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2020-02-17
Così approvano l’eutanasia senza dircelo
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Potere legislativo e potere giudiziario, classicamente in conflitto fra loro, hanno trovato un terreno di lotta comune: il sostegno alla cultura della morte. Anzi, l'incoraggiamento a «farla finita». La prova di questa nefasta alleanza sta nel combinato disposto della legge 219/17 e la sentenza 242/19 della Corte costituzionale. La prima, come avevamo tenacemente sostenuto durante la discussione nelle commissioni di Camera e Senato e con il sostegno compatto dei partiti del centrodestra, ha aperto le porte all'eutanasia con la legittimazione della sospensione delle cure di sostegno vitale; la seconda, con la decisione che l'aiuto al suicidio «deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo», riferendosi proprio agli articoli 1 e 2 della suddetta legge 219. In effetti, a ben vedere, la responsabilità più grande in questo passo indietro della civiltà - perché di questo si tratta - ce l'ha quella maggioranza (Pd, M5s e Leu) che ha fortemente voluto quella legge, sostenendo ipocritamente «che non si tratta di una legge eutanasica, tant'è che la parola stessa, eutanasia, non viene mai neppure citata». Sono parole che ho sentito con le mie orecchie, pronunciate da una deputata Pd in un convegno pubblico, a Bologna.
Ma i giudici della Consulta, con la competenza che li caratterizza, si sono ben letti la legge 219 e ne hanno tratto la coerente conseguenza: non è punibile chi «agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi …». Se la legge afferma il diritto di chiedere la morte con la sospensione delle cure di sostegno vitale, perché mai questo diritto non dovrebbe essere garantito anche a chi lo vuole ma si trova impossibilitato fisicamente a farlo?
Siamo di fronte a un radicale cambiamento di paradigma antropologico: siamo passati dalla tutela della vita in quanto bene fondamentale e quindi indisponibile all'arbitrio personale, all'affermazione dell'autodeterminazione soggettiva senza limiti, fino alla garanzia del «diritto di morire». Ovviamente, se un diritto viene sancito va da sé che ci deve essere qualcuno che rende fruibile tale diritto. E chi meglio dei medici! Il Giuramento di Ippocrate - assolutamente laico e non cristiano, non foss'altro perché scritto almeno tre secoli prima di
Cristo - viene ancora una volta gettato nel cestino. Dai tempi arcaici e barbari in cui l'arte medica veniva posta al servizio della salute e della vita, ai tempi moderni, del «nuovo umanesimo», in cui il medico diventa attore diretto della morte del paziente che a lui si affida. Sinceramente, mi sembra una «nuova barbarie».
Di fatto, questa sentenza entra in conflitto non sanabile con l'intero Codice deontologico medico. Non solo con l'articolo 17, che condanna l'eutanasia, ma con l'intera architettura dell'ontologia dell'azione medica: l'articolo 3 del Codice dichiara che non già il «compito», ma il «dovere» del medico, è «la difesa della vita, la tutela della salute e il lenimento del dolore». E se per lenire la sofferenza si ricorre alla soppressione del sofferente, vuol dire che abbiamo toccato il fondo. Certamente nessun medico è obbligato, ognuno agirà secondo coscienza; ma state certi, non ci vorrà molto tempo e inizierà la trita e ritrita (oltre che falsa) querelle sull'insufficiente numero di medici per garantire l'aiuto al suicidio!
Purtroppo i segnali sono preoccupanti. È di pochi giorni fa la notizia che la Federazione nazionale degli Ordini medici ha approvato all'unanimità che, al fine di adeguarsi alla sentenza della Consulta, il medico che aiuta al suicidio, ottemperando a tutte le norme espresse in quel testo, non è passibile di procedimento disciplinare, senza però modificare l'articolo 17 del Codice deontologico. Come dire: l'eutanasia è vietata e condannata, ma chi vuole praticarla lo può fare senza incorrere neppure nella sanzione deontologica, che non ha rilievo penale, ma solo «morale». La giustificazione è che bisogna adeguarsi alle decisioni espresse da un organo dello Stato. Sorge una domanda: perché mai una dichiarazione di valori morali e deontologici deve adattarsi alle norme dello Stato? Il Dna dell'arte medica non può e non deve essere infettato dal virus della contingente scelta politica. Porre il medico a servizio del potere, come fosse un semplice amministratore pubblico, significa non solo uccidere la moralità alta della professione, ma anche spalancare le porte a ogni «barbarie» del momento. Concludo con una provocazione: a livello di Ordini, si chieda al medico favorevole a eutanasia/aiuto al suicidio di dichiararlo e, di conseguenza, di dichiarare «obiezione di coscienza» all'articolo 17 del Codice. Per semplice trasparenza e coerenza e perché ogni cittadino conosca le convinzioni del medico a cui sta affidando la propria vita.
Ps: per quanto riguarda l'affermazione della sentenza che «deve essere sempre garantita un'appropriata terapia del dolore e l'erogazione delle cure palliative […] (per) rimuovere le cause della volontà del paziente di congedarsi dalla vita», temo proprio che farà la fine dell'articolo 5 della legge 194, che dispone di rimuovere le cause della scelta abortiva: mai applicata! Amarezza e vergogna.
I cattolici che guardano a sinistra? Fregati. Se ne sono accorti in Emilia
Sabato, sul Resto del Carlino, è apparso un articolo che dice moltissimo delle ultime elezioni regionali. Il quotidiano bolognese ha intervistato Stefano Zamagni, economista bolognese molto noto oltre che presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali. Argomento della conversazione: il comportamento di Stefano Bonaccini, appena riconfermato alla guida della Regione Emilia Romagna per il Pd. Zamagni è molto arrabbiato con lui. «Ha fatto una brutta scivolata», argomenta. «Aveva dichiarato che i dem si sarebbero aperti a parte della società civile, ai movimenti, e invece che cosa vedo? In giunta non c'è nessuno di sentire cattolico. Nessuno. Nonostante quell'area si sia impegnata per costruire la lista Bonaccini».
Più che una notizia, qui c'è una confessione. Zamagni mette nero su bianco ciò che già si sapeva, e cioè che a dare una grossa mano al centrosinistra in Emilia Romagna sono stati i cattolici. Non è un mistero. Matteo Zuppi, cardinale e arcivescovo metropolita di Bologna, poco prima del voto ha deciso di scendere in campo pubblicando un libro che era sostanzialmente un manifesto contro la destra. Lo stesso Zuppi si è incontrato con il capetto delle sardine, Mattia Santori, dunque è evidente che da una parte della Chiesa è arrivata la benedizione ai progressisti.
Zamagni, in quel di Bologna, ha fatto la sua parte. Assieme a Leonardo Becchetti, firma di Avvenire, ha proposto un manifesto che molti hanno interpretato come la carta costitutiva di un nuovo partito cattolico. Un testo rivolto a «credenti e non credenti» e basato su un «pensiero forte» (per fortuna...) saldato «ai principi della Costituzione, del pensiero sociale della Chiesa e delle varie dichiarazioni sui Diritti dell'uomo». Ovviamente il nuovo partito cattolico non si è fatto, in compenso tutte queste belle energie politiche e intellettuali sono state spese a beneficio della sinistra.
Adesso, però, Zamagni non è contento. Il Pd, dice, avrebbe dovuto «aprirsi al centro» e invece si è «spostato a sinistra». E aggiunge minaccioso: «La gente non è stupida, se ne ricorderà». È un ricatto, ovviamente. Zamagni afferma che, in vista delle prossime elezioni comunali a Bologna, i cattolici progressisti creeranno una loro lista autonoma con un candidato civico. Una lista che guardi a Romano Prodi e alle sardine, dice il professore, e punti all'elettorato di centro ma con obiettivi piuttosto ambiziosi: «Noi, Zuppi, la comunità di Sant'Egidio non ci accontentiamo solo di riforme: vogliamo trasformare il presente». Niente male: pensate che non eravamo convinti che l'obiettivo di Zuppi fosse fare il pastore di anime... E invece ecco il fabbro del presente...
Dunque, da un lato Zamagni svela il segreto di Pulcinella, dall'altro si lagna perché il Pd lo ha trascurato. Viene da pensare: ben le sta, caro professore. Senza contare, poi, che il lamento a mezzo stampa a poche settimane dal voto è un po' triste. Ci sarebbe da ridere dunque se la situazione non fosse estremamente seria e non riguardasse tutto il Paese anziché la sola Bologna. La figuraccia di Zamagni è emblematica di una larga fetta della Chiesa odierna. Va a letto nemica giurata dei sovranisti, si risveglia serva della sinistra. Tifa porti aperti, grida e strepita contro Salvini e Meloni, poi si ritrova calpestata da falsi amici che non condividono nemmeno uno dei suoi valori.
I cattolici «adulti» emiliani hanno «costruito» la lista Bonaccini e adesso si trovano vice governatore Elly Schlein, radical chic paladina delle istanze arcobaleno, molto amata da un mondo che per lo più considera i cattolici una banda di omofobi. Succede, quando si abbandonano le proprie idee per seguire l'ideologia degli altri. Purtroppo, i progressisti cattolici continuano a preferire i progressisti non cattolici ai cattolici non progressisti. Continuano a disprezzare la destra e si accompagnano a chi disprezza loro. Il caso di Zamagni è Zuppi è emblematico: anche se sono di Bologna, sembra che abbiano la sindrome di Stoccolma.
«Per arginare i magistrati si cambi la Costituzione»
La Consulta si pronuncia sul suicidio assistito, l'Ordine dei medici aggiorna la deontologia per adeguarsi, il comitato di bioetica condanna il presunto accanimento terapeutico sui minori malati. L'asticella sul fine vita si sposta sempre più in là, ma le leggi (a parte la norma sulle Dat) non s'innovano. Insomma, nulla cambia eppure tutto cambia. Ne parliamo con il professor Agostino Carrino, autore de La costituzione come decisione, un brillante saggio in cui spiega come e perché le corti, a partire dai temi etici e dai diritti , hanno acquisito sempre più potere decisionale a scapito della politica - e, quindi, del controllo democratico.
C'è chi accusa la politica di aver lasciato vuoti normativi cui i giudici devono supplire. Ma si deve legiferare su tutto?
«Un politico autentico, quindi fornito di autorità, spesso “fa" non facendo, cioè non interviene su tutto ma solo là dove è necessario, semmai dando l'esempio. Il punto è che i politici italiani, poco autorevoli, si aspettano sempre più che siano proprio i giudici a decidere per loro. Il diritto giudiziario è un esito inevitabile in quella che Bernd Rüthers ha definito una “rivoluzione clandestina dallo Stato di diritto allo Stato dei giudici"».
Come si è arrivati a una situazione in cui la Consulta di fatto esercita anche una funzione legislativa?
«Cent'anni fa in Austria nasceva, con la Costituzione repubblicana, la prima Corte costituzionale d'Europa. Il suo autore fu Hans Kelsen, per il quale i giudici costituzionali dovevano garantire la certezza del diritto, essere un presidio della volontà popolare rappresentata nel Parlamento e nelle sue leggi, non un contropotere o un potere superiore».
E ora?
«Ora i giudici si dichiarano apertamente “principialisti", cioè pretendono di giudicare in base a princìpi universali e fondati nella morale».
E allora?
«Be', se si afferma che la sovranità degli Stati non esiste più, allora il potere si trasferisce in quei luoghi che si sentono moralmente al di sopra degli Stati. Una politica debole, un diritto incerto favoriscono le corti forti, mentre oggi la democrazia, sia essa liberale o “illiberale", avrebbe bisogno di “corti deboli", per riprendere una distinzione di Mark Tushnet, un costituzionalista di Harvard, certo non di destra».
Il nuovo presidente, Marta Cartabia, apre la Consulta alla società civile. Ciò accrescerà il controllo democratico?
