2022-04-11
Crisi, scudo tedesco: 100 miliardi per le imprese. Noi ci limiteremo a spegnere i condizionatori...

La Germania ha messo 5 miliardi a disposizione delle aziende, in Italia Draghi pensa ai condizionatori
Trova le differenze. Pochi giorni dopo che il governo italiano, nell’ultimo Documento di economia e finanza, ha messo 5 miliardi di euro a disposizione di aziende e consumatori colpiti dagli effetti della guerra e delle sanzioni, la Germania ha annunciato un maxi piano da oltre 100 miliardi per proteggere le proprie imprese. Uno Schutzschild, uno scudo protettivo, che lenirà gli effetti provocati dalle strozzature nelle catene di approvvigionamento e dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Gli aiuti, che scatteranno da giugno e i cui dettagli saranno messi a punto nelle prossime settimane dal governo di Olaf Scholz e dalla KfW (la banca pubblica tedesca equivalente alla nostra Cassa Depositi e Prestiti), si sostanzieranno in 7 miliardi di prestiti a tassi agevolati e in altri 100 miliardi di linee di credito a breve termine garantite dallo Stato. Il governo inoltre si riserva di rafforzare il capitale di grandi società di interesse pubblico e di sussidiare le imprese ad alta intensità di consumo di energia che saranno più colpite dall’aumento delle bollette. Lo Schuldenbremse, il freno all’indebitamento inserito in Costituzione nel 2009, sembra un lontano ricordo, considerando anche l’altro recente (e storico) annuncio di uno stanziamento di 100 miliardi di euro per il riarmo (con l’obiettivo di mantenere le spese militari al 2% del pil anche nei prossimi anni). In Germania a marzo l’inflazione ha toccato il 7,3%, livello più alto da 40 anni.
La situazione in Italia
Tutt’altro clima sembra respirarsi in Italia, dove il governo ostenta una certa serenità. Nella conferenza stampa del 6 aprile il presidente del Consiglio Mario Draghi ha tracciato uno scenario tranquillizzante: «Dovessero cessare le forniture di gas russo oggi, fino a ottobre, tardo ottobre, siamo coperti dalle nostre riserve e da varie altre produzioni, quindi le conseguenze non le vedremo fino all’autunno». Per poi chiedersi: «Preferiamo la pace o stare col condizionatore acceso tutta l’estate?». Che i problemi che ci attendono vadano ben oltre la prospettiva di passare un’estate bollente, però, lo certifica lo stesso Documento di economia e finanza scritto dal governo, dove si prefigura uno scenario in cui un eventuale stop alle importazioni di gas russo non venga compensato da fonti alternative: in quel caso «la crescita del pil in termini reali nel 2022 sarebbe pari a 0,6% e nel 2023 a 0,4%». Venerdì la Banca d’Italia tracciava uno scenario simile, con un pil in calo di mezzo punto percentuale sia quest’anno sia il prossimo in caso di interruzione delle forniture di gas da maggio, e con l’inflazione all’8% quest’anno. Mentre ieri l’ufficio studi di Confindustria ha stimato un calo dell’1,5% della produzione industriale nazionale a marzo, dopo il -3,4% di gennaio e il «rimbalzo statistico» (+1,9%) di febbraio. Per i primi tre mesi dell’anno si stima un calo del 2,9% rispetto all’ultimo trimestre del 2021, imputabile in particolare al rincaro del gas naturale «che esibisce tassi di variazione a 4 cifre (+1217% in media nel periodo del conflitto sul pre-Covid)» e a quello «del Brent, che è a 3 cifre (+104%)».Un’indagine tra le imprese associate a Confindustria ha evidenziato altri segnali preoccupanti: 9 su 10 giudicano importanti non solo gli aumenti dei costi dell’energia ma anche quelli delle altre materie prime e 8 su 10 denunciano difficoltà nell’approvvigionamento. Il 16,4% degli imprenditori interpellati dice di avere già «ridotto sensibilmente» la produzione.
Produzione industriale
Il presidente dell’associazione degli industriali Carlo Bonomi venerdì al convegno di Forza Italia ha deplorato una «politica italiana insensibile alle esigenze delle imprese», ma per parte sua non ha chiesto interventi speciali sul modello di quello annunciato in Germania, limitandosi ad auspicare il riallocamento di risorse già stanziate: «Se c’è, come dice il ministro Franco, un vincolo di bilancio e quindi zero scostamenti, credo che ci sono 900 miliardi annui di spesa pubblica che possono essere riconfigurati». E mentre governo e parti sociali navigano a vista il nostro sistema si trova nuovamente esposto a incursioni dall’estero, come testimonia il recente blitz del francese Crédit Agricole, che è diventato il primo azionista di Bpm sfruttando proprio le difficoltà di Unicredit (che stava studiando un’offerta sul Banco) con la sua esposizione in Russia.
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Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
L’opinionista Claudia Conte: ho una relazione col ministro. Avs ne fa un affare di Stato sperando in un nuovo caso Boccia.
’operazione punta a ripetere l’agguato a Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura costretto alle dimissioni per una vicenda privata, anzi privatissima. Ricordate Maria Rosaria Boccia, l’«imprenditrice» campana improvvisamente assurta al ruolo di femme fatale che rovinò la carriera di colui che si era intestato il compito di mettere ordine nei finanziamenti statali al circolo di registi e attori politicamente impegnati? Bene, anzi male: ci risiamo.
