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2018-04-26
Fico pronto a chiedere al Colle i supplementari
ANSA
Lo spavento per il malore del suo predecessore, Giorgio Napolitano, ha tenuto sveglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fino a tarda ora, la scorsa notte. Sinceratosi della buona riuscita dell'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto il presidente emerito, Mattarella ha riposato poche ore, per poi dedicarsi, nella giornata di ieri, alle celebrazioni per il 25 aprile. Due eventi, il malore di Napolitano e il 25 aprile, che hanno finito inevitabilmente per incrociare il mandato esplorativo che in queste ore il presidente della Camera, Roberto Fico, sta portando avanti per verificare le possibilità di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. Fico, ieri mattina, ha partecipato al primo evento di celebrazione, l'omaggio al Monumento del Milite ignoto all'Altare della Patria, insieme a Mattarella, alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e alle altre autorità dello Stato. Il presidente della Camera ha espresso gli auguri di pronta guarigione a Re Giorgio.
Oggi, Roberto Fico incontrerà, per un secondo giro di consultazioni, la delegazione del Pd (alle 11) e quella del M5s (alle 13). In serata, come previsto dal mandato, riferirà al Quirinale, chiedendo altro tempo: il Pd ha la necessità di riunire la direzione, che voterà sull'ipotesi di iniziare una trattativa di governo con i grillini. La direzione dovrebbe essere convocata nei primi giorni della prossima settimana. Mattarella sa benissimo che l'ipotesi di un'alleanza Pd-M5s è assai remota. Matteo Renzi è fermamente contrario. Ieri mattina, tra i fedelissimi dell'ex segretario, circolava la certezza che la direzione confermerà il «no» all'accordo. Se anche la spuntassero i governisti, guidati dal segretario reggente Maurizio Martina, i numeri al Senato sarebbero da brividi (1 solo voto più della maggioranza assoluta); basterebbe una dozzina di dissidenti teleguidati da Renzi per mettere ko il governo. Non è certo un caso che ieri il capogruppo al Senato del Pd, il renzianissimo Andrea Marcucci, abbia sorpreso tutti convocando per il 2 maggio prossimo un'assemblea dei senatori dem: «Chiederò ai senatori», ha avvertito Marcucci, «di valutare lo stato delle consultazioni. Il Pd non ha piattaforme truccabili o programmi che cambiano secondo la convenienza». Il senatore Renzi avrà modo di mettere in riga personalmente chi si mostrasse favorevole a un accordo destinato a non vedere mai la luce.
Venerdì prossimo, si prevede che al Quirinale, il secondo forno di Luigi Di Maio, quello col Pd, sarà spento. Il capo dello Stato ha letto con stupore le critiche che gli sono piovute addosso dalla Lega, nonché quel riferimento alle «spinte secessionistiche» previste dal braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, in una intervista a Repubblica, «se il Nord produttivo venisse escluso dal governo del Paese». Mattarella ha concesso quasi due mesi di tempo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per stringere un patto di governo: l'ipotesi di un'alleanza centrodestra-M5s è stata la prima a essere «esplorata» dalla presidente del Senato, Casellati. I veti di Di Maio su Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno circoscritto, nei fatti, quella esplorazione a un'ipotesi di accordo tra la Lega e il M5s. Le «novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti» evocate ancora tre giorni fa da Mattarella, non sono emerse. Il capo dello Stato ha atteso che Salvini certificasse la sua uscita dal centrodestra, «pubblicamente, esplicitamente e significativamente» ma ciò non è avvenuto in quasi due mesi. La prossima settimana, salvo clamorosi imprevisti, Mattarella prenderà atto della chiusura del secondo forno e passerà alla esplorazione di un'ipotesi di alleanza tra centrodestra e Pd. Se nemmeno questa carta risulterà vincente, anche il capo dello Stato si potrebbe rassegnare alle elezioni anticipate, probabilmente il prossimo autunno, con la coscienza di aver fatto di tutto per dare un governo stabile all'Italia. Potrebbe essere Paolo Gentiloni, a questo punto, a guidare l'esecutivo balneare.
Mattarella, ieri, ha scelto l'Abruzzo per le celebrazioni del 25 aprile: si è recato prima a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, per rendere omaggio al sacrario della brigata Maiella, e poi a Casoli. «La Patria, che rinasceva dalle ceneri della guerra», ha detto Mattarella, «si ricollegava direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della brigata Maiella scelsero per se stessi la denominazione di patrioti. La stessa dei giovani che andavano a morire in nome dell'Unità d'Italia».
Parole che suonano come una risposta alle «spinte secessionistiche» evocate da Giorgetti.
Carlo Tarallo
Il Pd è alla frutta: Renzi fa sondaggi in piazza
«E tu lo faresti un governo con i 5 stelle? Lo faresti? Eh?». Ciao, io sono quello che nella foto e nelle immagini di ieri sta sulla bicicletta in piazza della Signoria a fare domande in favore di telecamera il giorno del 25 aprile.
Mi chiamo Matteo Renzi, e da giorni mi chiedo, con il consueto dilemma morettiano che affligge le star: mi si nota di più se vado o se non vado? Ve lo dico io, mi si nota di più se vado, ed infatti eccomi. Il problema è che io (ormai è la terza volta che lo faccio), avevo detto che me ne andavo dopo le politiche e poi non l'ho più fatto. Il fatto è che non riesco a stare lontano dalla scena, dai riflettori, dagli applausi. Non è malanimo, ma io sono uno che quando vede sui giornali le foto di quel Maurizio Martina, che ieri ha elogiato ancora la rottura a prole di Luigi Di Maio con la Lega, vede rosso. Poi, subito dopo penso a quanto soffriate nello sfogliare i giornali e non trovarmi. Tant'è vero che per non sapere né leggere né scrivere gli ho già fatto saltare l'assemblea del 21. Se poi davvero continua con questa balla del governo con Di Maio mi incazzo e lo sego.