«È una delibera i cui esiti possono anche andare nel senso di fare della Corte costituzionale un soggetto sempre più politico, che dialoga direttamente con il mondo esterno e i governanti».
È un disegno deliberato?
«Non lo so. So però che il presidente Cartabia, che è stata collaboratrice di Joseph Weiler, professore della Nyu, conosce il diritto americano. E questa delibera mi ricorda per certi aspetti i comportamenti di un presidente della Corte suprema, Earl Warren, il quale diceva che con le sue sentenze voleva parlare direttamente al popolo americano e voleva il suo consenso. Forse con questa delibera apparentemente solo procedurale si apre una fase nuova nella storia della Corte italiana, che un giorno imporrà alla politica di riformare la Carta costituzionale».
Come?
«Personalmente sono per una - temo utopica - nuova Repubblica con una nuova Costituzione, ma basterebbe anche già inserire nel testo vigente qualche norma che limiti tecnicamente i poteri interpretativi della Corte e per certe questioni democraticamente sensibili non ne faccia un decisore di ultima istanza».
In definitiva, come si fa a ripristinare il controllo democratico sui giudici?
«Secondo Rüthers il precipitare dello Stato di diritto verso lo Stato dei giudici è un fenomeno inarrestabile».
Nessuna speranza, allora?
«Solo un potere politico forte è in grado di arginare il potere giudiziario. Un potere politico “illiberale", lo definirebbero molti. Ma io vorrei ricordare che un argine al potere della Corte suprema americana lo pose un presidente come Franklin D. Roosevelt, che i nostri ideologi dei diritti umani hanno sempre ritenuto un campione di democrazia e dei diritti umani. Non c'è bisogno di guardare a Putin».
«Mio figlio doveva morire, l’Italia lo aiuti»
Maciej è un bimbo polacco di 7 anni, residente in Belgio, nato prematuramente con una cardiomiopatia ipertrofica unita a danni cerebrali. A pochi mesi di vita, venne ricoverato in terapia intensiva per una febbre alta. Quando i suoi organi smisero di lavorare, un medico disse ai genitori che era «nel miglior interesse del bimbo» rimuoverlo dal supporto vitale per la respirazione. In Belgio l'eutanasia per i bambini è legale ma deve essere autorizzata dai genitori; nel caso di Maciej nessuno chiese il loro parere. Il bimbo sorprese tutti, tornò a respirare autonomamente e gli organi ripresero le loro funzioni. A novembre si sono ripresentati gli stessi problemi e quel medico ha detto ancora che il migliore interesse per Maciej era la morte. La famiglia, che vedeva in lui segni di ripresa, si è rivolta a Steadfast onlus, organizzazione che già si è occupata di Alfie Evans, Charlie Gard e molti altri, per fermare il distacco e richiedere una seconda opinione. «Abbiamo trattato casi di ogni genere e possiamo testimoniare che, quando si rompe il rapporto di fiducia tra famiglie e ospedale, il nodo da sciogliere è capire quale sia l'alternativa migliore per tutelare il bimbo», spiega il presidente Emmanuele Di Leo, che si occupa di Maciej con un ospedale italiano pronto ad accoglierlo. Mamma Ania Nowicki, 34 anni, ci racconta quello che sta vivendo.
Il Comitato nazionale di bioetica del nostro Paese raccomanda che non ci siano ostinazioni cliniche, solo perché i genitori lo vogliono. La vostra insistenza è giustificata?
«Con mio marito non eravamo sicuri di nulla, ma chiedevamo che venisse data a Maciej la giusta possibilità di cura. Già una volta aveva dimostrato ai dottori che si sbagliavano».
L'ultima diagnosi?
«Ci venne spiegato che non era nel suo interesse né rianimarlo né ventilarlo».
Come avete convinto i dottori a cambiare idea?
«L'unica cosa che chiedemmo ai dottori fu di mettere nero su bianco che ritenevano i trattamenti “accanimento terapeutico". Aggiungemmo che se avevano anche un solo piccolo dubbio, avrebbero dovuto salvare una vita fragile. Decisero di ricoverarlo e curarlo».
Vi fecero pressione per staccare il supporto di ventilazione ma il bimbo reagiva, guardava i cartoni animati, cercava di stringere la mano.
«Non solo. Dopo l'intervento del legale fornito da Steadfast onlus, è stato possibile svezzarlo dal respiratore. Purtroppo in seguito Maciej ha subito l'amputazione di parte di una gamba, perché gli erano stati sospesi tutti i trattamenti».
Vi è stato permesso di avere un secondo parere medico, come raccomanda il Cnb?
«Solo una seconda opinione parziale relativa ad alcune patologie, non sulla situazione complessiva».
Quali speranze vi sono state date in Italia?
«Nel caso peggiore, ci aiuterebbero a garantire a Maciej la dignità che merita fornendo cure palliative e terapia del dolore. In questi giorni il piccolo è nuovamente peggiorato, speriamo di non dover affrontare un nuovo conflitto con l'ospedale. Vi chiediamo di continuare ad aiutarci e di pregare per Maciej e tutti noi».
