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2024-01-11
L’Ecuador dichiara guerra ai suoi narcos
Intervento dei militari ecuadoregni nella prigione di Guayaquil (Ansa)
«L’Ecuador? È un Paese perso. Oggi si tratta solo di contenere la situazione, ma tutto è sfuggito di mano. Non c’è nessuna possibilità contro questi criminali che negli anni hanno corrotto polizia, esercito e ogni struttura dello Stato. E chi non è corrotto, per non morire non agisce». Lo dice alla Verità un ex agente della Drug enforcement administration (Dea) che ha scelto la Svizzera come «buen ritiro», dopo una vita passata a rincorrere i narcos in tutto il mondo.
Che l’Ecuador sia «perso» oppure no, non lo sappiamo. Tuttavia, in queste ore nella nazione andina regna il terrore dopo l’ondata di violenza causata dalla fuga dal carcere di José Adolfo Macías Villamar, leader della temuta banda Los Choneros, meglio conosciuto con lo pseudonimo «Fito». Era detenuto nel carcere regionale della violenta città portuale di Guayaquil, dove non si muove nulla senza l’autorizzazione dei narcos. Ma come ha fatto Macías a scappare? Con il sistema più vecchio del mondo ovvero il denaro, come le autorità hanno confermato, affermando che «due funzionari della prigione sono accusati di presunto coinvolgimento nella fuga», mentre 3.000 agenti di polizia e soldati sono stati inviati per la caccia all’uomo, che è in corso.
Il presidente, Daniel Noboa, insediatosi nel novembre scorso, ha decretato «il conflitto armato interno» e lo stato d’emergenza nazionale di 60 giorni, che comprende il coprifuoco notturno e l’autorizzazione ai militari di reprimere la violenza nelle carceri dopo che sono scoppiate rivolte in sei penitenziari e dopo che un numero imprecisato di guardie sono state prese in ostaggio (e impiccate). «Non negozieremo con i terroristi», promette Noboa, che annuncia alla stampa di voler costruire un grande carcere di massima sicurezza nella giungla amazzonica. Mercoledì, in un decreto aggiornato che dichiarava i Choneros e altre bande gruppi terroristi, Noboa ha affermato: «L’Ecuador stava vivendo un conflitto armato interno».
In passato, l’Ecuador è stato un Paese relativamente pacifico, circondato da vicini più violenti. Tuttavia, negli ultimi anni, ha dovuto affrontare una crescente ondata di criminalità guidata da bande di narcos in competizione per il controllo di rotte di traffico lucrative e per stabilire collegamenti con cartelli in Messico, Albania e altri Paesi. Nel 2023 il tasso di omicidi pro capite del Paese è aumentato in modo significativo, raggiungendo quota 46,5 ogni 100.000 persone, otto volte di più rispetto al 2018, posizionandosi tra i più alti della regione. La situazione richiede un approccio complesso e coordinato, coinvolgendo la cooperazione internazionale, riforme legali, il potenziamento delle forze dell’ordine e l’implementazione di programmi sociali per affrontare le radici profonde della criminalità. Ma bisogna fare i conti con la corruzione endemica e le intimidazioni.
Martedì sera una stazione tv a Guayaquil è stata oggetto di un attacco da parte di uomini armati e mascherati durante una diretta. Le immagini mostrano membri dello staff costretti a sedersi o a sdraiarsi mentre i loro aggressori, armati fino ai denti, li inseguono e gridano «nessuna polizia!», prima che il segnale si interrompa. Successivamente, la polizia ha dichiarato di aver arrestato tutti gli intrusi dopo l’intervento di una task force. Nelle 24 ore precedenti, almeno sette agenti di polizia in Ecuador sono stati rapiti in diverse parti del Paese, comprese le città di Machala e Quito. A Quito, un veicolo che trasportava gas di petrolio liquefatto è stato incendiato in un attacco a una stazione di rifornimento. A Cuenca, città turistica sulle colline, aggressori sconosciuti hanno lanciato esplosivo contro un camion militare. A Esmeraldas, provincia costiera colpita da violenze, la polizia ha segnalato tre attacchi con esplosivi. A Riobamba, nelle Ande centrali, si è verificata una fuga di 32 detenuti, tra i quali Fabricio Colón, uno dei leader della banda Los Lobos, come riportato da Primicias. Sebbene 20 fuggitivi siano stati catturati, Colón è in fuga. Per ora sale a 13 morti e 70 arresti il bilancio delle violenze. Un quadro che preoccupa profondamente il Dipartimento di Stato Usa.
