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2019-06-05
Di Maio telefona a Salvini e ingoia lo Sblocca cantieri. I gialloblù la sfangano
Ansa
Dopo i ripetuti rinvii e lo stallo in Parlamento sui decreti Crescita e Sblocca cantieri, con il rischio che i due provvedimenti non venissero convertiti in legge, Camera e Senato spingono sull'acceleratore e si preparano a un tour de force di tre settimane. A rimettere in moto quasi in extremis l'iter dei due provvedimenti, fermi da giorni nelle rispettive commissioni, è l'intesa siglata ieri a ora di pranzo tra 5 stelle e Lega sulle norme relative al codice degli appalti, e l'accordo che potrebbe essere raggiunto sulla trasformazione delle misure cosiddette «Salva Roma» in azioni più generali a favore dei comuni in difficoltà. L'intesa raggiunta sul decreto Sblocca cantieri prevede la modifica del testo originario, firmato Lega, sullo stop di due anni al codice degli appalti, proposta osteggiata dai 5 stelle.
Il nuovo testo dispone «la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese. Al contempo, sarà garantito il rispetto delle norme e del lavoro già fatto nelle commissioni parlamentari sull'argomento. In particolare saranno anche garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese», hanno spiegato ieri i capigruppo gialloblù.
La soluzione proposta è un tecnicismo e punto di caduta solo formale. Dal punto di vista politico, la Lega ha fissato il paletto e i 5 stelle si sono adeguati. Infatti, l'accordo nasce dopo una telefonata tra i due vice premier nella quale Luigi Di Maio (che ha alzato per primo il telefono) avrebbe perorato la mediazione pur di non far cadere il governo. Matteo Salvini lunedì sera aveva dato preciso mandato al viceministro Massimo Garavaglia di non desistere dal maxi emendamento che avrebbe previsto il congelamento delle norme sugli appalti e il ritorno alle precedenti disposizioni.
Per la Lega tale novità sarebbe l'unico modo per accelerare veramente l'iniezione di capitali nel circuito delle infrastrutture. Di fronte a tale posizione, il premier, dopo aver incontrato Garavaglia a Palazzo Chigi intorno alle 22 di lunedì sera, si è detto contrario, sostenendo che i 5 stelle non l'avrebbero mai votato e che l'impianto sarebbe stato pure pieno di buchi e rischi.
«Da 30 anni faccio il giurista e questo super emendamento, dal punto di vista tecnico, rischia di creare il caos normativo. So che in sostanza, volendo congelare l'attuale codice degli appalti, propone una improbabile reminiscenza del vecchio codice, che è ormai abrogato, quindi davvero ci avviamo a un caos», ha detto Conte prima di partire partire per la due giorni in Vietnam. «Il super emendamento», ha proseguito, «ha portato con sé oltre 400 emendamenti, siamo a pochi giorni dalla conversione, dobbiamo passare alla Camera. Faccio un appello alla Lega: in questo decreto c'è tanto lavoro, ci sono le norme sui terremotati. Mi raccomando». Si è trattato di una presa di posizione durata un pugno di ore. E che alla luce di quanto è successo ieri mattina assume sempre più l'aspetto di un trabocchetto. Un gioco del quale Giuseppe Conte è solo la punta dell'iceberg che muove nella direzione della caduta del governo. Dietro c'è sicuramente il Pd e una parte dei 5 stelle, entrambi sembrano avere la benedizione del Colle. Conte potrebbe essere l'utile manovrato e guadagnerebbe l'incarico di premier tecnico.
Solo che è stato subito scavalcato dalle dichiarazioni di Di Maio che ieri è salito al Quirinale a pranzo per ribadire la volontà del M5s di andare avanti. «Mattarella ha preso atto della volontà di Di Maio, ma ha chiesto chiarezza, esortando a riprendere l'attività di governo per rispondere ai gravi problemi del Paese. È nota la preoccupazione di Mattarella per l'andamento dell'economia e i conti pubblici», così recitavano alcune agenzie di stampa ieri sera. Una velina che spiega chiaramente quanto le trappole restino dietro l'angolo.