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La norma sulle Dat ha aperto la breccia: poi si è pronunciata la Consulta sul suicidio assistito, l'Ordine dei medici ha voluto «aggiornare» la deontologia, e infine il Comitato di bioetica ha censurato l'accanimento terapeutico sui bimbi. Il «diritto alla morte» sta trionfando in assenza di controlli democratici. I cattolici che guardano a sinistra? Fregati. Se ne sono accorti in Emilia. Il professor Stefano Zamagni confessa di essere deluso da Stefano Bonaccini: i fedeli hanno sostenuto la sua lista ma non hanno avuto nemmeno un posto in giunta. Dove invece spadroneggia Elly Schlein, paladina Lgbt. «Per arginare i magistrati si cambi la Costituzione». Il giurista Agostino Carrino: «Lo Stato dei giudici è frutto di una rivoluzione clandestina. La soluzione sta solo in una politica autorevole». «Mio figlio doveva morire, l'Italia lo aiuti». Parla la mamma del piccolo Maciej, di 7 anni. Per i dottori belgi, il suo «miglior interesse» è essere soppresso. Lo speciale comprende quattro articoli. Potere legislativo e potere giudiziario, classicamente in conflitto fra loro, hanno trovato un terreno di lotta comune: il sostegno alla cultura della morte. Anzi, l'incoraggiamento a «farla finita». La prova di questa nefasta alleanza sta nel combinato disposto della legge 219/17 e la sentenza 242/19 della Corte costituzionale. La prima, come avevamo tenacemente sostenuto durante la discussione nelle commissioni di Camera e Senato e con il sostegno compatto dei partiti del centrodestra, ha aperto le porte all'eutanasia con la legittimazione della sospensione delle cure di sostegno vitale; la seconda, con la decisione che l'aiuto al suicidio «deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo», riferendosi proprio agli articoli 1 e 2 della suddetta legge 219. In effetti, a ben vedere, la responsabilità più grande in questo passo indietro della civiltà - perché di questo si tratta - ce l'ha quella maggioranza (Pd, M5s e Leu) che ha fortemente voluto quella legge, sostenendo ipocritamente «che non si tratta di una legge eutanasica, tant'è che la parola stessa, eutanasia, non viene mai neppure citata». Sono parole che ho sentito con le mie orecchie, pronunciate da una deputata Pd in un convegno pubblico, a Bologna. Ma i giudici della Consulta, con la competenza che li caratterizza, si sono ben letti la legge 219 e ne hanno tratto la coerente conseguenza: non è punibile chi «agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi …». Se la legge afferma il diritto di chiedere la morte con la sospensione delle cure di sostegno vitale, perché mai questo diritto non dovrebbe essere garantito anche a chi lo vuole ma si trova impossibilitato fisicamente a farlo? Siamo di fronte a un radicale cambiamento di paradigma antropologico: siamo passati dalla tutela della vita in quanto bene fondamentale e quindi indisponibile all'arbitrio personale, all'affermazione dell'autodeterminazione soggettiva senza limiti, fino alla garanzia del «diritto di morire». Ovviamente, se un diritto viene sancito va da sé che ci deve essere qualcuno che rende fruibile tale diritto. E chi meglio dei medici! Il Giuramento di Ippocrate - assolutamente laico e non cristiano, non foss'altro perché scritto almeno tre secoli prima di Cristo - viene ancora una volta gettato nel cestino. Dai tempi arcaici e barbari in cui l'arte medica veniva posta al servizio della salute e della vita, ai tempi moderni, del «nuovo umanesimo», in cui il medico diventa attore diretto della morte del paziente che a lui si affida. Sinceramente, mi sembra una «nuova barbarie». Di fatto, questa sentenza entra in conflitto non sanabile con l'intero Codice deontologico medico. Non solo con l'articolo 17, che condanna l'eutanasia, ma con l'intera architettura dell'ontologia dell'azione medica: l'articolo 3 del Codice dichiara che non già il «compito», ma il «dovere» del medico, è «la difesa della vita, la tutela della salute e il lenimento del dolore». E se per lenire la sofferenza si ricorre alla soppressione del sofferente, vuol dire che abbiamo toccato il fondo. Certamente nessun medico è obbligato, ognuno agirà secondo coscienza; ma state certi, non ci vorrà molto tempo e inizierà la trita e ritrita (oltre che falsa) querelle sull'insufficiente numero di medici per garantire l'aiuto al suicidio! Purtroppo i segnali sono preoccupanti. È di pochi giorni fa la notizia che la Federazione nazionale degli Ordini medici ha approvato all'unanimità che, al fine di adeguarsi alla sentenza della Consulta, il medico che aiuta al suicidio, ottemperando a tutte le norme espresse in quel testo, non è passibile di procedimento disciplinare, senza però modificare l'articolo 17 del Codice deontologico. Come dire: l'eutanasia è vietata e condannata, ma chi vuole praticarla lo può fare senza incorrere neppure nella sanzione deontologica, che non ha rilievo penale, ma solo «morale». La giustificazione è che bisogna adeguarsi alle decisioni espresse da un organo dello Stato. Sorge una domanda: perché mai una dichiarazione di valori morali e deontologici deve adattarsi alle norme dello Stato? Il Dna dell'arte medica non può e non deve essere infettato dal virus della contingente scelta politica. Porre il medico a servizio del potere, come fosse un semplice amministratore pubblico, significa non solo uccidere la moralità alta della professione, ma anche spalancare le porte a ogni «barbarie» del momento. Concludo con una provocazione: a livello di Ordini, si chieda al medico favorevole a eutanasia/aiuto al suicidio di dichiararlo e, di conseguenza, di dichiarare «obiezione di coscienza» all'articolo 17 del Codice. Per semplice trasparenza e coerenza e perché ogni cittadino conosca le convinzioni del medico a cui sta affidando la propria vita. Ps: per quanto riguarda l'affermazione della sentenza che «deve essere sempre garantita un'appropriata terapia del dolore e l'erogazione delle cure palliative […] (per) rimuovere le cause della volontà del paziente di congedarsi dalla vita», temo proprio che farà la fine dell'articolo 5 della legge 194, che dispone di rimuovere le