La nazione era stata precedentemente sconvolta dall’omicidio di Fernando Villavicencio avvenuto ad agosto, candidato presidenziale di centrodestra, ammazzato da uomini armati prima delle elezioni anticipate di novembre. Villavicencio aveva precedentemente ricevuto minacce dai Choneros, sebbene le autorità non abbiano collegato il gruppo al suo omicidio. La situazione è aggravata dalla violenza nelle carceri che da tempo sono sotto il controllo delle bande, che le usano come basi operative. Nel corso degli ultimi quattro anni, più di 400 detenuti sono morti e si sono verificati numerosi massacri all’interno dei complessi carcerari, compreso quello in cui era detenuto Adolfo Macías.
Ma siamo sicuri che in questa crisi non ci sia «una manina esterna»? Lecito dubitare dopo che il presidente peruviano, Dina Boluarte, ha convocato un Consiglio dei ministri d’emergenza a causa della crisi in Ecuador. Ma perché? Il quotidiano peruviano La República scrive: «Le armi e le granate utilizzate dai terroristi in Ecuador appartengono alle Forze armate peruviane». Come sono arrivate ai narcos è ancora un mistero ma a queste latitudini (e non solo), tutto si compra e si vende. Armi statali comprese.
Polonia spaccata in due: arrestati ex ministro e vice nel palazzo di Duda
Prosegue lo scontro politico-istituzionale in Polonia tra il presidente, Andrzej Duda, e il premier, Donald Tusk. L’ultimo episodio di tensione risale all’altro ieri. L’ex ministro dell’Interno, Mariusz Kaminski, e l’ex viceministro, Maciej Wasik, si erano rifugiati nel palazzo presidenziale, dopo essere stati condannati al carcere dalla Corte di Varsavia-Srodmiescie per abuso di potere. Entrambi sono esponenti di Diritto e giustizia: lo schieramento conservatore a cui appartiene anche Duda e che è acerrimo avversario di Piattaforma civica, il partito centrista dell’attuale premier.
Sebbene dopo alcune ore i due siano stati arrestati dalla polizia all’interno dello stesso palazzo presidenziale, la circostanza ha innescato dure critiche da parte di Tusk. «Il precedente esecutivo e anche il presidente, Andrzej Duda, non si rassegnano al cambio di governo», ha tuonato il premier polacco, parlando di situazione «senza precedenti» ed esortando il capo dello Stato a non proteggere più Wasik e Kaminski. «Non mi fermerò nella lotta per uno Stato polacco giusto per i suoi cittadini. Non avrò pace finché il ministro Kaminski e i suoi colleghi non saranno rilasciati dal carcere», ha dichiarato, dal canto suo, Duda.
Come riportato dall’Associated Press, i due politici erano stati condannati per abuso di potere in riferimento a fatti risalente al 2007. L’attuale presidente polacco li aveva graziati nel 2015: un provvedimento il suo, che era tuttavia stato cassato a giugno dalla Corte suprema, facendo tornare entrambi sotto processo. La motivazione della sentenza fu, in particolare, che Duda aveva concesso la grazia mentre l’appello era ancora in corso. I due sono quindi stati condannati a dicembre a due anni di prigione e, lunedì scorso, il tribunale ha dato l’ok all’arresto. Entrambi continuano a professarsi innocenti, mentre Duda rivendica la validità della sua grazia.