In generale i tempi del Parlamento stringono sempre più. Il decreto Sblocca cantieri, all'esame del Senato, scade il 17 giugno, e deve essere licenziato prima da Palazzo Madama e poi dalla Camera, dove è atteso in Aula martedì prossimo. I capigruppo hanno deciso ieri di portare avanti una seduta notturna per portare in Aula il testo questa mattina.
Il decreto Crescita, ora alla Camera, scade il 29 giugno, e anche in questo caso il provvedimento dovrà essere approvato prima da Montecitorio e poi al Senato, dove sarà all'esame dell'Assemblea nella settimana dal 25 al 27 giugno. Ma a oggi i nodi del Salva Roma sono tutti irrisolti e dunque non sarà facile gestire la mediazione.
Tempi strettissimi e testi «blindati» servono per evitare incidenti di percorso. Alla Camera, del resto, si dà per scontato il ricorso alla fiducia sul dl Crescita. Stesso orientamento che sembra prevalere anche al Senato, viene spiegato da fonti di maggioranza, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione in merito. Il tutto mentre aumentano le pressioni esogene ma anche endogene. «Come tutti i contratti deve essere interpretato ma non credo fossero previste adeguate clausole rescissorie», ha eternato ieri il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. «L'ho detto in campagna elettorale e poi qualcuno fece polemica. O ci si dà un metodo di lavoro o è veramente difficile perché le sfide che ha davanti il Paese sono serie e importanti, già da domani».
Calendario, alibi e agenti provocatori. Il piano B del Colle è lo schema Dini
L'Apocalisse proclamata ieri dai giornaloni - ancora una volta - non si è verificata: semmai, il primo cedimento di Luigi Di Maio sullo Sbloccacantieri sembra il preannuncio di una più complessiva resa grillina a Matteo Salvini; Giuseppe Conte è partito per una due giorni in Vietnam; e anche la temuta fiammata dello spread non è stata registrata (chiusura, in calo, a 273 punti).
In questo momento, dunque, pare probabile una ripartenza del governo sulla base dell'«agenda Salvini»: flat tax, autonomia, decreto Sicurezza bis. Il combinato disposto tra la forza del leader leghista e la debolezza dei grillini (terrorizzati dal crollo elettorale e dalla tagliola del doppio mandato) fa davvero pensare che si possa procedere sul binario indicato dal Carroccio.
Tuttavia occorre sempre essere pronti a sorprese e fibrillazioni, che il Quirinale potrebbe cogliere come occasione (lo spiegava ieri il direttore Maurizio Belpietro) per promettere le elezioni senza in realtà concederle, provando invece a insediare un esecutivo-travicello di durata indefinita (ricordate Lamberto Dini nel 1995 o il quasi riuscito tentativo con Carlo Cottarelli un anno fa?).
Dedichiamoci allora a immaginare tre cose: le possibili trappole (come vedremo, sono essenzialmente di due tipi), la tempistica istituzionale da considerare, e le eventuali conseguenze di qualche scherzo concepito nei palazzi romani. Le mine disseminate sul cammino del governo sono due. Da un lato, un eventuale no grillino a un punto qualificante dell'«agenda Salvini». Un esempio? Immaginate se al presidente della Camera Roberto Fico riuscisse il colpo di portare in Aula non solo per un dibattito generale, ma per sottoporle a rigida procedura emendativa (quindi a migliaia di emendamenti), le intese tra Stato e Regioni sull'autonomia: un incidente sarebbe dietro l'angolo, a quel punto. E, dinanzi a un evento del genere, non sarebbe difficile immaginare la reazione della Lega. Stesso discorso davanti a un eventuale (oggi improbabile, lo ripetiamo) «no» grillino su flat tax o decreto Sicurezza bis. Dall'altro, c'è la maxi insidia europea. Proprio oggi, la Commissione Ue potrebbe spararci addosso, valutando come «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia. Se così fosse, toccherebbe al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che avrebbe il potere di attivare i passi successivi dell'iter, anche se per le vere e proprie sanzioni servirebbero anni.