cause della scelta abortiva: mai applicata! Amarezza e vergogna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-approvano-leutanasia-senza-dircelo-2645167537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-cattolici-che-guardano-a-sinistra-fregati-se-ne-sono-accorti-in-emilia" data-post-id="2645167537" data-published-at="1772203315" data-use-pagination="False"> I cattolici che guardano a sinistra? Fregati. Se ne sono accorti in Emilia Sabato, sul Resto del Carlino, è apparso un articolo che dice moltissimo delle ultime elezioni regionali. Il quotidiano bolognese ha intervistato Stefano Zamagni, economista bolognese molto noto oltre che presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali. Argomento della conversazione: il comportamento di Stefano Bonaccini, appena riconfermato alla guida della Regione Emilia Romagna per il Pd. Zamagni è molto arrabbiato con lui. «Ha fatto una brutta scivolata», argomenta. «Aveva dichiarato che i dem si sarebbero aperti a parte della società civile, ai movimenti, e invece che cosa vedo? In giunta non c'è nessuno di sentire cattolico. Nessuno. Nonostante quell'area si sia impegnata per costruire la lista Bonaccini». Più che una notizia, qui c'è una confessione. Zamagni mette nero su bianco ciò che già si sapeva, e cioè che a dare una grossa mano al centrosinistra in Emilia Romagna sono stati i cattolici. Non è un mistero. Matteo Zuppi, cardinale e arcivescovo metropolita di Bologna, poco prima del voto ha deciso di scendere in campo pubblicando un libro che era sostanzialmente un manifesto contro la destra. Lo stesso Zuppi si è incontrato con il capetto delle sardine, Mattia Santori, dunque è evidente che da una parte della Chiesa è arrivata la benedizione ai progressisti. Zamagni, in quel di Bologna, ha fatto la sua parte. Assieme a Leonardo Becchetti, firma di Avvenire, ha proposto un manifesto che molti hanno interpretato come la carta costitutiva di un nuovo partito cattolico. Un testo rivolto a «credenti e non credenti» e basato su un «pensiero forte» (per fortuna...) saldato «ai principi della Costituzione, del pensiero sociale della Chiesa e delle varie dichiarazioni sui Diritti dell'uomo». Ovviamente il nuovo partito cattolico non si è fatto, in compenso tutte queste belle energie politiche e intellettuali sono state spese a beneficio della sinistra. Adesso, però, Zamagni non è contento. Il Pd, dice, avrebbe dovuto «aprirsi al centro» e invece si è «spostato a sinistra». E aggiunge minaccioso: «La gente non è stupida, se ne ricorderà». È un ricatto, ovviamente. Zamagni afferma che, in vista delle prossime elezioni comunali a Bologna, i cattolici progressisti creeranno una loro lista autonoma con un candidato civico. Una lista che guardi a Romano Prodi e alle sardine, dice il professore, e punti all'elettorato di centro ma con obiettivi piuttosto ambiziosi: «Noi, Zuppi, la comunità di Sant'Egidio non ci accontentiamo solo di riforme: vogliamo trasformare il presente». Niente male: pensate che non eravamo convinti che l'obiettivo di Zuppi fosse fare il pastore di anime... E invece ecco il fabbro del presente... Dunque, da un lato Zamagni svela il segreto di Pulcinella, dall'altro si lagna perché il Pd lo ha trascurato. Viene da pensare: ben le sta, caro professore. Senza contare, poi, che il lamento a mezzo stampa a poche settimane dal voto è un po' triste. Ci sarebbe da ridere dunque se la situazione non fosse estremamente seria e non riguardasse tutto il Paese anziché la sola Bologna. La figuraccia di Zamagni è emblematica di una larga fetta della Chiesa odierna. Va a letto nemica giurata dei sovranisti, si risveglia serva della sinistra. Tifa porti aperti, grida e strepita contro Salvini e Meloni, poi si ritrova calpestata da falsi amici che non condividono nemmeno uno dei suoi valori. I cattolici «adulti» emiliani hanno «costruito» la lista Bonaccini e adesso si trovano vice governatore Elly Schlein, radical chic paladina delle istanze arcobaleno, molto amata da un mondo che per lo più considera i cattolici una banda di omofobi. Succede, quando si abbandonano le proprie idee per seguire l'ideologia degli altri. Purtroppo, i progressisti cattolici continuano a preferire i progressisti non cattolici ai cattolici non progressisti. Continuano a disprezzare la destra e si accompagnano a chi disprezza loro. Il caso di Zamagni è Zuppi è emblematico: anche se sono di Bologna, sembra che abbiano la sindrome di Stoccolma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-approvano-leutanasia-senza-dircelo-2645167537.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="per-arginare-i-magistrati-si-cambi-la-costituzione" data-post-id="2645167537" data-published-at="1772203315" data-use-pagination="False"> «Per arginare i magistrati si cambi la Costituzione» La Consulta si pronuncia sul suicidio assistito, l'Ordine dei medici aggiorna la deontologia per adeguarsi, il comitato di bioetica condanna il presunto accanimento terapeutico sui minori malati. L'asticella sul fine vita si sposta sempre più in là, ma le leggi (a parte la norma sulle Dat) non s'innovano. Insomma, nulla cambia eppure tutto cambia. Ne parliamo con il professor Agostino Carrino, autore de La costituzione come decisione, un brillante saggio in cui spiega come e perché le corti, a partire dai temi etici e dai diritti , hanno acquisito sempre più potere decisionale a scapito della politica - e, quindi, del controllo democratico. C'è chi accusa la politica di aver lasciato vuoti normativi cui i giudici devono supplire. Ma si deve legiferare su tutto? «Un politico autentico, quindi fornito di autorità, spesso “fa" non facendo, cioè non interviene su tutto ma solo là dove è necessario, semmai dando l'esempio. Il punto è che i politici italiani, poco autorevoli, si aspettano sempre più che siano proprio i giudici a decidere per loro. Il diritto giudiziario è un esito inevitabile in quella che Bernd Rüthers ha definito una “rivoluzione clandestina dallo Stato di diritto allo Stato dei giudici"». Come si è arrivati a una situazione in cui la Consulta di fatto esercita anche una funzione legislativa? «Cent'anni fa in