La crisi in corso sta quindi rinfocolando le tensioni tra il presidente e il premier: tensioni innescatesi subito dopo l’insediamento di quest’ultimo a metà dicembre. In particolare, il terreno di scontro principale riguarda i mass media. Il governo di Tusk sta infatti facendo di tutto per prendere il controllo di televisione e radio di Stato, silurando o silenziando dirigenti e canali considerati vicini a Diritto e giustizia. L’obiettivo ufficiale del premier è quello di rendere «imparziali» i mezzi di comunicazione. In realtà, le sue mosse somigliano più a una presa di potere. A fare scalpore a dicembre è stata soprattutto la chiusura del canale Tvp Info, che, guarda caso, si era mostrato piuttosto critico nei confronti di Tusk durante la campagna in vista delle ultime elezioni. Alcuni esponenti di Diritto e giustizia avevano occupato gli uffici della tv pubblica in forma di protesta scatenando l’intervento della polizia.
Ricordiamo che alle elezioni di ottobre lo stesso Diritto e giustizia era arrivato al primo posto con il 35% dei voti. Tuttavia non aveva i numeri per formare un governo. Pur essendo arrivato secondo con il 31%, Tusk è invece riuscito nell’impresa, mettendo assieme le principali forze di opposizione (che avevano tuttavia corso separatamente durante la campagna elettorale). Questa situazione ha quindi portato alla difficile coabitazione tra il nuovo premier e Duda, il cui mandato scade nel 2025. La tensione politico-istituzionale tra i due leader, insomma, è destinata ad aumentare ulteriormente. Un quadro complesso, che potrebbe avere delle ripercussioni anche a livello internazionale. È infatti importante sottolineare che, mentre Diritto e giustizia risulta storicamente un partito atlantista e filoamericano, Tusk è molto più vicino all’asse franco-tedesco.
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Il presidente Noboa decreta il «conflitto armato interno» dopo le sommosse innescate dalla fuga del boss Macìas Villamar. Le carceri sono fuori controllo e gli agenti vengono impiccati: 13 vittime, 70 arresti. Giallo sull’artiglieria: i terroristi usano armi peruviane.Polonia, dopo l'arresto di due membri dell'esecutivo dell'ex premier Andrzej Duda, Donald Tusk accusa: «La destra si rassegni al cambio di governo». La replica: «Rilasciateli».Lo speciale contiene due articoli.«L’Ecuador? È un Paese perso. Oggi si tratta solo di contenere la situazione, ma tutto è sfuggito di mano. Non c’è nessuna possibilità contro questi criminali che negli anni hanno corrotto polizia, esercito e ogni struttura dello Stato. E chi non è corrotto, per non morire non agisce». Lo dice alla Verità un ex agente della Drug enforcement administration (Dea) che ha scelto la Svizzera come «buen ritiro», dopo una vita passata a rincorrere i narcos in tutto il mondo. Che l’Ecuador sia «perso» oppure no, non lo sappiamo. Tuttavia, in queste ore nella nazione andina regna il terrore dopo l’ondata di violenza causata dalla fuga dal carcere di José Adolfo Macías Villamar, leader della temuta banda Los Choneros, meglio conosciuto con lo pseudonimo «Fito». Era detenuto nel carcere regionale della violenta città portuale di Guayaquil, dove non si muove nulla senza l’autorizzazione dei narcos. Ma come ha fatto Macías a scappare? Con il sistema più vecchio del mondo ovvero il denaro, come le autorità hanno confermato, affermando che «due funzionari della prigione sono accusati di presunto coinvolgimento nella fuga», mentre 3.000 agenti di polizia e soldati sono stati inviati per la caccia all’uomo, che è in corso. Il presidente, Daniel Noboa, insediatosi nel novembre scorso, ha decretato «il conflitto armato interno» e lo stato d’emergenza nazionale di 60 giorni, che comprende il coprifuoco notturno e l’autorizzazione ai militari di reprimere la violenza nelle carceri dopo che sono scoppiate rivolte in sei penitenziari e dopo che un numero imprecisato di guardie sono state prese in ostaggio (e impiccate). «Non negozieremo con i terroristi», promette Noboa, che annuncia alla stampa di voler costruire un grande carcere di massima sicurezza nella giungla amazzonica. Mercoledì, in un decreto aggiornato che dichiarava i Choneros e altre bande gruppi terroristi, Noboa ha affermato: «L’Ecuador stava vivendo un conflitto armato interno». In passato, l’Ecuador è stato un Paese relativamente pacifico, circondato