Il guaio è che ognuna di queste giornate - per un intero e lunghissimo mese - potrebbe essere incendiata (inutile girarci intorno: questo può essere il retropensiero di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis) dalle fiamme dello spread. E a quel punto, a Roma, sarebbe più facile l'opera di chi volesse terremotare il governo, giocando la carta della capitolazione via mercati.
Esaminati i due trappoloni, passiamo alla tempistica. Nel momento in cui il capo dello Stato decide di sciogliere le Camere, la durata della campagna elettorale può oscillare da 45 a 70 giorni. Proprio sulla Verità, con una settimana di anticipo rispetto ad altre testate, abbiamo spiegato che un eventuale voto il 29 settembre creerebbe problemi non piccoli rispetto al calendario della legge di bilancio. Infatti, il nuovo Parlamento sarebbe costituito non prima di due settimane, e il nuovo governo non sarebbe operativo prima di fine ottobre. Ma il guaio è che già il 15 ottobre l'Italia deve inviare a Bruxelles una bozza dettagliatissima della legge di bilancio, senza dire che il 20 di ottobre la manovra (sotto forma di disegno di legge) dovrebbe essere formalmente presentata alle Camere. Una missione impossibile, con quel calendario. E per il Colle sarebbe gioco facile concludere: cari ragazzi, con questa tempistica non riuscirete ad approvare la manovra entro il 31 dicembre, e si rischia l'esercizio provvisorio.
Morale: quella diverrebbe la ragione (o la scusa) perfetta per realizzare il temibile scenario paventato dal direttore Belpietro. Qualcuno, sul Colle più alto, potrebbe dire: a questo punto, niente elezioni subito, e meglio affidare un incarico di breve durata (magari proprio a Giuseppe Conte) solo per la gestione di questa fase. E però la storia la conosciamo: queste cose si sa come e quando cominciano, ma non quando finiscono.
E le conseguenze? Sarebbero devastanti per la crescita: addio flat tax, entrata in vigore delle clausole di salvaguardia sotto forma di pesantissimi aumenti Iva (con relativa botta terrificante al commercio), e pilota automatico impostoci da Bruxelles.
Ecco perché, come suggeriamo da tempo, la cosa migliore - per chi voglia scommettere sulla durata del governo - è fissare scadenze temporali brevi e verificabili sui punti qualificanti del programma. Lo ripetiamo ancora: oggi la crisi pare meno probabile. Ma se rottura deve essere, meglio che sia subito, con elezioni a inizio settembre, non alla fine di quel mese. In quel caso, il nuovo governo avrebbe tutto il tempo per rispettare la tempistica della manovra, e non ci sarebbero scuse per chi vuol fare sponda con Bruxelles per commissariarci.
