2022-05-04
Il commento - È comodo e inutile discutere di guerra senza avere un’idea di mediazione

Serve un'idea di mediazione se si parla di guerra
Bisognerà valutare attentamente il nuovo pacchetto di sanzioni che l'Unione Europea si appresta ad adottare nei confronti della Russia e, soprattutto, quanto influirà la linea di alcuni Paesi di prorogare i termini dell'entrata in vigore - che sarà graduale - delle sanzioni che riguarderanno le importazioni di petrolio, le quali saranno sottoposte ad embargo.
Intanto Vladimir Putin firma il decreto che vieta le esportazioni verso i Paesi che hanno compiuto azioni ostili alla Russia. Andrà esaminata la portata, gli effetti e l'area di applicazione di queste sanzioni. Quanto al gas, finora si è escluso che possa essere introdotto un embargo, soprattutto da parte di alcuni Paesi, Germania in testa, per le conseguenze sulla crescita che ne deriverebbero. Ma resistenze esistono, almeno finora, anche per la fissazione di un price cap, ossia di un tetto al prezzo, a livello europeo e, ancor più, per la messa a punto di un Recovery Plan in materia energetica. Naturalmente si tratta di comportamenti e di materie in evoluzione per cui un giudizio conclusivo sarebbe azzardato.
Tuttavia si conferma un'esigenza di chiarezza. Se si è contrari all'invio di armi perché il popolo ucraino si difenda dall'aggressore e dagli orrori e stragi che sta commettendo, allora, se non si vuole assumere un distacco da quanto sta avvenendo non certo lontanissimo dall'Unione e dai rischi pur immanenti, sembrerebbe doveroso partecipare all'attivazione delle sanzioni e delle misure di embargo. Coloro che, invece, privilegiano l'assistenza con l'invio di armi non possono disconoscere che questa sola misura, contestata per di più da movimenti, organismi e anche da gruppi politici, di per sé sola non appare sufficiente. Insomma, siamo al punto in cui sia chi si oppone alla continuazione del ricorso alle armi sia chi invece lo sostiene lasciano indefinito il modo in cui si possa arrivare all'obiettivo finale, che è quello quanto meno del «cessate il fuoco».
Basta una diffusa costante pressione diplomatica, come verosimilmente vorrebbero i primi? Ed è realistico immaginare una completa vittoria delle forze ucraine contro quelle russe con la cacciata di queste dal territorio occupato? Insomma, da entrambe le parti che vorrebbero evitare ulteriori morti, terrore e distruzioni - come sostengono - sopravviene l'indeterminatezza circa l'approdo finale delle proposte rispettivamente avanzate.
È fondatamente immaginabile un «cessate il fuoco» conseguito unilateralmente soltanto dall'Ucraina oppure tale atteggiamento coinciderebbe piuttosto con una resa e con un'estesa occupazione da parte russa? Ma siamo sicuri che gli ucraini vogliano proprio questo? Oppure si tratta di un desiderio di determinati Paesi e di esponenti politici e intellettuali in alcuni di essi che non fanno, però, i conti con l'indipendenza della Nazione aggredita e con il patriottismo dei suoi cittadini? Ma poi continuare il conflitto senza un'idea di una possibile onorevole mediazione è una scelta che potrà essere sostenuta per lungo tempo?
Sono questi i punti su cui si dovrebbe esercitare la riflessione per un contributo di idee, dal momento che entrambe le parti - ma pure chi parla di guerra per procura, chi si scaglia contro gli Stati Uniti, chi contesta la disattenzione nei confronti delle circa 150 guerre in atto nel mondo, chi critica le inerzie del passato - hanno il dovere di indicare come, attraverso quali percorsi, con quali ipotizzati traguardi si sviluppano le rispettive proposte.
Se manca questa parte dei ragionamenti, allora si tratta soltanto di comode proposte e di retorica, come spesso accade nei numerosi dibattiti televisivi che si susseguono in questa materia, durante i quali fanno spesso premio l'efficacia della pronta, formale risposta, l'intervento infuocato, la tesi così originalissima come assolutamente inapplicabile - a volte, una coprolalia - mentre gli ucraini continuano a lottare e a morire.
