere: «Siete d'accordo o meno a fare il governo del M5s?». Erano tutti contrari. È vero che il sondaggio aveva l'attendibilità scientifica di quelli di Davide Mengacci su Rete 4, ai tempi d'oro. Però intanto io domani torno a fare titolo alla faccia di Martina, di Dario Franceschini, di quei due rinnegati di Matteo Richetti e della Debora Serracchiani, gente che per me non esiste. Se mi fanno incazzare alla guida del Pd ci piazzo Ettore Rosato. Qui faccio come mi pare. È cosa mia. È vero che avevo detto che avrei fatto il senatore semplice, lo so. Ma poi sento il profumo della guerra, avverto le fitte di dolore per l'usurpazione, e non capisco più nulla. Il Pd è il mio tessoóóro, Smeagol buono, Martina cattivo! Ah ah ah. D'altra parte io sono Matteo Renzi, quello delle slides, del carrettto dei gelati Grom a Palazzo Chigi. Del trolley. E vi ricordate la fase zen? E l'euro in sicurezza e l'euro in cultura? E i 1.000 giorni per cambiare l'Italia? E la camicia bianca? E il chiodo di pelle alla Fonzie? Il pranzo al sacco da Eataly. Il camper con dietro l'aereo pagato dalla fondazione Big Bang. E la Smart di Ernesto Carbone al Quirinale. E la bici. E il treno. E il motorino.
Quello di «ogni settimana in una scuola», e la cabina di regia straordinaria per l'edilizia scolastica il dipartimento mamme. Della riforma Costituzionale che l'Italia attende da 70 anni e della legge elettorale che ci invidia tutto il mondo. Ogni giorno me ne veniva una, a me se mi danno una prima serata Paolo Bonolis scompare. Insomma, io a fare il senatore semplice di Scandicci e di Lastra a Signa e dell'Impruneta non ci so stare. Non mi faccio imporre l'anonimato da una banda di mediocri. Avete visto sui social #renzitorna? Ho passato una serata a leggere i tweet uno per uno: lo so, ci sono hashtag che ti riempiono il cuore. Io non sono fatto per stare nell'ombra, anonimo un passo indietro. E non posso accettare di vedere il mio partito in mano ad un mollaccione che si mette a fare il segretario educato e va ad ascoltare pure le riunioni della minoranza. Io sono quello della rottamazione, di Franceschini vicedisastro, di adesso mi incazzo e uso il lanciafiamme. E Calenda lascia se ci mettiamo con il M5s? Calenda chi?
Io ero fatto per governare l'Italia, per le colazioni con Barack Obama, per fissare i record di ascolti da Maria De Filippi. Io a Pontassieve mi annoio. Questa cosa del #senzadime, parliamoci chiaro, mi ha rimesso in gioco. Io quando ho un nemico davanti rinasco. Dopo cinque sconfitte consecutive, dopo la batosta del referendum, dopo la catastrofe delle politiche, dopo il minimo storico del Pd, ho bisogno di una guerra con qualcuno per rientrare sulla scena. Datemi un pretesto per tornare perché sennó così muoio.
Luca Telese
L’Ue dà 50.000 euro al guru M5s per il suo europeismo
Se per
Enrico IV Parigi valeva bene una messa, per Luigi Di Maio Palazzo Chigi val bene una giravolta. Dopo le elezioni del 4 marzo, i grillini hanno impresso al Movimento una svolta moderata, arrivando persino a correggere, all'insaputa degli iscritti, il loro programma politico. Tra gli artefici della conversione c'è il professor Giacinto Della Cananea, il giurista incaricato di emendare l'agenda dei 5 Stelle, in vista di un eventuale accordo di governo con il Partito democratico.
