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2025-10-04
Il super caccia d’Europa non decolla. Duello Parigi-Berlino per il comando
Fcas jet
Volano gli stracci tra Parigi e Berlino sul Future Combat Air System (Fcas), il caccia di sesta generazione che avrebbe dovuto incarnare l’ambizione strategica dell’Europa. Il costosissimo velivolo militare rischia di diventare l’ennesimo monumento all’inconcludenza franco-tedesca. Nato nel 2017 con grandi promesse di integrazione industriale e difesa comune, il progetto da 100 miliardi di euro è oggi paralizzato da una guerra intestina tra la francese Dassault Aviation e Airbus Defence (a maggioranza tedesca), mentre l’Italia ha già voltato pagina, scegliendo partner meno rissosi e un calendario più credibile.
La disputa non è tanto tecnica, quanto politica ed economica. Dassault rivendica il controllo del progetto, forte dell’esperienza maturata con l’aereo Rafale, e pretende di scegliere fornitori e distribuire il lavoro senza dover negoziare con Airbus. Berlino, dal canto suo, non intende finanziare un programma che rischia di trasformarsi in un «Rafale 2» mascherato, cioè con fondi tedeschi e priorità francesi.
La richiesta di Parigi di accaparrarsi l’80% del carico di lavoro ha fatto esplodere il Bundestag: «Una proposta distruttiva e arrogante», ha tuonato Volker Mayer-Lay, relatore Cdu/Csu per la difesa. Il governo tedesco ha già ventilato l’ipotesi di sostituire Dassault con partner alternativi, come Bae Systems o Saab. Airbus avrebbe già sondato il terreno con questi e altri possibili partner, mentre l’amministratore delegato di Dassault, Éric Trappier, ha reagito affermando che il produttore di aerei da combattimento può anche procedere da solo, poiché possiede le competenze necessarie. Una dichiarazione che certo non contribuisce a distendere gli animi.
La retorica dell’unità europea si infrange contro la realtà di interessi economici nazionali inconciliabili. La Francia, potenza nucleare, teme che i ritardi del Fcas compromettano la sua capacità di deterrenza. La Germania, invece, vuole un sistema interconnesso, interoperabile e sviluppato in modo paritario. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali, si moltiplicano le minacce di abbandono, le accuse reciproche e le trattative parallele.
Il progetto, che avrebbe dovuto consegnare il primo velivolo nel 2040, è fermo alla fase concettuale. Al Salone dell’aeronautica di Parigi 2025, Dassault ha esposto lo stesso modello in cartapesta del 2019. La seconda fase, quella dei prototipi, è bloccata da divergenze sulla gestione e sulla distribuzione dei compiti. La Spagna, terzo partner ufficiale, resta defilata, mentre l’elettronica di bordo procede separatamente grazie alla collaborazione tra Hensoldt, Thales e Indra. Il cuore del progetto, però, è in stallo.
Nel frattempo, l’Italia ha scelto una strada più pragmatica. Con Regno Unito e Giappone, partecipa al Global combat air programme (Gcap), che promette un caccia operativo già nel 2035. Leonardo, partner italiano, lavora con Bae Systems e Mitsubishi in un consorzio che, a differenza del Fcas, sembra funzionare.
Il fallimento del Fcas non sarebbe solo un disastro industriale, ma un colpo mortale alla credibilità dell’Europa come attore strategico, se mai ne è esistita una. Dopo sette anni di litigi, riunioni inconcludenti e modelli finti, il progetto rischia di affondare sotto il peso delle ambizioni non condivise.
Intanto ieri, in occasione delle celebrazioni per il trentacinquesimo anniversario della riunificazione tedesca, il cancelliere Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron si sono visti a Saarbrücken, al confine tra i Paesi. I due hanno fatto mostra di andare molto d’accordo, con abbracci e sorrisi e hanno pronunciato alati discorsi.
«Anni di immigrazione irregolare e incontrollata verso la Germania hanno polarizzato il nostro Paese. La politica, lo Stato, il governo hanno le loro responsabilità», ha affermato Merz. «Ma la portata della sfida deve essere compresa da tutti noi, da ogni cittadino del nostro Paese». L’appello al popolo però rischia di non portare bene al cancelliere, che ha un misero 27% di gradimento personale nei sondaggi, mentre ben il 77% dei cittadini tedeschi è poco o per nulla soddisfatto del governo attuale.