Avrete notato che ieri ho avuto una trovata delle mie: mi sono messo a fare le domande, a chiedere: «Siete d'accordo o meno a fare il governo del M5s?». Erano tutti contrari. È vero che il sondaggio aveva l'attendibilità scientifica di quelli di Davide Mengacci su Rete 4, ai tempi d'oro. Però intanto io domani torno a fare titolo alla faccia di Martina, di Dario Franceschini, di quei due rinnegati di Matteo Richetti e della Debora Serracchiani, gente che per me non esiste. Se mi fanno incazzare alla guida del Pd ci piazzo Ettore Rosato. Qui faccio come mi pare. È cosa mia. È vero che avevo detto che avrei fatto il senatore semplice, lo so. Ma poi sento il profumo della guerra, avverto le fitte di dolore per l'usurpazione, e non capisco più nulla. Il Pd è il mio tessoóóro, Smeagol buono, Martina cattivo! Ah ah ah. D'altra parte io sono Matteo Renzi, quello delle slides, del carrettto dei gelati Grom a Palazzo Chigi. Del trolley. E vi ricordate la fase zen? E l'euro in sicurezza e l'euro in cultura? E i 1.000 giorni per cambiare l'Italia? E la camicia bianca? E il chiodo di pelle alla Fonzie? Il pranzo al sacco da Eataly. Il camper con dietro l'aereo pagato dalla fondazione Big Bang. E la Smart di Ernesto Carbone al Quirinale. E la bici. E il treno. E il motorino.
Quello di «ogni settimana in una scuola», e la cabina di regia straordinaria per l'edilizia scolastica il dipartimento mamme. Della riforma Costituzionale che l'Italia attende da 70 anni e della legge elettorale che ci invidia tutto il mondo. Ogni giorno me ne veniva una, a me se mi danno una prima serata Paolo Bonolis scompare. Insomma, io a fare il senatore semplice di Scandicci e di Lastra a Signa e dell'Impruneta non ci so stare. Non mi faccio imporre l'anonimato da una banda di mediocri. Avete visto sui social #renzitorna? Ho passato una serata a leggere i tweet uno per uno: lo so, ci sono hashtag che ti riempiono il cuore. Io non sono fatto per stare nell'ombra, anonimo un passo indietro. E non posso accettare di vedere il mio partito in mano ad un mollaccione che si mette a fare il segretario educato e va ad ascoltare pure le riunioni della minoranza. Io sono quello della rottamazione, di Franceschini vicedisastro, di adesso mi incazzo e uso il lanciafiamme. E Calenda lascia se ci mettiamo con il M5s? Calenda chi?
Io ero fatto per governare l'Italia, per le colazioni con Barack Obama, per fissare i record di ascolti da Maria De Filippi. Io a Pontassieve mi annoio. Questa cosa del #senzadime, parliamoci chiaro, mi ha rimesso in gioco. Io quando ho un nemico davanti rinasco. Dopo cinque sconfitte consecutive, dopo la batosta del referendum, dopo la catastrofe delle politiche, dopo il minimo storico del Pd, ho bisogno di una guerra con qualcuno per rientrare sulla scena. Datemi un pretesto per tornare perché sennó così muoio.
Luca Telese
L’Ue dà 50.000 euro al guru M5s per il suo europeismo
Se per
Enrico IV Parigi valeva bene una messa, per Luigi Di Maio Palazzo Chigi val bene una giravolta. Dopo le elezioni del 4 marzo, i grillini hanno impresso al Movimento una svolta moderata, arrivando persino a correggere, all'insaputa degli iscritti, il loro programma politico. Tra gli artefici della conversione c'è il professor Giacinto Della Cananea, il giurista incaricato di emendare l'agenda dei 5 Stelle, in vista di un eventuale accordo di governo con il Partito democratico.
Due giorni fa,
Della Cananea è stato insignito del premio Altiero Spinelli, istituito lo scorso anno dalla Commissione europea con lo scopo di «dare riconoscimento a contributi straordinari che comunichino i valori fondanti dell'Ue», ampliarne il «raggio d'azione» e «creare un clima di fiducia» verso le istituzioni comunitarie. Il «saggio» grillino, tra i sei primi classificati, ha incassato un assegno da 50.000 euro per il suo lavoro sul diritto amministrativo europeo. Il regista del negoziato avviato dal Movimento 5 stelle con il Pd è asceso all'olimpo europeista: il suo nome è associato a quello di Spinelli, uno dei padri fondatori dell'Ue, autore del Manifesto di Ventotene, denso di discutibili utopie socialisteggianti, ma diventato il motivo ispiratore del federalismo europeo.
Che il professor
Della Cananea potesse piacere a Bruxelles non è una novità. Allievo del giudice costituzionale emerito Sabino Cassese, addottoratosi in diritto comunitario all'Università europea di Firenze, oggi insegna «European administrative law».
La novità, casomai, viene dal fronte pentastellato. Come avevamo ricordato ieri sulla
Verità, quattro anni fa i deputati grillini consideravano Della Cananea un «incompetente». Ma dopo il suo avvicinamento al Movimento, propiziato dalla partecipazione a un convegno sulla giustizia che i grillini organizzarono alla Camera nel giugno 2017, Della Cananea è diventato lo sponsor del complicato matrimonio con i dem.
Sembra che, pur di comandare,
Di Maio non esiterebbe a rimangiarsi le promesse elettorali. Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole. È un dato di fatto che gli unici partiti «populisti» ammessi al governo, oppure tollerati dalle élite, sono quelli che hanno eseguito fedelmente le direttive della Troika, come nel caso di Alexis Tsipras in Grecia, o che comunque si sono rivelati funzionali alla conservazione dello status quo, come Podemos in Spagna. Quando non riesce a sfornare un Emmanuel Macron, l'establishment sa servirsi delle sedicenti forze «antisistema». È facile fare due più due, leggendo le dichiarazioni del Commissario europeo per gli Affari monetari, Pierre Moscovici, riportate dal Corriere della Sera: un concentrato di terrore verso l'«estrema destra» rappresentata da Matteo Salvini. Il quale, esattamente come Alternative für Deutschland, esclusa dal governo tedesco grazie alla grande coalizione tra Angela Merkel e Martin Schulz, è l'unico a fare davvero paura all'Europa. Perciò, è il Carroccio che Bruxelles vuole tenenere fuori da Palazzo Chigi, sfruttando le debolezze di Silvio Berlusconi e accompagnando i grillini tra le braccia della Bce e del Fondo monetario.
