True
2020-05-18
Da Roma a Milano, fino a Capri migliaia di serrande restano giù
Ansa
È ovviamente troppo presto per avere numeri affidabili sulla prima giornata di riapertura. Certo, colpiscono alcune istantanee. Si è registrata una significativa protesta a Roma (con un migliaio di adesioni specie nell'abbigliamento e nella ristorazione) contro l'insufficiente sostegno economico del governo. Un'ulteriore protesta ha avuto luogo in zona San Pietro, con 150 negozi legati al turismo religioso che a loro volta hanno accusato il governo di una totale dimenticanza del settore. A Milano, un quadro in chiaroscuro: è tornato a popolarsi l'Arco della Pace, con diverse persone che hanno pranzato all'aperto, ma per altro verso molti locali, anche a Corso Sempione, sono rimasti chiusi. E 200 ambulanti hanno protestato davanti alla sede del Comune. A Capri non hanno riaperto le maggiori boutique, così come sono rimasti ancora chiusi i bar in piazzetta. Ancora a Roma un altro fenomeno, solo apparentemente surreale, ma in realtà motivato dalla fondatissima preoccupazione di occupazioni abusive: con hotel con le porte inchiodate o con i proprietari che vi passano la notte facendo la guardia.
Più in generale è il direttore dell'Ufficio studi di Confcommercio Mariano Bella, conversando con La Verità, a inquadrare il problema nei suoi termini essenziali e soprattutto razionali: «Se c'è un imprenditore piccolo o anche medio, diciamo fino a 50 dipendenti, che ha perso il 95% o il 100% dei ricavi a marzo e ad aprile, non è affatto scontato che ora, a maggio inoltrato, abbia tutte le energie necessarie a ripartire. E queste energie vanno valutate in termini di conto economico: in particolare, si tratta di capire se i potenziali ricavi di maggio e di giugno rischino di essere prossimi al livello dei costi fissi. Questi costi fissi possono essere stimati nel commercio al dettaglio intorno al 50% del totale dei costi di esercizio, nella ristorazione e nell'alberghiero intorno al 30. Se la caduta dei potenziali ricavi di maggio e giugno si avvicina al livello dei costi fissi, già c'è l'azzeramento del profitto economico, e si è all'indifferenza tra cessare e proseguire, dal punto di vista dell'imprenditore. Me se si va addirittura più in basso, che apre a fare?». Bella non si limita alla diagnosi, ma indica anche quale sarebbe dovuta essere la terapia corretta: «Non una pioggia di incentivi distorti e piccoli bonus, ma 3-4 cose essenziali. A partire da incentivi a fondo perduto realmente commisurati alle perdite subite».
Facendo un passo indietro, il quadro è davvero cupo. Sempre secondo l'Ufficio studi di Confcommercio, ad aprile i consumi in Italia sono crollati del 47,6% (a marzo il calo era stato del 30,1%) e, a dispetto di un rimbalzo congiunturale del Pil del 10,5% stimato per maggio, il Pil rimarrà comunque a un impressionante meno 16% rispetto all'anno precedente. All'interno di questa cornice, i settori che hanno subito un vero e proprio azzeramento sono stati turismo, ristorazione, intrattenimento e automotive.
A questi elementi di lucida razionalità, fa da antidoto la voglia di ripresa, lo spirito combattivo dei singoli imprenditori. Secondo un'indagine realizzata dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) su un campione di 520 piccole e medie imprese, il 70% circa dei pubblici esercizi, e cioè 196.000 locali tra bar e ristoranti, erano effettivamente pronti a ripartire già da ieri. Secondo l'indagine Fipe, «il 95% degli imprenditori intervistati ha già acquistato le mascherine per il proprio personale, mentre il 94% ha già effettuato la sanificazione dei locali. Ciò che non convince per nulla gli imprenditori della ristorazione, invece, sono le barriere divisorie in plexiglass. Il 56% degli intervistati esclude ogni ipotesi di utilizzo, il 37% ne ipotizza invece un impiego alla cassa e poco meno del 5% prevede di installarle tra i tavoli». Venendo alle dolenti note, gli imprenditori sondati da Fipe «stimano un crollo del 55% dei loro fatturati a fine anno e questo si tradurrà in un minor impiego di personale. Secondo le stime, infatti, il numero dei dipendenti impiegati calerà del 40%, con 377.000 posti di lavoro a rischio».