Austria nasceva, con la Costituzione repubblicana, la prima Corte costituzionale d'Europa. Il suo autore fu Hans Kelsen, per il quale i giudici costituzionali dovevano garantire la certezza del diritto, essere un presidio della volontà popolare rappresentata nel Parlamento e nelle sue leggi, non un contropotere o un potere superiore». E ora? «Ora i giudici si dichiarano apertamente “principialisti", cioè pretendono di giudicare in base a princìpi universali e fondati nella morale». E allora? «Be', se si afferma che la sovranità degli Stati non esiste più, allora il potere si trasferisce in quei luoghi che si sentono moralmente al di sopra degli Stati. Una politica debole, un diritto incerto favoriscono le corti forti, mentre oggi la democrazia, sia essa liberale o “illiberale", avrebbe bisogno di “corti deboli", per riprendere una distinzione di Mark Tushnet, un costituzionalista di Harvard, certo non di destra». Il nuovo presidente, Marta Cartabia, apre la Consulta alla società civile. Ciò accrescerà il controllo democratico? «È una delibera i cui esiti possono anche andare nel senso di fare della Corte costituzionale un soggetto sempre più politico, che dialoga direttamente con il mondo esterno e i governanti». È un disegno deliberato? «Non lo so. So però che il presidente Cartabia, che è stata collaboratrice di Joseph Weiler, professore della Nyu, conosce il diritto americano. E questa delibera mi ricorda per certi aspetti i comportamenti di un presidente della Corte suprema, Earl Warren, il quale diceva che con le sue sentenze voleva parlare direttamente al popolo americano e voleva il suo consenso. Forse con questa delibera apparentemente solo procedurale si apre una fase nuova nella storia della Corte italiana, che un giorno imporrà alla politica di riformare la Carta costituzionale». Come? «Personalmente sono per una - temo utopica - nuova Repubblica con una nuova Costituzione, ma basterebbe anche già inserire nel testo vigente qualche norma che limiti tecnicamente i poteri interpretativi della Corte e per certe questioni democraticamente sensibili non ne faccia un decisore di ultima istanza». In definitiva, come si fa a ripristinare il controllo democratico sui giudici? «Secondo Rüthers il precipitare dello Stato di diritto verso lo Stato dei giudici è un fenomeno inarrestabile». Nessuna speranza, allora? «Solo un potere politico forte è in grado di arginare il potere giudiziario. Un potere politico “illiberale", lo definirebbero molti. Ma io vorrei ricordare che un argine al potere della Corte suprema americana lo pose un presidente come Franklin D. Roosevelt, che i nostri ideologi dei diritti umani hanno sempre ritenuto un campione di democrazia e dei diritti umani. Non c'è bisogno di guardare a Putin». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-approvano-leutanasia-senza-dircelo-2645167537.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mio-figlio-doveva-morire-litalia-lo-aiuti" data-post-id="2645167537" data-published-at="1772203315" data-use-pagination="False"> «Mio figlio doveva morire, l’Italia lo aiuti» Maciej è un bimbo polacco di 7 anni, residente in Belgio, nato prematuramente con una cardiomiopatia ipertrofica unita a danni cerebrali. A pochi mesi di vita, venne ricoverato in terapia intensiva per una febbre alta. Quando i suoi organi smisero di lavorare, un medico disse ai genitori che era «nel miglior interesse del bimbo» rimuoverlo dal supporto vitale per la respirazione. In Belgio l'eutanasia per i bambini è legale ma deve essere autorizzata dai genitori; nel caso di Maciej nessuno chiese il loro parere. Il bimbo sorprese tutti, tornò a respirare autonomamente e gli organi ripresero le loro funzioni. A novembre si sono ripresentati gli stessi problemi e quel medico ha detto ancora che il migliore interesse per Maciej era la morte. La famiglia, che vedeva in lui segni di ripresa, si è rivolta a Steadfast onlus, organizzazione che già si è occupata di Alfie Evans, Charlie Gard e molti altri, per fermare il distacco e richiedere una seconda opinione. «Abbiamo trattato casi di ogni genere e possiamo testimoniare che, quando si rompe il rapporto di fiducia tra famiglie e ospedale, il nodo da sciogliere è capire quale sia l'alternativa migliore per tutelare il bimbo», spiega il presidente Emmanuele Di Leo, che si occupa di Maciej con un ospedale italiano pronto ad accoglierlo. Mamma Ania Nowicki, 34 anni, ci racconta quello che sta vivendo. Il Comitato nazionale di bioetica del nostro Paese raccomanda che non ci siano ostinazioni cliniche, solo perché i genitori lo vogliono. La vostra insistenza è giustificata? «Con mio marito non eravamo sicuri di nulla, ma chiedevamo che venisse data a Maciej la giusta possibilità di cura. Già una volta aveva dimostrato ai dottori che si sbagliavano». L'ultima diagnosi? «Ci venne spiegato che non era nel suo interesse né rianimarlo né ventilarlo». Come avete convinto i dottori a cambiare idea? «L'unica cosa che chiedemmo ai dottori fu di mettere nero su bianco che ritenevano i trattamenti “accanimento terapeutico". Aggiungemmo che se avevano anche un solo piccolo dubbio, avrebbero dovuto salvare una vita fragile. Decisero di ricoverarlo e curarlo». Vi fecero pressione per staccare il supporto di ventilazione ma il bimbo reagiva, guardava i cartoni animati, cercava di stringere la mano. «Non solo. Dopo l'intervento del legale fornito da Steadfast onlus, è stato possibile svezzarlo dal respiratore. Purtroppo in seguito Maciej ha subito l'amputazione di parte di una gamba, perché gli erano stati sospesi tutti i trattamenti». Vi è stato permesso di avere un secondo parere medico, come raccomanda il Cnb? «Solo una seconda opinione parziale relativa ad alcune patologie, non sulla situazione complessiva». Quali speranze vi sono state date in Italia? «Nel caso peggiore, ci aiuterebbero a garantire a Maciej la dignità che merita fornendo cure palliative e terapia del dolore. In questi giorni il piccolo è nuovamente peggiorato, speriamo di non dover affrontare un nuovo conflitto con l'ospedale. Vi chiediamo di continuare ad aiutarci e di pregare per Maciej e tutti noi».
Elly Schlein (Ansa)
Il testo prevede che il singolo partito, o la coalizione che prende più voti in assoluto - purché raggiunga la soglia del 40% - ottenga il cosiddetto «premio di governabilità» di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato: «La coerenza tra governabilità e rappresentatività», si legge nella premessa del testo, «è assicurata dai vincoli posti all’entità del premio medesimo: quest’ultimo, sia alla Camera che al Senato, non può infatti superare il 15 per cento dei seggi, rimanendo comunque ancorato alla soglia massima di 230 seggi conseguibili alla Camera dei deputati e 114 seggi conseguibili al Senato della Repubblica». «A tutela delle opposizioni», si legge, «in nessun caso la maggioranza potrà superare il 60% degli eletti». In sostanza il premio consente alla coalizione (o al partito) che conquista più voti in assoluto, sempre a patto che superi il 40% dei voti, la possibilità di arrivare almeno al 55% e a non più del 60% dei seggi in Parlamento. Nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga il 40%, ma le prime due superino il 35%, tra queste è previsto un turno di ballottaggio. Per i partiti che non si presentano in coalizione, o per minicoalizioni, la soglia minima di voti per accedere alla ripartizione proporzionale dei seggi è il 3%: un modo per consentire ad Azione di Carlo Calenda di presentarsi da sola, ma una buona notizia anche per Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che se dovesse scegliere a sua volta la corsa solitaria avrebbe una soglia abbastanza bassa da raggiungere per entrare comunque in Parlamento. Niente preferenze: l’elettore troverà sulle schede dei listini con i nomi bloccati. E veniamo al punto più critico per l’opposizione: il testo prevede l’«indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica, fatte salve le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica». Giorgia Meloni avrebbe voluto il nome del candidato premier stampato pure sulla scheda elettorale, ma Lega e Forza Italia comprensibilmente hanno detto no: in questo modo l’effetto-trascinamento per Fratelli d’Italia sarebbe stato a danno degli alleati. L’obbligo di indicare il nome del candidato della coalizione a Palazzo Chigi c’è però al momento della presentazione del programma elettorale. Un guaio grosso per il centrosinistra: chi indicherà?
Il Pd, come primo partito della coalizione, potrebbe impuntarsi su Elly Schlein, che però come ben sappiamo riscuote pochi consensi non solo tra gli elettori degli alleati, soprattutto nel M5s, ma anche tra gli stessi dem. Dunque, a questo punto il centrosinistra ha tre strade: o si affida a Elly, o si mette d’accordo sul nome di un «federatore», oppure sarà costretto a logorarsi (traduzione: andare in frantumi) con le primarie di coalizione. Ora il testo verrà esaminato dal Parlamento. Le opposizioni preannunciano battaglia, ma occorrerà vedere se poi, al di là dei proclami, a qualcuno a sinistra (leggi Schlein) questo testo possa anche stare bene. A patto naturalmente che il nome indicato per Palazzo Chigi sia il suo.
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Dall’altra parte, i due rappresentanti statunitensi hanno incontrato anche la delegazione ucraina, guidata da Rustem Umerov. «Abbiamo concluso oggi i negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo significativi progressi. Riprenderemo subito dopo le consultazioni nelle rispettive capitali», ha dichiarato il governo di Muscat, per poi aggiungere: «Le discussioni a livello tecnico si terranno la prossima settimana a Vienna. Sono grato a tutti gli interessati per il loro impegno: i negoziatori, l’Aiea e il nostro ospite, il governo svizzero».
«La nostra proposta di soluzione include dati e prove tecniche e pratiche che dimostrano che non vogliamo un’arma nucleare. La nostra proposta conferma che l’arricchimento dell’uranio è un diritto sovrano e offre un congelamento temporaneo dell’arricchimento per un periodo limitato», aveva dichiarato ieri, prima della conclusione dei colloqui, un funzionario iraniano ad Al Jazeera. «La nostra proposta di soluzione a Ginevra non include alcuna idea riguardante i nostri sistemi missilistici e i programmi di difesa. Il principio di azzerare definitivamente l’arricchimento, smantellare gli impianti nucleari e trasferire le scorte di uranio è completamente respinto», aveva proseguito, per poi aggiungere: «La nostra proposta a Ginevra è politicamente seria e tecnicamente creativa e include tutto il necessario per raggiungere un accordo immediato». Dal canto loro, gli americani, secondo il Wall Street Journal, avrebbero chiesto a Teheran sia di smantellare i siti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan sia di consegnare a Washington il suo uranio arricchito. Ieri sera, Axios, oltre a definire Witkoff e Kushner «delusi», riferiva che «le divergenze tra le parti restano significative e sono ancora in discussione altre questioni».
Trump, come è noto, vuole evitare che l’Iran si doti dell’arma atomica. Punta inoltre a far sì che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio e limiti il suo programma balistico, oltre a cessare la fornitura di armi ai propri proxy regionali: una serie di richieste a cui, come abbiamo visto, gli ayatollah hanno finora in gran parte risposto picche. È anche per questo che il presidente americano sta da tempo valutando di ricorrere all’opzione militare, che potrebbe essere usata o per indebolire la posizione negoziale iraniana o per decapitare il regime khomeinista. Non è del resto un mistero che, su questo dossier, si stia registrando da settimane un dibattito serrato in seno all’amministrazione statunitense. D’altronde, Trump ha continuato a schierare navi e aerei in Medio Oriente proprio per mettere sotto pressione la Repubblica islamica nel corso dei colloqui. Nel frattempo, sempre ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha minacciato di interrompere l’accesso della MBaer Merchant Bank al sistema finanziario statunitense, accusando l’istituto svizzero di aver sostenuto attori collegati a Iran, Russia e Venezuela.
Per quanto riguarda invece i colloqui tra americani e ucraini, Umerov ha reso noto che si sarebbero concentrati «sul pacchetto di prosperità: meccanismi per il sostegno economico e la ripresa dell’Ucraina, strumenti per attrarre investimenti e quadri per la cooperazione a lungo termine». Non solo. Ci si attendeva che gli americani, sempre a Ginevra, avrebbero incontrato anche l’inviato di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev. In tutto questo, ieri, prima dell’avvio dei colloqui, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si era rifiutato di fornire tempistiche in riferimento alla conclusione di un eventuale accordo di pace, affermando: «Avete sentito qualcosa da noi sulle scadenze? Non abbiamo scadenze, abbiamo dei compiti. Li stiamo portando a termine».
