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2019-06-05
Di Maio telefona a Salvini e ingoia lo Sblocca cantieri. I gialloblù la sfangano
Ansa
Dopo i ripetuti rinvii e lo stallo in Parlamento sui decreti Crescita e Sblocca cantieri, con il rischio che i due provvedimenti non venissero convertiti in legge, Camera e Senato spingono sull'acceleratore e si preparano a un tour de force di tre settimane. A rimettere in moto quasi in extremis l'iter dei due provvedimenti, fermi da giorni nelle rispettive commissioni, è l'intesa siglata ieri a ora di pranzo tra 5 stelle e Lega sulle norme relative al codice degli appalti, e l'accordo che potrebbe essere raggiunto sulla trasformazione delle misure cosiddette «Salva Roma» in azioni più generali a favore dei comuni in difficoltà. L'intesa raggiunta sul decreto Sblocca cantieri prevede la modifica del testo originario, firmato Lega, sullo stop di due anni al codice degli appalti, proposta osteggiata dai 5 stelle.
Il nuovo testo dispone «la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese. Al contempo, sarà garantito il rispetto delle norme e del lavoro già fatto nelle commissioni parlamentari sull'argomento. In particolare saranno anche garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese», hanno spiegato ieri i capigruppo gialloblù.
La soluzione proposta è un tecnicismo e punto di caduta solo formale. Dal punto di vista politico, la Lega ha fissato il paletto e i 5 stelle si sono adeguati. Infatti, l'accordo nasce dopo una telefonata tra i due vice premier nella quale Luigi Di Maio (che ha alzato per primo il telefono) avrebbe perorato la mediazione pur di non far cadere il governo. Matteo Salvini lunedì sera aveva dato preciso mandato al viceministro Massimo Garavaglia di non desistere dal maxi emendamento che avrebbe previsto il congelamento delle norme sugli appalti e il ritorno alle precedenti disposizioni.
Per la Lega tale novità sarebbe l'unico modo per accelerare veramente l'iniezione di capitali nel circuito delle infrastrutture. Di fronte a tale posizione, il premier, dopo aver incontrato Garavaglia a Palazzo Chigi intorno alle 22 di lunedì sera, si è detto contrario, sostenendo che i 5 stelle non l'avrebbero mai votato e che l'impianto sarebbe stato pure pieno di buchi e rischi.
«Da 30 anni faccio il giurista e questo super emendamento, dal punto di vista tecnico, rischia di creare il caos normativo. So che in sostanza, volendo congelare l'attuale codice degli appalti, propone una improbabile reminiscenza del vecchio codice, che è ormai abrogato, quindi davvero ci avviamo a un caos», ha detto Conte prima di partire partire per la due giorni in Vietnam. «Il super emendamento», ha proseguito, «ha portato con sé oltre 400 emendamenti, siamo a pochi giorni dalla conversione, dobbiamo passare alla Camera. Faccio un appello alla Lega: in questo decreto c'è tanto lavoro, ci sono le norme sui terremotati. Mi raccomando». Si è trattato di una presa di posizione durata un pugno di ore. E che alla luce di quanto è successo ieri mattina assume sempre più l'aspetto di un trabocchetto. Un gioco del quale Giuseppe Conte è solo la punta dell'iceberg che muove nella direzione della caduta del governo. Dietro c'è sicuramente il Pd e una parte dei 5 stelle, entrambi sembrano avere la benedizione del Colle. Conte potrebbe essere l'utile manovrato e guadagnerebbe l'incarico di premier tecnico.
Solo che è stato subito scavalcato dalle dichiarazioni di Di Maio che ieri è salito al Quirinale a pranzo per ribadire la volontà del M5s di andare avanti. «Mattarella ha preso atto della volontà di Di Maio, ma ha chiesto chiarezza, esortando a riprendere l'attività di governo per rispondere ai gravi problemi del Paese. È nota la preoccupazione di Mattarella per l'andamento dell'economia e i conti pubblici», così recitavano alcune agenzie di stampa ieri sera. Una velina che spiega chiaramente quanto le trappole restino dietro l'angolo.
In generale i tempi del Parlamento stringono sempre più. Il decreto Sblocca cantieri, all'esame del Senato, scade il 17 giugno, e deve essere licenziato prima da Palazzo Madama e poi dalla Camera, dove è atteso in Aula martedì prossimo. I capigruppo hanno deciso ieri di portare avanti una seduta notturna per portare in Aula il testo questa mattina.