Un'altra ricerca è stata condotta nei giorni scorsi da SWG per Confesercenti. In attesa di dati effettivi su cosa sia effettivamente successo ieri, la previsione era di una non riapertura nel primo giorno utile (cioè il 18 maggio, ieri, appunto) di 6 attività su 10. Il 62% degli intervistati ha dichiarato di non esser pronto a riaprire, a fronte di un 27% già preparato e di un 11% di incerti. Vedremo se i primi dati reali aderiranno a questa previsione.
Sempre in base alla ricerca SWG, e concentrandoci sui motivi di scetticismo, il 68% degli interpellati ha parlato di scarsa convenienza (spese di sanificazione, scarsa clientela, ecc), mentre un altro 13% sembra spaventato o da ragioni di sicurezza o dall'incertezza normativa e regolatoria. Ma è guardando in prospettiva che l'analisi SWG per Confesercenti si fa a tinte ancora più cupe: il 36% teme di essere costretto a chiudere, e il 41% ha la stessa preoccupazione nel caso in cui l'emergenza sanitaria si protragga.
Si riparte tra rebus spostamenti e ristoratori trasformati in vigili
L'Italia s'è ri-desta, riaperta ma non troppo: ieri il primo giorno di «libertà vigilata» per le attività produttive, dopo un interminabile lockdown. Caffè e cornetto al bar, saracinesche alzate, pranzo al ristorante, ritorno al lavoro, poi a casa, magari col mezzo pubblico: tutto normale, anzi facciamo finta che sia tutto normale, perché normale non è niente in questo lunedì più confuso che felice. Le linee guida del governo, mescolate con quelle delle regioni, diverse l'una dall'altra, rendono l'atmosfera di questo primo giorno di fase 2 meno gioiosa di quanto si potesse immaginare. Bar e ristoranti, in particolare, sono alle prese con la necessità prima di tutto di sanificare i locali, poi di sistemare tavoli e sedie rispettando la distanza di sicurezza di un metro, infine devono fare i conti con alcune indicazioni che sollevano più di una perplessità.
«Negli esercizi che dispongono di posti a sedere», raccomanda il governo, «va privilegiato l'accesso tramite prenotazione, mantenendo l'elenco dei soggetti che hanno prenotato, per un periodo di 14 giorni. In queste attività non possono essere presenti all'interno del locale più clienti di quanti siano i posti a sedere». Questa regola è valida «per ogni tipo di esercizio di somministrazione di pasti e bevande, quali ristoranti, trattorie, pizzerie, self-service, bar, pub, pasticcerie, gelaterie, rosticcerie». Dunque, il ristoratore diventa custode della nostra privacy, considerato che dovrà conservare per due settimane i nomi di tutti quelli che hanno prenotato un tavolo.
È legale? In questi tempi di libertà vigilata, tutto è legale, anche ciò che di solito non lo è. Eppure, non mancano le perplessità: come faccio a fidarmi del ristoratore? Perché devo consentire a un perfetto sconosciuto di conoscere i dettagli della mia vita privata? Il problema non riguarda solo chi ha necessità di accontentare l'amante esasperata dalla mancanza di vita sociale che rivendica il diritto di gustare almeno una pizza, ma tutti i cittadini, che devono sostanzialmente affidare alla correttezza e alla discrezione del ristoratore o del pasticciere la tutela della propria riservatezza. Immaginate un manager di una grande multinazionale che deve discutere a pranzo il passaggio alla concorrenza: si fiderà del titolare della trattoria scelta per la trattativa? E infine: il ristoratore potrà chiedere il documento di identità? Diventerà una sorta di pubblico ufficiale con la forchetta al posto della paletta? Come gestirà i nostri dati sensibili?
Non si sa: quello che si sa è che non è un caso se molti gestori di ristoranti e trattorie non hanno ancora riaperto, in attesa di capire come organizzarsi per tenere in equilibrio la necessità di rispettare le regole e il buon senso. Come nessuno ancora sa come sarà possibile prenotare i posti sulle spiagge libere, che per definizione non hanno gestori. Il governo, per evitare il sovraffollamento, suggerisce di prenotare i posti anche sulle spiagge libere, ma a chi occorre rivolgersi? «È opportuno, ove possibile», recita il Documento tecnico sull'analisi di rischio e le misure di contenimento del contagio da Sars CoV-2 nelle attività ricreative di balneazione e in spiaggia, messo a punto dall'Inail e dall'Istituto superiore di sanità, «affidare la gestione di tali spiagge ad enti o soggetti che possono utilizzare personale adeguatamente formato, valutando altresì la possibilità di coinvolgimento di associazioni di volontariato, soggetti del terzo settore, anche al fine di informare gli utenti sui comportamenti da seguire». Bene, anzi male: con quali modalità verranno scelti questi soggetti ai quali affidare la gestione e il controllo delle spiagge libere? Mistero.