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Il Movimento: «Stop solo ad alcune parti del codice degli appalti». Ma, nei fatti, cede alla Lega. Giuseppe Conte si intesta la vittoria. Il capo grillino al Quirinale: «Andiamo avanti».Una crisi-lampo, magari innescata dai dissidenti M5s, ci esporrebbe allo spread. In quel caso Sergio Mattarella potrebbe congelare nuove elezioni e affibbiarci un Re Travicello sine die.Lo speciale contiene due articoli.Dopo i ripetuti rinvii e lo stallo in Parlamento sui decreti Crescita e Sblocca cantieri, con il rischio che i due provvedimenti non venissero convertiti in legge, Camera e Senato spingono sull'acceleratore e si preparano a un tour de force di tre settimane. A rimettere in moto quasi in extremis l'iter dei due provvedimenti, fermi da giorni nelle rispettive commissioni, è l'intesa siglata ieri a ora di pranzo tra 5 stelle e Lega sulle norme relative al codice degli appalti, e l'accordo che potrebbe essere raggiunto sulla trasformazione delle misure cosiddette «Salva Roma» in azioni più generali a favore dei comuni in difficoltà. L'intesa raggiunta sul decreto Sblocca cantieri prevede la modifica del testo originario, firmato Lega, sullo stop di due anni al codice degli appalti, proposta osteggiata dai 5 stelle. Il nuovo testo dispone «la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese. Al contempo, sarà garantito il rispetto delle norme e del lavoro già fatto nelle commissioni parlamentari sull'argomento. In particolare saranno anche garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese», hanno spiegato ieri i capigruppo gialloblù. La soluzione proposta è un tecnicismo e punto di caduta solo formale. Dal punto di vista politico, la Lega ha fissato il paletto e i 5 stelle si sono adeguati. Infatti, l'accordo nasce dopo una telefonata tra i due vice premier nella quale Luigi Di Maio (che ha alzato per primo il telefono) avrebbe perorato la mediazione pur di non far cadere il governo. Matteo Salvini lunedì sera aveva dato preciso mandato al viceministro Massimo Garavaglia di non desistere dal maxi emendamento che avrebbe previsto il congelamento delle norme sugli appalti e il ritorno alle precedenti disposizioni. Per la Lega tale novità sarebbe l'unico modo per accelerare veramente l'iniezione di capitali nel circuito delle infrastrutture. Di fronte a tale posizione, il premier, dopo aver incontrato Garavaglia a Palazzo Chigi intorno alle 22 di lunedì sera, si è detto contrario, sostenendo che i 5 stelle non l'avrebbero mai votato e che l'impianto sarebbe stato pure pieno di buchi e rischi. «Da 30 anni faccio il giurista e questo super emendamento, dal punto di vista tecnico, rischia di creare il caos normativo. So che in sostanza, volendo congelare l'attuale codice degli appalti, propone una improbabile reminiscenza del vecchio codice, che è ormai abrogato, quindi davvero ci avviamo a un caos», ha detto Conte prima di partire partire per la due giorni in Vietnam. «Il super emendamento», ha proseguito, «ha portato con sé oltre 400 emendamenti, siamo a pochi giorni dalla conversione, dobbiamo passare alla Camera. Faccio un appello alla Lega: in questo decreto c'è tanto lavoro, ci sono le norme sui terremotati. Mi raccomando». Si è trattato di una presa di posizione durata un pugno di ore. E che alla luce di quanto è successo ieri mattina assume sempre più l'aspetto di un trabocchetto. Un gioco del quale Giuseppe Conte è solo la punta dell'iceberg che muove nella direzione della caduta del governo. Dietro c'è sicuramente il Pd e una parte dei 5 stelle, entrambi sembrano avere la benedizione del Colle. Conte potrebbe essere l'utile manovrato e guadagnerebbe l'incarico di premier tecnico. Solo che è stato subito scavalcato dalle dichiarazioni di Di Maio che ieri è salito al Quirinale a pranzo per ribadire la volontà del M5s di andare avanti. «Mattarella ha preso atto della volontà di Di Maio, ma ha chiesto chiarezza, esortando a riprendere l'attività di governo per rispondere ai gravi problemi del Paese. È nota la preoccupazione di Mattarella per l'andamento dell'economia e i conti pubblici», così recitavano alcune agenzie di stampa ieri sera. Una velina che spiega chiaramente quanto le trappole restino dietro l'angolo. In generale i tempi del Parlamento stringono sempre più. Il decreto Sblocca cantieri, all'esame del Senato, scade il 17 giugno, e deve essere licenziato prima da Palazzo Madama e poi dalla Camera, dove è atteso in Aula martedì prossimo. I capigruppo hanno deciso ieri di