Il decreto Crescita, ora alla Camera, scade il 29 giugno, e anche in questo caso il provvedimento dovrà essere approvato prima da Montecitorio e poi al Senato, dove sarà all'esame dell'Assemblea nella settimana dal 25 al 27 giugno. Ma a oggi i nodi del Salva Roma sono tutti irrisolti e dunque non sarà facile gestire la mediazione.
Tempi strettissimi e testi «blindati» servono per evitare incidenti di percorso. Alla Camera, del resto, si dà per scontato il ricorso alla fiducia sul dl Crescita. Stesso orientamento che sembra prevalere anche al Senato, viene spiegato da fonti di maggioranza, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione in merito. Il tutto mentre aumentano le pressioni esogene ma anche endogene. «Come tutti i contratti deve essere interpretato ma non credo fossero previste adeguate clausole rescissorie», ha eternato ieri il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. «L'ho detto in campagna elettorale e poi qualcuno fece polemica. O ci si dà un metodo di lavoro o è veramente difficile perché le sfide che ha davanti il Paese sono serie e importanti, già da domani».
Calendario, alibi e agenti provocatori. Il piano B del Colle è lo schema Dini
L'Apocalisse proclamata ieri dai giornaloni - ancora una volta - non si è verificata: semmai, il primo cedimento di Luigi Di Maio sullo Sbloccacantieri sembra il preannuncio di una più complessiva resa grillina a Matteo Salvini; Giuseppe Conte è partito per una due giorni in Vietnam; e anche la temuta fiammata dello spread non è stata registrata (chiusura, in calo, a 273 punti).
In questo momento, dunque, pare probabile una ripartenza del governo sulla base dell'«agenda Salvini»: flat tax, autonomia, decreto Sicurezza bis. Il combinato disposto tra la forza del leader leghista e la debolezza dei grillini (terrorizzati dal crollo elettorale e dalla tagliola del doppio mandato) fa davvero pensare che si possa procedere sul binario indicato dal Carroccio.
Tuttavia occorre sempre essere pronti a sorprese e fibrillazioni, che il Quirinale potrebbe cogliere come occasione (lo spiegava ieri il direttore Maurizio Belpietro) per promettere le elezioni senza in realtà concederle, provando invece a insediare un esecutivo-travicello di durata indefinita (ricordate Lamberto Dini nel 1995 o il quasi riuscito tentativo con Carlo Cottarelli un anno fa?).
Dedichiamoci allora a immaginare tre cose: le possibili trappole (come vedremo, sono essenzialmente di due tipi), la tempistica istituzionale da considerare, e le eventuali conseguenze di qualche scherzo concepito nei palazzi romani. Le mine disseminate sul cammino del governo sono due. Da un lato, un eventuale no grillino a un punto qualificante dell'«agenda Salvini». Un esempio? Immaginate se al presidente della Camera Roberto Fico riuscisse il colpo di portare in Aula non solo per un dibattito generale, ma per sottoporle a rigida procedura emendativa (quindi a migliaia di emendamenti), le intese tra Stato e Regioni sull'autonomia: un incidente sarebbe dietro l'angolo, a quel punto. E, dinanzi a un evento del genere, non sarebbe difficile immaginare la reazione della Lega. Stesso discorso davanti a un eventuale (oggi improbabile, lo ripetiamo) «no» grillino su flat tax o decreto Sicurezza bis. Dall'altro, c'è la maxi insidia europea. Proprio oggi, la Commissione Ue potrebbe spararci addosso, valutando come «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia. Se così fosse, toccherebbe al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che avrebbe il potere di attivare i passi successivi dell'iter, anche se per le vere e proprie sanzioni servirebbero anni.
Il guaio è che ognuna di queste giornate - per un intero e lunghissimo mese - potrebbe essere incendiata (inutile girarci intorno: questo può essere il retropensiero di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis) dalle fiamme dello spread. E a quel punto, a Roma, sarebbe più facile l'opera di chi volesse terremotare il governo, giocando la carta della capitolazione via mercati.