Tra le nuove regole in vigore da ieri, l'addio all'autocertificazione per gli spostamenti all'interno della propria regione. Resta però la necessità di compilare il modulo per chi si sposta da una regione all'altra, dichiarando di doversi muovere per una delle quattro motivazioni che determinano la legittimità dello spostamento: comprovate esigenze lavorative; assoluta urgenza; situazione di necessità; motivi di salute. Dal prossimo 3 giugno, gli spostamenti da una regione all'altra saranno liberi.
Non mancano però iniziative concordate tra regioni confinanti per consentire da subito una mobilità più libera: «Ci si può muovere», spiega il presidente del Veneto, Luca Zaia, «per vedere i congiunti nelle province venete che confinano con il Friuli Venezia Giulia, l'Emilia Romagna e la Provincia di Trento. L'accordo, fatto con i presidenti dei tre territori interessati, prevede», aggiunge Zaia, «con l'autocertificazione di poter uscire dal Veneto per incontrare parenti, fidanzate e fidanzati. Via libera quindi agli spostamenti interregionali fra le confinanti province di Ferrara e Rovigo per far visita ai congiunti. Di questa possibilità Zaia e il presidente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, hanno informato i prefetti delle due città, chiedendo la collaborazione delle forze di polizia. Zaia e Bonaccini ricordano che «la decisione è stata assunta in ragione della positiva evoluzione dello stato epidemiologico, e a fronte dell'esigenza manifestata da numerosi cittadini residenti nelle due province». Per questi spostamenti extra confini regionali, sarà comunque necessaria una autocertificazione, nella quale dovranno essere motivate le ragioni dell'attraversamento del confine regionale. Dunque, l'Italia ha riaperto, ma la confusione regna sovrana.
Continua a leggereRiduci
Nella ristorazione e nell'abbigliamento la scelta di molti per sopravvivere è stata non riaprire. Ripartite a metà le vie del lusso e della movida. Per Confesercenti «se non si coprono i costi di esercizio è un autogol».Si riparte tra rebus spostamenti e ristoratori trasformati in vigili. Ieri la riapertura di molte attività commerciali, nel rispetto dei protocolli messi a punto dal governo. Ma è caos burocrazia, come nel caso delle spiagge libere da prenotare e da far custodire (non si sa a chi).Lo speciale comprende due articoli.È ovviamente troppo presto per avere numeri affidabili sulla prima giornata di riapertura. Certo, colpiscono alcune istantanee. Si è registrata una significativa protesta a Roma (con un migliaio di adesioni specie nell'abbigliamento e nella ristorazione) contro l'insufficiente sostegno economico del governo. Un'ulteriore protesta ha avuto luogo in zona San Pietro, con 150 negozi legati al turismo religioso che a loro volta hanno accusato il governo di una totale dimenticanza del settore. A Milano, un quadro in chiaroscuro: è tornato a popolarsi l'Arco della Pace, con diverse persone che hanno pranzato all'aperto, ma per altro verso molti locali, anche a Corso Sempione, sono rimasti chiusi. E 200 ambulanti hanno protestato davanti alla sede del Comune. A Capri non hanno riaperto le maggiori boutique, così come sono rimasti ancora chiusi i bar in piazzetta. Ancora a Roma un altro fenomeno, solo apparentemente surreale, ma in realtà motivato dalla fondatissima preoccupazione di occupazioni abusive: con hotel con le porte inchiodate o con i proprietari che vi passano la notte facendo la guardia. Più in generale è il direttore dell'Ufficio studi di Confcommercio Mariano Bella, conversando con La Verità, a inquadrare il problema nei suoi termini essenziali e soprattutto razionali: «Se c'è un imprenditore piccolo o anche medio, diciamo fino a 50 dipendenti, che ha perso il 95% o il 100% dei ricavi a marzo e ad aprile, non è affatto scontato che ora, a maggio inoltrato, abbia tutte le energie necessarie a ripartire. E queste energie vanno valutate in termini di conto economico: in particolare, si tratta di capire se i potenziali ricavi di maggio e di giugno rischino di essere prossimi al livello dei costi fissi. Questi costi fissi possono essere stimati nel commercio al dettaglio intorno al 50% del totale dei costi di esercizio, nella ristorazione e nell'alberghiero intorno al 30. Se la caduta dei potenziali ricavi di maggio e giugno si avvicina al livello dei costi fissi, già c'è l'azzeramento del profitto economico, e si è all'indifferenza tra cessare e proseguire, dal punto di