«Si stanno formando nuove alleanze di autocrazie contro di noi, che attaccano la democrazia liberale come stile di vita», ha detto invece Macron. «Di fronte al ritorno dell’illuminismo oscuro c’è una via verso un nuovo illuminismo», ha detto il presidente francese, «un modo per amare la cultura, la musica, la letteratura, la conversazione e il dibattito, per credere che il rispetto e la scienza siano più forti dell’odio e della furia».
È certamente così, da qualche parte nel mondo, ma forse in questo momento Macron dovrebbe preoccuparsi soprattutto di illuminare la Francia, alle prese con una crisi economica e politica senza precedenti, figlia anche del suo operat.
La realtà è che sotto la superficie delle belle parole e delle strette di mano, quando si tratta di denaro e di potere passa tutto in secondo piano e contano i rapporti di forza.
Difesa aerea, l’Ue gioca d’azzardo: soldi russi a Kiev per la tecnologia
Più che di droni, sarà un muro di soldi.
Per avere la tecnologia unmanned, Bruxelles vuole finanziare aziende anche ucraine con soldi russi. E se Mosca, un giorno, ripagasse Kiev dei danni di guerra, li potremmo recuperare. Una follia.
Togliete dal vostro immaginario il muro di droni come «barriera» anti-Putin. Ammesso che l’idea diventi realtà, si tratta di consentire ai Paesi europei di produrre rapidamente (e in modo più economico) aeromobili, imbarcazioni anche subacquee e rover, tutti a controllo remoto e dotati di crescenti funzionalità ottenute con l’impiego dell’Intelligenza artificiale. Due i punti fondamentali, il primo: l’Europa ne produce pochi, troppo lentamente e costosi. Il secondo: i Paesi baltici avevano già chiesto a Bruxelles dei fondi per questo scopo. Ma soltanto ora che la Germania ha deciso di riarmarsi e che un colosso come Rheinmetall ha fatto un accordo con l’americana Anduril, il progetto può essere realizzato come piace a Ursula von der Leyen. E all’indomani dell’incontro in Commissione europea, questa perfezionerà una «Roadmap» per la difesa che sarà pubblicata tra due settimane, prima che i leader si riuniscano per un altro vertice per prendere decisioni.
I leader Ue hanno già espresso a Copenaghen ampio sostegno alle proposte per accelerare lo sviluppo della tecnologia dei droni e quella dei «droni anti-droni» e per utilizzare i beni russi immobilizzati per prestare denaro all’Ucraina. Non a caso, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato: «I leader hanno sostenuto i primi progetti prioritari che rafforzeranno la sicurezza dell’Europa, tra cui il muro europeo dei droni e il sistema di sorveglianza del fianco orientale». La spinta per procedere, neanche a dirlo, è stata trainata dalle presunte violazioni dello spazio aereo in Polonia, Estonia, Romania e Danimarca.
Dopo quegli eventi la Commissione Ue aveva pubblicato un cosiddetto Scoping paper dove delineava quattro «progetti faro» che ritiene debbano essere finanziati con urgenza. Tra questi, appunto un «muro europeo dei droni», un sistema di sorveglianza del fianco orientale, uno scudo di difesa aerea e uno per la difesa spaziale. Mette Frederiksen, primo ministro danese, ha affermato: «Dobbiamo rafforzare la nostra produzione di droni e le nostre capacità di contrasto anti-droni. Ciò include la creazione di una rete europea in grado di rilevare e neutralizzare le intrusioni. Dobbiamo quindi creare un ecosistema europeo che consenta all’Europa di sviluppare soluzioni all’avanguardia per i droni, ispirate a quanto già fatto in Ucraina».