Esaminati i due trappoloni, passiamo alla tempistica. Nel momento in cui il capo dello Stato decide di sciogliere le Camere, la durata della campagna elettorale può oscillare da 45 a 70 giorni. Proprio sulla Verità, con una settimana di anticipo rispetto ad altre testate, abbiamo spiegato che un eventuale voto il 29 settembre creerebbe problemi non piccoli rispetto al calendario della legge di bilancio. Infatti, il nuovo Parlamento sarebbe costituito non prima di due settimane, e il nuovo governo non sarebbe operativo prima di fine ottobre. Ma il guaio è che già il 15 ottobre l'Italia deve inviare a Bruxelles una bozza dettagliatissima della legge di bilancio, senza dire che il 20 di ottobre la manovra (sotto forma di disegno di legge) dovrebbe essere formalmente presentata alle Camere. Una missione impossibile, con quel calendario. E per il Colle sarebbe gioco facile concludere: cari ragazzi, con questa tempistica non riuscirete ad approvare la manovra entro il 31 dicembre, e si rischia l'esercizio provvisorio.
Morale: quella diverrebbe la ragione (o la scusa) perfetta per realizzare il temibile scenario paventato dal direttore Belpietro. Qualcuno, sul Colle più alto, potrebbe dire: a questo punto, niente elezioni subito, e meglio affidare un incarico di breve durata (magari proprio a Giuseppe Conte) solo per la gestione di questa fase. E però la storia la conosciamo: queste cose si sa come e quando cominciano, ma non quando finiscono.
E le conseguenze? Sarebbero devastanti per la crescita: addio flat tax, entrata in vigore delle clausole di salvaguardia sotto forma di pesantissimi aumenti Iva (con relativa botta terrificante al commercio), e pilota automatico impostoci da Bruxelles.
Ecco perché, come suggeriamo da tempo, la cosa migliore - per chi voglia scommettere sulla durata del governo - è fissare scadenze temporali brevi e verificabili sui punti qualificanti del programma. Lo ripetiamo ancora: oggi la crisi pare meno probabile. Ma se rottura deve essere, meglio che sia subito, con elezioni a inizio settembre, non alla fine di quel mese. In quel caso, il nuovo governo avrebbe tutto il tempo per rispettare la tempistica della manovra, e non ci sarebbero scuse per chi vuol fare sponda con Bruxelles per commissariarci.
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Il Movimento: «Stop solo ad alcune parti del codice degli appalti». Ma, nei fatti, cede alla Lega. Giuseppe Conte si intesta la vittoria. Il capo grillino al Quirinale: «Andiamo avanti».Una crisi-lampo, magari innescata dai dissidenti M5s, ci esporrebbe allo spread. In quel caso Sergio Mattarella potrebbe congelare nuove elezioni e affibbiarci un Re Travicello sine die.Lo speciale contiene due articoli.Dopo i ripetuti rinvii e lo stallo in Parlamento sui decreti Crescita e Sblocca cantieri, con il rischio che i due provvedimenti non venissero convertiti in legge, Camera e Senato spingono sull'acceleratore e si preparano a un tour de force di tre settimane. A rimettere in moto quasi in extremis l'iter dei due provvedimenti, fermi da giorni nelle rispettive commissioni, è l'intesa siglata ieri a ora di pranzo tra 5 stelle e Lega sulle norme relative al codice degli appalti, e l'accordo che potrebbe essere raggiunto sulla trasformazione delle misure cosiddette «Salva Roma» in azioni più generali a favore dei comuni in difficoltà. L'intesa raggiunta sul decreto Sblocca cantieri prevede la modifica del testo originario, firmato Lega, sullo stop di due anni al codice degli appalti, proposta osteggiata dai 5 stelle. Il nuovo testo dispone «la sospensione di alcuni punti rilevanti del codice degli appalti per due anni, in attesa di una nuova definizione delle regole per liberare da inutile burocrazia le imprese. Al contempo, sarà garantito il rispetto delle norme e del lavoro già fatto nelle commissioni parlamentari sull'argomento. In particolare saranno anche garantite le soglie già in vigore per i subappalti e salvaguardati gli obblighi di sicurezza per le imprese», hanno spiegato ieri i capigruppo gialloblù. La soluzione proposta è un tecnicismo e punto di caduta solo formale. Dal punto di vista politico, la Lega ha fissato il paletto e i 5 stelle si sono adeguati. Infatti, l'accordo nasce dopo una telefonata tra i due vice premier nella quale Luigi Di Maio (che ha alzato per primo il telefono) avrebbe perorato la mediazione pur di non far cadere il governo. Matteo Salvini lunedì sera aveva