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Vladimir Putin (Ansa)
Dallo scoppio della guerra nel 2022 i Paesi della Ue sono i principali compratori mondiali di gas russo, più ancora degli asiatici. Intanto Bruxelles impone i suoi balzelli green anche agli ucraini, che con l’altra mano riempie di quattrini. Un atteggiamento suicida.
Come si dice suicidio in danese? Secondo l’Intelligenza artificiale, che mi aiuta nella ricerca, la traduzione è selvmord. E nella lingua di Hans Christian Andersen come si scrive ipocrita? Sia per le donne che per gli uomini si usa hikler. State pensando che mi voglia trasferire a Copenhagen? Tranquilli, non correte a festeggiare: non ho nessuna intenzione di traslocare. Mi sono interessato alla trasposizione dei due termini dopo aver letto l’intervista rilasciata alla Stampa dal commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen.
Intervistato dal corrispondente a Bruxelles del quotidiano sabaudo, l’esponente socialdemocratico di Odense mi ha richiamato alla mente sia la volontà di togliersi la vita, sia l’atteggiamento ipocrita di chi fa il contrario di ciò che predica. Infatti, alla domanda se per effetto della guerra in Iran non sia il caso di ripensare al divieto di acquisto del gas russo, Jorgensen risponde con un perentorio «assolutamente no». «La Russia ha trasformato l’energia in un’arma contro di noi e non dovremo mai più ripetere l’errore di mettere il nostro destino economico e il nostro benessere nelle mani di Putin». Peccato che senza il gas del Qatar e senza quello di Mosca, con le pompe di benzina a secco perché dal Golfo non arriva più una goccia di petrolio, il nostro destino economico e il nostro benessere sono messi in serio dubbio a prescindere da Putin. Jorgensen addirittura esclude che si possa tornare al gas russo anche una volta raggiunta la pace in Ucraina. «Il divieto è nella nostra legislazione, non si tratta di sanzioni che possono essere eliminate una volta finita la guerra».
In altre parole, anche quando si raggiungerà una tregua, l’Europa continuerà a essere in guerra con Mosca. Come lo definireste voi un simile atteggiamento? Per me non c’è alcun dubbio: la Ue in questo modo sceglie di suicidarsi perché, nonostante abbia a portata di mano chi potrebbe evitare uno choc energetico, insiste a rifiutare alcun contatto e, addirittura, si impone di non acquistare gas e petrolio russo anche nel caso in cui si raggiunga la pace. Pure un bambino sarebbe in grado di capire che in questo modo a farsi del male è per prima l’Europa, il cui comportamento è autolesionistico. Ma Jorgensen dice che il problema non è riallacciare relazioni commerciali con Mosca, ma ridurre i consumi di fonti fossili, accelerando la transizione energetica. Peccato che il Green deal abbia messo in croce il sistema industriale europeo, regalando quote di mercato crescenti, in particolare nel settore automobilistico, alla Cina. In pratica, stiamo procedendo dritti verso uno selvmord, per dirla in danese.
Tuttavia, il comportamento europeo è pure fortemente ipocrita perché, mentre da un lato dice di non voler mettere il proprio destino nelle mani di Putin, dall’altro sottobanco continua a finanziare la guerra in Ucraina. L’ipocrisia al quadrato. Lo dice lo stesso commissario Ue all’Energia nell’intervista alla Stampa. Leggere per credere. «C’è ancora una terribile guerra in corso in Ucraina e Putin sta facendo molti soldi grazie a questa crisi. Aiutarlo a riempire di nuovo le sue casse è una cosa impensabile per l’Unione europea. Dal 2022 abbiamo speso più soldi comprando energia dalla Russia di quanti ne abbiamo dati in aiuti all’Ucraina».
Jorgensen parla di imbarazzo, ma in realtà la definizione più appropriata per definire il comportamento del Vecchio Continente credo sia ipocrisia. Da un lato si fanno dichiarazioni di principio e si varano decine di sanzioni. Dall’altro si fa il contrario. Ci sono due magnifici grafici di una recente ricerca dove si evidenziano gli acquisti di gas attraverso gli oleodotti e di Gnl sbarcato da navi russe, dove si vede che l’acquirente principale è l’Europa. Il Crea, centro indipendente di ricerca sull’energia con sede a Helsinki, nel suo ultimo rapporto spiega che, nel solo mese di marzo, 14 spedizioni di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che utilizzano greggio russo e che sono classificate dalla Ue tra quelle ad alto rischio sono sbarcate nei porti europei.