Due giorni fa,
Della Cananea è stato insignito del premio Altiero Spinelli, istituito lo scorso anno dalla Commissione europea con lo scopo di «dare riconoscimento a contributi straordinari che comunichino i valori fondanti dell'Ue», ampliarne il «raggio d'azione» e «creare un clima di fiducia» verso le istituzioni comunitarie. Il «saggio» grillino, tra i sei primi classificati, ha incassato un assegno da 50.000 euro per il suo lavoro sul diritto amministrativo europeo. Il regista del negoziato avviato dal Movimento 5 stelle con il Pd è asceso all'olimpo europeista: il suo nome è associato a quello di Spinelli, uno dei padri fondatori dell'Ue, autore del Manifesto di Ventotene, denso di discutibili utopie socialisteggianti, ma diventato il motivo ispiratore del federalismo europeo.
Che il professor
Della Cananea potesse piacere a Bruxelles non è una novità. Allievo del giudice costituzionale emerito Sabino Cassese, addottoratosi in diritto comunitario all'Università europea di Firenze, oggi insegna «European administrative law».
La novità, casomai, viene dal fronte pentastellato. Come avevamo ricordato ieri sulla
Verità, quattro anni fa i deputati grillini consideravano Della Cananea un «incompetente». Ma dopo il suo avvicinamento al Movimento, propiziato dalla partecipazione a un convegno sulla giustizia che i grillini organizzarono alla Camera nel giugno 2017, Della Cananea è diventato lo sponsor del complicato matrimonio con i dem.
Sembra che, pur di comandare,
Di Maio non esiterebbe a rimangiarsi le promesse elettorali. Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole. È un dato di fatto che gli unici partiti «populisti» ammessi al governo, oppure tollerati dalle élite, sono quelli che hanno eseguito fedelmente le direttive della Troika, come nel caso di Alexis Tsipras in Grecia, o che comunque si sono rivelati funzionali alla conservazione dello status quo, come Podemos in Spagna. Quando non riesce a sfornare un Emmanuel Macron, l'establishment sa servirsi delle sedicenti forze «antisistema». È facile fare due più due, leggendo le dichiarazioni del Commissario europeo per gli Affari monetari, Pierre Moscovici, riportate dal Corriere della Sera: un concentrato di terrore verso l'«estrema destra» rappresentata da Matteo Salvini. Il quale, esattamente come Alternative für Deutschland, esclusa dal governo tedesco grazie alla grande coalizione tra Angela Merkel e Martin Schulz, è l'unico a fare davvero paura all'Europa. Perciò, è il Carroccio che Bruxelles vuole tenenere fuori da Palazzo Chigi, sfruttando le debolezze di Silvio Berlusconi e accompagnando i grillini tra le braccia della Bce e del Fondo monetario.
In questo gioco delle parti, tre sono le potenziali vittime. Il centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti degli altri contendenti, ma rischia di essere scalzata dai secondi e dai terzi classificati. Il Partito democratico, che se cedesse alla tentazione dell'inciucio con i pentastellati, finirebbe sicuramente fagocitato dal Movimento, cui cederebbe la funzione di polo della sinistra. E, soprattutto, gli elettori grillini, che avevano votato il Movimento 5 stelle perché cambiasse tutto, ma si ritrovano un partito-gattopardo che vuol lasciare tutto com'è.
