True
2019-06-05
Di Maio telefona a Salvini e ingoia lo Sblocca cantieri. I gialloblù la sfangano
Ansa
Dopo i ripetuti rinvii e lo stallo in Parlamento sui decreti Crescita e Sblocca cantieri, con il rischio che i due provvedimenti non venissero convertiti in legge, Camera e Senato spingono sull'acceleratore e si preparano a un tour de force di tre settimane. A rimettere in moto quasi in extremis l'iter dei due provvedimenti, fermi da giorni nelle rispettive commissioni, è l'intesa siglata ieri a ora di pranzo tra 5 stelle e Lega sulle norme relative al codice degli appalti, e l'accordo che potrebbe essere raggiunto sulla trasformazione delle misure cosiddette «Salva Roma» in azioni più generali a favore dei comuni in difficoltà. L'intesa raggiunta sul decreto Sblocca cantieri prevede la modifica del testo originario, firmato Lega, sullo stop di due anni al codice degli appalti, proposta osteggiata dai 5 stelle.
Il nuovo testo dispone «la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese. Al contempo, sarà garantito il rispetto delle norme e del lavoro già fatto nelle commissioni parlamentari sull'argomento. In particolare saranno anche garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese», hanno spiegato ieri i capigruppo gialloblù.
La soluzione proposta è un tecnicismo e punto di caduta solo formale. Dal punto di vista politico, la Lega ha fissato il paletto e i 5 stelle si sono adeguati. Infatti, l'accordo nasce dopo una telefonata tra i due vice premier nella quale Luigi Di Maio (che ha alzato per primo il telefono) avrebbe perorato la mediazione pur di non far cadere il governo. Matteo Salvini lunedì sera aveva dato preciso mandato al viceministro Massimo Garavaglia di non desistere dal maxi emendamento che avrebbe previsto il congelamento delle norme sugli appalti e il ritorno alle precedenti disposizioni.
Per la Lega tale novità sarebbe l'unico modo per accelerare veramente l'iniezione di capitali nel circuito delle infrastrutture. Di fronte a tale posizione, il premier, dopo aver incontrato Garavaglia a Palazzo Chigi intorno alle 22 di lunedì sera, si è detto contrario, sostenendo che i 5 stelle non l'avrebbero mai votato e che l'impianto sarebbe stato pure pieno di buchi e rischi.
«Da 30 anni faccio il giurista e questo super emendamento, dal punto di vista tecnico, rischia di creare il caos normativo. So che in sostanza, volendo congelare l'attuale codice degli appalti, propone una improbabile reminiscenza del vecchio codice, che è ormai abrogato, quindi davvero ci avviamo a un caos», ha detto Conte prima di partire partire per la due giorni in Vietnam. «Il super emendamento», ha proseguito, «ha portato con sé oltre 400 emendamenti, siamo a pochi giorni dalla conversione, dobbiamo passare alla Camera. Faccio un appello alla Lega: in questo decreto c'è tanto lavoro, ci sono le norme sui terremotati. Mi raccomando». Si è trattato di una presa di posizione durata un pugno di ore. E che alla luce di quanto è successo ieri mattina assume sempre più l'aspetto di un trabocchetto. Un gioco del quale Giuseppe Conte è solo la punta dell'iceberg che muove nella direzione della caduta del governo. Dietro c'è sicuramente il Pd e una parte dei 5 stelle, entrambi sembrano avere la benedizione del Colle. Conte potrebbe essere l'utile manovrato e guadagnerebbe l'incarico di premier tecnico.
Solo che è stato subito scavalcato dalle dichiarazioni di Di Maio che ieri è salito al Quirinale a pranzo per ribadire la volontà del M5s di andare avanti. «Mattarella ha preso atto della volontà di Di Maio, ma ha chiesto chiarezza, esortando a riprendere l'attività di governo per rispondere ai gravi problemi del Paese. È nota la preoccupazione di Mattarella per l'andamento dell'economia e i conti pubblici», così recitavano alcune agenzie di stampa ieri sera. Una velina che spiega chiaramente quanto le trappole restino dietro l'angolo.
In generale i tempi del Parlamento stringono sempre più. Il decreto Sblocca cantieri, all'esame del Senato, scade il 17 giugno, e deve essere licenziato prima da Palazzo Madama e poi dalla Camera, dove è atteso in Aula martedì prossimo. I capigruppo hanno deciso ieri di portare avanti una seduta notturna per portare in Aula il testo questa mattina.