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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(Getty Images)
Fermo restando l’uso esclusivo del nuovo stadio ai due club milanesi, non si può impedire ad altri acquirenti di partecipare alla gara.
Il sottoscritto, di calcio, non capisce una mazza. Ho solo due convinzioni: tifo per la Lucchese per questioni di riconoscenza civica verso la città dove sono nato, tifo contro la squadra del Pisa per motivi di rivalità storica ben fondati e per motivi di natura gastroenterica con effetti lassativi non riferibili sulle colonne di un quotidiano di tutto rispetto come questo.
Detto ciò so, invece, qualcosa sui temi della concorrenza economica e sul fatto che essa vada applicata anche in campo pubblico quando si vende, appunto, un bene pubblico, tipo lo Stadio di San Siro di proprietà del Comune. Non sono interessato a riportare qui tutte le osservazioni fatte in materia dalla Procura di Milano e dalla Corte dei Conti ben riassunte ieri su queste colonne da Alessandro Da Rold ma, indipendentemente da esse, sarebbe stato un gioco da ragazzi capire che, aprendo le porte alla vendita riservata ai due Club milanesi Milan e Inter, si sarebbe andati contro l’obbligo che impone la vendita di un bene comunale attraverso una procedura come un’asta o un bando in cerca del miglior offerente.
Tutto questo va fatto garantendo due principi fondamentali: la trasparenza e la concorrenza. La trasparenza perché devono essere evitate intese - chiamiamole con termine non tecnico - «sottobanco» che, in questo modo, possono favorire quelli che sono a conoscenza della cosa e sfavorire chi non ne è a conoscenza per mancanza di trasparenza e conseguente opacità; la concorrenza perché risulta ovvio che vendendo un bene pubblico, cioè di tutti, si debba ottenere il massimo vantaggio economico che, in qualche modo, si riversa poi sulla comunità civica nel suo insieme. Per completezza di informazione, bisogna ricordare che sono possibili altre due forme di vendita: una è quella della licitazione privata, cioè una sorta di procedura di concorrenza ristretta, e l’altra è quella della trattativa privata o diretta con gli interessati all’acquisto ma, generalmente, avviene per importi molto limitati o situazioni particolari nelle quali non rientra la vendita di uno stadio. Detto questo, la via maestra è quella dell’asta pubblica. Punto.
Sallusti dice: ma a chi doveva proporla il Comune la vendita di uno stadio, che tra l’altro viene demolito per essere ricostruito in un’altra zona, se non al Milan e all’Inter? Risposta: e se ci fosse stato un acquirente interessato, mettiamo un americano, un cinese, un australiano, un cittadino del Lussemburgo, un miliardario italiano con residenza finta a Rocca Cannuccia di Sopra disposto a corrispondere cifre ben superiori a quelle che i due club milanesi, ormai, sono disposte a versare? E se si fosse fatto un bando dove si fosse previsto un uso esclusivo calcistico di Inter e Milan, la possibilità per il Comune di ospitare concerti, una serie di clausole favorevoli ai due Club e al Comune stesso, naturalmente con una convenienza economica da parte dell’acquirente consistente, come esiste ormai al mondo per molti stadi, di creare attorno allo stadio stesso attività commerciali di vario tipo e di utilizzo profittevole di spazi annessi e connessi allo stadio? Non si poteva fare questa asta pubblica internazionale? Tra l’altro corredata, oltre che di un’offerta economica, di una utilizzazione mista dell’immobile e di un progetto architettonico da valutare congiuntamente all’offerta economica in modo tale da guadagnare un bel po’ di soldi e non dare licenza di edificare un obbrobrio architettonico?
Come ho detto più sopra lasciamo perdere per un attimo le questioni giuridiche legate alla Procura e alla Corte dei Conti e facciamo solo un ragionamento legato a considerazioni di economia pubblica, diritto degli appalti, scienza delle finanze, diritto amministrativo, diritto alla concorrenza e chi più ne ha più ne metta, come quello che ho tentato di fare in queste poche riflessioni. Ovvio, scontato, fuori discussione, lapalissiano, pacifico, intuitivo anche per la mente di un cretino, financo logico per un idiota che in tutto questo dovessero essere tutelate le squadre dell’Inter e del Milan. Ma tutto andava fatto attraverso, non un bando, ma due bandi. Il primo di essi, constatato che si parla di questa storia dal 2019, anno nel quale lo Stadio Meazza fu inserito, il 28 di marzo di quell’anno, nel Piano delle alienazioni comunali, ebbene, il primo bando avrebbe dovuto chiamarsi «Bando alle ciance». Il secondo, e ciò sarebbe dovuto consistere in ciò che abbiamo detto sopra, Bando o Appalto pubblico.
Con questo articolo inizia e finisce la mia carriera di giornalista che si occupa di affari sportivi. Mi ha promesso direttamente Belpietro che non mi chiederà mai più nulla di ciò che concerne lo sport in generale e in particolare. Amen.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Il nuovo stadio sarà destinato a rossoneri e nerazzurri: è assurdo accusare la giunta di aver dialogato con le parti.
Se nella seconda metà del 1400 fosse stato in essere un sistema giudiziario simile a quello attualmente vigente, è probabile che Papa Sisto IV e Michelangelo sarebbero stati indagati e processati per essersi messi d’accordo, a discapito di altri artisti dell’epoca, su come costruire la Cappella Sistina.
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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