vista dell'imprenditore. Me se si va addirittura più in basso, che apre a fare?». Bella non si limita alla diagnosi, ma indica anche quale sarebbe dovuta essere la terapia corretta: «Non una pioggia di incentivi distorti e piccoli bonus, ma 3-4 cose essenziali. A partire da incentivi a fondo perduto realmente commisurati alle perdite subite». Facendo un passo indietro, il quadro è davvero cupo. Sempre secondo l'Ufficio studi di Confcommercio, ad aprile i consumi in Italia sono crollati del 47,6% (a marzo il calo era stato del 30,1%) e, a dispetto di un rimbalzo congiunturale del Pil del 10,5% stimato per maggio, il Pil rimarrà comunque a un impressionante meno 16% rispetto all'anno precedente. All'interno di questa cornice, i settori che hanno subito un vero e proprio azzeramento sono stati turismo, ristorazione, intrattenimento e automotive. A questi elementi di lucida razionalità, fa da antidoto la voglia di ripresa, lo spirito combattivo dei singoli imprenditori. Secondo un'indagine realizzata dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) su un campione di 520 piccole e medie imprese, il 70% circa dei pubblici esercizi, e cioè 196.000 locali tra bar e ristoranti, erano effettivamente pronti a ripartire già da ieri. Secondo l'indagine Fipe, «il 95% degli imprenditori intervistati ha già acquistato le mascherine per il proprio personale, mentre il 94% ha già effettuato la sanificazione dei locali. Ciò che non convince per nulla gli imprenditori della ristorazione, invece, sono le barriere divisorie in plexiglass. Il 56% degli intervistati esclude ogni ipotesi di utilizzo, il 37% ne ipotizza invece un impiego alla cassa e poco meno del 5% prevede di installarle tra i tavoli». Venendo alle dolenti note, gli imprenditori sondati da Fipe «stimano un crollo del 55% dei loro fatturati a fine anno e questo si tradurrà in un minor impiego di personale. Secondo le stime, infatti, il numero dei dipendenti impiegati calerà del 40%, con 377.000 posti di lavoro a rischio».Un'altra ricerca è stata condotta nei giorni scorsi da SWG per Confesercenti. In attesa di dati effettivi su cosa sia effettivamente successo ieri, la previsione era di una non riapertura nel primo giorno utile (cioè il 18 maggio, ieri, appunto) di 6 attività su 10. Il 62% degli intervistati ha dichiarato di non esser pronto a riaprire, a fronte di un 27% già preparato e di un 11% di incerti. Vedremo se i primi dati reali aderiranno a questa previsione. Sempre in base alla ricerca SWG, e concentrandoci sui motivi di scetticismo, il 68% degli interpellati ha parlato di scarsa convenienza (spese di sanificazione, scarsa clientela, ecc), mentre un altro 13% sembra spaventato o da ragioni di sicurezza o dall'incertezza normativa e regolatoria. Ma è guardando in prospettiva che l'analisi SWG per Confesercenti si fa a tinte ancora più cupe: il 36% teme di essere costretto a chiudere, e il 41% ha la stessa preoccupazione nel caso in cui l'emergenza sanitaria si protragga. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-roma-a-milano-fino-a-capri-migliaia-di-serrande-restano-giu-2646029062.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-riparte-tra-rebus-spostamenti-e-ristoratori-trasformati-in-vigili" data-post-id="2646029062" data-published-at="1589843591" data-use-pagination="False"> Si riparte tra rebus spostamenti e ristoratori trasformati in vigili L'Italia s'è ri-desta, riaperta ma non troppo: ieri il primo giorno di «libertà vigilata» per le attività produttive, dopo un interminabile lockdown. Caffè e cornetto al bar, saracinesche alzate, pranzo al ristorante, ritorno al lavoro, poi a casa, magari col mezzo pubblico: tutto normale, anzi facciamo finta che sia tutto normale, perché normale non è niente in questo lunedì più confuso che felice. Le linee guida del governo, mescolate con quelle delle regioni, diverse l'una dall'altra, rendono l'atmosfera di questo primo giorno di fase 2 meno gioiosa di quanto si potesse immaginare. Bar e ristoranti, in particolare, sono alle prese con la necessità prima di tutto di sanificare i locali, poi di sistemare tavoli e sedie rispettando la distanza di sicurezza di un metro, infine devono fare i conti con alcune indicazioni che sollevano più di una perplessità. «Negli esercizi che dispongono di posti a sedere», raccomanda il governo, «va privilegiato l'accesso tramite prenotazione, mantenendo l'elenco dei soggetti che hanno prenotato, per un periodo di 14 giorni. In