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Il cuore malato espiantato in anticipo, quello nuovo scongelato con «acqua fredda, calda e poi tiepida».
Sono agghiaccianti i particolari che emergono dagli sviluppi investigativi dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico, il bimbo di due anni morto nell’ospedale Monaldi di Napoli dopo il trapianto fallito del cuore. Gli inquirenti stanno cercando di mettere insieme i tasselli di una vicenda complessa. Il cuore del bimbo è stato espiantato prima dell’arrivo di quello prelevato a Bolzano, ovvero alle 14,18 mentre il via libera dell’arrivo dell’organo è arrivato solo alle 14,22. Quindi, l’espianto sarebbe iniziato almeno 14 minuti prima dell’arrivo del nuovo organo. Secondo alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti, infatti, le operazioni propedeutiche al delicato intervento chirurgico sarebbero iniziate 4 minuti prima della telefonata di segnalazione dell’arrivo del cuore fuori all’ospedale, a cui se ne devono aggiungere almeno una decina, orientativamente il tempo impiegato dai sanitari per arrivare con il box frigo contenente l’organo nella sala dove era in corso l’operazione. Le indagini, affidate al pm Giuseppe Tittaferrante, si stanno concentrando sulla tempistica del trapianto e sul contenitore «non a norma» con il quale il nuovo cuore è stato trasportato. Che qualcosa sia andato storto è stato evidente sin da subito, tanto che nel corso della riunione tra i massimi esperti italiani la tensione si tagliava a fette. A raccontarlo ai magistrati sono sempre sanitari del Monaldi, che parlano di un «confronto molto acceso» nel corso del quale il dottor Guido Oppido (il cardiochirurgo che aveva in cura il piccolo) avrebbe persino tirato un calcio al termosifone. Ecco come questo momento viene raccontato dai testimoni e inserito nelle carte dell’inchiesta: uno dei tecnici della sala operatoria era stato chiamato a colloquio dal primario Oppido che ha eseguito il trapianto, il quale con «tono minaccioso» chiese il perché il clampaggio fosse avvenuto alle 14.18, se alle 14.22 chi stava portando in ospedale il cuore del donatore era al telefono con un altro medico dell’équipe. Il tecnico avrebbe detto esplicitamente al cardiochirurgo che aveva espiantato il cuore del bambino malato, quando «il cuore era fuori dall’ospedale». A quel punto il cardiochirurgo avrebbe dato un calcio a un termosifone offendendo verbalmente il tecnico, davanti a sanitari dell’equipe. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia di Domenico, ha spiegato perché quel contenitore di plastica non «era idoneo neanche per le linee guida del 2015»: «Ci sono le linee guida del 2015, che sono state recepite poi in quelle del 2018 e poi quelle del 2025. Già nelle linee guida del 2015 è previsto che ogni minuto venga controllata la temperatura. In quelle del 2018 e del 2025 il controllo deve essere costante. Quando si trasporta un organo in aereo la legge prevede che all’arrivo, vista la variazione di temperatura e pressione durante un volo, si verifichi la temperatura della box. Non è stato fatto». Sempre per quanto riguarda il trasporto dell’organo, l’avvocato, dopo un colloquio con i pm in Procura, ha riferito un altro dettaglio inquietante: «L’operatore socio-sanitario dell’ospedale ha portato la cardiochirurga del Monaldi dove era tenuto il ghiaccio secco e ha chiesto alla dottoressa se quel ghiaccio andasse bene. La dottoressa ha confermato che il ghiaccio andava bene. L’oss non ha alcuna qualifica, nessuna culpa in vigilando rispetto a questa situazione. L’espianto è completa responsabilità della dottoressa del Monaldi, in quanto primo operatore». È sempre l’avvocato Petruzzi a precisare che non c’è alcun indagato dell’ospedale di Bolzano: «La Procura di Napoli dopo aver svolto tutte le indagini anche attraverso i Nas di Bolzano, che hanno fatto arrivare i medici da Innsbruck al confine, hanno svolto un’indagine molto ampia facendo una simulazione del ghiaccio secco all’interno della box, non intende indagare nessuno a Bolzano. Non c’è nessun errore o negligenza da parte dei sanitari altoatesini per la Procura di Napoli. E anche a parere di questa difesa». Ma uno degli aspetti più agghiaccianti è quello che emerge dalle testimonianze di alcuni infermieri pubblicate dal quotidiano La Repubblica: quando fu aperto il contenitore con il nuovo organo, il cuoricino era una «pietra di ghiaccio». Dopo diversi tentativi, il primario Oppido avrebbe deciso di procedere ugualmente perché non c’erano alternative. Ma pare che avesse pronunciato questa frase: «Questo cuore non farà nemmeno un battito, non ripartirà mai».
Il personale in servizio - è sempre il racconto degli infermieri ai pm - provò a far abbassare la temperatura di quel cuoricino prima con l’acqua fredda, poi con quella calda e persino con quella tiepida. Gli inquirenti stanno cercando di assemblare dei dati importanti ai fini delle indagini: il cuoricino di Domenico fu espiantato prima dell’arrivo di quello nuovo. Ma, il nuovo organo giunse come «una pietra di ghiaccio» e si cercò di «scongelarlo», ma senza esito. Si riuscì, però, solo ad «ammorbidirlo attraverso risciacqui con acqua calda». L’avvocato Petruzzi, alle telecamere della trasmissione Dentro La Notizia su Canale 5 ha aggiunto: «Pare che Oppido, durante una riunione, abbia cercato di convincere una perfusionista a cambiare l’orario di clampaggio (l’espianto dell’organo malato dal piccolo paziente, ndr) sulla cartella Cec. Il dato emerge dalle sit (sommarie informazioni testimoniali, ndr) agli atti dell’inchiesta. Questo va oltre il fatto che ci siano stati errori. Qua si è cercato di far cambiare un dato, in un atto pubblico, a un tecnico perfusionista. La vera follia è ciò che è accaduto dopo il 23 dicembre», il giorno del trapianto.
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