dato preciso mandato al viceministro Massimo Garavaglia di non desistere dal maxi emendamento che avrebbe previsto il congelamento delle norme sugli appalti e il ritorno alle precedenti disposizioni. Per la Lega tale novità sarebbe l'unico modo per accelerare veramente l'iniezione di capitali nel circuito delle infrastrutture. Di fronte a tale posizione, il premier, dopo aver incontrato Garavaglia a Palazzo Chigi intorno alle 22 di lunedì sera, si è detto contrario, sostenendo che i 5 stelle non l'avrebbero mai votato e che l'impianto sarebbe stato pure pieno di buchi e rischi. «Da 30 anni faccio il giurista e questo super emendamento, dal punto di vista tecnico, rischia di creare il caos normativo. So che in sostanza, volendo congelare l'attuale codice degli appalti, propone una improbabile reminiscenza del vecchio codice, che è ormai abrogato, quindi davvero ci avviamo a un caos», ha detto Conte prima di partire partire per la due giorni in Vietnam. «Il super emendamento», ha proseguito, «ha portato con sé oltre 400 emendamenti, siamo a pochi giorni dalla conversione, dobbiamo passare alla Camera. Faccio un appello alla Lega: in questo decreto c'è tanto lavoro, ci sono le norme sui terremotati. Mi raccomando». Si è trattato di una presa di posizione durata un pugno di ore. E che alla luce di quanto è successo ieri mattina assume sempre più l'aspetto di un trabocchetto. Un gioco del quale Giuseppe Conte è solo la punta dell'iceberg che muove nella direzione della caduta del governo. Dietro c'è sicuramente il Pd e una parte dei 5 stelle, entrambi sembrano avere la benedizione del Colle. Conte potrebbe essere l'utile manovrato e guadagnerebbe l'incarico di premier tecnico. Solo che è stato subito scavalcato dalle dichiarazioni di Di Maio che ieri è salito al Quirinale a pranzo per ribadire la volontà del M5s di andare avanti. «Mattarella ha preso atto della volontà di Di Maio, ma ha chiesto chiarezza, esortando a riprendere l'attività di governo per rispondere ai gravi problemi del Paese. È nota la preoccupazione di Mattarella per l'andamento dell'economia e i conti pubblici», così recitavano alcune agenzie di stampa ieri sera. Una velina che spiega chiaramente quanto le trappole restino dietro l'angolo. In generale i tempi del Parlamento stringono sempre più. Il decreto Sblocca cantieri, all'esame del Senato, scade il 17 giugno, e deve essere licenziato prima da Palazzo Madama e poi dalla Camera, dove è atteso in Aula martedì prossimo. I capigruppo hanno deciso ieri di portare avanti una seduta notturna per portare in Aula il testo questa mattina.Il decreto Crescita, ora alla Camera, scade il 29 giugno, e anche in questo caso il provvedimento dovrà essere approvato prima da Montecitorio e poi al Senato, dove sarà all'esame dell'Assemblea nella settimana dal 25 al 27 giugno. Ma a oggi i nodi del Salva Roma sono tutti irrisolti e dunque non sarà facile gestire la mediazione. Tempi strettissimi e testi «blindati» servono per evitare incidenti di percorso. Alla Camera, del resto, si dà per scontato il ricorso alla fiducia sul dl Crescita. Stesso orientamento che sembra prevalere anche al Senato, viene spiegato da fonti di maggioranza, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione in merito. Il tutto mentre aumentano le pressioni esogene ma anche endogene. «Come tutti i contratti deve essere interpretato ma non credo fossero previste adeguate clausole rescissorie», ha eternato ieri il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. «L'ho detto in campagna elettorale e poi qualcuno fece polemica. 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Il piano B del Colle è lo schema Dini L'Apocalisse proclamata ieri dai giornaloni - ancora una volta - non si è verificata: semmai, il primo cedimento di Luigi Di Maio sullo Sbloccacantieri sembra il preannuncio di una più complessiva resa grillina a Matteo Salvini; Giuseppe Conte è partito per una due giorni in Vietnam; e anche la temuta fiammata dello spread non è stata registrata (chiusura, in calo, a 273 punti). In questo momento, dunque, pare probabile una ripartenza del governo sulla base dell'«agenda Salvini»: flat tax, autonomia, decreto Sicurezza bis. Il combinato disposto tra la forza del leader leghista e la debolezza dei grillini (terrorizzati dal crollo elettorale e dalla tagliola del doppio mandato) fa davvero pensare che si possa procedere sul binario indicato dal Carroccio. Tuttavia