Si scoprono patrioti europei solo quando alla Casa Bianca c’è un presidente di destra
2026-01-22
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Trova le differenze. Pochi giorni dopo che il governo italiano, nell’ultimo Documento di economia e finanza, ha messo 5 miliardi di euro a disposizione di aziende e consumatori colpiti dagli effetti della guerra e delle sanzioni, la Germania ha annunciato un maxi piano da oltre 100 miliardi per proteggere le proprie imprese. Uno Schutzschild, uno scudo protettivo, che lenirà gli effetti provocati dalle strozzature nelle catene di approvvigionamento e dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Gli aiuti, che scatteranno da giugno e i cui dettagli saranno messi a punto nelle prossime settimane dal governo di Olaf Scholz e dalla KfW (la banca pubblica tedesca equivalente alla nostra Cassa Depositi e Prestiti), si sostanzieranno in 7 miliardi di prestiti a tassi agevolati e in altri 100 miliardi di linee di credito a breve termine garantite dallo Stato. Il governo inoltre si riserva di rafforzare il capitale di grandi società di interesse pubblico e di sussidiare le imprese ad alta intensità di consumo di energia che saranno più colpite dall’aumento delle bollette. Lo Schuldenbremse, il freno all’indebitamento inserito in Costituzione nel 2009, sembra un lontano ricordo, considerando anche l’altro recente (e storico) annuncio di uno stanziamento di 100 miliardi di euro per il riarmo (con l’obiettivo di mantenere le spese militari al 2% del pil anche nei prossimi anni). In Germania a marzo l’inflazione ha toccato il 7,3%, livello più alto da 40 anni.
La situazione in Italia
Tutt’altro clima sembra respirarsi in Italia, dove il governo ostenta una certa serenità. Nella conferenza stampa del 6 aprile il presidente del Consiglio Mario Draghi ha tracciato uno scenario tranquillizzante: «Dovessero cessare le forniture di gas russo oggi, fino a ottobre, tardo ottobre, siamo coperti dalle nostre riserve e da varie altre produzioni, quindi le conseguenze non le vedremo fino all’autunno». Per poi chiedersi: «Preferiamo la pace o stare col condizionatore acceso tutta l’estate?». Che i problemi che ci attendono vadano ben oltre la prospettiva di passare un’estate bollente, però, lo certifica lo stesso Documento di economia e finanza scritto dal governo, dove si prefigura uno scenario in cui un eventuale stop alle importazioni di gas russo non venga compensato da fonti alternative: in quel caso «la crescita del pil in termini reali nel 2022 sarebbe pari a 0,6% e nel 2023 a 0,4%». Venerdì la Banca d’Italia tracciava uno scenario simile, con un pil in calo di mezzo punto percentuale sia quest’anno sia il prossimo in caso di interruzione delle forniture di gas da maggio, e con l’inflazione all’8% quest’anno. Mentre ieri l’ufficio studi di Confindustria ha stimato un calo dell’1,5% della produzione industriale nazionale a marzo, dopo il -3,4% di gennaio e il «rimbalzo statistico» (+1,9%) di febbraio. Per i primi tre mesi dell’anno si stima un calo del 2,9% rispetto all’ultimo trimestre del 2021, imputabile in particolare al rincaro del gas naturale «che esibisce tassi di variazione a 4 cifre (+1217% in media nel periodo del conflitto sul pre-Covid)» e a quello «del Brent, che è a 3 cifre (+104%)».Un’indagine tra le imprese associate a Confindustria ha evidenziato altri segnali preoccupanti: 9 su 10 giudicano importanti non solo gli aumenti dei costi dell’energia ma anche quelli delle altre materie prime e 8 su 10 denunciano difficoltà nell’approvvigionamento. Il 16,4% degli imprenditori interpellati dice di avere già «ridotto sensibilmente» la produzione.