In questo gioco delle parti, tre sono le potenziali vittime. Il centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti degli altri contendenti, ma rischia di essere scalzata dai secondi e dai terzi classificati. Il Partito democratico, che se cedesse alla tentazione dell'inciucio con i pentastellati, finirebbe sicuramente fagocitato dal Movimento, cui cederebbe la funzione di polo della sinistra. E, soprattutto, gli elettori grillini, che avevano votato il Movimento 5 stelle perché cambiasse tutto, ma si ritrovano un partito-gattopardo che vuol lasciare tutto com'è.
Alessandro Rico
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In mattinata il presidente della Camera concluderà il secondo giro di consultazioni ed entro sera salirà dal presidente Sergio Mattarella. Quasi scontata la domanda di più tempo per le trattative. Ma anche il Quirinale è scettico.Il Pd è alla frutta. Da una parte il reggente Maurizio Martina elogia ancora Luigi Di Maio per l'addio alla Lega. Dall'altra, l'ex segretario Mattei Renzi si aggira in bicicletta per Firenze chiedendo alla gente se l'alleanza con i 5 stelle s'ha da fare o no. E Carlo Calenda, appena iscritto, dice: «Se andiamo con il M5s, lascio».Intanto al guru grillino, il professore Giacinto Della Cananea, autore del programma, consegnato il premio Spinelli. Un altro motivo di sconcerto per la base pentastellata.Lo speciale contiene tre articoli.Lo spavento per il malore del suo predecessore, Giorgio Napolitano, ha tenuto sveglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fino a tarda ora, la scorsa notte. Sinceratosi della buona riuscita dell'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto il presidente emerito, Mattarella ha riposato poche ore, per poi dedicarsi, nella giornata di ieri, alle celebrazioni per il 25 aprile. Due eventi, il malore di Napolitano e il 25 aprile, che hanno finito inevitabilmente per incrociare il mandato esplorativo che in queste ore il presidente della Camera, Roberto Fico, sta portando avanti per verificare le possibilità di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. Fico, ieri mattina, ha partecipato al primo evento di celebrazione, l'omaggio al Monumento del Milite ignoto all'Altare della Patria, insieme a Mattarella, alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e alle altre autorità dello Stato. Il presidente della Camera ha espresso gli auguri di pronta guarigione a Re Giorgio. Oggi, Roberto Fico incontrerà, per un secondo giro di consultazioni, la delegazione del Pd (alle 11) e quella del M5s (alle 13). In serata, come previsto dal mandato, riferirà al Quirinale, chiedendo altro tempo: il Pd ha la necessità di riunire la direzione, che voterà sull'ipotesi di iniziare una trattativa di governo con i grillini. La direzione dovrebbe essere convocata nei primi giorni della prossima settimana. Mattarella sa benissimo che l'ipotesi di un'alleanza Pd-M5s è assai remota. Matteo Renzi è fermamente contrario. Ieri mattina, tra i fedelissimi dell'ex segretario, circolava la certezza che la direzione confermerà il «no» all'accordo. Se anche la spuntassero i governisti, guidati dal segretario reggente Maurizio Martina, i numeri al Senato sarebbero da brividi (1 solo voto più della maggioranza assoluta); basterebbe una dozzina di dissidenti teleguidati da Renzi per mettere ko il governo. Non è certo un caso che ieri il capogruppo al Senato del Pd, il renzianissimo Andrea Marcucci, abbia sorpreso tutti convocando per il 2 maggio prossimo un'assemblea dei senatori dem: «Chiederò ai senatori», ha avvertito Marcucci, «di valutare lo stato delle consultazioni. Il Pd non ha piattaforme truccabili o programmi che cambiano secondo la convenienza». Il senatore Renzi avrà modo di mettere in riga personalmente chi si mostrasse favorevole a un accordo destinato a non vedere mai la luce. Venerdì prossimo, si prevede che al Quirinale, il secondo forno di Luigi Di Maio, quello col Pd, sarà spento. Il capo dello Stato ha letto con stupore le critiche che gli sono piovute addosso dalla Lega, nonché quel riferimento alle «spinte secessionistiche» previste dal braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, in una intervista a Repubblica, «se il Nord produttivo venisse escluso dal governo del Paese». Mattarella ha concesso quasi due mesi di tempo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per stringere un patto di governo: l'ipotesi di un'alleanza centrodestra-M5s è stata la prima a essere «esplorata» dalla presidente del Senato, Casellati. I veti di Di Maio su Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno circoscritto, nei fatti, quella esplorazione a un'ipotesi di accordo tra la Lega e il M5s. Le «novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti» evocate ancora tre giorni fa da Mattarella, non sono emerse. Il capo dello Stato ha atteso che Salvini certificasse la sua uscita dal centrodestra, «pubblicamente, esplicitamente e significativamente» ma ciò non è avvenuto in quasi due mesi. La prossima settimana, salvo clamorosi imprevisti, Mattarella prenderà atto della chiusura del secondo forno e passerà alla esplorazione di un'ipotesi di alleanza tra centrodestra e Pd. Se nemmeno questa carta risulterà vincente, anche il capo dello Stato si potrebbe rassegnare alle elezioni anticipate, probabilmente il prossimo autunno, con la coscienza di aver fatto di tutto per dare un governo stabile all'Italia. Potrebbe essere Paolo Gentiloni, a questo punto, a guidare l'esecutivo balneare. Mattarella, ieri, ha scelto l'Abruzzo per le celebrazioni del 25 aprile: si è recato prima a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, per rendere omaggio al sacrario della brigata Maiella, e poi a Casoli. «La Patria, che rinasceva dalle ceneri della guerra», ha detto Mattarella, «si ricollegava direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della brigata Maiella scelsero per se stessi la denominazione di patrioti. La stessa dei giovani che andavano a morire in nome dell'Unità d'Italia». 