portare avanti una seduta notturna per portare in Aula il testo questa mattina.Il decreto Crescita, ora alla Camera, scade il 29 giugno, e anche in questo caso il provvedimento dovrà essere approvato prima da Montecitorio e poi al Senato, dove sarà all'esame dell'Assemblea nella settimana dal 25 al 27 giugno. Ma a oggi i nodi del Salva Roma sono tutti irrisolti e dunque non sarà facile gestire la mediazione. Tempi strettissimi e testi «blindati» servono per evitare incidenti di percorso. Alla Camera, del resto, si dà per scontato il ricorso alla fiducia sul dl Crescita. Stesso orientamento che sembra prevalere anche al Senato, viene spiegato da fonti di maggioranza, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione in merito. Il tutto mentre aumentano le pressioni esogene ma anche endogene. «Come tutti i contratti deve essere interpretato ma non credo fossero previste adeguate clausole rescissorie», ha eternato ieri il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. «L'ho detto in campagna elettorale e poi qualcuno fece polemica. 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Il piano B del Colle è lo schema Dini L'Apocalisse proclamata ieri dai giornaloni - ancora una volta - non si è verificata: semmai, il primo cedimento di Luigi Di Maio sullo Sbloccacantieri sembra il preannuncio di una più complessiva resa grillina a Matteo Salvini; Giuseppe Conte è partito per una due giorni in Vietnam; e anche la temuta fiammata dello spread non è stata registrata (chiusura, in calo, a 273 punti). In questo momento, dunque, pare probabile una ripartenza del governo sulla base dell'«agenda Salvini»: flat tax, autonomia, decreto Sicurezza bis. Il combinato disposto tra la forza del leader leghista e la debolezza dei grillini (terrorizzati dal crollo elettorale e dalla tagliola del doppio mandato) fa davvero pensare che si possa procedere sul binario indicato dal Carroccio. Tuttavia occorre sempre essere pronti a sorprese e fibrillazioni, che il Quirinale potrebbe cogliere come occasione (lo spiegava ieri il direttore Maurizio Belpietro) per promettere le elezioni senza in realtà concederle, provando invece a insediare un esecutivo-travicello di durata indefinita (ricordate Lamberto Dini nel 1995 o il quasi riuscito tentativo con Carlo Cottarelli un anno fa?). Dedichiamoci allora a immaginare tre cose: le possibili trappole (come vedremo, sono essenzialmente di due tipi), la tempistica istituzionale da considerare, e le eventuali conseguenze di qualche scherzo concepito nei palazzi romani. Le mine disseminate sul cammino del governo sono due. Da un lato, un eventuale no grillino a un punto qualificante dell'«agenda Salvini». Un esempio? Immaginate se al presidente della Camera Roberto Fico riuscisse il colpo di portare in Aula non solo per un dibattito generale, ma per sottoporle a rigida procedura emendativa (quindi a migliaia di emendamenti), le intese tra Stato e Regioni sull'autonomia: un incidente sarebbe dietro l'angolo, a quel punto. E, dinanzi a un evento del genere, non sarebbe difficile immaginare la reazione della Lega. Stesso discorso davanti a un eventuale (oggi improbabile, lo ripetiamo) «no» grillino su flat tax o decreto Sicurezza bis. Dall'altro, c'è la maxi insidia europea. Proprio oggi, la Commissione Ue potrebbe spararci addosso, valutando come «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia. Se così fosse, toccherebbe al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che avrebbe il potere di attivare i passi successivi dell'iter, anche se per le vere e proprie sanzioni servirebbero anni. Il guaio è che ognuna di queste giornate - per un intero e lunghissimo mese - potrebbe essere incendiata (inutile girarci intorno: questo può essere il retropensiero di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis) dalle fiamme dello spread. E a quel punto, a Roma, sarebbe più facile l'opera di chi volesse terremotare il governo, giocando la carta della capitolazione via mercati. Esaminati i due trappoloni, passiamo alla tempistica. Nel momento in cui il capo dello Stato decide di sciogliere le Camere, la durata della campagna elettorale può oscillare da 45 a 70 giorni. Proprio sulla Verità, con una settimana di anticipo rispetto ad altre testate, abbiamo spiegato che un eventuale voto il 29 settembre creerebbe problemi non piccoli rispetto al calendario della legge di bilancio. Infatti, il nuovo Parlamento sarebbe costituito non prima di due settimane, e il nuovo governo non sarebbe operativo prima di fine