Produzione industriale
Il presidente dell’associazione degli industriali Carlo Bonomi venerdì al convegno di Forza Italia ha deplorato una «politica italiana insensibile alle esigenze delle imprese», ma per parte sua non ha chiesto interventi speciali sul modello di quello annunciato in Germania, limitandosi ad auspicare il riallocamento di risorse già stanziate: «Se c’è, come dice il ministro Franco, un vincolo di bilancio e quindi zero scostamenti, credo che ci sono 900 miliardi annui di spesa pubblica che possono essere riconfigurati». E mentre governo e parti sociali navigano a vista il nostro sistema si trova nuovamente esposto a incursioni dall’estero, come testimonia il recente blitz del francese Crédit Agricole, che è diventato il primo azionista di Bpm sfruttando proprio le difficoltà di Unicredit (che stava studiando un’offerta sul Banco) con la sua esposizione in Russia.
Dopo le intemerate di Peppe Provenzano e Nicola Zingaretti, la stampa nostrana schiera il pezzo da novanta: l’intervista a giornali unificati (Repubblica e Corriere) al governatore dem della California, Gavin Newsom, che catechizza l’Europa contro il bullismo di Donald Trump: «È ora di reagire», incita sul quotidiano di via Solferino, «è ora di fare sul serio e smettere di essere complici». A stare «dritti e saldi», come chiede l’astro nascente della sinistra Usa, dovrebbe aiutarci Emmanuel Macron: Sandro Gozi, eurodeputato per il partito del presidente francese, invita a «seguire il suo esempio»; Repubblica racconta che «l’Eliseo guida la rivolta» contro l’imperialismo del tycoon; il Corriere gongola per la battuta sull’«occhio della tigre» di Macron, costretto a portare gli occhiali da top gun per un disturbo oculare. «Riferimento al film di Rocky», osserva il foglio, «o forse anche a Georges Clemenceau, “la tigre” della prima guerra mondiale». Non è Napoleone, ma poco ci manca. Così, alla testa dell’Ue che «si ribella a Trump» (La Stampa), dovrebbe mettersi il leader più decotto dei 27 (dato che l’inglese Keir Starmer non sta più nell’Unione). Cacciato dall’Africa che neocolonizzava prima che il neocolonialismo diventasse peccato - peccato commesso da Trump, chiaramente. Sommerso da fondamentali economici disastrosi. Prigioniero della «permacrisi» dei suoi governi, per usare il neologismo caro a Ursula von der Leyen. Candidato a diventare il becchino della quinta Repubblica transalpina.
È questo l’effetto Groenlandia, che sarà probabilmente rinforzato dalle sberle del discorso di The Donald a Davos: l’Europa - recita il nuovo motto - deve recuperare la sua autonomia strategica dagli Stati Uniti. E sarebbe pure giusto: il patriottismo europeo non l’ha mica inventato ieri l’ex commissario Thierry Breton, che l’ha citato, inneggiando addirittura alla «resistenza»; è quello che i conservatori invocano da decenni. Purché, certo, l’Europa faccia l’interesse dei suoi popoli, esattamente come Trump fa l’interesse del suo. Ma dov’erano i fautori dell’indipendenza del Vecchio continente, quando l’Unione si accodava a Joe Biden sull’Ucraina? Erano drogati di guerra «per i nostri valori», tanto da diventare più pro Kiev di Washington e indubbiamente meno realisti degli americani, che alla fine hanno preferito congelare il fronte, piuttosto che puntare alla sconfitta della Russia.
Il disegno delle amministrazioni progressiste a stelle e strisce era chiaro fin da quando Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato all’epoca di Barack Obama, fomentatrice di piazza Maiden, invitava cortesemente l’Ue a «fottersi». I dem Usa erano terrorizzati dal consolidamento di un partenariato euroasiatico, basato sulle forniture di gas a basso costo da Mosca e il cui perno era la Germania. Guarda caso, una delle prime conseguenze del conflitto nell’Est è stata il sabotaggio del Nord Stream. Risultato: costi energetici triplicati, bollette alle stelle, industria in panne, inflazione. Noi ci abbiamo aggiunto l’abituale masochismo, completando l’opera con la transizione ecologica. Il conto del divorzio dalle pipeline russe è stato salatissimo. E indovinate chi ne ha tratto vantaggio? Nel 2025, primo anno di Trump alla Casa Bianca, le importazioni da Oltreoceano di metano, per lo più sotto forma liquida, sono aumentate del 61%. E ora gli Stati Uniti sono il nostro secondo grossista, dietro la Norvegia. La quale, per dire, non sta nemmeno nell’Ue.