La presidente von der Leyen ha puntualizzato: «Dobbiamo fornire la più forte deterrenza possibile, su vasta scala e rapidamente. E questo è stato il fulcro della discussione. C’è un chiaro senso di urgenza, perché preservare la pace è sempre stato un compito fondamentale dell’Unione Europea». A breve sarà presentato un programma per delineare gli obiettivi di capacità, in vista di una decisione in un vertice formale previsto per la fine del mese. Ma dal punto di vista finanziario la cosa è differente: si tratta di dare ai Paesi baltici qualche decina di milioni di euro presi dai conti russi congelati dopo il febbraio 2022 e di dare 140 miliardi di euro a Kiev prelevandoli da Euroclear, il depositario centrale di titoli con sede a Bruxelles. E tale prestito sarebbe erogato gradualmente nel tempo, soggetto a determinate condizioni. Per esempio, all’Ucraina verrebbe chiesto di rimborsare il prestito solo dopo che Mosca avrà accettato di risarcire all’Ucraina i danni causati dal conflitto. Quindi, presumibilmente mai, nonostante la Ue lo abbia definito «prestito di riparazione». Successivamente, la Commissione Ue rimborserebbe Euroclear e quest’ultima rimborserebbe la Russia, completando il cerchio.
Quasi tutti i leader europei si sono detti favorevoli, l’unico a non essersela bevuta è stato il primo ministro belga Bart De Wever, che durante il dibattito ha espresso preoccupazioni di carattere legale, tecnico e di rischio: come sarebbe gestita dall’Unione un’eventuale insidia, inadempienza o causa legale senza lasciare il Belgio a cavarsela da solo in quanto sede di Euroclear? Dunque il muro di droni non sarà mai un muro fisico né uno stormo di oggetti volanti, piuttosto una rete di sistemi di rilevamento e intercettazione basata sulle capacità dei singoli Stati membri, unita a un numero di fabbriche specializzate e a una filiera di fornitura che deve comprendere anche i microprocessori che oggi compriamo da Taiwan. Ma sfruttando il know-how sviluppato in Ucraina durante la guerra, convertendo buona parte della sua industria aeronautica leggera - era il secondo produttore di aeroplani sportivi del Continente - alla produzione di droni.
Fortunatamente qualcuno con idee più concrete c’è: qualche giorno prima dell’incontro, il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius aveva avvertito che lo sviluppo di un muro anti-droni potrebbe richiedere almeno tre o quattro anni. Certamente una capacità produttiva maggiore di droni potrebbe effettivamente contribuire a colmare il «buco» attualmente presente nella difesa aerea della Nato, ma il rischio è quello di concretizzarlo in ritardo, quando non servirà più e con tecnologie ormai obsolete. Un po’ come è stato fatto con il progetto chiamato European Sky Shield Initiative (Essi) che dall’agosto 2022 mira a rafforzare la difesa aerea e missilistica europea. Che alla Nato occorra espandere la rete di sensori lungo il fianco orientale è sacrosanto, poiché in passato la difesa aerea di quella parte dell’Europa era contrapposta a minacce aeree in rapido movimento come missili balistici e da crociera, aerei, missili da crociera, al limite ipersonici, ma non contro i lenti e piccoli droni. E oggi la nazione più esperta in questo è l’Ucraina.
Quindi servono missili in grado di fermare i droni, ma anche sistemi di guerra elettronici più economici tra cui disturbatori (jamming e spoofing). La grande domanda da porci è: se con queste istituzioni europee il programma Essi è ancora in alto mare, perché questo «muro» dovrebbe funzionare?