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Il problema è che io (ormai è la terza volta che lo faccio), avevo detto che me ne andavo dopo le politiche e poi non l'ho più fatto. Il fatto è che non riesco a stare lontano dalla scena, dai riflettori, dagli applausi. Non è malanimo, ma io sono uno che quando vede sui giornali le foto di quel Maurizio Martina, che ieri ha elogiato ancora la rottura a prole di Luigi Di Maio con la Lega, vede rosso. Poi, subito dopo penso a quanto soffriate nello sfogliare i giornali e non trovarmi. Tant'è vero che per non sapere né leggere né scrivere gli ho già fatto saltare l'assemblea del 21. Se poi davvero continua con questa balla del governo con Di Maio mi incazzo e lo sego. Avrete notato che ieri ho avuto una trovata delle mie: mi sono messo a fare le domande, a chiedere: «Siete d'accordo o meno a fare il governo del M5s?». Erano tutti contrari. È vero che il sondaggio aveva l'attendibilità scientifica di quelli di Davide Mengacci su Rete 4, ai tempi d'oro. Però intanto io domani torno a fare titolo alla faccia di Martina, di Dario Franceschini, di quei due rinnegati di Matteo Richetti e della Debora Serracchiani, gente che per me non esiste. Se mi fanno incazzare alla guida del Pd ci piazzo Ettore Rosato. Qui faccio come mi pare. È cosa mia. È vero che avevo detto che avrei fatto il senatore semplice, lo so. Ma poi sento il profumo della guerra, avverto le fitte di dolore per l'usurpazione, e non capisco più nulla. Il Pd è il mio tessoóóro, Smeagol buono, Martina cattivo! Ah ah ah. D'altra parte io sono Matteo Renzi, quello delle slides, del carrettto dei gelati Grom a Palazzo Chigi. Del trolley. E vi ricordate la fase zen? E l'euro in sicurezza e l'euro in cultura? E i 1.000 giorni per cambiare l'Italia? E la camicia bianca? E il chiodo di pelle alla Fonzie? Il pranzo al sacco da Eataly. Il camper con dietro l'aereo pagato dalla fondazione Big Bang. E la Smart di Ernesto Carbone al Quirinale. E la bici. E il treno. E il motorino. Quello di «ogni settimana in una scuola», e la cabina di regia straordinaria per l'edilizia scolastica il dipartimento mamme. Della riforma Costituzionale che l'Italia attende da 70 anni e della legge elettorale che ci invidia tutto il mondo. Ogni giorno me ne veniva una, a me se mi danno una prima serata Paolo Bonolis scompare. Insomma, io a fare il senatore semplice di Scandicci e di Lastra a Signa e dell'Impruneta non ci so stare. Non mi faccio imporre l'anonimato da una banda di mediocri. Avete visto sui social #renzitorna? Ho passato una serata a leggere i tweet uno per uno: lo so, ci sono hashtag che ti riempiono il cuore. Io non sono fatto per stare nell'ombra, anonimo un passo indietro. E non posso accettare di vedere il mio partito in mano ad un mollaccione che si mette a fare il segretario educato e va ad ascoltare pure le riunioni della minoranza. Io sono quello della rottamazione, di Franceschini vicedisastro, di adesso mi incazzo e uso il lanciafiamme. E Calenda lascia se ci mettiamo con il M5s? Calenda chi? Io ero fatto per governare l'Italia, per le colazioni con Barack Obama, per fissare i record di ascolti da Maria De Filippi. Io a Pontassieve mi annoio. Questa cosa del #senzadime, parliamoci chiaro, mi ha rimesso in gioco. Io quando ho un nemico davanti rinasco. Dopo cinque sconfitte consecutive, dopo la batosta del referendum, dopo la catastrofe delle politiche, dopo il minimo storico del Pd, ho bisogno di una guerra con qualcuno per rientrare sulla scena. Datemi un pretesto per tornare perché sennó così muoio. 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Due giorni fa, Della Cananea è stato insignito del premio Altiero Spinelli, istituito lo scorso anno dalla Commissione europea con lo scopo di «dare riconoscimento a contributi straordinari che comunichino i valori fondanti dell'Ue», ampliarne il «raggio d'azione» e «creare un clima di fiducia» verso le istituzioni comunitarie. Il «saggio» grillino, tra i sei primi classificati, ha incassato un assegno da 50.000 euro per il suo lavoro sul diritto amministrativo europeo. Il regista del negoziato avviato dal Movimento 5 stelle con il Pd è asceso all'olimpo europeista: il suo nome è associato a quello di Spinelli, uno dei padri fondatori dell'Ue, autore del Manifesto di Ventotene, denso di discutibili utopie socialisteggianti, ma diventato il motivo ispiratore del federalismo europeo. Che il professor Della Cananea potesse piacere a Bruxelles non è una novità. Allievo del giudice costituzionale emerito Sabino Cassese, addottoratosi in diritto comunitario all'Università europea di Firenze, oggi insegna «European administrative law». La novità, casomai, viene dal fronte pentastellato. Come avevamo ricordato ieri sulla Verità, quattro anni fa i deputati grillini consideravano Della Cananea un «incompetente». Ma dopo il suo avvicinamento al Movimento, propiziato dalla partecipazione a un convegno sulla giustizia che i grillini organizzarono alla Camera nel giugno 2017, Della Cananea è diventato lo sponsor del complicato matrimonio con i dem. Sembra che, pur di comandare, Di Maio non esiterebbe a rimangiarsi le promesse elettorali. Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole. È un dato di fatto che gli unici partiti «populisti» ammessi al governo, oppure tollerati dalle élite, sono quelli che hanno eseguito fedelmente le direttive della Troika, come nel caso di Alexis Tsipras in Grecia, o che comunque si sono rivelati funzionali alla conservazione dello status quo, come Podemos in Spagna. Quando non riesce a sfornare un Emmanuel Macron, l'establishment sa servirsi delle sedicenti forze «antisistema». È facile fare due più due, leggendo le dichiarazioni del Commissario europeo per gli Affari monetari, Pierre Moscovici, riportate dal Corriere della Sera: un concentrato di terrore verso l'«estrema destra» rappresentata da Matteo Salvini. Il quale, esattamente come Alternative für Deutschland, esclusa dal governo tedesco grazie alla grande coalizione tra Angela Merkel e Martin Schulz, è l'unico a fare davvero paura all'Europa. Perciò, è il Carroccio che Bruxelles vuole tenenere fuori da Palazzo Chigi, sfruttando le debolezze di Silvio Berlusconi e accompagnando i grillini tra le braccia della Bce e del Fondo monetario. In questo gioco delle parti, tre sono le potenziali vittime. Il centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti degli altri contendenti, ma rischia di essere scalzata dai secondi e dai terzi classificati. Il Partito democratico, che se cedesse alla tentazione dell'inciucio con i pentastellati, finirebbe sicuramente fagocitato dal Movimento, cui cederebbe la funzione di polo della sinistra. E, soprattutto, gli elettori grillini, che avevano votato il Movimento 5 stelle perché cambiasse tutto, ma si ritrovano un partito-gattopardo che vuol lasciare tutto com'è. Alessandro Rico
iStock
«L’identità di genere è una tendenza e non è più così “cool”». Così scriveva lo scorso autunno, senza nascondere un certo entusiasmo, Sarah Holliday, giornalista del Washington Stand. Ad ispirare questo commento era stato The decline of trans and queer identity among young americans, studio di Eric Kaufmann, sociologo e direttore del Centre for Heterodox Social Science presso l’Università di Buckingham. Con questo lavoro di 27 pagine - di cui aveva dato notizia anche La Verità -, l’accademico aveva scoperto una inversione di tendenza, ovvero che la quota di studenti che si identificano con un genere diverso da maschile o femminile - ovvero come «non binari» - ha raggiunto il picco nel 2023 (6,8%) e si è dimezzata nei due anni dopo, fermandosi nel 2025 a 3,6%. Rilanciato Elon Musk, Donald Trump Jr. e Matt Walsh, il post su X contenente questo studio ha toccato le 20 milioni di visualizzazioni. Con le visualizzazioni sono fioccate, inevitabili, anche le critiche a Kaufmann, che nel merito sono essenzialmente state di due tipi.
Al sociologo è stato rimproverato di non aver capito che «non binario non significa trans» e di non aver utilizzato dati ponderati. Due osservazioni alle quali l’autore di The decline of trans and queer identity - basato sui dati della Foundation for individual rights and expression (Fire), indagine che coinvolge oltre 50.000 studenti all’anno provenienti da quasi 250 atenei americani - ha efficacemente risposto. Anzitutto, il docente dell’Università di Buckingham ha rilevato che coloro che si identificano come trans hanno quasi 70 volte più probabilità di identificarsi come non binari rispetto a una persona che non si identifica come trans. «Una correlazione monumentale», ha commentato Kaufmann, il quale ha fatto anche notare come ponderare i dati, quando i sottogruppi sono così piccoli come gli intervistati trans di un campione, rischia di essere molto rischioso a fini interpretativi.
Come che sia, questo dibattito iniziato a fine ottobre 2025, di fatto non si è più chiuso; anche perché, nel frattempo, sono intervenuti pure altri studiosi. Un nome su tutti che merita di essere richiamato è quello di Jean Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University, forse la massima ricercatrice quantitativa sulle tendenze giovanili degli Stati Uniti, la quale - a partire da un’altra fonte, il Cooperative Election Study (Ces), questa sì rappresentativa - ha concluso che sì, «tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, l’identificazione transgender si è quasi dimezzata dal 2022 al 2024. L’identificazione non binaria è diminuita di oltre la metà tra il 2023 e il 2024».
Più precisamente, se nel 2020 l’8,6% dei giovani tra i 18 e i 22 anni ha dichiarato di essere transgender, solo un anno dopo la quota è scesa al 5,6%, per crollare ulteriormente al 3,2% nel 2024: meno 5,4% in appena quattro anni non è un calo, bensì un crollo perfino peggiore di quello rilevato da Kaufmann. Come se non bastasse, un altro esperto di statistiche, Ryan Burge, ha deciso di vederci chiaro trovando un dato che non ha avuto alcuna risonanza sui media internazionali: il calo dell’identità fluida persino nelle fasce d’età più mature. «Ciò che colpisce è che anche tra le persone decisamente non “giovani”, si è registrato un calo notevole nell’identificazione transgender», ha osservato Burge, «ad esempio, tra gli intervistati nati negli anni Settanta, circa l’1,6% ha dichiarato di essere transgender nel 2020; entro il 2024, questa percentuale era scesa ad appena lo 0,3%. Per i nati alla fine degli anni Ottanta, l’identificazione transgender è scesa dal 4,8% ad appena lo 0,9%. Quindi, questo non è un fenomeno limitato solo ai più giovani adulti: ci sono cali significativi anche tra le persone tra i 30 e i 40 anni».
Suffraga l’arretramento dell’identità fluida anche l’esperienza dei detransitioners, ossia quanti, avviata o completata una transizione di genere, non solo desiderano tornare alla loro identità biologica originale ma, non di rado, fanno causa ai medici che troppo frettolosamente li hanno avviati a questo iter. Di quante persone si tratta? Difficile dirlo. Secondo Walt Heyer, forse tra i volti più noti di quanti hanno vissuto in un sesso (nel suo caso femminile) prima di tornare al proprio, essi ammontano addirittura al 20% dell’insieme dei trans. Gli studi scientifici fissano una forbice più contenuta, che varia dal 2 all’8%. C’è però da dire che questi casi non però semplici da intercettare, anche perché i pentiti della transizione vengono spesso bullizzati dalla comunità Lgbt, che li tratta come traditori della causa. Da uno studio uscito pubblicato su Archives of Sexual Behavior sappiamo che sono meno di un quarto - il 24%, per l’esattezza - i detransitioners che decidono di informare della loro scelta i medici. Molti semplicemente spariscono: non si fanno più vedere e basta.