Dal Corriere apprendiamo che la Costituzione italiana ci vieta di partecipare al Board of Peace per Gaza, la bizzarra iniziativa con cui The Donald vorrebbe battezzare una specie di Onu parallela. Non si può, l’articolo 11 della Carta ci consente di entrare nelle organizzazioni internazionali solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». Lo conferma il Quirinale, secondo via Solferino. Ed è sacrosanto. Ma dov’erano i fini giuristi e dov’era il Colle quando, nonostante lo stesso articolo 11 condanni la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», abbiamo mandato a Volodymyr Zelensky i missili a lungo raggio, sempre per la gioia di Biden? Eh, l’Ucraina si difendeva da un aggressore, ci ricordano. Già. E l’articolo 11 della Costituzione non esisteva, quando il governo D’Alema fece bombardare la Serbia per il «peacekeeping» della Nato, esaudendo i desideri di un altro progressista illuminato, Bill Clinton? Allora, Sergio Mattarella era vicepremier. Poi divenne ministro della Difesa. Eppure, le bandiere della pace ricomparvero solo allorché, nello Studio ovale, si accomodò un presidente di destra, George W. Bush, con le sue (scellerate) campagne in Afghanistan e in Iraq. Poi, nell’era di Obama, i predicatori dell’autonomia strategica europea sono tornati a sonnecchiare. Si saranno cullati sulla «utile finzione», come l’ha chiamata il premier canadese, dell’«ordine internazionale fondato sulle regole». «Sapevamo che la storia era in parte falsa», ha confessato nel suo «memorabile discorso» (Corsera) Mark Carney. E come mai hanno aspettato le mascalzonate di Trump per avvisarci?
Pensare che l’autonomia strategica avremmo potuto guadagnarla in anticipo, se avessimo ascoltato proprio quel puzzone. A Berlino comandava ancora Angela Merkel. Era il primo mandato del tycoon e lui pretendeva che ci assumessimo la responsabilità della nostra difesa. La reazione oscillò tra l’indignazione e il compatimento per i deliri di uno squilibrato. Adesso la Von der Leyen sprona l’Ue ad abbandonare «la sua prudenza tradizionale» e rincorre miliardi per alzare un muro di droni, ma fare anche incetta di navi rompighiaccio.
Sul Foglio, in nome della reazione orgogliosa alle umiliazioni americane, diventa un eroe persino il premier belga, Bart De Wever, che ha bacchettato il Vecchio continente: da «vassallo felice», lamenta, sta diventando «schiavo miserabile». Fino a poche settimane fa, però, De Wever era una spina nel fianco del sussulto europeo: temendo, a ragion veduta, conseguenze disastrose per il suo Paese, si è opposto alla confisca degli asset russi congelati, fino a far deragliare la proposta.
L’analista Nathalie Tocci si augura «azioni sufficientemente decise da comunicare alla Casa Bianca che c’è un prezzo da pagare per il bullismo». Il bazooka? Con il quale ci faremmo del male da soli? Il presidente della Confindustria francese, Patrick Martin, prega l’Europa di dire «stop a Donald Trump». L’inossidabile Matteo Renzi, su La 7, regala una perla da statista: «Non possiamo dire che in nome dell’alleanza con gli Stati Uniti ci spariamo sui piedi». Ecco: teniamolo a mente per quando, a Washington, tornerà un presidente di sinistra.
Al Forum di Davos il governatore della Bce ha lasciato anzitempo la cena di gala, offesa dalle parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, che aveva criticato duramente le scelte economiche e politiche adottate dall'Ue negli ultimi anni.
La cena di martedì sera al World economic forum di Davos, in Svizzera, deve essere andata di traverso alla presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde che ha lasciato frettolosamente l’evento di gala. A far alzare da tavola la numero uno della Bce sono state le parole del segretario statunitense al Commercio Howard Lutnick che ha sparato a zero sul Vecchio Continente e il suo sistema economico, definito come «sempre meno competitivo» sullo scenario globale.