Il decreto Crescita, ora alla Camera, scade il 29 giugno, e anche in questo caso il provvedimento dovrà essere approvato prima da Montecitorio e poi al Senato, dove sarà all'esame dell'Assemblea nella settimana dal 25 al 27 giugno. Ma a oggi i nodi del Salva Roma sono tutti irrisolti e dunque non sarà facile gestire la mediazione.
Tempi strettissimi e testi «blindati» servono per evitare incidenti di percorso. Alla Camera, del resto, si dà per scontato il ricorso alla fiducia sul dl Crescita. Stesso orientamento che sembra prevalere anche al Senato, viene spiegato da fonti di maggioranza, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione in merito. Il tutto mentre aumentano le pressioni esogene ma anche endogene. «Come tutti i contratti deve essere interpretato ma non credo fossero previste adeguate clausole rescissorie», ha eternato ieri il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. «L'ho detto in campagna elettorale e poi qualcuno fece polemica. O ci si dà un metodo di lavoro o è veramente difficile perché le sfide che ha davanti il Paese sono serie e importanti, già da domani».
Calendario, alibi e agenti provocatori. Il piano B del Colle è lo schema Dini
L'Apocalisse proclamata ieri dai giornaloni - ancora una volta - non si è verificata: semmai, il primo cedimento di Luigi Di Maio sullo Sbloccacantieri sembra il preannuncio di una più complessiva resa grillina a Matteo Salvini; Giuseppe Conte è partito per una due giorni in Vietnam; e anche la temuta fiammata dello spread non è stata registrata (chiusura, in calo, a 273 punti).
In questo momento, dunque, pare probabile una ripartenza del governo sulla base dell'«agenda Salvini»: flat tax, autonomia, decreto Sicurezza bis. Il combinato disposto tra la forza del leader leghista e la debolezza dei grillini (terrorizzati dal crollo elettorale e dalla tagliola del doppio mandato) fa davvero pensare che si possa procedere sul binario indicato dal Carroccio.
Tuttavia occorre sempre essere pronti a sorprese e fibrillazioni, che il Quirinale potrebbe cogliere come occasione (lo spiegava ieri il direttore Maurizio Belpietro) per promettere le elezioni senza in realtà concederle, provando invece a insediare un esecutivo-travicello di durata indefinita (ricordate Lamberto Dini nel 1995 o il quasi riuscito tentativo con Carlo Cottarelli un anno fa?).
Dedichiamoci allora a immaginare tre cose: le possibili trappole (come vedremo, sono essenzialmente di due tipi), la tempistica istituzionale da considerare, e le eventuali conseguenze di qualche scherzo concepito nei palazzi romani. Le mine disseminate sul cammino del governo sono due. Da un lato, un eventuale no grillino a un punto qualificante dell'«agenda Salvini». Un esempio? Immaginate se al presidente della Camera Roberto Fico riuscisse il colpo di portare in Aula non solo per un dibattito generale, ma per sottoporle a rigida procedura emendativa (quindi a migliaia di emendamenti), le intese tra Stato e Regioni sull'autonomia: un incidente sarebbe dietro l'angolo, a quel punto. E, dinanzi a un evento del genere, non sarebbe difficile immaginare la reazione della Lega. Stesso discorso davanti a un eventuale (oggi improbabile, lo ripetiamo) «no» grillino su flat tax o decreto Sicurezza bis. Dall'altro, c'è la maxi insidia europea. Proprio oggi, la Commissione Ue potrebbe spararci addosso, valutando come «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia. Se così fosse, toccherebbe al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che avrebbe il potere di attivare i passi successivi dell'iter, anche se per le vere e proprie sanzioni servirebbero anni.
Il guaio è che ognuna di queste giornate - per un intero e lunghissimo mese - potrebbe essere incendiata (inutile girarci intorno: questo può essere il retropensiero di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis) dalle fiamme dello spread. E a quel punto, a Roma, sarebbe più facile l'opera di chi volesse terremotare il governo, giocando la carta della capitolazione via mercati.