da vicini più violenti. Tuttavia, negli ultimi anni, ha dovuto affrontare una crescente ondata di criminalità guidata da bande di narcos in competizione per il controllo di rotte di traffico lucrative e per stabilire collegamenti con cartelli in Messico, Albania e altri Paesi. Nel 2023 il tasso di omicidi pro capite del Paese è aumentato in modo significativo, raggiungendo quota 46,5 ogni 100.000 persone, otto volte di più rispetto al 2018, posizionandosi tra i più alti della regione. La situazione richiede un approccio complesso e coordinato, coinvolgendo la cooperazione internazionale, riforme legali, il potenziamento delle forze dell’ordine e l’implementazione di programmi sociali per affrontare le radici profonde della criminalità. Ma bisogna fare i conti con la corruzione endemica e le intimidazioni. Martedì sera una stazione tv a Guayaquil è stata oggetto di un attacco da parte di uomini armati e mascherati durante una diretta. Le immagini mostrano membri dello staff costretti a sedersi o a sdraiarsi mentre i loro aggressori, armati fino ai denti, li inseguono e gridano «nessuna polizia!», prima che il segnale si interrompa. Successivamente, la polizia ha dichiarato di aver arrestato tutti gli intrusi dopo l’intervento di una task force. Nelle 24 ore precedenti, almeno sette agenti di polizia in Ecuador sono stati rapiti in diverse parti del Paese, comprese le città di Machala e Quito. A Quito, un veicolo che trasportava gas di petrolio liquefatto è stato incendiato in un attacco a una stazione di rifornimento. A Cuenca, città turistica sulle colline, aggressori sconosciuti hanno lanciato esplosivo contro un camion militare. A Esmeraldas, provincia costiera colpita da violenze, la polizia ha segnalato tre attacchi con esplosivi. A Riobamba, nelle Ande centrali, si è verificata una fuga di 32 detenuti, tra i quali Fabricio Colón, uno dei leader della banda Los Lobos, come riportato da Primicias. Sebbene 20 fuggitivi siano stati catturati, Colón è in fuga. Per ora sale a 13 morti e 70 arresti il bilancio delle violenze. Un quadro che preoccupa profondamente il Dipartimento di Stato Usa.La nazione era stata precedentemente sconvolta dall’omicidio di Fernando Villavicencio avvenuto ad agosto, candidato presidenziale di centrodestra, ammazzato da uomini armati prima delle elezioni anticipate di novembre. Villavicencio aveva precedentemente ricevuto minacce dai Choneros, sebbene le autorità non abbiano collegato il gruppo al suo omicidio. La situazione è aggravata dalla violenza nelle carceri che da tempo sono sotto il controllo delle bande, che le usano come basi operative. Nel corso degli ultimi quattro anni, più di 400 detenuti sono morti e si sono verificati numerosi massacri all’interno dei complessi carcerari, compreso quello in cui era detenuto Adolfo Macías. Ma siamo sicuri che in questa crisi non ci sia «una manina esterna»? Lecito dubitare dopo che il presidente peruviano, Dina Boluarte, ha convocato un Consiglio dei ministri d’emergenza a causa della crisi in Ecuador. Ma perché? Il quotidiano peruviano La República scrive: «Le armi e le granate utilizzate dai terroristi in Ecuador appartengono alle Forze armate peruviane». Come sono arrivate ai narcos è ancora un mistero ma a queste latitudini (e non solo), tutto si compra e si vende. 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Entrambi sono esponenti di Diritto e giustizia: lo schieramento conservatore a cui appartiene anche Duda e che è acerrimo avversario di Piattaforma civica, il partito centrista dell’attuale premier. Sebbene dopo alcune ore i due siano stati arrestati dalla polizia all’interno dello stesso palazzo presidenziale, la circostanza ha innescato dure critiche da parte di Tusk. «Il precedente esecutivo e anche il presidente, Andrzej Duda, non si rassegnano al cambio di governo», ha tuonato il premier polacco, parlando di situazione «senza precedenti» ed esortando il capo dello Stato a non proteggere più Wasik e Kaminski. «Non mi fermerò nella lotta per uno Stato polacco giusto per i suoi cittadini. Non avrò pace finché il ministro Kaminski e i suoi colleghi non saranno rilasciati dal carcere», ha dichiarato, dal canto suo, Duda. Come riportato dall’Associated Press, i due politici erano stati condannati per abuso di potere in riferimento a fatti risalente al 2007. L’attuale presidente