ottobre. Ma il guaio è che già il 15 ottobre l'Italia deve inviare a Bruxelles una bozza dettagliatissima della legge di bilancio, senza dire che il 20 di ottobre la manovra (sotto forma di disegno di legge) dovrebbe essere formalmente presentata alle Camere. Una missione impossibile, con quel calendario. E per il Colle sarebbe gioco facile concludere: cari ragazzi, con questa tempistica non riuscirete ad approvare la manovra entro il 31 dicembre, e si rischia l'esercizio provvisorio. Morale: quella diverrebbe la ragione (o la scusa) perfetta per realizzare il temibile scenario paventato dal direttore Belpietro. Qualcuno, sul Colle più alto, potrebbe dire: a questo punto, niente elezioni subito, e meglio affidare un incarico di breve durata (magari proprio a Giuseppe Conte) solo per la gestione di questa fase. E però la storia la conosciamo: queste cose si sa come e quando cominciano, ma non quando finiscono. E le conseguenze? Sarebbero devastanti per la crescita: addio flat tax, entrata in vigore delle clausole di salvaguardia sotto forma di pesantissimi aumenti Iva (con relativa botta terrificante al commercio), e pilota automatico impostoci da Bruxelles. Ecco perché, come suggeriamo da tempo, la cosa migliore - per chi voglia scommettere sulla durata del governo - è fissare scadenze temporali brevi e verificabili sui punti qualificanti del programma. Lo ripetiamo ancora: oggi la crisi pare meno probabile. Ma se rottura deve essere, meglio che sia subito, con elezioni a inizio settembre, non alla fine di quel mese. In quel caso, il nuovo governo avrebbe tutto il tempo per rispettare la tempistica della manovra, e non ci sarebbero scuse per chi vuol fare sponda con Bruxelles per commissariarci.
(Ansa)
Il caso Askatasuna, a Torino, rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di come l’antagonismo italiano abbia superato la dimensione della protesta radicale per assumere tratti strutturalmente violenti e insurrezionali. Gli scontri che hanno investito il capoluogo piemontese, con 108 feriti tra le forze dell’ordine (96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri) e una città paralizzata, non sono il risultato di una degenerazione improvvisa, ma l’esito coerente di una cultura dello scontro coltivata nel tempo, fondata sulla delegittimazione sistematica delle istituzioni e sull’uso della violenza come strumento politico ordinario. L’antagonismo che ruota attorno ad Askatasuna non agisce in isolamento. Al contrario, si inserisce in una rete nazionale ed europea che comprende centri sociali strutturati, collettivi antagonisti e gruppi informali capaci di mobilitarsi rapidamente, spostare militanti da una città all’altra e convergere su obiettivi ritenuti simbolici. Torino, Roma, Milano e il Nord-Est costituiscono snodi italiani di un circuito che dialoga stabilmente con ambienti analoghi in tutta Europa. In questo quadro, Askatasuna ha svolto nel tempo una funzione di hub ideologico e operativo, in grado di attrarre militanti esterni e di fungere da punto di coagulo per azioni ad alto tasso di conflittualità.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi
Andrea Pucci (Ansa)
Fuori un altro. Il cretino prevalente progressista è riuscito nell’ennesima grande impresa di boicottaggio e censura. Questa volta a venire colpito e affondato è Andrea Pucci, comico di grande successo contattato da Carlo Conti per partecipare a Sanremo. Non appena è uscito il suo nome, i social network sono esplosi e a Pucci sono arrivate minacce, insulti e intimidazioni di ogni genere: razzista, fascista, omofobo. Ragion per cui il cabarettista ha deciso di mollare il colpo, spiegando le sue motivazioni in una nota accorata: «Il mio lavoro è quello di far ridere la gente, da 35 anni, ma potrei dire da sempre», ha scritto. «E da sempre ho portato sul palco usi e costumi del mio Paese, beffeggiando gli aspetti caratteriali dell’uomo e della donna. Attraverso il mio lavoro ho raggiunto obiettivi e traguardi con l’intenzione di regalare sorrisi e portare leggerezza a chi è sempre venuto a vedere i miei spettacoli. Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili e inaccettabili. Quest’onda mediatica negativa che mi ha coinvolto in occasione dell’annunciata partecipazione a Sanremo, una manifestazione così importante che appartiene al cuore del Paese, altera il patto fondamentale che c’è tra me ed il pubblico, motivo per il quale ho deciso di fare un passo indietro in quanto i presupposti per esercitare la mia professione sono venuti a mancare».