Esaminati i due trappoloni, passiamo alla tempistica. Nel momento in cui il capo dello Stato decide di sciogliere le Camere, la durata della campagna elettorale può oscillare da 45 a 70 giorni. Proprio sulla Verità, con una settimana di anticipo rispetto ad altre testate, abbiamo spiegato che un eventuale voto il 29 settembre creerebbe problemi non piccoli rispetto al calendario della legge di bilancio. Infatti, il nuovo Parlamento sarebbe costituito non prima di due settimane, e il nuovo governo non sarebbe operativo prima di fine ottobre. Ma il guaio è che già il 15 ottobre l'Italia deve inviare a Bruxelles una bozza dettagliatissima della legge di bilancio, senza dire che il 20 di ottobre la manovra (sotto forma di disegno di legge) dovrebbe essere formalmente presentata alle Camere. Una missione impossibile, con quel calendario. E per il Colle sarebbe gioco facile concludere: cari ragazzi, con questa tempistica non riuscirete ad approvare la manovra entro il 31 dicembre, e si rischia l'esercizio provvisorio.
Morale: quella diverrebbe la ragione (o la scusa) perfetta per realizzare il temibile scenario paventato dal direttore Belpietro. Qualcuno, sul Colle più alto, potrebbe dire: a questo punto, niente elezioni subito, e meglio affidare un incarico di breve durata (magari proprio a Giuseppe Conte) solo per la gestione di questa fase. E però la storia la conosciamo: queste cose si sa come e quando cominciano, ma non quando finiscono.
E le conseguenze? Sarebbero devastanti per la crescita: addio flat tax, entrata in vigore delle clausole di salvaguardia sotto forma di pesantissimi aumenti Iva (con relativa botta terrificante al commercio), e pilota automatico impostoci da Bruxelles.
Ecco perché, come suggeriamo da tempo, la cosa migliore - per chi voglia scommettere sulla durata del governo - è fissare scadenze temporali brevi e verificabili sui punti qualificanti del programma. Lo ripetiamo ancora: oggi la crisi pare meno probabile. Ma se rottura deve essere, meglio che sia subito, con elezioni a inizio settembre, non alla fine di quel mese. In quel caso, il nuovo governo avrebbe tutto il tempo per rispettare la tempistica della manovra, e non ci sarebbero scuse per chi vuol fare sponda con Bruxelles per commissariarci.
Continua a leggereRiduci
Il Movimento: «Stop solo ad alcune parti del codice degli appalti». Ma, nei fatti, cede alla Lega. Giuseppe Conte si intesta la vittoria. Il capo grillino al Quirinale: «Andiamo avanti».Una crisi-lampo, magari innescata dai dissidenti M5s, ci esporrebbe allo spread. In quel caso Sergio Mattarella potrebbe congelare nuove elezioni e affibbiarci un Re Travicello sine die.Lo speciale contiene due articoli.Dopo i ripetuti rinvii e lo stallo in Parlamento sui decreti Crescita e Sblocca cantieri, con il rischio che i due provvedimenti non venissero convertiti in legge, Camera e Senato spingono sull'acceleratore e si preparano a un tour de force di tre settimane. A rimettere in moto quasi in extremis l'iter dei due provvedimenti, fermi da giorni nelle rispettive commissioni, è l'intesa siglata ieri a ora di pranzo tra 5 stelle e Lega sulle norme relative al codice degli appalti, e l'accordo che potrebbe essere raggiunto sulla trasformazione delle misure cosiddette «Salva Roma» in azioni più generali a favore dei comuni in difficoltà. L'intesa raggiunta sul decreto Sblocca cantieri prevede la modifica del testo originario, firmato Lega, sullo stop di due anni al codice degli appalti, proposta osteggiata dai 5 stelle. Il nuovo testo dispone «la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese. Al contempo, sarà garantito il rispetto delle norme e del lavoro già fatto nelle commissioni parlamentari sull'argomento. In particolare saranno anche garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese», hanno spiegato ieri i capigruppo gialloblù. La soluzione proposta è un tecnicismo e punto di caduta solo formale. Dal punto di vista politico, la Lega ha fissato il paletto e i 5 stelle si sono adeguati. Infatti, l'accordo nasce dopo una telefonata tra i due vice premier nella quale Luigi Di Maio (che ha alzato per primo il telefono) avrebbe perorato la mediazione pur di non far cadere il governo. Matteo Salvini lunedì sera aveva dato preciso mandato al viceministro Massimo Garavaglia di non desistere dal maxi emendamento che avrebbe previsto il congelamento delle norme sugli appalti e il ritorno alle precedenti disposizioni. Per la Lega tale novità sarebbe l'unico modo per accelerare veramente l'iniezione di capitali nel