queste attività non possono essere presenti all'interno del locale più clienti di quanti siano i posti a sedere». Questa regola è valida «per ogni tipo di esercizio di somministrazione di pasti e bevande, quali ristoranti, trattorie, pizzerie, self-service, bar, pub, pasticcerie, gelaterie, rosticcerie». Dunque, il ristoratore diventa custode della nostra privacy, considerato che dovrà conservare per due settimane i nomi di tutti quelli che hanno prenotato un tavolo. È legale? In questi tempi di libertà vigilata, tutto è legale, anche ciò che di solito non lo è. Eppure, non mancano le perplessità: come faccio a fidarmi del ristoratore? Perché devo consentire a un perfetto sconosciuto di conoscere i dettagli della mia vita privata? Il problema non riguarda solo chi ha necessità di accontentare l'amante esasperata dalla mancanza di vita sociale che rivendica il diritto di gustare almeno una pizza, ma tutti i cittadini, che devono sostanzialmente affidare alla correttezza e alla discrezione del ristoratore o del pasticciere la tutela della propria riservatezza. Immaginate un manager di una grande multinazionale che deve discutere a pranzo il passaggio alla concorrenza: si fiderà del titolare della trattoria scelta per la trattativa? E infine: il ristoratore potrà chiedere il documento di identità? Diventerà una sorta di pubblico ufficiale con la forchetta al posto della paletta? Come gestirà i nostri dati sensibili? Non si sa: quello che si sa è che non è un caso se molti gestori di ristoranti e trattorie non hanno ancora riaperto, in attesa di capire come organizzarsi per tenere in equilibrio la necessità di rispettare le regole e il buon senso. Come nessuno ancora sa come sarà possibile prenotare i posti sulle spiagge libere, che per definizione non hanno gestori. Il governo, per evitare il sovraffollamento, suggerisce di prenotare i posti anche sulle spiagge libere, ma a chi occorre rivolgersi? «È opportuno, ove possibile», recita il Documento tecnico sull'analisi di rischio e le misure di contenimento del contagio da Sars CoV-2 nelle attività ricreative di balneazione e in spiaggia, messo a punto dall'Inail e dall'Istituto superiore di sanità, «affidare la gestione di tali spiagge ad enti o soggetti che possono utilizzare personale adeguatamente formato, valutando altresì la possibilità di coinvolgimento di associazioni di volontariato, soggetti del terzo settore, anche al fine di informare gli utenti sui comportamenti da seguire». Bene, anzi male: con quali modalità verranno scelti questi soggetti ai quali affidare la gestione e il controllo delle spiagge libere? Mistero. Tra le nuove regole in vigore da ieri, l'addio all'autocertificazione per gli spostamenti all'interno della propria regione. Resta però la necessità di compilare il modulo per chi si sposta da una regione all'altra, dichiarando di doversi muovere per una delle quattro motivazioni che determinano la legittimità dello spostamento: comprovate esigenze lavorative; assoluta urgenza; situazione di necessità; motivi di salute. Dal prossimo 3 giugno, gli spostamenti da una regione all'altra saranno liberi. Non mancano però iniziative concordate tra regioni confinanti per consentire da subito una mobilità più libera: «Ci si può muovere», spiega il presidente del Veneto, Luca Zaia, «per vedere i congiunti nelle province venete che confinano con il Friuli Venezia Giulia, l'Emilia Romagna e la Provincia di Trento. L'accordo, fatto con i presidenti dei tre territori interessati, prevede», aggiunge Zaia, «con l'autocertificazione di poter uscire dal Veneto per incontrare parenti, fidanzate e fidanzati. Via libera quindi agli spostamenti interregionali fra le confinanti province di Ferrara e Rovigo per far visita ai congiunti. Di questa possibilità Zaia e il presidente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, hanno informato i prefetti delle due città, chiedendo la collaborazione delle forze di polizia. Zaia e Bonaccini ricordano che «la decisione è stata assunta in ragione della positiva evoluzione dello stato epidemiologico, e a fronte dell'esigenza manifestata da numerosi cittadini residenti nelle due province». Per questi spostamenti extra confini regionali, sarà comunque necessaria una autocertificazione, nella quale dovranno essere motivate le ragioni dell'attraversamento del confine regionale. Dunque, l'Italia ha riaperto, ma la confusione regna sovrana.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci