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2024-01-11
L’Ecuador dichiara guerra ai suoi narcos
Intervento dei militari ecuadoregni nella prigione di Guayaquil (Ansa)
«L’Ecuador? È un Paese perso. Oggi si tratta solo di contenere la situazione, ma tutto è sfuggito di mano. Non c’è nessuna possibilità contro questi criminali che negli anni hanno corrotto polizia, esercito e ogni struttura dello Stato. E chi non è corrotto, per non morire non agisce». Lo dice alla Verità un ex agente della Drug enforcement administration (Dea) che ha scelto la Svizzera come «buen ritiro», dopo una vita passata a rincorrere i narcos in tutto il mondo.
Che l’Ecuador sia «perso» oppure no, non lo sappiamo. Tuttavia, in queste ore nella nazione andina regna il terrore dopo l’ondata di violenza causata dalla fuga dal carcere di José Adolfo Macías Villamar, leader della temuta banda Los Choneros, meglio conosciuto con lo pseudonimo «Fito». Era detenuto nel carcere regionale della violenta città portuale di Guayaquil, dove non si muove nulla senza l’autorizzazione dei narcos. Ma come ha fatto Macías a scappare? Con il sistema più vecchio del mondo ovvero il denaro, come le autorità hanno confermato, affermando che «due funzionari della prigione sono accusati di presunto coinvolgimento nella fuga», mentre 3.000 agenti di polizia e soldati sono stati inviati per la caccia all’uomo, che è in corso.
Il presidente, Daniel Noboa, insediatosi nel novembre scorso, ha decretato «il conflitto armato interno» e lo stato d’emergenza nazionale di 60 giorni, che comprende il coprifuoco notturno e l’autorizzazione ai militari di reprimere la violenza nelle carceri dopo che sono scoppiate rivolte in sei penitenziari e dopo che un numero imprecisato di guardie sono state prese in ostaggio (e impiccate). «Non negozieremo con i terroristi», promette Noboa, che annuncia alla stampa di voler costruire un grande carcere di massima sicurezza nella giungla amazzonica. Mercoledì, in un decreto aggiornato che dichiarava i Choneros e altre bande gruppi terroristi, Noboa ha affermato: «L’Ecuador stava vivendo un conflitto armato interno».
In passato, l’Ecuador è stato un Paese relativamente pacifico, circondato da vicini più violenti. Tuttavia, negli ultimi anni, ha dovuto affrontare una crescente ondata di criminalità guidata da bande di narcos in competizione per il controllo di rotte di traffico lucrative e per stabilire collegamenti con cartelli in Messico, Albania e altri Paesi. Nel 2023 il tasso di omicidi pro capite del Paese è aumentato in modo significativo, raggiungendo quota 46,5 ogni 100.000 persone, otto volte di più rispetto al 2018, posizionandosi tra i più alti della regione. La situazione richiede un approccio complesso e coordinato, coinvolgendo la cooperazione internazionale, riforme legali, il potenziamento delle forze dell’ordine e l’implementazione di programmi sociali per affrontare le radici profonde della criminalità. Ma bisogna fare i conti con la corruzione endemica e le intimidazioni.
Martedì sera una stazione tv a Guayaquil è stata oggetto di un attacco da parte di uomini armati e mascherati durante una diretta. Le immagini mostrano membri dello staff costretti a sedersi o a sdraiarsi mentre i loro aggressori, armati fino ai denti, li inseguono e gridano «nessuna polizia!», prima che il segnale si interrompa. Successivamente, la polizia ha dichiarato di aver arrestato tutti gli intrusi dopo l’intervento di una task force. Nelle 24 ore precedenti, almeno sette agenti di polizia in Ecuador sono stati rapiti in diverse parti del Paese, comprese le città di Machala e Quito. A Quito, un veicolo che trasportava gas di petrolio liquefatto è stato incendiato in un attacco a una stazione di rifornimento. A Cuenca, città turistica sulle colline, aggressori sconosciuti hanno lanciato esplosivo contro un camion militare. A Esmeraldas, provincia costiera colpita da violenze, la polizia ha segnalato tre attacchi con esplosivi. A Riobamba, nelle Ande centrali, si è verificata una fuga di 32 detenuti, tra i quali Fabricio Colón, uno dei leader della banda Los Lobos, come riportato da Primicias. Sebbene 20 fuggitivi siano stati catturati, Colón è in fuga. Per ora sale a 13 morti e 70 arresti il bilancio delle violenze. Un quadro che preoccupa profondamente il Dipartimento di Stato Usa.