circuito delle infrastrutture. Di fronte a tale posizione, il premier, dopo aver incontrato Garavaglia a Palazzo Chigi intorno alle 22 di lunedì sera, si è detto contrario, sostenendo che i 5 stelle non l'avrebbero mai votato e che l'impianto sarebbe stato pure pieno di buchi e rischi. «Da 30 anni faccio il giurista e questo super emendamento, dal punto di vista tecnico, rischia di creare il caos normativo. So che in sostanza, volendo congelare l'attuale codice degli appalti, propone una improbabile reminiscenza del vecchio codice, che è ormai abrogato, quindi davvero ci avviamo a un caos», ha detto Conte prima di partire partire per la due giorni in Vietnam. «Il super emendamento», ha proseguito, «ha portato con sé oltre 400 emendamenti, siamo a pochi giorni dalla conversione, dobbiamo passare alla Camera. Faccio un appello alla Lega: in questo decreto c'è tanto lavoro, ci sono le norme sui terremotati. Mi raccomando». Si è trattato di una presa di posizione durata un pugno di ore. E che alla luce di quanto è successo ieri mattina assume sempre più l'aspetto di un trabocchetto. Un gioco del quale Giuseppe Conte è solo la punta dell'iceberg che muove nella direzione della caduta del governo. Dietro c'è sicuramente il Pd e una parte dei 5 stelle, entrambi sembrano avere la benedizione del Colle. Conte potrebbe essere l'utile manovrato e guadagnerebbe l'incarico di premier tecnico. Solo che è stato subito scavalcato dalle dichiarazioni di Di Maio che ieri è salito al Quirinale a pranzo per ribadire la volontà del M5s di andare avanti. «Mattarella ha preso atto della volontà di Di Maio, ma ha chiesto chiarezza, esortando a riprendere l'attività di governo per rispondere ai gravi problemi del Paese. È nota la preoccupazione di Mattarella per l'andamento dell'economia e i conti pubblici», così recitavano alcune agenzie di stampa ieri sera. Una velina che spiega chiaramente quanto le trappole restino dietro l'angolo. In generale i tempi del Parlamento stringono sempre più. Il decreto Sblocca cantieri, all'esame del Senato, scade il 17 giugno, e deve essere licenziato prima da Palazzo Madama e poi dalla Camera, dove è atteso in Aula martedì prossimo. I capigruppo hanno deciso ieri di portare avanti una seduta notturna per portare in Aula il testo questa mattina.Il decreto Crescita, ora alla Camera, scade il 29 giugno, e anche in questo caso il provvedimento dovrà essere approvato prima da Montecitorio e poi al Senato, dove sarà all'esame dell'Assemblea nella settimana dal 25 al 27 giugno. Ma a oggi i nodi del Salva Roma sono tutti irrisolti e dunque non sarà facile gestire la mediazione. Tempi strettissimi e testi «blindati» servono per evitare incidenti di percorso. Alla Camera, del resto, si dà per scontato il ricorso alla fiducia sul dl Crescita. Stesso orientamento che sembra prevalere anche al Senato, viene spiegato da fonti di maggioranza, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione in merito. Il tutto mentre aumentano le pressioni esogene ma anche endogene. «Come tutti i contratti deve essere interpretato ma non credo fossero previste adeguate clausole rescissorie», ha eternato ieri il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. «L'ho detto in campagna elettorale e poi qualcuno fece polemica. O ci si dà un metodo di lavoro o è veramente difficile perché le sfide che ha davanti il Paese sono serie e importanti, già da domani».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-telefona-a-salvini-e-ingoia-lo-sblocca-cantieri-i-gialloblu-la-sfangano-2638685349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="calendario-alibi-e-agenti-provocatori-il-piano-b-del-colle-e-lo-schema-dini" data-post-id="2638685349" data-published-at="1781251138" data-use-pagination="False"> Calendario, alibi e agenti provocatori. Il piano B del Colle è lo schema Dini L'Apocalisse proclamata ieri dai giornaloni - ancora una volta - non si è verificata: semmai, il primo cedimento di Luigi Di Maio sullo Sbloccacantieri sembra il preannuncio di una più complessiva resa grillina a Matteo Salvini; Giuseppe Conte è partito per una due giorni in Vietnam; e anche la temuta fiammata dello spread non è stata registrata (chiusura, in calo, a 273 punti). In questo momento, dunque, pare probabile una ripartenza del governo sulla base dell'«agenda Salvini»: flat tax, autonomia, decreto Sicurezza bis. Il combinato disposto tra la forza del leader leghista e la debolezza dei grillini (terrorizzati dal crollo elettorale e dalla tagliola del doppio mandato) fa davvero pensare che