Alessandro Rico
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In mattinata il presidente della Camera concluderà il secondo giro di consultazioni ed entro sera salirà dal presidente Sergio Mattarella. Quasi scontata la domanda di più tempo per le trattative. Ma anche il Quirinale è scettico.Il Pd è alla frutta. Da una parte il reggente Maurizio Martina elogia ancora Luigi Di Maio per l'addio alla Lega. Dall'altra, l'ex segretario Mattei Renzi si aggira in bicicletta per Firenze chiedendo alla gente se l'alleanza con i 5 stelle s'ha da fare o no. E Carlo Calenda, appena iscritto, dice: «Se andiamo con il M5s, lascio».Intanto al guru grillino, il professore Giacinto Della Cananea, autore del programma, consegnato il premio Spinelli. Un altro motivo di sconcerto per la base pentastellata.Lo speciale contiene tre articoli.Lo spavento per il malore del suo predecessore, Giorgio Napolitano, ha tenuto sveglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fino a tarda ora, la scorsa notte. Sinceratosi della buona riuscita dell'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto il presidente emerito, Mattarella ha riposato poche ore, per poi dedicarsi, nella giornata di ieri, alle celebrazioni per il 25 aprile. Due eventi, il malore di Napolitano e il 25 aprile, che hanno finito inevitabilmente per incrociare il mandato esplorativo che in queste ore il presidente della Camera, Roberto Fico, sta portando avanti per verificare le possibilità di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. Fico, ieri mattina, ha partecipato al primo evento di celebrazione, l'omaggio al Monumento del Milite ignoto all'Altare della Patria, insieme a Mattarella, alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e alle altre autorità dello Stato. Il presidente della Camera ha espresso gli auguri di pronta guarigione a Re Giorgio. Oggi, Roberto Fico incontrerà, per un secondo giro di consultazioni, la delegazione del Pd (alle 11) e quella del M5s (alle 13). In serata, come previsto dal mandato, riferirà al Quirinale, chiedendo altro tempo: il Pd ha la necessità di riunire la direzione, che voterà sull'ipotesi di iniziare una trattativa di governo con i grillini. La direzione dovrebbe essere convocata nei primi giorni della prossima settimana. Mattarella sa benissimo che l'ipotesi di un'alleanza Pd-M5s è assai remota. Matteo Renzi è fermamente contrario. Ieri mattina, tra i fedelissimi dell'ex segretario, circolava la certezza che la direzione confermerà il «no» all'accordo. Se anche la spuntassero i governisti, guidati dal segretario reggente Maurizio Martina, i numeri al Senato sarebbero da brividi (1 solo voto più della maggioranza assoluta); basterebbe una dozzina di dissidenti teleguidati da Renzi per mettere ko il governo. Non è certo un caso che ieri il capogruppo al Senato del Pd, il renzianissimo Andrea Marcucci, abbia sorpreso tutti convocando per il 2 maggio prossimo un'assemblea dei senatori dem: «Chiederò ai senatori», ha avvertito Marcucci, «di valutare lo stato delle consultazioni. Il Pd non ha piattaforme truccabili o programmi che cambiano secondo la convenienza». Il senatore Renzi avrà modo di mettere in riga personalmente chi si mostrasse favorevole a un accordo destinato a non vedere mai la luce. Venerdì prossimo, si prevede che al Quirinale, il secondo forno di Luigi Di Maio, quello col Pd, sarà spento. Il capo dello Stato ha letto con stupore le critiche che gli sono piovute addosso dalla Lega, nonché quel riferimento alle «spinte secessionistiche» previste dal braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, in una intervista a Repubblica, «se il Nord produttivo venisse escluso dal governo del Paese». Mattarella ha concesso quasi due mesi di tempo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per stringere un patto di governo: l'ipotesi di un'alleanza centrodestra-M5s è stata la prima a essere «esplorata» dalla presidente del Senato, Casellati. I veti di Di Maio su Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno circoscritto, nei fatti, quella esplorazione a un'ipotesi di accordo tra la Lega e il M5s. Le «novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti» evocate ancora tre giorni fa da Mattarella, non sono