Quel che è certo è che i detransitioners sono in aumento in tutto l’Occidente e certificano che sì, forse «l’identità di genere è non è più così “cool”». La cosa che colpisce è che un declino dell’ideologia gender oggi si intravede anche là dove, francamente, meno uno se lo aspetterebbe: nel mondo dei mass media. Secondo Where We Are on tv, l’ultimo rapporto Glaad - acronimo dell’associazione arcobaleno Gay and lesbian alliance against defamation - diffuso un paio di mesi fa, se durante la stagione televisiva 2023-2024 i personaggi transgender erano 24, nell’ultima, dove complessivamente sono stati rilevati 489 personaggi arcobaleno, quelli transgender sono saliti a 33. Eppure, sorpresa: appena quattro di questi 33 appartengono a show che torneranno per un’altra stagione; il resto, ha osservato Jorge Enrique Mújica per l’agenzia Zenit, è legato a produzioni che sono state cancellate o non saranno rinnovate. Troppo poco, forse, per parlare di trasformazione del mondo dei media, da decenni megafono dell’agenda progressista. Però è un segnale.
D’altra parte, che l’eccessiva presenza gender anche sul mondo dei media e della pubblicità stia iniziando a stancare lo si sa da tempo. Almeno dalla primavera del 2023, quando la birra Bud Light, per farsi pubblicità, scelse di affidarsi all’attivista transgender Dylan Mulvaney. Risultato: il titolo in Borsa dell’azienda era repentinamente crollato, per un totale di perdite di circa oltre 4,5 miliardi di dollari di capitalizzazione. Adesso Bud Light costa meno dell’acqua, aveva chiosato qualcuno commentando il tonfo. La stanchezza della gente comune per l’ideologia gender è tale che c’è chi attribuisce una parte non irrilevante della vittoria alle presidenziali del novembre 2024 di Donald Trump su Kamala Harris alla maxi sponsorizzazione sui social network che il tycoon fece d’un vecchio video del 2019 nel quale la candidata democratica affermava che avrebbe pagato con i fondi pubblici le operazioni per il «cambio di sesso» dei transessuali detenuti.
Perfino Charlamagne tha God, popolarissimo conduttore radiofonico afroamericano con milioni di follower e apertamente progressista, se n’era sbottato: «Neanche io vorrei che i soldi delle mie tasse venissero spesi per gli interventi chirurgici delle persone transgender». Questo precedente è interessante perché fa capire che non sono stati Trump con i suoi ordini esecutivi che escludono le atlete trans dalle competizioni femminili o Elon Musk servendosi di X a generare una sorta di presunta «transfobia». Un malcontento c’era già. E probabilmente aleggia ora in tutto l’Occidente, benché i paladini del progressismo si ostinino a non vederlo.
«Sono saltate le censure woke contro i pentiti della transizione»
Qual è la situazione dell’ideologia gender in Italia? Anche qui arretra come in America? Non c’è modo migliore per capirlo che sentire chi la contrasta quotidianamente. Come Maria Rachele Ruiu, moglie, mamma di due bambini, laureata in psicologia e, soprattutto, volto noto di Pro vita & famiglia.
Ruiu, come trova i dati del declino dell’identità trans e non binaria che arrivano dagli Stati Uniti?
«Come ogni ideologia, l’ideologia gender si contraddice. Era un declino “citofonato”. Come può reggere un’ideologia che dice di voler superare i cosiddetti stereotipi di genere e poi afferma che se un ragazzino si sente più sensibile o ama la danza forse è nato in un corpo sbagliato? Come può reggere un’ideologia che dice di voler emancipare le donne dal patriarcato quando non sa rispondere alla banalissima domanda “cosa è una donna”? Come può reggere un’ideologia che dice che i genitali non definiscono l’identità di una persona, ma rimuoverli sì. Una ideologia che tifa per le quote rosa ma poi permette agli uomini di usurpare i posti nelle gare femminili. Era chiaro e lampante che questa ideologia avrebbe avuto vita breve. Ma la domanda è: quanti morti e feriti ha causato? Quanti ne sta causando?».
Come spiega questa piccola ma già decisa inversione di tendenza?
«Credo sia un effetto boomerang: i primi ex ragazzi sottoposti alla transizione; genitori più consapevoli e il fatto che siano saltate molte censure woke. Ma soprattutto il coraggio di piccoli sassolini che hanno scelto di essere maciullati pur di sabotare l’ingranaggio d’una ideologia che aveva ammaliato tanti, anche quando non conveniva. Si deve questa decisa inversione alle ragazze e ai ragazzi che con coraggio hanno denunciato di essere stati fregati dai cultori del gender: adulti, professori, professionisti che hanno sacrificato sull’altare di questa ideologia la salute fisica e mentale. Hanno cominciato ad essere pubbliche le storie dei detransitioner, sia adulti sia giovani. Noi lo scorso anno abbiamo fatto un tour con Luka Hein, per mettere in guardia l’Italia che pare ammaliata da questa ideologia. Della sua storia, diventata un documentario dell’agenzia indipendente Dropit, mi ha colpito una frase semplice ma diretta: “Avrei avuto bisogno di adulti che si facevano carico della mia sofferenza, non di risposte standardizzate che mi hanno menomata”».
Anche se non abbiamo dati accurati come quelli statunitensi, è plausibile che un arretramento ideologico possa registrarsi anche in Italia e in altre parti d’Occidente?
«Certo, sì. L’Italia segue sempre con ritardo, ma segue. Il problema serio è che oggi da noi i dati sono ancora nascosti per la maggior parte. Quando aprivo le interviste con Luka invitavo gli spettatori a ricordare i film in cui un eroe o chi per lui torna dal futuro per avvisare l’arrivo di una catastrofe, e suggerivo di ascoltare la storia di questa ragazza che veniva dall’America proprio con lo stesso compito. La speranza - ed è il motivo per cui con Pro vita & famiglia non arrestiamo e continuiamo a spenderci per svelare la crudeltà e le contraddizioni di questa ideologia - è che l’Italia guardi agli altri Paesi che sono tornati indietro senza ferire, martoriare, confondere, i nostri figli più fragili. Vede Guzzo, dopo il lockdown c’è stata l’impennata di casi di disforia, mentre si registrava un aumento significativo del disagio giovanile causato da una sovraesposizione ai social network. Lì, come raccontano le mamme di GenerazioneD, i nostri giovani più fragili sono stati convinti che il dolore che provavano si chiamava disforia di genere, perché troviamo “influencer” che promettono la felicità con la transizione sociale, ormonale, fino a quella chirurgica. In Italia regna il caos, è necessaria invece una presa di posizione di adulti, che si prendano la responsabilità di custodire i più fragili da questa ideologia. Il coraggio di guardare ai fatti. Niente più».