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Il progetto del velivolo, esposto nel 2017, è tuttora un modello in cartapesta paralizzato dagli interessi. La francese Dassault rivendica la leadership, no di Airbus che sonda altri partner. In ballo 100 miliardi.Bruxelles vuole utilizzare i fondi congelati senza sapere se potrà rimborsarli a Mosca.Lo speciale contiene due articoli Volano gli stracci tra Parigi e Berlino sul Future Combat Air System (Fcas), il caccia di sesta generazione che avrebbe dovuto incarnare l’ambizione strategica dell’Europa. Il costosissimo velivolo militare rischia di diventare l’ennesimo monumento all’inconcludenza franco-tedesca. Nato nel 2017 con grandi promesse di integrazione industriale e difesa comune, il progetto da 100 miliardi di euro è oggi paralizzato da una guerra intestina tra la francese Dassault Aviation e Airbus Defence (a maggioranza tedesca), mentre l’Italia ha già voltato pagina, scegliendo partner meno rissosi e un calendario più credibile.La disputa non è tanto tecnica, quanto politica ed economica. Dassault rivendica il controllo del progetto, forte dell’esperienza maturata con l’aereo Rafale, e pretende di scegliere fornitori e distribuire il lavoro senza dover negoziare con Airbus. Berlino, dal canto suo, non intende finanziare un programma che rischia di trasformarsi in un «Rafale 2» mascherato, cioè con fondi tedeschi e priorità francesi. La richiesta di Parigi di accaparrarsi l’80% del carico di lavoro ha fatto esplodere il Bundestag: «Una proposta distruttiva e arrogante», ha tuonato Volker Mayer-Lay, relatore Cdu/Csu per la difesa. Il governo tedesco ha già ventilato l’ipotesi di sostituire Dassault con partner alternativi, come Bae Systems o Saab. Airbus avrebbe già sondato il terreno con questi e altri possibili partner, mentre l’amministratore delegato di Dassault, Éric Trappier, ha reagito affermando che il produttore di aerei da combattimento può anche procedere da solo, poiché possiede le competenze necessarie. Una dichiarazione che certo non contribuisce a distendere gli animi.La retorica dell’unità europea si infrange contro la realtà di interessi economici nazionali inconciliabili. La Francia, potenza nucleare, teme che i ritardi del Fcas compromettano la sua capacità di deterrenza. La Germania, invece, vuole un sistema interconnesso, interoperabile e sviluppato in modo paritario. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali, si moltiplicano le minacce di abbandono, le accuse reciproche e le trattative parallele. Il progetto, che avrebbe dovuto consegnare il primo velivolo nel 2040, è fermo alla fase concettuale. Al Salone dell’aeronautica di Parigi 2025, Dassault ha esposto lo stesso modello in cartapesta del 2019. La seconda fase, quella dei prototipi, è bloccata da divergenze sulla gestione e sulla distribuzione dei compiti. La Spagna, terzo partner ufficiale, resta defilata, mentre l’elettronica di bordo procede separatamente grazie alla collaborazione tra Hensoldt, Thales e Indra. Il cuore del progetto, però, è in stallo.Nel frattempo, l’Italia ha scelto una strada più pragmatica. Con Regno Unito e Giappone, partecipa al Global combat air programme (Gcap), che promette un caccia operativo già nel 2035. Leonardo, partner italiano, lavora con Bae Systems e Mitsubishi in un consorzio che, a differenza del Fcas, sembra funzionare.Il fallimento del Fcas non sarebbe solo un disastro industriale, ma un colpo mortale alla credibilità dell’Europa come attore strategico, se mai ne è esistita una. Dopo sette anni di litigi, riunioni inconcludenti e modelli finti, il progetto rischia di affondare sotto il peso delle ambizioni non condivise.Intanto ieri, in occasione delle celebrazioni per il trentacinquesimo anniversario della riunificazione tedesca, il cancelliere Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron si sono visti a Saarbrücken, al confine tra i Paesi. I due hanno fatto mostra di andare molto d’accordo, con abbracci e sorrisi e hanno pronunciato alati discorsi.«Anni di immigrazione irregolare e incontrollata verso la Germania hanno polarizzato il nostro Paese. La politica, lo Stato, il governo hanno le loro responsabilità», ha affermato Merz. «Ma la portata della sfida deve essere compresa da tutti noi, da ogni cittadino del nostro Paese». L’appello al popolo però rischia di non portare bene al cancelliere, che ha un misero 27% di gradimento personale nei sondaggi, mentre ben il 77% dei cittadini tedeschi è poco o per nulla soddisfatto del governo attuale.