emerse. Il capo dello Stato ha atteso che Salvini certificasse la sua uscita dal centrodestra, «pubblicamente, esplicitamente e significativamente» ma ciò non è avvenuto in quasi due mesi. La prossima settimana, salvo clamorosi imprevisti, Mattarella prenderà atto della chiusura del secondo forno e passerà alla esplorazione di un'ipotesi di alleanza tra centrodestra e Pd. Se nemmeno questa carta risulterà vincente, anche il capo dello Stato si potrebbe rassegnare alle elezioni anticipate, probabilmente il prossimo autunno, con la coscienza di aver fatto di tutto per dare un governo stabile all'Italia. Potrebbe essere Paolo Gentiloni, a questo punto, a guidare l'esecutivo balneare. Mattarella, ieri, ha scelto l'Abruzzo per le celebrazioni del 25 aprile: si è recato prima a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, per rendere omaggio al sacrario della brigata Maiella, e poi a Casoli. «La Patria, che rinasceva dalle ceneri della guerra», ha detto Mattarella, «si ricollegava direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della brigata Maiella scelsero per se stessi la denominazione di patrioti. La stessa dei giovani che andavano a morire in nome dell'Unità d'Italia». 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Il problema è che io (ormai è la terza volta che lo faccio), avevo detto che me ne andavo dopo le politiche e poi non l'ho più fatto. Il fatto è che non riesco a stare lontano dalla scena, dai riflettori, dagli applausi. Non è malanimo, ma io sono uno che quando vede sui giornali le foto di quel Maurizio Martina, che ieri ha elogiato ancora la rottura a prole di Luigi Di Maio con la Lega, vede rosso. Poi, subito dopo penso a quanto soffriate nello sfogliare i giornali e non trovarmi. Tant'è vero che per non sapere né leggere né scrivere gli ho già fatto saltare l'assemblea del 21. Se poi davvero continua con questa balla del governo con Di Maio mi incazzo e lo sego. Avrete notato che ieri ho avuto una trovata delle mie: mi sono messo a fare le domande, a chiedere: «Siete d'accordo o meno a fare il governo del M5s?». Erano tutti contrari. È vero che il sondaggio aveva l'attendibilità scientifica di quelli di Davide Mengacci su Rete 4, ai tempi d'oro. Però intanto io domani torno a fare titolo alla faccia di Martina, di Dario Franceschini, di quei due rinnegati di Matteo Richetti e della Debora Serracchiani, gente che per me non esiste. Se mi fanno incazzare alla guida del Pd ci piazzo Ettore Rosato. Qui faccio come mi pare. È cosa mia. È vero che avevo detto che avrei fatto il senatore semplice, lo so. Ma poi sento il profumo della guerra, avverto le fitte di dolore per l'usurpazione, e non capisco più nulla. Il Pd è il mio tessoóóro, Smeagol buono, Martina cattivo! Ah ah ah. D'altra parte io sono Matteo Renzi, quello delle slides, del carrettto dei gelati Grom a Palazzo Chigi. Del trolley. E vi ricordate la fase zen? E l'euro in sicurezza e l'euro in cultura? E i 1.000 giorni per cambiare l'Italia? E la camicia bianca? E il chiodo di pelle alla Fonzie? Il pranzo al sacco da Eataly. Il camper con dietro l'aereo pagato dalla fondazione Big Bang. E la Smart di Ernesto Carbone al Quirinale. E la bici. E il treno. E il motorino. Quello di «ogni settimana in una scuola», e la cabina di regia straordinaria per l'edilizia scolastica il dipartimento mamme. Della riforma Costituzionale che l'Italia attende da 70 anni e della legge elettorale che ci invidia tutto il mondo. Ogni giorno me ne veniva una, a me se mi danno una prima serata Paolo Bonolis scompare. Insomma, io a fare il senatore semplice di Scandicci e di Lastra a Signa e dell'Impruneta non ci so stare. Non mi faccio imporre l'anonimato da una banda di mediocri. Avete visto sui social #renzitorna? Ho passato una serata a leggere i tweet uno per uno: lo so, ci sono hashtag che ti riempiono il cuore. Io non sono fatto per stare nell'ombra, anonimo un passo indietro. E non posso accettare di vedere il mio partito in mano ad un mollaccione che si mette a fare il segretario educato e va ad ascoltare pure le riunioni della minoranza. Io sono quello della rottamazione, di Franceschini vicedisastro, di adesso mi incazzo e uso il lanciafiamme. E Calenda lascia se ci mettiamo con il M5s? Calenda chi? Io ero fatto per governare l'Italia, per le colazioni con Barack Obama, per fissare i record di ascolti da Maria De Filippi. Io a Pontassieve mi annoio. Questa cosa del #senzadime, parliamoci chiaro, mi ha rimesso in gioco. Io quando ho un nemico davanti rinasco. Dopo cinque sconfitte consecutive, dopo la batosta del referendum, dopo la catastrofe delle politiche, dopo il minimo storico del Pd, ho bisogno di una guerra con qualcuno per rientrare sulla scena. Datemi un pretesto per tornare perché sennó così muoio. 