Pucci non ha voluto spingere troppo sulla polemica, ma ha usato argomentazioni interessanti. «A 61 anni, dopo quello che mi è accaduto fisicamente, non sento di dovermi confrontare in una lotta intellettualmente impari che non mi appartiene», ha spiegato. «Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese. Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno. Rimando quindi tutti gli in bocca al lupo a Carlo Conti augurandogli un’edizione di successo e vi aspetto a teatro».
Una uscita di scena elegante, su cui si è espressa anche Giorgia Meloni: «Fa riflettere che nel 2026 un artista debba sentirsi costretto a rinunciare a fare il suo lavoro a causa del clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno a lui. Esprimo solidarietà ad Andrea Pucci, che ha deciso di rinunciare a Sanremo a causa delle offese e delle minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha detto il presidente del consiglio. «Questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera sacra la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».
Qualcuno potrebbe pensare che Pucci si sia fatto intimidire troppo facilmente, dopo tutto questo è il meccanismo dei social: basta un sospiro per essere travolti da una ondata di sterco e cattiveria. Il punto, però, è che in questo caso le piattaforme sono state accuratamente stimolate da politica e media di sinistra. Quando qualche settimana fa il comico annunciò che avrebbe partecipato a Sanremo (lo fece pubblicando una foto che lo ritraeva a chiappe scoperte), immediatamente il Pd si scatenò in vigilanza Rai: «Anche Sanremo come tutta la Rai è diventato TeleMeloni? I vertici Rai spieghino la scelta del comico Pucci, palesemente di destra, fascista e omofobo», scrissero gli esponenti dem. I giornali si mobilitarono di conseguenza, dal Corriere della Sera a Repubblica passando per Il Manifesto. Sul quotidiano di via Solferino Renato Franco ha scritto che «il suo forte sono i monologhi in cui prova a far ridere sulle dinamiche di coppia, pescando in un repertorio che appartiene al secolo scorso. Comicità da maschio bianco eterosessuale, da boomer che fatica a tenere la frizione (boia chi la molla)». Fanpage ha ribadito che «Andrea Pucci a Sanremo è una scelta non da Carlo Conti: no vax, battute omofobe, schierato apertamente a destra». Altri hanno ricordato una sua battuta sulla Schlein (definita un incrocio tra Alvaro Vitali e Pippo Franco).
Vero: Pucci è di destra (ma non certo fascista). A volte è volgare, ma per lo più nei suoi monologhi si tiene lontanissimo dalla politica. A differenza della grandissima parte dei comici che nel corso degli anni sono stati invitati all’Ariston, e ne hanno approfittato per attaccare questo e quel politico, oltre che alcune categorie realmente discriminate, tra cui i famigerati no vax. E allora è inutile girarci intorno: il fine umorista Zerocalcare sponsor dei martellatori da centro sociale può essere applaudito e riverito, il comico destrorso non è gradito. Cambiano i governi ma non il vizio. E per l’ennesima volta tocca prendere atto del risultato ottenuto dal partito del bavaglio, l’unico che vince a sinistra. A meno che Pucci, con un gran colpo di teatro, non ci ripensi come suggerisce perfino Ignazio La Russa. Speriamo che prenda in considerazione l’invito: veder rosicare i censori sarebbe in effetti divertentissimo.
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