• In mattinata il presidente della Camera concluderà il secondo giro di consultazioni ed entro sera salirà dal presidente Sergio Mattarella. Quasi scontata la domanda di più tempo per le trattative. Ma anche il Quirinale è scettico.
  • Il Pd è alla frutta. Da una parte il reggente Maurizio Martina elogia ancora Luigi Di Maio per l’addio alla Lega. Dall’altra, l’ex segretario Mattei Renzi si aggira in bicicletta per Firenze chiedendo alla gente se l’alleanza con i 5 stelle s’ha da fare o no. E Carlo Calenda, appena iscritto, dice: «Se andiamo con il M5s, lascio».
  • Intanto al guru grillino, il professore Giacinto Della Cananea, autore del programma, consegnato il premio Spinelli. Un altro motivo di sconcerto per la base pentastellata.

Lo speciale contiene tre articoli.

Lo spavento per il malore del suo predecessore, Giorgio Napolitano, ha tenuto sveglio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fino a tarda ora, la scorsa notte. Sinceratosi della buona riuscita dell’intervento chirurgico al quale è stato sottoposto il presidente emerito, Mattarella ha riposato poche ore, per poi dedicarsi, nella giornata di ieri, alle celebrazioni per il 25 aprile. Due eventi, il malore di Napolitano e il 25 aprile, che hanno finito inevitabilmente per incrociare il mandato esplorativo che in queste ore il presidente della Camera, Roberto Fico, sta portando avanti per verificare le possibilità di un accordo di governo tra il Pd e il M5s. Fico, ieri mattina, ha partecipato al primo evento di celebrazione, l’omaggio al Monumento del Milite ignoto all’Altare della Patria, insieme a Mattarella, alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e alle altre autorità dello Stato. Il presidente della Camera ha espresso gli auguri di pronta guarigione a Re Giorgio.

Oggi, Roberto Fico incontrerà, per un secondo giro di consultazioni, la delegazione del Pd (alle 11) e quella del M5s (alle 13). In serata, come previsto dal mandato, riferirà al Quirinale, chiedendo altro tempo: il Pd ha la necessità di riunire la direzione, che voterà sull’ipotesi di iniziare una trattativa di governo con i grillini. La direzione dovrebbe essere convocata nei primi giorni della prossima settimana. Mattarella sa benissimo che l’ipotesi di un’alleanza Pd-M5s è assai remota. Matteo Renzi è fermamente contrario. Ieri mattina, tra i fedelissimi dell’ex segretario, circolava la certezza che la direzione confermerà il «no» all’accordo. Se anche la spuntassero i governisti, guidati dal segretario reggente Maurizio Martina, i numeri al Senato sarebbero da brividi (1 solo voto più della maggioranza assoluta); basterebbe una dozzina di dissidenti teleguidati da Renzi per mettere ko il governo. Non è certo un caso che ieri il capogruppo al Senato del Pd, il renzianissimo Andrea Marcucci, abbia sorpreso tutti convocando per il 2 maggio prossimo un’assemblea dei senatori dem: «Chiederò ai senatori», ha avvertito Marcucci, «di valutare lo stato delle consultazioni. Il Pd non ha piattaforme truccabili o programmi che cambiano secondo la convenienza». Il senatore Renzi avrà modo di mettere in riga personalmente chi si mostrasse favorevole a un accordo destinato a non vedere mai la luce.

Venerdì prossimo, si prevede che al Quirinale, il secondo forno di Luigi Di Maio, quello col Pd, sarà spento. Il capo dello Stato ha letto con stupore le critiche che gli sono piovute addosso dalla Lega, nonché quel riferimento alle «spinte secessionistiche» previste dal braccio destro di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, in una intervista a Repubblica, «se il Nord produttivo venisse escluso dal governo del Paese». Mattarella ha concesso quasi due mesi di tempo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per stringere un patto di governo: l’ipotesi di un’alleanza centrodestra-M5s è stata la prima a essere «esplorata» dalla presidente del Senato, Casellati. I veti di Di Maio su Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno circoscritto, nei fatti, quella esplorazione a un’ipotesi di accordo tra la Lega e il M5s. Le «novità pubbliche, esplicite e significative nel confronto tra i partiti» evocate ancora tre giorni fa da Mattarella, non sono emerse. Il capo dello Stato ha atteso che Salvini certificasse la sua uscita dal centrodestra, «pubblicamente, esplicitamente e significativamente» ma ciò non è avvenuto in quasi due mesi. La prossima settimana, salvo clamorosi imprevisti, Mattarella prenderà atto della chiusura del secondo forno e passerà alla esplorazione di un’ipotesi di alleanza tra centrodestra e Pd. Se nemmeno questa carta risulterà vincente, anche il capo dello Stato si potrebbe rassegnare alle elezioni anticipate, probabilmente il prossimo autunno, con la coscienza di aver fatto di tutto per dare un governo stabile all’Italia. Potrebbe essere Paolo Gentiloni, a questo punto, a guidare l’esecutivo balneare.

Mattarella, ieri, ha scelto l’Abruzzo per le celebrazioni del 25 aprile: si è recato prima a Taranta Peligna, in provincia di Chieti, per rendere omaggio al sacrario della brigata Maiella, e poi a Casoli. «La Patria, che rinasceva dalle ceneri della guerra», ha detto Mattarella, «si ricollegava direttamente al Risorgimento, ai suoi ideali di libertà, umanità, civiltà e fratellanza. Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della brigata Maiella scelsero per se stessi la denominazione di patrioti. La stessa dei giovani che andavano a morire in nome dell’Unità d’Italia».

Parole che suonano come una risposta alle «spinte secessionistiche» evocate da Giorgetti.

Carlo Tarallo



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