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Due giorni fa, Della Cananea è stato insignito del premio Altiero Spinelli, istituito lo scorso anno dalla Commissione europea con lo scopo di «dare riconoscimento a contributi straordinari che comunichino i valori fondanti dell'Ue», ampliarne il «raggio d'azione» e «creare un clima di fiducia» verso le istituzioni comunitarie. Il «saggio» grillino, tra i sei primi classificati, ha incassato un assegno da 50.000 euro per il suo lavoro sul diritto amministrativo europeo. Il regista del negoziato avviato dal Movimento 5 stelle con il Pd è asceso all'olimpo europeista: il suo nome è associato a quello di Spinelli, uno dei padri fondatori dell'Ue, autore del Manifesto di Ventotene, denso di discutibili utopie socialisteggianti, ma diventato il motivo ispiratore del federalismo europeo. Che il professor Della Cananea potesse piacere a Bruxelles non è una novità. Allievo del giudice costituzionale emerito Sabino Cassese, addottoratosi in diritto comunitario all'Università europea di Firenze, oggi insegna «European administrative law». La novità, casomai, viene dal fronte pentastellato. Come avevamo ricordato ieri sulla Verità, quattro anni fa i deputati grillini consideravano Della Cananea un «incompetente». Ma dopo il suo avvicinamento al Movimento, propiziato dalla partecipazione a un convegno sulla giustizia che i grillini organizzarono alla Camera nel giugno 2017, Della Cananea è diventato lo sponsor del complicato matrimonio con i dem. Sembra che, pur di comandare, Di Maio non esiterebbe a rimangiarsi le promesse elettorali. Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole. È un dato di fatto che gli unici partiti «populisti» ammessi al governo, oppure tollerati dalle élite, sono quelli che hanno eseguito fedelmente le direttive della Troika, come nel caso di Alexis Tsipras in Grecia, o che comunque si sono rivelati funzionali alla conservazione dello status quo, come Podemos in Spagna. Quando non riesce a sfornare un Emmanuel Macron, l'establishment sa servirsi delle sedicenti forze «antisistema». È facile fare due più due, leggendo le dichiarazioni del Commissario europeo per gli Affari monetari, Pierre Moscovici, riportate dal Corriere della Sera: un concentrato di terrore verso l'«estrema destra» rappresentata da Matteo Salvini. Il quale, esattamente come Alternative für Deutschland, esclusa dal governo tedesco grazie alla grande coalizione tra Angela Merkel e Martin Schulz, è l'unico a fare davvero paura all'Europa. Perciò, è il Carroccio che Bruxelles vuole tenenere fuori da Palazzo Chigi, sfruttando le debolezze di Silvio Berlusconi e accompagnando i grillini tra le braccia della Bce e del Fondo monetario. In questo gioco delle parti, tre sono le potenziali vittime. Il centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti degli altri contendenti, ma rischia di essere scalzata dai secondi e dai terzi classificati. Il Partito democratico, che se cedesse alla tentazione dell'inciucio con i pentastellati, finirebbe sicuramente fagocitato dal Movimento, cui cederebbe la funzione di polo della sinistra. E, soprattutto, gli elettori grillini, che avevano votato il Movimento 5 stelle perché cambiasse tutto, ma si ritrovano un partito-gattopardo che vuol lasciare tutto com'è. Alessandro Rico
Romano Prodi premier nel 2006 (Ansa)
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
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Il Bitcoin è scivolato sotto la soglia psicologica dei 64.000 dollari, bruciando - secondo i dati riportati da Bloomberg - qualcosa come 128 miliardi di capitalizzazione in poche ore. Ethereum ha fatto anche peggio, con cadute vicine all’8%.