E, sempre a marzo, i proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, con un raddoppio delle entrate. Ma chi sta acquistando gas e petrolio russo? Per quanto riguarda il Gnl, la Ue compra la metà delle forniture di Mosca, mentre per il gas il principale acquirente è, con il 33%, sempre l’Unione. Nel solo mese di marzo i cinque maggiori importatori europei hanno versato nelle casse del Cremlino 1,3 miliardi di euro. E chi è stato a dare il maggior contributo? La Spagna, con 355 milioni e un incremento del 124% rispetto al mese precedente. Poi seguono l’Ungheria, la Francia, il Belgio e la Bulgaria. Inoltre i nuovi dazi sul carbonio imposti dalla Ue per favorire la transizione green, oltre a danneggiare l’industria europea, stanno impedendo all’Ucraina di importare in Europa l’acciaio prodotto da Kiev.
Dunque, riepilogando, l’Unione compra gas dalla Russia finanziando la guerra di Putin ma nega all’Ucraina, per una questione ecologica, di poter vendere i suoi prodotti. Come lo definireste voi questo comportamento? In danese si dice hykler.
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Ursula von der Leyen (Ansa). Nel riquadro, la copertina del libro di Thomas Fazi, «La macchina della propaganda europea. Il lato oscuro di Ong, media e università»
Nel suo libro, Thomas Fazi elenca dettagliatamente come vengono spesi i proventi delle nostre tasse. Una montagna di denaro finisce nelle tasche di Ong, editori, università e media compiacenti. In cambio? Predicare a senso unico quanto è bella l’Unione.
Si parla tanto di Europa. Anzi, non c’è giorno che non si dibatta del suo presente e del suo passato, che non se ne rilanci l’azione o se ne individuino le debolezze strutturali. Insomma, tutte cose che da queste parti ben conosciamo essendo tra coloro che, dell’Unione europea, vediamo le ombre e le insufficienze croniche e le raccontiamo quanto meno per bilanciare la retorica europeista che abbonda nel dibattito politico e mediatico.
Prendete i recenti casi sul gas che arriva dalla Russia: la gente pensa che con le sanzioni non ne arrivi, quando invece ne arriva qual tanto che basta per non andare sotto; e comunque non ci basta visto che persino l’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha chiesto di rivendere la posizione di blocco, e a lui ha fatto eco il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. Oppure prendete la sospensione del Patto di stabilità: mentre Ursula von der Leyen ci dice di no, gli imprenditori invitano il governo a un pressing contrario alla Commissione. E infine prendete la recente decisione, sempre della Ue, di revocare i finanziamenti alla Biennale: niente trasferimento dei 2 milioni se il presidente, Pietrangelo Buttafuoco, non rinnega la sua decisione di aprire i padiglioni alla Russia. Cosa farà il governo? Il Movimento 5 stelle ha depositato una interrogazione al ministro Alessandro Giuli, il quale dovrà decidere se darla vinta alla Von der Leyen oppure difendere l’indipendenza della Fondazione e farsi ridare i soldi.
I soldi… Coi soldi l’Europa ha costruito il proprio potere politico. Quante volte ci hanno raccontato che «…se non ci fosse stata l’Europa»: pensate al tempo del Covid, o alle crisi finanziarie, o oggi all’Ucraina. Era come se la narrazione europeista seguisse una sceneggiatura precisa e a senso unico. Un indottrinamento vero e proprio. Esagerato? No. E oggi il bravissimo Thomas Fazi ci mette nero su bianco le prove di quella che è - cito il titolo del suo saggio edito da Guerini e Associati - La macchina della propaganda europea. Il lato oscuro di Ong, media e università. Si tratta di uno studio fatto di dati e numeri precisi. È la rivelazione di un metodo che prevede un indottrinamento; un po’ quel che accade nelle «democrazie malate» di cui parlano gli europeisti, nelle autocrazie per non dire nelle dittature: una montagna di soldi dati a Ong, editori, università, strutture di comunicazione per la predicazione a senso unico.
Nel libro di Thomas Fazi ci sono le cifre e i nomi con cui la macchina della propaganda costruisce e consolida il «Sì, credo». La gente cominciava a dubitare? Allora sotto coi programmi di riprogrammazione, di manipolazione, con finanziamenti alle Ong, ai giornali, alle agenzie di stampa, alle università… Vediamo alcuni dei numeri estrapolati dal libro. Cominciamo dalle Ong.
La Commissione europea utilizza il bilancio Ue per finanziare una vasta rete di Ong e think tank con l’obiettivo non dichiarato di promuovere l’integrazione europea e marginalizzare le voci euroscettiche: il bilancio pluriennale 2021-2027 destina 1,8 miliardi per la campagna «Diritti e valori»; negli ultimi dieci anni, la Commissione ha speso oltre 1,8 miliardi di euro in «Comunicazione e pubblicazioni», gran parte assegnati ad agenzie di pubbliche relazioni e di marketing (Icf Next, Gopa, Kantar, Scholz & Friends, Havas...).
Tra le organizzazioni più finanziate figurano: European youth forum (30,7 milioni), Movimento europeo internazionale (6,3 milioni + 15 milioni in progetti), Friends of Europe (8,4 milioni + 15 milioni), Centre for european policy studies (25 milioni, con partecipazione a progetti per quasi 250 milioni), Gioventù federalista europea (3,6 milioni + quasi 10 milioni in progetti). La Polonia e l’Ungheria erano ostili? Ecco che la Commissione convogliava rispettivamente 38 e 41 milioni di euro - solo attraverso il Cerv - per finanziare Ong locali spesso apertamente opposte ai governi in carica.
Tanti soldi sono arrivati anche agli operatori della comunicazione: almeno 80 milioni di euro all’anno, per un totale di quasi 1 miliardo di euro nell’ultimo decennio (una cifra probabilmente al ribasso, poiché esclude i finanziamenti indiretti tramite agenzie pubblicitarie). Per esempio, in nome delle «politiche di coesione» sono partiti 40 milioni di euro dal 2017, a testate come Ansa, Repubblica, Il Sole 24 Ore, Rtve, France Médias Monde, spesso senza obbligo di dichiarare il finanziamento al pubblico.
Dal libro di Fazi emerge il ruolo dell’agenzia Ansa come partner strutturale della Commissione per «decine di campagne mediatiche finanziate dall’Ue». I finanziamenti diretti documentati ammontano a 5,6 milioni di euro nell’ultimo decennio, dalla Cohesion goes local (265.000 euro) al progetto «Fandango» contro le fake news, materia - quella del controllo della «veridicità delle notizie» - strategica per la propaganda «a senso unico». Dell’Osservatorio europeo anti-disinformazione - finanziato con almeno 27 milioni di euro - hanno fatto parte l’Ansa, il gruppo Gedi/Repubblica e la Rai. A cui sono andati anche finanziamenti totali documentati pari a 2 milioni di euro. Altri soldi sono andati all’Internazionale, al Domani, a Chora Media, a Rcs Mediagroup.
Per chiudere, veniamo al mondo accademico. Per il programma Jean Monnet (parte di Erasmus+), la spesa totale stimata è di circa 220-275 milioni di euro (20-25 milioni/anno, un quarto di miliardo complessivo). Solo iniziative accademiche? No, perché la Commissione stessa riconosce esplicitamente che i suoi obiettivi includono il contrasto all’euroscetticismo e la «diplomazia pubblica per procura» verso Paesi terzi, con i professori chiamati ad agire come «ambasciatori» dell’Ue nei confronti di media, policy-maker e opinione pubblica.
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António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite (Ansa)
Dalla Brexit in poi è palese il distacco dalla retorica unionista e del «bene comune». La crisi attuale svela la realtà: ci sono interessi specifici, spesso divergenti.
Quali regole sarà meglio adottare nell’affrontare le tensioni e liti internazionali in cui il mondo si trova? Cambiare strada non è semplice in tempi come i nostri, tra potentissimi portatori di aspetti e progetti anche molto singolari, e posseggono e si scambiano come niente energia atomica in tempi ormai piuttosto innervositi. Ma il lato debole per la lite non è l’unico problema.