occorre sempre essere pronti a sorprese e fibrillazioni, che il Quirinale potrebbe cogliere come occasione (lo spiegava ieri il direttore Maurizio Belpietro) per promettere le elezioni senza in realtà concederle, provando invece a insediare un esecutivo-travicello di durata indefinita (ricordate Lamberto Dini nel 1995 o il quasi riuscito tentativo con Carlo Cottarelli un anno fa?). Dedichiamoci allora a immaginare tre cose: le possibili trappole (come vedremo, sono essenzialmente di due tipi), la tempistica istituzionale da considerare, e le eventuali conseguenze di qualche scherzo concepito nei palazzi romani. Le mine disseminate sul cammino del governo sono due. Da un lato, un eventuale no grillino a un punto qualificante dell'«agenda Salvini». Un esempio? Immaginate se al presidente della Camera Roberto Fico riuscisse il colpo di portare in Aula non solo per un dibattito generale, ma per sottoporle a rigida procedura emendativa (quindi a migliaia di emendamenti), le intese tra Stato e Regioni sull'autonomia: un incidente sarebbe dietro l'angolo, a quel punto. E, dinanzi a un evento del genere, non sarebbe difficile immaginare la reazione della Lega. Stesso discorso davanti a un eventuale (oggi improbabile, lo ripetiamo) «no» grillino su flat tax o decreto Sicurezza bis. Dall'altro, c'è la maxi insidia europea. Proprio oggi, la Commissione Ue potrebbe spararci addosso, valutando come «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia. Se così fosse, toccherebbe al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che avrebbe il potere di attivare i passi successivi dell'iter, anche se per le vere e proprie sanzioni servirebbero anni. Il guaio è che ognuna di queste giornate - per un intero e lunghissimo mese - potrebbe essere incendiata (inutile girarci intorno: questo può essere il retropensiero di Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis) dalle fiamme dello spread. E a quel punto, a Roma, sarebbe più facile l'opera di chi volesse terremotare il governo, giocando la carta della capitolazione via mercati. Esaminati i due trappoloni, passiamo alla tempistica. Nel momento in cui il capo dello Stato decide di sciogliere le Camere, la durata della campagna elettorale può oscillare da 45 a 70 giorni. Proprio sulla Verità, con una settimana di anticipo rispetto ad altre testate, abbiamo spiegato che un eventuale voto il 29 settembre creerebbe problemi non piccoli rispetto al calendario della legge di bilancio. Infatti, il nuovo Parlamento sarebbe costituito non prima di due settimane, e il nuovo governo non sarebbe operativo prima di fine ottobre. Ma il guaio è che già il 15 ottobre l'Italia deve inviare a Bruxelles una bozza dettagliatissima della legge di bilancio, senza dire che il 20 di ottobre la manovra (sotto forma di disegno di legge) dovrebbe essere formalmente presentata alle Camere. Una missione impossibile, con quel calendario. E per il Colle sarebbe gioco facile concludere: cari ragazzi, con questa tempistica non riuscirete ad approvare la manovra entro il 31 dicembre, e si rischia l'esercizio provvisorio. Morale: quella diverrebbe la ragione (o la scusa) perfetta per realizzare il temibile scenario paventato dal direttore Belpietro. Qualcuno, sul Colle più alto, potrebbe dire: a questo punto, niente elezioni subito, e meglio affidare un incarico di breve durata (magari proprio a Giuseppe Conte) solo per la gestione di questa fase. E però la storia la conosciamo: queste cose si sa come e quando cominciano, ma non quando finiscono. E le conseguenze? Sarebbero devastanti per la crescita: addio flat tax, entrata in vigore delle clausole di salvaguardia sotto forma di pesantissimi aumenti Iva (con relativa botta terrificante al commercio), e pilota automatico impostoci da Bruxelles. Ecco perché, come suggeriamo da tempo, la cosa migliore - per chi voglia scommettere sulla durata del governo - è fissare scadenze temporali brevi e verificabili sui punti qualificanti del programma. Lo ripetiamo ancora: oggi la crisi pare meno probabile. Ma se rottura deve essere, meglio che sia subito, con elezioni a inizio settembre, non alla fine di quel mese. In quel caso, il nuovo governo avrebbe tutto il tempo per rispettare la tempistica della manovra, e non ci sarebbero scuse per chi vuol fare sponda con Bruxelles per commissariarci.
Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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