La nazione era stata precedentemente sconvolta dall’omicidio di Fernando Villavicencio avvenuto ad agosto, candidato presidenziale di centrodestra, ammazzato da uomini armati prima delle elezioni anticipate di novembre. Villavicencio aveva precedentemente ricevuto minacce dai Choneros, sebbene le autorità non abbiano collegato il gruppo al suo omicidio. La situazione è aggravata dalla violenza nelle carceri che da tempo sono sotto il controllo delle bande, che le usano come basi operative. Nel corso degli ultimi quattro anni, più di 400 detenuti sono morti e si sono verificati numerosi massacri all’interno dei complessi carcerari, compreso quello in cui era detenuto Adolfo Macías.
Ma siamo sicuri che in questa crisi non ci sia «una manina esterna»? Lecito dubitare dopo che il presidente peruviano, Dina Boluarte, ha convocato un Consiglio dei ministri d’emergenza a causa della crisi in Ecuador. Ma perché? Il quotidiano peruviano La República scrive: «Le armi e le granate utilizzate dai terroristi in Ecuador appartengono alle Forze armate peruviane». Come sono arrivate ai narcos è ancora un mistero ma a queste latitudini (e non solo), tutto si compra e si vende. Armi statali comprese.
Polonia spaccata in due: arrestati ex ministro e vice nel palazzo di Duda
Prosegue lo scontro politico-istituzionale in Polonia tra il presidente, Andrzej Duda, e il premier, Donald Tusk. L’ultimo episodio di tensione risale all’altro ieri. L’ex ministro dell’Interno, Mariusz Kaminski, e l’ex viceministro, Maciej Wasik, si erano rifugiati nel palazzo presidenziale, dopo essere stati condannati al carcere dalla Corte di Varsavia-Srodmiescie per abuso di potere. Entrambi sono esponenti di Diritto e giustizia: lo schieramento conservatore a cui appartiene anche Duda e che è acerrimo avversario di Piattaforma civica, il partito centrista dell’attuale premier.
Sebbene dopo alcune ore i due siano stati arrestati dalla polizia all’interno dello stesso palazzo presidenziale, la circostanza ha innescato dure critiche da parte di Tusk. «Il precedente esecutivo e anche il presidente, Andrzej Duda, non si rassegnano al cambio di governo», ha tuonato il premier polacco, parlando di situazione «senza precedenti» ed esortando il capo dello Stato a non proteggere più Wasik e Kaminski. «Non mi fermerò nella lotta per uno Stato polacco giusto per i suoi cittadini. Non avrò pace finché il ministro Kaminski e i suoi colleghi non saranno rilasciati dal carcere», ha dichiarato, dal canto suo, Duda.
Come riportato dall’Associated Press, i due politici erano stati condannati per abuso di potere in riferimento a fatti risalente al 2007. L’attuale presidente polacco li aveva graziati nel 2015: un provvedimento il suo, che era tuttavia stato cassato a giugno dalla Corte suprema, facendo tornare entrambi sotto processo. La motivazione della sentenza fu, in particolare, che Duda aveva concesso la grazia mentre l’appello era ancora in corso. I due sono quindi stati condannati a dicembre a due anni di prigione e, lunedì scorso, il tribunale ha dato l’ok all’arresto. Entrambi continuano a professarsi innocenti, mentre Duda rivendica la validità della sua grazia.
La crisi in corso sta quindi rinfocolando le tensioni tra il presidente e il premier: tensioni innescatesi subito dopo l’insediamento di quest’ultimo a metà dicembre. In particolare, il terreno di scontro principale riguarda i mass media. Il governo di Tusk sta infatti facendo di tutto per prendere il controllo di televisione e radio di Stato, silurando o silenziando dirigenti e canali considerati vicini a Diritto e giustizia. L’obiettivo ufficiale del premier è quello di rendere «imparziali» i mezzi di comunicazione. In realtà, le sue mosse somigliano più a una presa di potere. A fare scalpore a dicembre è stata soprattutto la chiusura del canale Tvp Info, che, guarda caso, si era mostrato piuttosto critico nei confronti di Tusk durante la campagna in vista delle ultime elezioni. Alcuni esponenti di Diritto e giustizia avevano occupato gli uffici della tv pubblica in forma di protesta scatenando l’intervento della polizia.
Ricordiamo che alle elezioni di ottobre lo stesso Diritto e giustizia era arrivato al primo posto con il 35% dei voti. Tuttavia non aveva i numeri per formare un governo. Pur essendo arrivato secondo con il 31%, Tusk è invece riuscito nell’impresa, mettendo assieme le principali forze di opposizione (che avevano tuttavia corso separatamente durante la campagna elettorale). Questa situazione ha quindi portato alla difficile coabitazione tra il nuovo premier e Duda, il cui mandato scade nel 2025. La tensione politico-istituzionale tra i due leader, insomma, è destinata ad aumentare ulteriormente. Un quadro complesso, che potrebbe avere delle ripercussioni anche a livello internazionale. È infatti importante sottolineare che, mentre Diritto e giustizia risulta storicamente un partito atlantista e filoamericano, Tusk è molto più vicino all’asse franco-tedesco.
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Il presidente Noboa decreta il «conflitto armato interno» dopo le sommosse innescate dalla fuga del boss Macìas Villamar. Le carceri sono fuori controllo e gli agenti vengono impiccati: 13 vittime, 70 arresti. Giallo sull’artiglieria: i terroristi usano armi peruviane.Polonia, dopo l'arresto di due membri dell'esecutivo dell'ex premier Andrzej Duda, Donald Tusk accusa: «La destra si rassegni al cambio di governo». La replica: «Rilasciateli».Lo speciale contiene due articoli.«L’Ecuador? È un Paese perso. Oggi si tratta solo di contenere la situazione, ma tutto è sfuggito di mano. Non c’è nessuna possibilità contro questi criminali che negli anni hanno corrotto polizia, esercito e ogni struttura dello Stato. E chi non è corrotto, per non morire non agisce». Lo dice alla Verità un ex agente della Drug enforcement administration (Dea) che ha scelto la Svizzera come «buen ritiro», dopo una vita passata a rincorrere i narcos in tutto il mondo. Che l’Ecuador sia «perso» oppure no, non lo sappiamo. Tuttavia, in queste ore nella nazione andina regna il terrore dopo l’ondata di violenza causata dalla fuga dal carcere di José Adolfo Macías Villamar, leader della temuta banda Los Choneros, meglio conosciuto con lo pseudonimo «Fito». Era detenuto nel carcere regionale della violenta città portuale di Guayaquil, dove non si muove nulla senza l’autorizzazione dei narcos. Ma come ha fatto Macías a scappare? Con il sistema più vecchio del mondo ovvero il denaro, come le autorità hanno confermato, affermando che «due funzionari della prigione sono accusati di presunto coinvolgimento nella fuga», mentre 3.000 agenti di polizia e soldati sono stati inviati per la caccia all’uomo, che è in corso. Il presidente, Daniel Noboa, insediatosi nel novembre scorso, ha decretato «il conflitto armato interno» e lo stato d’emergenza nazionale di 60 giorni, che comprende il coprifuoco notturno e l’autorizzazione ai militari di reprimere la violenza nelle carceri dopo che sono scoppiate rivolte in sei penitenziari e dopo che un numero imprecisato di guardie sono state prese in ostaggio (e impiccate). «Non negozieremo con i terroristi», promette Noboa, che annuncia alla stampa di voler costruire un grande carcere di massima sicurezza nella giungla amazzonica. Mercoledì, in un decreto aggiornato che dichiarava i Choneros e altre bande gruppi terroristi, Noboa ha affermato: «L’Ecuador stava vivendo un conflitto armato interno». In passato, l’Ecuador è stato un Paese relativamente pacifico, circondato da vicini più violenti. Tuttavia, negli ultimi anni, ha dovuto affrontare una crescente ondata di criminalità guidata da bande di narcos in competizione per il controllo di rotte di traffico lucrative e per stabilire collegamenti con cartelli in Messico, Albania e altri Paesi. Nel 2023 il tasso di omicidi pro capite del Paese è aumentato in modo significativo, raggiungendo quota 46,5 ogni 100.000 persone, otto volte di più rispetto al 2018, posizionandosi tra i più alti della regione. La situazione richiede un approccio complesso e coordinato, coinvolgendo la cooperazione internazionale, riforme legali, il potenziamento delle forze dell’ordine e l’implementazione di programmi sociali per affrontare le radici profonde della criminalità. Ma bisogna fare i conti con la corruzione endemica e le intimidazioni. Martedì sera una stazione tv a Guayaquil è stata oggetto di un attacco da parte di uomini armati e mascherati durante una diretta. Le immagini mostrano membri dello staff costretti a sedersi o a sdraiarsi mentre i loro aggressori, armati fino ai denti, li inseguono e gridano «nessuna polizia!», prima che il segnale si interrompa. Successivamente, la polizia ha dichiarato di aver arrestato tutti gli intrusi dopo l’intervento di una task force. Nelle 24 ore precedenti, almeno sette agenti di polizia in Ecuador sono stati rapiti in diverse parti del Paese, comprese le città di Machala e Quito. A Quito, un veicolo che trasportava gas di petrolio liquefatto è stato incendiato in un attacco a una stazione di rifornimento. A Cuenca, città turistica sulle colline, aggressori sconosciuti hanno lanciato esplosivo contro un camion militare. A Esmeraldas, provincia costiera colpita da violenze, la polizia ha segnalato tre attacchi con esplosivi. A Riobamba, nelle Ande centrali, si è verificata una fuga di 32 detenuti, tra i quali Fabricio Colón, uno dei leader della banda Los Lobos, come riportato da Primicias. Sebbene 20 fuggitivi siano stati catturati, Colón è in fuga. Per ora sale a 13 morti e 70 arresti il bilancio delle violenze. Un quadro che preoccupa profondamente il