Gli interessi economici che stanno dietro la transizione di genere, però, fanno supporre che i promotori dell’identità fluida non molleranno facilmente la presa…
«“Follow the money”, altro che “lo facciamo per il tuo bene”. Segui i soldi, dicevano. In effetti l’ideologia gender altro non fa che medicalizzare persone con corpi sani che prenderanno ormoni a vita, con tutti le conseguenze che ne derivano, spesso rinunciando ad avere una vita sessuale soddisfacente, o alla fertilità. Senza, dicono gli studi internazionali, un riscontro di benessere reale. Se non fosse vero sembrerebbe un romanzo distopico, o diabolico, o no? È vero, non è facile, perché gli interessi economici sono giganti, ma noi sappiamo - forti degli esempi di gente come Charlie Kirk e Matt Walsh - che Davide sconfigge Golia».
Come vede intanto la situazione italiana?
«La pressione ideologica nelle scuole è ancora fortissima, così come quella sui social, sui media, in generale. Però sta crescendo un fronte di genitori, associazioni, medici e giuristi che non accetta più il ricatto morale. Non siamo alla vittoria, ma non siamo più soli».
È già qualcosa.
«Sì, tra l’altro io credo proprio che l’Italia nonostante questo bombardamento costante anche dei nostri media, è riuscita ancora a non crollare definitivamente proprio perché - anche se ammaccata, sofferente, e continuamente bombardata - la famiglia più o meno sta continuando a resistere».
Anche da noi, insomma, il buon senso si sta facendo risentire.
«La realtà, la scienza e il buon senso non hanno bisogno di propaganda. Hanno solo bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di dire ciò che tutti vedono e molti tacciono. Come Pro vita & famiglia noi saremo sempre qui, a portare la voce di questi coraggiosi».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 gennaio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini commentiamo gli ultimi sviluppi di politica internazionale tra Groenlandia e Gaza.
Il rigore sbagliato dal marocchino Brahim Diaz nella finale persa contro il Senegal (Getty Images)
La Coppa d’Africa 2025-26, ospitata dal Marocco, è stata molto più di una competizione calcistica: è stata un lungo accumulo di tensioni, piccoli incidenti, proteste formali e malumori sotterranei che hanno accompagnato il torneo dall’inizio alla fine, rendendo la finale solo l’ultimo capitolo di una storia già fin troppo carica di tensioni. Fin dalla fase preparatoria, l’evento è stato presentato come una prova generale in vista del Mondiale 2030, quando Rabat ospiterà il campionato del mondo con Spagna e Portogallo, già nelle prime settimane è emersa una distanza evidente tra l’ambizione dichiarata e la gestione concreta.
Le città coinvolte hanno faticato ad assorbire l’impatto simultaneo di tifosi, delegazioni, staff tecnici e produzione televisiva: traffico paralizzato, tempi di percorrenza imprevedibili, difficoltà nel coordinare spostamenti e sicurezza. Non si è trattato di episodi isolati, ma di un’esperienza ricorrente che ha colpito squadre e addetti ai lavori lungo tutto l’arco del torneo. Non solo. Nei gironi, la Coppa d’Africa ha subito mostrato il suo volto più politico. L’eliminazione del Gabon contro la Costa d’Avorio il 31 dicembre, arrivata in modo traumatico nei minuti finali, ha prodotto una reazione istituzionale durissima, con annunci di azzeramento dello staff tecnico e provvedimenti disciplinari a catena. Ma non è stato l’unico caso. Anche in altre federazioni l’uscita anticipata è stata vissuta come un fallimento intollerabile: allenatori messi in discussione pubblicamente, dirigenti sotto pressione, comunicati dai toni durissimi. Il Ghana, uscito prima del previsto dal torneo, ha visto esplodere un dibattito interno feroce, con accuse alla federazione per la gestione della preparazione e per le condizioni logistiche giudicate inadeguate. La Nigeria ha fatto filtrare malumori sulla distribuzione dei campi di allenamento e sugli spostamenti tra una sede e l’altra, ritenuti penalizzanti in una fase delicata della competizione. Anche l’Algeria, eliminata ai quarti, ha lasciato trapelare irritazione per decisioni arbitrali considerate incoerenti e per una gestione della sicurezza definita «confusa» nei giorni immediatamente precedenti alla partita decisiva. L'Egitto, pur senza proteste plateali, ha espresso attraverso ambienti federali perplessità sulla calendarizzazione e sulle lunghe percorrenze imposte tra allenamenti e stadio, giudicate non all’altezza di un torneo di questo livello.
Accanto a queste reazioni politiche, si è sviluppata una sequenza di lamentele organizzative che ha coinvolto numerose nazionali. Delegazioni dell’Africa occidentale e centrale hanno segnalato difficoltà nei trasferimenti, campi di allenamento giudicati non equivalenti, controlli di sicurezza percepiti come disordinati. Alcune squadre eliminate agli ottavi hanno parlato apertamente di preparazione condizionata da continui cambi di programma e da distanze sottovalutate. Il Senegal ha dato voce a queste criticità in modo più esplicito, denunciando problemi di accoglienza e una gestione ritenuta non uniforme, ma il suo caso ha finito per rappresentare un malcontento più ampio, condiviso anche da federazioni che hanno scelto toni meno pubblici.