polacco li aveva graziati nel 2015: un provvedimento il suo, che era tuttavia stato cassato a giugno dalla Corte suprema, facendo tornare entrambi sotto processo. La motivazione della sentenza fu, in particolare, che Duda aveva concesso la grazia mentre l’appello era ancora in corso. I due sono quindi stati condannati a dicembre a due anni di prigione e, lunedì scorso, il tribunale ha dato l’ok all’arresto. Entrambi continuano a professarsi innocenti, mentre Duda rivendica la validità della sua grazia. La crisi in corso sta quindi rinfocolando le tensioni tra il presidente e il premier: tensioni innescatesi subito dopo l’insediamento di quest’ultimo a metà dicembre. In particolare, il terreno di scontro principale riguarda i mass media. Il governo di Tusk sta infatti facendo di tutto per prendere il controllo di televisione e radio di Stato, silurando o silenziando dirigenti e canali considerati vicini a Diritto e giustizia. L’obiettivo ufficiale del premier è quello di rendere «imparziali» i mezzi di comunicazione. In realtà, le sue mosse somigliano più a una presa di potere. A fare scalpore a dicembre è stata soprattutto la chiusura del canale Tvp Info, che, guarda caso, si era mostrato piuttosto critico nei confronti di Tusk durante la campagna in vista delle ultime elezioni. Alcuni esponenti di Diritto e giustizia avevano occupato gli uffici della tv pubblica in forma di protesta scatenando l’intervento della polizia. Ricordiamo che alle elezioni di ottobre lo stesso Diritto e giustizia era arrivato al primo posto con il 35% dei voti. Tuttavia non aveva i numeri per formare un governo. Pur essendo arrivato secondo con il 31%, Tusk è invece riuscito nell’impresa, mettendo assieme le principali forze di opposizione (che avevano tuttavia corso separatamente durante la campagna elettorale). Questa situazione ha quindi portato alla difficile coabitazione tra il nuovo premier e Duda, il cui mandato scade nel 2025. La tensione politico-istituzionale tra i due leader, insomma, è destinata ad aumentare ulteriormente. Un quadro complesso, che potrebbe avere delle ripercussioni anche a livello internazionale. È infatti importante sottolineare che, mentre Diritto e giustizia risulta storicamente un partito atlantista e filoamericano, Tusk è molto più vicino all’asse franco-tedesco.
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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Silvia Salis al Liguria Pride di Genova
E così mentre la città è assediata da bande di criminali, per lo più stranieri e quasi sempre giovanissimi, lei non trova niente di meglio che attaccare il politico del momento, Roberto Vannacci: «C’è chi parla di gusti, chi parla di persone non normali», chi lo fa «vuole smuovere sentimenti negativi, retrogradi, ma per fortuna sono una piccola minoranza», a cui non bisogna «dare attenzione». Ma intanto lei gliela dà. L’ex campionessa del lancio del martello ha sfilato con le associazioni Lgbtqia+ in questa edizione del gay pride intitolata «Ripensiamoci tempesta». A guidare il lungo corteo è stato il camion arcobaleno del coordinamento Liguria Rainbow.
Il prima fila anche l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, finita nella bufera ad aprile dopo aver dichiarato che «i partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti». La quale, ieri, ha dichiarato: «Credo molto nel significato di questo ufficio e penso che sia fondamentale che le persone della comunità entrino nelle istituzioni e collaborino con esse». E, a proposito delle ultime dichiarazioni di Vannacci, ha commentato: «Credo che sia facile parlare alla pancia delle persone facendole sentire una maggioranza, ma la differenza tra chi fa politica contro le persone e chi la fa a favore è evidente. E qui, a Genova, con Silvia Salis, siamo con tutte le persone». Presenti anche l’ex ministro Roberta Pinotti, il vicesindaco, un paio di deputati, diversi consiglieri della maggioranza progressista e almeno tre assessore, tra cui Rita Bruzzone (quella dell’educazione sessuo-affettiva all’asilo) e Arianna Viscoglioni, colei che dovrebbe occuparsi della sicurezza. Hanno sfilato anche rappresentanti di Cgil e Uil, del consolato dell’Ecuador e dell’Ordine degli psicologi. Il corteo ha attraversato il centro e si è sciolto ai giardini Luzzati, nella città vecchia, dove si è svolta una grande festa.
Purtroppo, a Genova, a questo clima di allegria fa da contraltare il bollettino della cronaca nera e dei disagi che i cittadini sono costretti a sopportare. Dopo l’omicidio del clochard, a cui il senegalese Cissé Camara avrebbe tranciato la giugulare, venerdì notte, anche Corso Italia, il lungomare della movida, ha pagato il suo tributo di sangue. Un ventottenne originario di Castelvetrano (Trapani) avrebbe fatto delle avance a una ragazza, da quest’ultima non gradite. Per questo sarebbero intervenuti gli amici della giovane che avrebbero cercato di malmenare l’autore dell’approccio. Il trentenne siciliano si sarebbe dato alla fuga e con la sua auto avrebbe travolto uno degli inseguitori. Quest’ultimo, gravemente ferito, è stato ricoverato in rianimazione. L’investitore, positivo all’alcoltest, è stato arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Ma non è finita. Nelle stesse ore un nordafricano, al termine di una colluttazione, è stato trasportato al Pronto soccorso. Qui l’uomo, ripresosi, ha estratto un coltello e ha minacciato militi e infermieri. Poco dopo altro giro (di ricoverati maghrebini), altra rissa e per sedare gli animi è servito l’intervento della polizia. In un’altra zona, sulle alture di San Fruttuoso, una studentessa è stata aggredita sessualmente da tre giovani stranieri, mentre portava a spasso il cane in pieno giorno. È riuscita a divincolarsi e a chiamare il 112. Un’altra ragazza, scesa al capolinea dell’autobus, ha evitato la violenza da parte di un altro giovane africano solo grazie alla prontezza dell’autista che stava riportando il mezzo in rimessa: ha aperto le porte e ha fatto salire la giovane. Nel Levante cittadino, invece, un sedicenne nordafricano, spalleggiato da un gruppo di coetanei, ha strappato una collana d’oro e un orecchino a un’ottantaduenne nei Parchi di Nervi. Quando il presunto rapinatore è stato identificato e fermato da un carabiniere, è scoppiato il parapiglia. Un gruppo di maranza ha soccorso il ladro. A questo punto è intervenuta una volante della Guardia di finanza che ha fatto salire a bordo il militare dell’Arma e il minorenne fermato. Fine della storia? Nient’affatto. Gli altri giovani nordafricani hanno provato a forzare le portiere dell’auto delle Fiamme gialle, venendo denunciati per resistenza e danneggiamento. Storie da banlieu francese che sempre più spesso si ripetono nel capoluogo ligure. Ma se la sicurezza a Genova è una nota dolente, il Comune dà ai suoi abitanti pure altri dispiaceri. Per esempio, battendo cassa, in versione sceriffo di Sherwood. La Lega, ieri, ha attaccato la giunta per l’annunciato (da indiscrezioni giornalistiche) aumento della tassa di soggiorno per B&B e appartamenti a uso turistico fino alla soglia massima di 5 euro per persona. «Davvero il Comune intende trattare l’ospitalità diffusa alla stregua degli hotel a 5 stelle?» hanno chiesto i consiglieri del Carroccio Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua. «Siamo convinti che i piccoli proprietari genovesi non possano essere considerati un bancomat da spremere per rimpinguare le casse comunali».
C’è, infine, l’emergenza trasporto pubblico. Se la municipalizzata Amt, sull’orlo del default, non pagherà entro domani i crediti accumulati dai fornitori privati dell’azienda, questi, per protesta, da lunedì, sospenderanno i servizi di autobus che collegano le zone collinari della Valbisagno e della Valpolcevera al resto della città. Andare a piedi al pride sarà pure divertente, ma farlo per raggiungere scuole e posti di lavoro è sicuramente meno eccitante.
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