Pare la platea di vip che ascoltava le parole del rappresentante del governo Usa, si sia divisa tra chi applaudiva e chi fischiava Lutnick. Come riportato dall’Ansa, che ha sentito «fonti presenti alla cena». Per la stessa agenzia, un portavoce di Lutnick ha minimizzato l’episodio, affermando che «solo una persona ha fischiato» e che «nessuno ha lasciato la sala in fretta». La Bce non ha invece commentato. Altre fonti citate l’agenzia Reuters, l’organizzatore dell’evento, ovvero il numero uno del fondo BlackRock, Larry Fink, ha annullato l’evento prima che fosse servito il dolce.
Le parole di Lutnick sono state la miccia che ha fatto esplodere la «polveriera Davos» ancora prima che arrivasse il presidente Usa, Donald Trump, visto da molte cancellerie e media mainstream europei come se fosse un Leviatano pronto a divorare la Groenlandia.
Fatto sta che, dopo l’uscita di scena dalla cena di gala, Lagarde ha colto l’occasione offertale da un’intervista alla radio francese Rtl per ribattere parole di Lutnick. L’ex ministro francese poi volata a dirigere la Bce, ha prima brontolato per la mossa degli Usa vista come un modo per non «dar prova di un comportamento molto alleato». Poi ha ricordato che tra Usa e Ue “siamo passati da dazi medi intorno al 2% poco più di un anno fa a circa il 12% e qualcosa, di media nell’area euro. E con le minacce che incombono, potremmo salire verso un 15% medio». La capo della Bce ha poi mostrato un certo interesse più per i cittadini americani che per quelli europei, dichiarando che «se il 96% di questo costo (dei dazi, ndr.) ricade sul consumatore e sull’importatore statunitense, non mi sembra affatto un buon risultato». E dire che Lagarde ha prodotto qualche non proprio «buon risultato».
Come dimenticare quando, all’inizio della pandemia di Covid, nel marzo 2020 l’ex ministro di Parigi aveva dichiarato: «Non siamo qui per ridurre gli spread. Non è questa la funzione né la missione della Bce». Ne scaturì un terremoto che provocò il crollo delle principali piazze finanziarie. Milano chiuse con la peggiore seduta della sua storia, ovvero -16.92%; Parigi si «limitò» a perdere l’11,02%, Londra il 10,85% e Francoforte il 9,81%. Un trionfo al contrario che fece perdere un sacco di soldi a tanta gente, mica ha fatto fallire una cena di gala.
Che Donald Trump avrebbe rovesciato le carte in tavola, e con ogni probabilità anche lo stesso tavolo, si era capito fin dal giorno del suo insediamento, un anno fa, quando il presidente appena eletto scandiva nel discorso inaugurale la cifra del suo mandato: far tornare grande l’America. Ora che questo sta avvenendo sotto gli occhi indignati e confusi degli alleati europei, l’America di Trump ha usato proprio Davos, la grigia località sciiistica svizzera che ospita ogni anno il World economic forum (Wef), come proscenio per celebrare il ritorno dell’America sul podio delle superpotenze, celebrando ufficialmente il funerale della globalizzazione tanto cara ai burocrati del Wef.
È stato il segretario al Commercio americano Howard Lutnick a dare la sveglia a sherpa e leader spaesati, pronunciando nella cittadina elvetica un muscoloso discorso paragonabile a quello di J.D. Vance a Monaco. Lutnick, che ha stravolto - come è ormai prassi, vivaddio - i polverosi precetti della comunicazione ufficiale made in Ue, è andato dritto al punto: la globalizzazione ha fallito. Ha deluso gli Stati Uniti d’America e tutto l’Occidente. «È una politica fallimentare» e, ha detto guardando negli occhi gli interlocutori, «è ciò che il World economic forum ha rappresentato finora, pensando che delocalizzare e cercare la manodopera più economica al mondo, avrebbe fatto del mondo un posto migliore». Il problema però, ha spiegato il segretario al Commercio Usa, è che ha lasciato indietro l’America. «E quello che siamo venuti a dirvi è che America First è un modello diverso, che incoraggiamo anche gli altri Paesi a prendere in considerazione».