Sugli spalti, il quadro è stato altrettanto contraddittorio. I dati ufficiali parlano di oltre un milione di spettatori complessivi e di stadi spesso esauriti, ma le immagini televisive non sempre hanno confermato questa narrazione. In diverse partite si sono viste tribune a macchia di leopardo, non per mancanza di interesse, ma per una combinazione di biglietteria inefficiente, prezzi elevati per molti tifosi africani e difficoltà logistiche che scoraggiavano gli spostamenti tra una città e l’altra. È stato uno dei paradossi più discussi del torneo: una Coppa d’Africa seguitissima in televisione e meno accessibile dal vivo per una parte consistente del pubblico che vive nel continente.Sul piano arbitrale, il torneo ha accumulato un ulteriore strato di tensione. L’uso intensivo del Var ha spesso moltiplicato le polemiche invece di ridurle. Più di una nazionale eliminata ha lamentato decisioni giudicate incoerenti, parlando di criteri applicati in modo diverso da gara a gara. In questo contesto si è diffusa, soprattutto tra le squadre non nordafricane, la percezione che il Marocco potesse beneficiare di un clima più favorevole, non tanto per singoli episodi clamorosi quanto per una somma di micro-decisioni che, nel tempo, hanno alimentato l’idea di uno squilibrio strutturale.
Quando il torneo è entrato nella fase a eliminazione diretta, le tensioni non si sono attenuate. Al contrario, ogni partita è diventata un banco di polemiche. Proteste a bordo campo, momenti di nervosismo sugli spalti, confronti accesi con gli arbitri e alcuni scontri con gli steward hanno contribuito a mantenere il clima costantemente sopra soglia. Le semifinali hanno mostrato segnali evidenti di stanchezza emotiva e organizzativa, preparando il terreno a una finale che sarebbe stata inevitabilmente disastrosa.
L’atto conclusivo, con le sue polemiche arbitrali, le proteste clamorose, l’uscita temporanea dal campo di una squadra, le lunghe interruzioni e le accuse incrociate nel dopo partita, è stato una perfetta sintesi. Le lamentele del Senegal sull’organizzazione, esplose definitivamente in quella sera, hanno dato visibilità a problemi che altre nazionali avevano già sperimentato nelle settimane precedenti, spesso senza la stessa risonanza mediatica.Alla fine, la Coppa d’Africa 2025-26 resta un evento imponente per numeri, audience televisiva e rilevanza internazionale. Ma come prova generale per il Mondiale 2030 lascia interrogativi pesanti. Gli stadi e la copertura globale hanno funzionato, ma la gestione dei flussi di tifosi, il rapporto con le federazioni e la capacità di reggere la pressione di un grande evento hanno mostrato crepe evidenti. Più che un modello da esibire, questa edizione ha finito per assomigliare a un avvertimento: senza una struttura davvero solida e condivisa, non si va molto lontano.
La Coppa d’Africa 2025-26 si è conclusa con il Senegal campione per la seconda volta nella sua storia, dopo il successo del 2021. La finale contro il Marocco, giocata a Rabat, è stata drammatica e intensa: decisivo ai supplementari il gol di Pape Gueye, dopo che il rigore dei padroni di casa al 114’ era stato fallito da Brahim Diaz, con un cucchiaio del tutto discutibile.
Fuori dal campo, però, la serata è stata segnata da momenti di forte tensione. Tra tutti la decisione del ct del Senegal, Pape Thiaw, di far rientrare negli spogliatoi la squadra come segno di protesta dopo l'assegnazione del calcio di rigore in favore dei padroni di casa da parte dell'arbitro congolese Jean Jacques Ndala Ngambo al minuto 98. Così come la scena surreale che ha visto protagonista i giocatori e i raccattapalle del Marocco intenti a rincorrere il secondo portiere senegalese, Victor Diouf, per impedirgli di passare al collega titolare, Edouard Mendy, l'asciugamano ufficialmente utilizzato per asciugare i guantoni, ma nella tradizione dei giocatori africani, utile ad assorbire la magia nera e trasmetterne la forza a chi ne è in possesso. Una sorta di rito voodoo che la formazione marocchina aveva già provato a contrastare in occasione della semifinale, poi vinta ai calci di rigore, con la Nigeria.
Scene non del tutto adeguate a un evento del genere si sono verificate anche sugli spalti e in zona mista al termine della partita, dove si sono registrati episodi di nervosismo e urla tra tifosi e operatori e dichiarazioni al vetriolo degli allenatori. Il tutto non è piaciuto al presidente della Fifa, Gianni Infantino, evidentemente preoccupato in vista del Mondiale che si disputerà da queste parti tra quattro anni: «Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e, allo stesso modo, la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto» - ha commentato il numero uno del calcio mondiale - «Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio l’essenza stessa del calcio. È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo. Le brutte scene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio».
Anche il ct del Senegal, Pape Thiaw, ha rilasciato dichiarazioni di scuse: «A mente fredda non è stato un bello spettacolo far uscire la squadra dal campo nel finale. Chiedo scusa al calcio. Poi li ho fatti tornare, a volte a caldo si reagisce, e non sempre nella maniera migliore. Ora possiamo accettare gli errori dell’arbitro, può succedere. Non avremmo dovuto farlo, ma è andata così». Nonostante la tensione, la festa per il successo senegalese ha avuto momenti di gioia e intensità: Sadio Mané, tra i protagonisti più amati, ha incarnato la celebrazione del trionfo, mentre il portiere Edouard Mendy ha raccontato con sportività il rigore parato, chiarendo che la partita si era decisa sul campo e non tramite accordi tra i giocatori.
La finale di Rabat resterà negli annali non solo per la vittoria del Senegal, ma anche come simbolo di un calcio africano appassionato, intenso e talvolta difficile da contenere, con una combinazione di emozioni, tensioni e polemiche che hanno messo in evidenza tutte le fragilità di un sistema sotto pressione.
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Roy de Vita smonta il ricatto di Pfizer sull’aumento dei prezzi dei farmaci in Europa e denuncia il silenzio delle istituzioni. Dalla gestione opaca dei vaccini Covid alla perdita di credibilità dell’OMS, fino al caos della comunicazione scientifica e al caso Belen–Bassetti: un’intervista senza sconti su potere, sanità e verità negate.