«Si stanno formando nuove alleanze di autocrazie contro di noi, che attaccano la democrazia liberale come stile di vita», ha detto invece Macron. «Di fronte al ritorno dell’illuminismo oscuro c’è una via verso un nuovo illuminismo», ha detto il presidente francese, «un modo per amare la cultura, la musica, la letteratura, la conversazione e il dibattito, per credere che il rispetto e la scienza siano più forti dell’odio e della furia». È certamente così, da qualche parte nel mondo, ma forse in questo momento Macron dovrebbe preoccuparsi soprattutto di illuminare la Francia, alle prese con una crisi economica e politica senza precedenti, figlia anche del suo operat.La realtà è che sotto la superficie delle belle parole e delle strette di mano, quando si tratta di denaro e di potere passa tutto in secondo piano e contano i rapporti di forza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fcas-jet-francia-germania-scontro-2674154142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="difesa-aerea-lue-gioca-dazzardo-soldi-russi-a-kiev-per-la-tecnologia" data-post-id="2674154142" data-published-at="1759571219" data-use-pagination="False"> Difesa aerea, l’Ue gioca d’azzardo: soldi russi a Kiev per la tecnologia Più che di droni, sarà un muro di soldi.Per avere la tecnologia unmanned, Bruxelles vuole finanziare aziende anche ucraine con soldi russi. E se Mosca, un giorno, ripagasse Kiev dei danni di guerra, li potremmo recuperare. Una follia.Togliete dal vostro immaginario il muro di droni come «barriera» anti-Putin. Ammesso che l’idea diventi realtà, si tratta di consentire ai Paesi europei di produrre rapidamente (e in modo più economico) aeromobili, imbarcazioni anche subacquee e rover, tutti a controllo remoto e dotati di crescenti funzionalità ottenute con l’impiego dell’Intelligenza artificiale. Due i punti fondamentali, il primo: l’Europa ne produce pochi, troppo lentamente e costosi. Il secondo: i Paesi baltici avevano già chiesto a Bruxelles dei fondi per questo scopo. Ma soltanto ora che la Germania ha deciso di riarmarsi e che un colosso come Rheinmetall ha fatto un accordo con l’americana Anduril, il progetto può essere realizzato come piace a Ursula von der Leyen. E all’indomani dell’incontro in Commissione europea, questa perfezionerà una «Roadmap» per la difesa che sarà pubblicata tra due settimane, prima che i leader si riuniscano per un altro vertice per prendere decisioni.I leader Ue hanno già espresso a Copenaghen ampio sostegno alle proposte per accelerare lo sviluppo della tecnologia dei droni e quella dei «droni anti-droni» e per utilizzare i beni russi immobilizzati per prestare denaro all’Ucraina. Non a caso, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato: «I leader hanno sostenuto i primi progetti prioritari che rafforzeranno la sicurezza dell’Europa, tra cui il muro europeo dei droni e il sistema di sorveglianza del fianco orientale». La spinta per procedere, neanche a dirlo, è stata trainata dalle presunte violazioni dello spazio aereo in Polonia, Estonia, Romania e Danimarca.Dopo quegli eventi la Commissione Ue aveva pubblicato un cosiddetto Scoping paper dove delineava quattro «progetti faro» che ritiene debbano essere finanziati con urgenza. Tra questi, appunto un «muro europeo dei droni», un sistema di sorveglianza del fianco orientale, uno scudo di difesa aerea e uno per la difesa spaziale. Mette Frederiksen, primo ministro danese, ha affermato: «Dobbiamo rafforzare la nostra produzione di droni e le nostre capacità di contrasto anti-droni. Ciò include la creazione di una rete europea in grado di rilevare e neutralizzare le intrusioni. Dobbiamo quindi creare un ecosistema europeo che consenta all’Europa di sviluppare soluzioni all’avanguardia per i droni, ispirate a quanto già fatto in Ucraina».La presidente von der Leyen ha puntualizzato: «Dobbiamo fornire la più forte deterrenza possibile, su vasta scala e rapidamente. E questo è stato il fulcro della discussione. C’è un chiaro senso di urgenza, perché preservare la pace è sempre stato un compito fondamentale dell’Unione Europea». A breve sarà presentato un programma per delineare gli obiettivi di capacità, in vista di una decisione in un vertice formale previsto per la fine del mese. Ma dal punto di vista finanziario la cosa è differente: si tratta di dare ai Paesi baltici qualche decina di milioni di euro presi dai conti russi congelati dopo il febbraio 2022 e di dare 140 miliardi di euro a Kiev prelevandoli da Euroclear, il depositario centrale di titoli con sede a Bruxelles. E tale prestito sarebbe erogato gradualmente nel tempo, soggetto a determinate condizioni. Per esempio, all’Ucraina verrebbe chiesto di rimborsare il prestito solo dopo che Mosca avrà accettato di risarcire all’Ucraina i danni causati dal conflitto. Quindi, presumibilmente mai, nonostante la Ue lo abbia definito «prestito di riparazione». Successivamente, la Commissione Ue rimborserebbe Euroclear e quest’ultima rimborserebbe la Russia, completando il cerchio.Quasi tutti i leader europei si sono detti favorevoli, l’unico a non essersela bevuta è stato il primo ministro belga Bart De Wever, che durante il dibattito ha espresso preoccupazioni di carattere legale, tecnico e di rischio: come sarebbe gestita dall’Unione un’eventuale insidia, inadempienza o causa legale senza lasciare il Belgio a cavarsela da solo in quanto sede di Euroclear? Dunque il muro di droni non sarà mai un muro fisico né uno stormo di oggetti volanti, piuttosto una rete di sistemi di rilevamento e intercettazione basata sulle capacità dei singoli Stati membri, unita a un numero di fabbriche specializzate e a una filiera di fornitura che deve comprendere anche i microprocessori che oggi compriamo da Taiwan. Ma sfruttando il know-how sviluppato in Ucraina durante la guerra, convertendo buona parte della sua industria aeronautica leggera - era il secondo produttore di aeroplani sportivi del Continente - alla produzione di droni.Fortunatamente qualcuno con idee più concrete c’è: qualche giorno prima dell’incontro, il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius aveva avvertito che lo sviluppo di un muro anti-droni potrebbe richiedere almeno tre o quattro anni. Certamente una capacità produttiva maggiore di droni potrebbe effettivamente contribuire a colmare il «buco» attualmente presente nella difesa aerea della Nato, ma il rischio è quello di concretizzarlo in ritardo, quando non servirà più e con tecnologie ormai obsolete. Un po’ come è stato fatto con il progetto chiamato European Sky Shield Initiative (Essi) che dall’agosto 2022 mira a rafforzare la difesa aerea e missilistica europea. Che alla Nato occorra espandere la rete di sensori lungo il fianco orientale è sacrosanto, poiché in passato la difesa aerea di quella parte dell’Europa era contrapposta a minacce aeree in rapido movimento come missili balistici e da crociera, aerei, missili da crociera, al limite ipersonici, ma non contro i lenti e piccoli droni. E oggi la nazione più esperta in questo è l’Ucraina.Quindi servono missili in grado di fermare i droni, ma anche sistemi di guerra elettronici più economici tra cui disturbatori (jamming e spoofing). La grande domanda da porci è: se con queste istituzioni europee il programma Essi è ancora in alto mare, perché questo «muro» dovrebbe funzionare?
Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
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(Getty Images)
Basta infatti guardare come sta in casa nostra: in Italia, a settembre, il 60% dei dipendenti o era in cassa integrazione o lavorava con un contratto di solidarietà, cioè a orario e stipendio ridotto. E dalle fabbriche del gruppo sono uscite poco più di 200.000 vetture e solo 166.000 veicoli commerciali. In pratica, sono lontani i tempi in cui le catene di montaggio della Fiat sfornavano più di un milione di automobili. Oggi, da Mirafiori a Melfi, passando per Pomigliano e dai pochi altri stabilimenti che ancora resistono, le automobili escono con il contagocce. Così Stellantis ha deciso di dare un taglio, oltre che alle ore di lavoro, anche al premio per i dipendenti, che nonostante le difficoltà in precedenza era sempre stato confermato. L’annuncio di Filosa, a cui è stato affidato il difficilissimo compito di riportare in utile il colosso dell’auto (nel 2025 ha perso 22,3 miliardi di euro), vale però solo per l’Europa. Infatti, i lavoratori delle fabbriche di Stellantis in Africa, Medio Oriente e Sudamerica riceveranno regolarmente la gratifica prevista per il raggiungimento degli obiettivi.