Quello di Lutnick, per chi non ha i paraocchi dell’ideologia, è stato un discorso pratico e di buon senso: «I vostri lavoratori vengono prima di tutto. La sovranità sono i vostri confini. Non dovreste delocalizzare i vostri farmaci, i vostri semiconduttori, né l’intera base industriale. Non dovreste dipendere da nessun’altra nazione per ciò che è fondamentale per la vostra sovranità». In chiosa, l’affondo finale: «Se proprio dovete dipendere da qualcuno, è meglio che siano i vostri migliori alleati». Ergo, gli Stati Uniti.
Cosa divide l’Europa dall’America? Lutnick ha fatto un esempio molto pratico: «Il nostro è un modo di pensare diverso. Secondo il Wef, voi dovreste avere l’energia solare e l’eolico. Ma perché? Perché l’Europa accetta l’obiettivo “net zero” entro il 2030 (zero emissioni nette di gas serra allo scopo di contenere il riscaldamento climatico globale, che è alla base del Green Deal di Ursula von der Leyen, ndr.) se non produce batterie? L’Europa non produce batterie!», ha rimarcato con enfasi il segretario al Commercio Usa. «Quindi, se manterrà questo impegno per il 2030, vuol dire che ha deciso di sottomettersi alla Cina, che produce le batterie».
Ma è quando ha insistito sui lavoratori che è emersa con nettezza la frattura ancora insanabile tra l’Ue affiliata al Wef e inginocchiata a fondi e finanza globale da un lato e America dall’altro: «Vorrei che rifletteste sul fatto che è compito prioritario del nostro governo prendersi cura dei nostri lavoratori e assicurarsi che le loro vite siano migliori. E suggerisco che anche gli altri Paesi considerino questa politica per prendersi cura dei propri e creare ottime relazioni tra di noi, perché, quando l’America splende, splende il mondo intero». Lutnick ha citato la vicenda dei dazi: «Ci avevate accusato di distruggere il mondo applicando i dazi. E invece i mercati azionari mondiali sono in rialzo. Quali? Regno Unito, Europa, Giappone, Corea, tutti». Certo, potrebbero esserci rapporti ancora migliori, «le nostre grandi aziende tecnologiche potrebbero investire in Europa, se non avessero la tassa sui servizi digitali, il Digital Services Act (Dsa), il Digital Markets Act. L’Europa sta penalizzato le nostre aziende con multe», ha puntato il dito, «invece di dire “venite a costruire e a investire qui”, le hanno tassate a morte con multe e regolamenti che le hanno danneggiate: è illogico». Ecco perché, secondo Lutnick, il presidente Usa agli europei risulta indigesto: «Molti problemi, ad esempio quello delle materie prime e dei minerali essenziali, esistevano già un anno fa, ma tutti dormivano. Donald Trump ha strappato il cerotto e sta insegnando al mondo cosa c’è che non va».
Per essere ancora più incisivo, in un op-ed a sua firma pubblicato dal Financial Times, il segretario al Commercio Usa ha chiarito che «con il presidente Trump, il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città». «Per decenni, ai Paesi è stato detto che esisteva un solo modello accettabile. Sono stati costretti a dipendere dalle catene di approvvigionamento globali e a fidarsi scioccamente del sostegno delle istituzioni sovranazionali. Quel modello ha relegato l’America all’ultimo posto, lasciando innumerevoli altri Paesi più deboli. L’amministrazione Trump sta affrontando senza mezzi termini questo fallimento. Crediamo che le nazioni abbiano sia il diritto che la responsabilità di mettere i propri cittadini al centro del processo decisionale economico».
A proposito del Financial Times, ieri il quotidiano della City ha rivelato che Lutnick sarebbe stato contestato duramente durante una cena del World economic forum a Davos. Il presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde sarebbe uscita dalla sala durante il suo discorso e l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore lo avrebbe addirittura «fischiato». Gli ultimi colpi di coda delle camarille ormai fanées dell’Ancien régime.