Dipartimento di Stato Usa.La nazione era stata precedentemente sconvolta dall’omicidio di Fernando Villavicencio avvenuto ad agosto, candidato presidenziale di centrodestra, ammazzato da uomini armati prima delle elezioni anticipate di novembre. Villavicencio aveva precedentemente ricevuto minacce dai Choneros, sebbene le autorità non abbiano collegato il gruppo al suo omicidio. La situazione è aggravata dalla violenza nelle carceri che da tempo sono sotto il controllo delle bande, che le usano come basi operative. Nel corso degli ultimi quattro anni, più di 400 detenuti sono morti e si sono verificati numerosi massacri all’interno dei complessi carcerari, compreso quello in cui era detenuto Adolfo Macías. Ma siamo sicuri che in questa crisi non ci sia «una manina esterna»? Lecito dubitare dopo che il presidente peruviano, Dina Boluarte, ha convocato un Consiglio dei ministri d’emergenza a causa della crisi in Ecuador. Ma perché? Il quotidiano peruviano La República scrive: «Le armi e le granate utilizzate dai terroristi in Ecuador appartengono alle Forze armate peruviane». Come sono arrivate ai narcos è ancora un mistero ma a queste latitudini (e non solo), tutto si compra e si vende. 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Entrambi sono esponenti di Diritto e giustizia: lo schieramento conservatore a cui appartiene anche Duda e che è acerrimo avversario di Piattaforma civica, il partito centrista dell’attuale premier. Sebbene dopo alcune ore i due siano stati arrestati dalla polizia all’interno dello stesso palazzo presidenziale, la circostanza ha innescato dure critiche da parte di Tusk. «Il precedente esecutivo e anche il presidente, Andrzej Duda, non si rassegnano al cambio di governo», ha tuonato il premier polacco, parlando di situazione «senza precedenti» ed esortando il capo dello Stato a non proteggere più Wasik e Kaminski. «Non mi fermerò nella lotta per uno Stato polacco giusto per i suoi cittadini. Non avrò pace finché il ministro Kaminski e i suoi colleghi non saranno rilasciati dal carcere», ha dichiarato, dal canto suo, Duda. Come riportato dall’Associated Press, i due politici erano stati condannati per abuso di potere in riferimento a fatti risalente al 2007. L’attuale presidente polacco li aveva graziati nel 2015: un provvedimento il suo, che era tuttavia stato cassato a giugno dalla Corte suprema, facendo tornare entrambi sotto processo. La motivazione della sentenza fu, in particolare, che Duda aveva concesso la grazia mentre l’appello era ancora in corso. I due sono quindi stati condannati a dicembre a due anni di prigione e, lunedì scorso, il tribunale ha dato l’ok all’arresto. Entrambi continuano a professarsi innocenti, mentre Duda rivendica la validità della sua grazia. La crisi in corso sta quindi rinfocolando le tensioni tra il presidente e il premier: tensioni innescatesi subito dopo l’insediamento di quest’ultimo a metà dicembre. In particolare, il terreno di scontro principale riguarda i mass media. Il governo di Tusk sta infatti facendo di tutto per prendere il controllo di televisione e radio di Stato, silurando o silenziando dirigenti e canali considerati vicini a Diritto e giustizia. L’obiettivo ufficiale del premier è quello di rendere «imparziali» i mezzi di comunicazione. In realtà, le sue mosse somigliano più a una presa di potere. A fare scalpore a dicembre è stata soprattutto la chiusura del canale Tvp Info, che, guarda caso, si era mostrato piuttosto critico nei confronti di Tusk durante la campagna in vista delle ultime elezioni. Alcuni esponenti di Diritto e giustizia avevano occupato gli uffici della tv pubblica in forma di protesta scatenando l’intervento della polizia. Ricordiamo che alle elezioni di ottobre lo stesso Diritto e giustizia era arrivato al primo posto con il 35% dei voti. Tuttavia non aveva i numeri per formare un governo. Pur essendo arrivato secondo con il 31%, Tusk è invece riuscito nell’impresa, mettendo assieme le principali forze di opposizione (che avevano tuttavia corso separatamente durante la campagna elettorale). Questa situazione ha quindi portato alla difficile coabitazione tra il nuovo premier e Duda, il cui mandato scade nel 2025. La tensione politico-istituzionale tra i due leader, insomma, è destinata ad aumentare ulteriormente. Un quadro complesso, che potrebbe avere delle ripercussioni anche a livello internazionale. È infatti importante sottolineare che, mentre Diritto e giustizia risulta storicamente un partito atlantista e filoamericano, Tusk è molto più vicino all’asse franco-tedesco.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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