La questione è stata affrontata da Nadia Schadlow, senior fellow in strategia politica nel prestigiosissimo Hudson Institut americano. Schadlow è, in sé, un esempio di lucidità scientifica che scavalca senza fare una piega le trappole delle differenze politiche, ad esempio pubblicando tranquillamente il saggio di cui sto parlando ora sulla rivista Foreign Affairs, la più anti trumpiana d’America, dopo essere stata importante stratega nella prima amministrazione Trump.
«I cambiamenti nella gestione del potere non sono mai facili», inizia Schadlow, e quello che ci sta ora arrivando addosso è uno di quelli che si propongono a non meno di mezzo secolo l’uno dall’altro. Ormai si tratta «non di questioni tra Stati rivali», ma addirittura dell’alternativa su modi diversi di fare politica estera. Cos’è di così importante, che sta cambiando adesso?
«Per definire gran parte dell’era post-Guerra Fredda - scrive Schadlow - il motto da seguire finora è stato per tutti: prima il globale», global first, il modo di vedere e trattare le questioni internazionali. «I governi nazionali come tutte le istituzioni transnazionali hanno seguito finora un solo credo: soltanto il globale poteva affrontare i problemi di quei tempi, definibili nel migliore dei casi insicuri.
L’attuale segretario generale dell’Onu, il portoghese Antonio Guterres, tutt’ora in carica da più di 10 anni e espressione dei criteri seguiti fin qui si lamenta la mancanza di «senso comune» per il bene collettivo. Ma Schadlow osserva che, appunto, sarebbe forse ora di verificare se non sia proprio questo poco «senso comune» che tiene tutto fermo, e non convenga cambiare strada, smettendo di inchiodare alla sacralizzazione del globale tutti i lavori e le iniziative effettivamente indispensabili per evitare i rischi più gravi della politica internazionale.
Che la cosa non funzionasse, «la delusione globalista», come la chiama ora Nadia Schadlow, venne certificata ufficialmente per la prima volta già 10 anni fa quando l’Inghilterra nel 2016 votò l’uscita dall’Unione Europea, preannunciando l’insoddisfazione crescente, in Europa e altrove, verso le Istituzioni sovranazionali.
Il fatto è che sotto la teatralità di Trump, comunque, nota Schadlow, si è finalmente ormai capito che la soluzione non si trova a livello globale. Sono i singoli Stati che generano i problemi (come con le industrie inquinanti), ne fanno l’esperienza (attraverso i loro cittadini che soffrono), e che hanno i mezzi per risolverli (attraverso redditi, infrastrutture, servizi). Solo gli Stati effettivamente impegnati a risolvere i propri interessi possono sbrogliare questioni per le quali finora le istituzioni globali non hanno risolto nulla.
La forma globale, osserva ora la prof. stratega senza pulci sulla lingua, funziona passivamente per registrare cosa non funziona, segnalarlo e discuterne, ma poi sono gli Stati locali, non le Istituzioni globali che ne hanno la responsabilità diretta verso i cittadini. «I processi globali si muovono lentamente, quando lo fanno. Gli Stati invece hanno maggiori possibilità di agire rapidamente, con flessibilità e risultati. Anche nelle questioni di «climate change» l’orientamento aperto alle esigenze ma anche risorse dello Stato permette di rispettare i bisogni e le risorse locali molto di più di quanto facciano le risorse global.
E qui Nadia la stratega fornisce un’intuizione molto acuta, sottolineando la profondità delle semplici ma promettenti intuizioni democratiche rispetto alle gigantesche strutture delle istituzioni globaliste, dimostrate inefficienti in molte importanti sfide del ventunesimo secolo. «Il progresso viene più facilmente dalla persuasione, dall’unione di volontà tra le persone, e dalla diretta cooperazione fra i governi. Le grandi strutture globali si sono invece dimostrate insufficienti in molte delle sfide importanti del ventunesimo secolo. Queste azioni concrete non producono solo risultati tangibili e positivi, ma anche sorreggono e rafforzano i valori democratici, e in modo più convincente di quanto siano riuscite a fare le complicate e pretenziose strutture globali. E conclude: «Gli Stati Uniti e gli altri stati democratici devono smetterla di riferirsi allo sclerotico ordine globale e trovare le loro personali soluzioni ai gravi problemi del nostro tempo».
Applausi.
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