si possa procedere sul binario indicato dal Carroccio. Tuttavia occorre sempre essere pronti a sorprese e fibrillazioni, che il Quirinale potrebbe cogliere come occasione (lo spiegava ieri il direttore Maurizio Belpietro) per promettere le elezioni senza in realtà concederle, provando invece a insediare un esecutivo-travicello di durata indefinita (ricordate Lamberto Dini nel 1995 o il quasi riuscito tentativo con Carlo Cottarelli un anno fa?). Dedichiamoci allora a immaginare tre cose: le possibili trappole (come vedremo, sono essenzialmente di due tipi), la tempistica istituzionale da considerare, e le eventuali conseguenze di qualche scherzo concepito nei palazzi romani. Le mine disseminate sul cammino del governo sono due. Da un lato, un eventuale no grillino a un punto qualificante dell'«agenda Salvini». Un esempio? Immaginate se al presidente della Camera Roberto Fico riuscisse il colpo di portare in Aula non solo per un dibattito generale, ma per sottoporle a rigida procedura emendativa (quindi a migliaia di emendamenti), le intese tra Stato e Regioni sull'autonomia: un incidente sarebbe dietro l'angolo, a quel punto. E, dinanzi a un evento del genere, non sarebbe difficile immaginare la reazione della Lega. Stesso discorso davanti a un eventuale (oggi improbabile, lo ripetiamo) «no» grillino su flat tax o decreto Sicurezza bis. Dall'altro, c'è la maxi insidia europea. Proprio oggi, la Commissione Ue potrebbe spararci addosso, valutando come «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia. Se così fosse, toccherebbe al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che avrebbe il potere di attivare i passi successivi dell'iter, anche se per le vere e proprie sanzioni servirebbero anni. Il guaio è che ognuna di queste giornate - per un intero e lunghissimo mese - potrebbe essere incendiata (inutile girarci intorno: questo può essere il retropensiero di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis) dalle fiamme dello spread. E a quel punto, a Roma, sarebbe più facile l'opera di chi volesse terremotare il governo, giocando la carta della capitolazione via mercati. Esaminati i due trappoloni, passiamo alla tempistica. Nel momento in cui il capo dello Stato decide di sciogliere le Camere, la durata della campagna elettorale può oscillare da 45 a 70 giorni. Proprio sulla Verità, con una settimana di anticipo rispetto ad altre testate, abbiamo spiegato che un eventuale voto il 29 settembre creerebbe problemi non piccoli rispetto al calendario della legge di bilancio. Infatti, il nuovo Parlamento sarebbe costituito non prima di due settimane, e il nuovo governo non sarebbe operativo prima di fine ottobre. Ma il guaio è che già il 15 ottobre l'Italia deve inviare a Bruxelles una bozza dettagliatissima della legge di bilancio, senza dire che il 20 di ottobre la manovra (sotto forma di disegno di legge) dovrebbe essere formalmente presentata alle Camere. Una missione impossibile, con quel calendario. E per il Colle sarebbe gioco facile concludere: cari ragazzi, con questa tempistica non riuscirete ad approvare la manovra entro il 31 dicembre, e si rischia l'esercizio provvisorio. Morale: quella diverrebbe la ragione (o la scusa) perfetta per realizzare il temibile scenario paventato dal direttore Belpietro. Qualcuno, sul Colle più alto, potrebbe dire: a questo punto, niente elezioni subito, e meglio affidare un incarico di breve durata (magari proprio a Giuseppe Conte) solo per la gestione di questa fase. E però la storia la conosciamo: queste cose si sa come e quando cominciano, ma non quando finiscono. E le conseguenze? Sarebbero devastanti per la crescita: addio flat tax, entrata in vigore delle clausole di salvaguardia sotto forma di pesantissimi aumenti Iva (con relativa botta terrificante al commercio), e pilota automatico impostoci da Bruxelles. Ecco perché, come suggeriamo da tempo, la cosa migliore - per chi voglia scommettere sulla durata del governo - è fissare scadenze temporali brevi e verificabili sui punti qualificanti del programma. Lo ripetiamo ancora: oggi la crisi pare meno probabile. Ma se rottura deve essere, meglio che sia subito, con elezioni a inizio settembre, non alla fine di quel mese. In quel caso, il nuovo governo avrebbe tutto il tempo per rispettare la tempistica della manovra, e non ci sarebbero scuse per chi vuol fare sponda con Bruxelles per commissariarci.
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
Continua a leggereRiduci
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
Continua a leggereRiduci