Se un’azienda va male, tutti devono tirare la cinghia e perciò la prima cosa che accade è che si comincino a sforbiciare i bonus a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia viene spontanea una domanda: perché, se l’azienda da anni arranca, all’amministratore delegato uscente, quello che non ha conseguito i risultati attesi, ovvero il rilancio del gruppo, è stata liquidata una buonuscita da 35 milioni di euro? Carlos Tavares, già nel corso degli anni ha percepito uno stipendio tra i più alti del settore, pari a circa 350 volte quello medio di un suo dipendente. Dunque, perché ringraziarlo con un maxi assegno? C’è anche altro a destare perplessità. Da tempo si capiva che Stellantis aveva adottato una strategia pericolosa, che rischiava non solo di farla sbandare, ma anche di farla uscire di strada. Scommettere pesantemente sull’elettricità e sulla transizione green quando era evidente che il mercato non stava assecondando le direttive di Bruxelles era un chiaro errore, perché le difficoltà richiedevano maggior cautela. Invece, con Tavares, l’azienda ha tirato diritto, con il risultato che ora Filosa è stato costretto a rimangiarsi tutto. In sintesi, non soltanto si sono buttati miliardi dalla finestra, ma pure in Borsa si sono bruciati capitali enormi e il titolo è precipitato del 71% in due anni (il 49 in soli dodici mesi), scavando voragini nei portafogli degli investitori. Di chi è la colpa? Di Tavares, certo, perché ha sbagliato strategia. Ma forse anche di chi gli stava a fianco, ovvero del presidente, che mi risulta risponda al nome di John Elkann, e dei consiglieri di amministrazione che hanno assecondato il volere dell’amministratore delegato. E però, mentre si taglia il premio dei dipendenti, i vertici della società non si sono tagliati i compensi e così pure gli azionisti. Anzi. Negli anni passati, quando già si capiva che il piano di sviluppo faceva acqua, Stellantis ha distribuito 14 miliardi di dividendi, dei quali oltre due sono stati incassati da Exor, ossia dalla cassaforte della famiglia Agnelli. Ma ora il problema sarebbe il premio di produzione di operai e impiegati? Maurizio Landini lo sa? Sì, ora la Fiom sciopera, ma fino a ieri il leader era troppo occupato a protestare per la Palestina. E anche a inseguire un futuro da leader della sinistra. Per questo nelle sue interviste a Repubblica non parlava di Fiat.
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Nel riquadro la lettera scritta da Carmelo Cinturrino (Ansa)
E oggi quei quattro agenti - tutti presenti il 26 gennaio - non sono più al commissariato Mecenate. Indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati assegnati a uffici non operativi della questura di Milano. Un trasferimento deciso mentre le indagini del pm Giovanni Tarzia continuano a scavare non solo sull’omicidio e sulla presunta messinscena, ma anche sulla gestione del commissariato dove Cinturrino ha lavorato dal 2010.
Il primo scarto tra le versioni riguardava la posizione del corpo. Nelle dichiarazioni iniziali, la caduta di Mansouri era stata descritta in modo compatibile con una posizione supina. Ma, negli interrogatori del 19 febbraio, la scena cambia: Davide Picciotto (l’agente che stava dietro all’assistente capo) racconta che il ventottenne, visto estrarre l’arma, avrebbe girato il corpo per fuggire, cadendo «di faccia». Un dettaglio che ha poi incrociato gli accertamenti medico-legali e la presenza di fango sul volto.
La seconda crepa è quella della pistola a salve. All’inizio è l’elemento centrale della legittima difesa. Poi Picciotto ha introdotto la sequenza della valigetta: l’ordine di andare al commissariato, il ritorno con la borsa, Cinturrino che apre l’auto e preleva un oggetto nero, e solo dopo la comparsa della pistola accanto al corpo.
Terzo nodo: i soccorsi. Le carte fissano la chiamata al 118 alle 17.55, oltre 20 minuti dopo lo sparo delle 17.33. Una scansione che contrasta con la rappresentazione iniziale di un intervento tempestivo. L’agente Gaetano Raimondi ha ammesso solo nel secondo interrogatorio che nel bosco «se ne parlava» e che Carmelo «non era tutto pulito e lineare», senza che però fossero mai state fatte segnalazioni. Mentre Luigi Ramundo colloca la svolta al rientro dalla Procura la prima sera, quando, in auto, Picciotto iniziò a riferire particolari taciuti prima, compresa la paura di essere colpito alle spalle. La quarta agente, Federica Morneri, resta sullo sfondo della ricostruzione: così la versione iniziale sulla legittima difesa si è incrinata nei giorni successivi.