Gli analisti lo chiamano «risk-off». Vuol dire che quando iniziano a volare i missili gli investitori cambiamo spalla al fucile. Vista la situazione puntano sulla concretezza dell’oro, che comunque è salito molto.
Il punto non è tanto quanto petrolio produce l’Iran - circa 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo la International Energy Agency.
Il punto è dove passa il petrolio degli altri. Il collo di bottiglia si chiama Stretto di Hormuz di cui ieri i pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura. Da lì transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: qualcosa come 21 milioni di barili al giorno provenienti da tutto il Golfo. Non è una rotta. È la rotta. Alternative? Poche, complicate e molto più costose. Tradotto: se Hormuz si inceppa, il prezzo dell’energia non sale. Vola.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, il blocco del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio fino a 100 dollari al barile, trascinando anche il gas naturale.
Uno scenario che aggiungerebbe tra lo 0,6% e lo 0,7% all’inflazione globale media. In altre parole: proprio quello che le banche centrali non volevano vedere mentre iniziavano a sognare il taglio dei tassi. Il rischio - sottolinea ancora il giornale americano - è quello di mandare all’aria una convalescenza economica già fragile, rallentata da guerre commerciali e crescita asfittica. Paradossalmente, la perdita dei barili iraniani, da sola, sarebbe gestibile. Analisti di Ubs osservano che Arabia Saudita e altri produttori potrebbero compensare eventuali stop temporanei. In questo senso una prima risposta potrebbe arrivare dalla riunione dei Paesi Opec di oggi. Il vero problema è l’effetto domino: assicurazioni marittime che esplodono, navi che evitano l’area, traffico che rallenta anche senza un blocco formale. Negli anni Ottanta Teheran minò quelle acque: i mercati se lo ricordano benissimo. Un petrolio stabilmente a tre cifre significherebbe inflazione di ritorno, proprio quando sembrava sconfitta. Banche centrali costrette a fermare, o invertire, i tagli dei tassi. Crescita rallentata in Europa e Stati Uniti. Nuova pressione sui Paesi emergenti importatori di energia. In sintesi: la geopolitica che si trasforma immediatamente in macroeconomia.
La globalizzazione digitale, l’Intelligenza artificiale, la finanza algoritmica. Tutto modernissimo. Poi basta un tratto di mare tra Iran e Oman per ricordare che l’economia mondiale funziona ancora con logiche ottocentesche: navi, petrolio, strozzature fisiche. Le criptovalute dovevano essere il futuro senza confini. Alla prima crisi vera, hanno reagito come qualsiasi asset speculativo: scendendo. Il petrolio, invece, continua a fare quello che fa da un secolo: comanda. E oggi, più che nei palazzi della diplomazia, il destino dell’economia mondiale si decide lì, nello Stretto di Hormuz. Dove non passa solo il greggio. Passa il sangue dei mercati.
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Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer (Ansa)
«A seguito della situazione in corso in Iran, lunedì convocherò un collegio speciale dei commissari», ha scritto su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Nelle stesse ore, la numero uno dell’esecutivo comunitario ha sottolineato che «per la sicurezza e la stabilità regionale è di fondamentale importanza che non si verifichi un’ulteriore escalation attraverso gli attacchi ingiustificati dell’Iran contro i partner della regione». Dalla Commissione Ue e dal Servizio europeo per l’azione esterna è arrivato anche l’ormai rituale invito alla «massima moderazione», al «pieno rispetto del diritto internazionale» e alla protezione dei civili. Il lessico è quello tipico delle crisi internazionali: «grande preoccupazione», «stabilità regionale», «de-escalation». Nessuna iniziativa diplomatica autonoma, insomma, ma l’annuncio di un collegio straordinario e l’ennesimo appello alla prudenza.