In una lettera scritta dal carcere, Cinturrino chiede scusa «a tutti per quello che è successo», spiegando di aver «avuto paura» e di essersi poi sentito «disperato». «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto», scrive, esprimendo pentimento e dolore anche per la famiglia di Mansouri. Rivendica di essere stato «sempre onesto e servitore dello Stato», ricordando encomi e assenza di sanzioni disciplinari, e conclude: «Perdonatemi, pagherò per il mio errore». La famiglia di Mansouri respinge le scuse: «Ammazzare una persona e poi creare una messinscena non è un errore». Se le accuse fossero confermate, aggiungono, l’agente «avrebbe dovuto essere arrestato molto tempo fa». E puntano il dito anche sui colleghi: se qualcuno avesse denunciato prima, «Abderrahim oggi sarebbe vivo».
Cinturrino ha trascorso l’intera carriera al Mecenate, commissariato a ridosso della più grande piazza di spaccio del Nord Italia. In 16 anni si sono succeduti molti dirigenti. Nessuno si è mai lamentato di lui. Il capo della polizia, Vittorio Pisani, ha già fatto sapere di voler arrivare alla destituzione dell’agente, senza attendere il rinvio a giudizio. Ma i tempi del procedimento disciplinare non saranno immediati.
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Bill Clinton con la figlia Chelsea il giorno del matrimonio. Nel cerchio rosso, Ghislaine Maxwell (Ansa)
Eppure, ieri, Hillary Clinton, ex segretario di Stato, audita dalla Commissione di Vigilanza del Congresso che sta indagando sugli Epstein files, ha dichiarato di non aver mai conosciuto il miliardario al centro degli scandali di potere e pedofilia. Anzi, dopo le prime prese di distanza ha subito rimescolato le carte puntando il dito contro l’attuale presidente degli Usa, Donald Trump, chiedendo che sia proprio lui il prossimo a essere audito sotto giuramento.
«Non ho mai incontrato Epstein, non avevo idea dei suoi crimini. Non sono mai salita sul suo aereo né ho mai messo piede nella sua casa e, come qualsiasi persona normale, sono inorridita dai suoi crimini», ha spiegato, passando poi subito al contrattacco: «È inconcepibile che Epstein abbia inizialmente ricevuto una pacca sulla spalla nel 2008, che gli ha permesso di continuare le sue pratiche predatorie per un altro decennio», ha sottolineato Hillary rivolgendosi direttamente alla Commissione. «Signor presidente, la vostra indagine dovrebbe valutare la gestione da parte del governo federale delle indagini e dei procedimenti penali contro Epstein e i suoi crimini. Avete citato in giudizio otto funzionari delle forze dell’ordine, tutti a capo del Dipartimento di Giustizia o dell’Fbi quando i crimini di Epstein furono indagati e perseguiti» e «solo uno è comparso davanti alla Commissione», ha aggiunto, e «non avete fatto molti sforzi per chiamare le persone che compaiono più in evidenza nei file di Epstein».
Poi l’affondo su Trump, con la richiesta formale alla Commissione di inserirlo tra le personalità da audire sotto giuramento: «Cosa è stato nascosto? Chi viene protetto? Perché questo insabbiamento?», ha tuonato Hillary. «Se questa commissione fosse seria nella sua missione di trovare la verità sui crimini di Epstein non si accontenterebbe di sentire i punti stampa del presidente sul suo coinvolgimento ma lo dovrebbe interrogare, sotto giuramento», ha detto ancora. «Dovrebbero chiedergli direttamente di spiegare perché il suo nome compaia centinaia di migliaia di volte», ha ribadito.
Nel tardo pomeriggio ora italiana, l’audizione di Hillary è stata sospesa a causa di una fotografia circolata sui social di un momento della sua testimonianza, che doveva rimanere privata, anche se le dichiarazioni verranno conservate mediante le registrazioni dei lavori. Nessuna accusa formale di illeciti pende sui Clinton, ma dopo che per mesi avevano rifiutato di incontrare la Commissione, nei giorni scorsi i coniugi hanno finalmente accettato di testimoniare, secondo la stampa americana per pressioni di partito e per evitare sanzioni.
L’audizione di Hillary si è tenuta ieri mattina, intorno alle 10.30 (16.30 in Italia), a porte chiuse e nella residenza di famiglia di Chappaqua, mentre oggi alla stessa ora toccherà a Bill Clinton.
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