Leggermente diverso, almeno nelle forme, l’atteggiamento dei cosiddetti «volenterosi». Germania, Francia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano di «condannare gli attacchi iraniani nella regione» e chiedono che Teheran «si astenga da ulteriori azioni destabilizzanti e torni al tavolo dei negoziati». I tre leader precisano di «non aver partecipato ai raid», ma di restare «in stretto coordinamento con gli alleati». È un ricompattamento che mira a dare un segnale politico, pur muovendosi dentro il perimetro atlantico e, di fatto, oltre Bruxelles, ancora una volta scavalcata. Il premier britannico Keir Starmer ha inoltre confermato che «jet britannici sono stati coinvolti in operazioni di difesa degli alleati», chiarendo che Londra non ha preso parte all’attacco. Anche Berlino si è mossa sul piano dei contatti diretti: il cancelliere Friedrich Merz ha parlato al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu nelle ore successive all’inizio dell’operazione, secondo quanto riferito da fonti del governo tedesco. Parigi, dal canto suo, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato di «gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionali» e ha sollecitato una ripresa dei negoziati sul programma nucleare e sui missili iraniani, insistendo sulla necessità di «evitare un allargamento del conflitto» e di «privilegiare la via diplomatica».
Posizioni ritenute evidentemente morbide dal repubblicano Lindsey Graham, che ha definito «un eufemismo» dire di essere deluso dalla posizione europea, sostenendo che le democrazie occidentali «perdono la passione per la giustizia e il senso del bene e del male quanto più l’evento si svolge lontano dalle loro coste».
Ben diverse le reazioni di Mosca e Pechino. Il ministero degli Esteri russo ha definito i raid «un atto di aggressione armata non provocata», denunciando il rischio di una «pericolosa escalation» e chiedendo la convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Anche la Cina si è detta «fortemente preoccupata» e ha chiesto «l’immediata cessazione delle operazioni militari», richiamando al rispetto della «sovranità, sicurezza e integrità territoriale» dell’Iran. Pechino ha invitato tutte le parti a «evitare ulteriori escalation» e a tornare «al dialogo e ai negoziati» per salvaguardare pace e stabilità in Medio Oriente.
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Ingredienti – 360 gr di pasta di semola di grando duro italiano (scegliete i formati corti: eliche, fusilloni, tortiglioni noi abbiamo optato per le orecchiette) 250 gr di champignon o altri funghi coltivati (se non li avete potete sostituire con 80 gr di funghi secchi da far rinvenire in acqua tiepida per una buona mezz’ora), due salsicce opime (diciamo almeno 300 gr) e fresche, due spicchi d’aglio, due peperoncini, un ciuffo di prezzemolo, 40 gr di olio extravergine di oliva sale q.b.
Procedimento – Mondate i funghi e fateli a fettine di circa 3 millimetri di spessore (se avete i funghi secchi una volta rinvenuti strizzateli e tritali grossolanamente), sgranate le salsicce in modo da avere dei pizzicotti di carne, tritate finemente il prezzemolo e liberate dalla buccia i due spicchi d’aglio poi tagliateli a metà per la lunghezza ed eventualmente togliete l’anima all’interno se la vedete verde. Mettete sul fuoco una pentola con abbondante acqua per cuocere la pasta. Ora in una padella capace, ci dovete saltare la pasta, mettete un filo d’olio extravergine e poi fate sudare a fuoco basso i pezzetti di salsiccia in modo che rilascino il grasso. Toglieteli dalla padella e ora aggiungete l’aglio e il peperoncino, fate prendere calore, aggiungete altro olio extravergine di oliva e mettete in padella i funghi, fateli andare a fuoco moderato. Lessate la pasta salando l’acqua e a un paio di minuti dalla cottura ritirate l’aglio e il peperoncino e aggiungete di nuovo ai funghi la salsiccia, aggiustate di sale e alzate la fiamma. Scolate la pasta e saltatela nel sugo di funghi e salsiccia aggiungendo il prezzemolo tritato e se vi va mantecate con un po’ di formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sgranare le salsicce.
Abbinamento – In onore di Francesco Redi noi abbiamo scelto un Chianti dei Colli Aretini, ci va benissimo un Montepulciano d’Abruzzo o se volete stare al Sud un Aglianico del Vulture.
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