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2021-04-28
Niente clorochina né antibiotici a casa. Medici condannati alla «vigile attesa»
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Paracetamolo e saturimetro sì, eparina e idrossiclorochina no, cortisone ni, monoclonali entro i primi giorni. Dopo le polemiche e i ricorsi a Tar e Consiglio di Stato sui farmaci da usare a casa con i pazienti nelle prima fasi dell'infezione da Covid, arrivano le nuove linee guida per le cure domiciliari. Il documento, firmato dal direttore della Prevenzione del ministero della salute, Gianni Rezza, sostituisce la circolare precedente che risale al 30 novembre ed è stato redatto da un apposito Gruppo di lavoro costituito da rappresentanti istituzionali, professionali e del mondo scientifico. Nel protocollo, dopo un anno di pandemia, oltre a «vigile attesa, tachipirina e antinfiammatori», si definiscono le modalità di gestione domiciliare del paziente stabilendo i farmaci obbligatori, impedendo al medico o al pediatra la scelta secondo l'ippocratica «scienza e coscienza». La nuova circolare, che verrà periodicamente aggiornata dal gruppo di lavoro, è stata fatta stilare dal ministro Roberto Speranza che però non ha coinvolto il suo sottosegretario Pierpaolo Sileri, peraltro firmatario con il capogruppo della Lega in Senato, Massimiliano Romeo, di un ordine del giorno proprio per l'istituzione di un protocollo unico nazionale per le cure domiciliari ma soprattutto per il superamento della linea «tachipirina e vigile attesa». Allo stesso modo sono stati tagliati fuori i medici che lavorano da più di un anno al progetto di cure per la Covid-19.
«E così andiamo avanti con un protocollo fotocopia del precedente, con i medici di famiglia che vengono relegati a fare i videoterminalisti, gli inseritori di parametri, i richiedenti tamponi, i firmatari della fine quarantena» dice Andrea Mangiagalli, medico di medicina generale di Milano componente del consiglio scientifico del Comitato cure domiciliari che scenderà in piazza il prossimo 8 maggio. «Non resta nulla da fare al medico, anche perché il paracetamolo il paziente lo prende da solo, facciamo i test, verifichiamo se si alimenta e se poi la saturazione arriva a 92, allora si ricovera così come accade se si pensa di fare la cura monoclonale. Queste sono linee guida per non fare nulla a casa, perché dopo aver indicato i farmaci sì e quelli no, in fondo c'è scritto che se però vuoi fare qualcosa sono affari tuoi… Questo significa non avere fiducia nella classe medica, considerarla incompetente e soprattutto non fare nulla per allentare la pressione sugli ospedali». E infatti nella nuova circolare che riguarda i pazienti a domicilio asintomatici o paucisintomatici si parla di «Vigile attesa», ossia una «sorveglianza clinica attiva», che deve essere attuata con costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri anche attraverso approccio telefonico o in televisita. I primi interventi prevedono per chi non ha sintomi o ne ha di lievi, l'uso di paracetamolo, quindi tachipirina, o Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) in caso di febbre o dolori articolari o muscolari. Per quanto riguarda l'uso di antibiotici si stabilisce l'uso esclusivamente nei casi in cui l'infezione batterica sia dimostrata da un esame microbiologico. Sconsigliato invece l'uso dell'idrossiclorochina perché «l'efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici randomizzati fino a ora condotti» e non bisogna utilizzare neanche l'eparina se non «nei soggetti immobilizzati per l'infezione in atto». Il ministero segnala anche che non esistono evidenze solide di efficacia nemmeno per supplementi vitaminici e integratori alimentari.
Nelle fasi precoci di malattia, la circolare dispone che i medici di base possano indicare l'uso di anticorpi monoclonali indirizzando rapidamente il paziente ai centri regionali abilitati alla prescrizione ma anche in grado di gestire eventuali reazioni avverse gravi. La terapia con monoclonali deve essere riservata, in base alle evidenze di letteratura, a pazienti entro 72 ore dalla diagnosi d'infezione e comunque sintomatici da non oltre 10 giorni, ma che non abbiano già la polmonite. L'uso del cortisone invece viene raccomandato esclusivamente nei soggetti con malattia grave che necessitano anche di ossigeno oppure ove non sia possibile nell'immediato il ricovero per sovraccarico delle strutture ospedaliere, perché, suggerisce il ministero, l'utilizzo della terapia in fase precoce con steroidi si è rivelata inutile se non dannosa in quanto in grado di inficiare lo sviluppo di un'adeguata risposta immunitaria. Invece, pur restando consigliato l'uso del saturimetro, che misura la capacità polmonare, il ministero corregge il livello di saturazione: il valore soglia di sicurezza per un paziente Covid domiciliato è il 92% di saturazione dell'ossigeno in aria ambiente (sotto va valutato il ricovero e/o ossigenoterapia a casa). Mentre nel precedente protocollo era il 94%.
Nuova trovata: il mobility manager
Con la campagna vaccinale che ingrana e la speranza di riaperture definitive, soprattutto per quanto riguarda le scuole, il governo si prepara a riorganizzare la mobilità delle città. Le abitudini su spostamenti e lavoro sono stati infatti, come sappiamo, completamente rivoluzionati dalla pandemia e in vista di settembre sembra dunque imminente l'arrivo di una nuova figura.
Il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, ieri ha infatti dichiarato: «Questa settimana spero che sarà approvato da me e dal ministro Cingolani (titolare della Transizione ecologica, ndr) il decreto che rende obbligatorio il mobility manager per le città oltre i 50.000 abitanti, per la pubblica amministrazione e per le imprese oltre i 100 addetti. Il decreto è pronto, spetterà agli enti locali attuarlo».
Come ha spiegato lo stesso ministro, al mobility manager «spetterà capire come spalmare lo smart working lungo la settimana. È chiaro che se tutti fanno smart working il venerdì, poi negli altri giorni si crea intasamento».
Per Giovannini «il tema della flessibilità degli orari, in vista delle riaperture a settembre, deve coinvolgere tutti i soggetti locali. Senza un coinvolgimento di tutti, non si cambia la vita delle città. Occorre distribuire gli orari di lavoro e delle scuole». Il ministro ha spiegato di aver creato per questo al ministero «una consulta con imprese, sindacati e reti di cittadini». Nel Pnrr inoltre sono stati inseriti fondi per «piattaforme digitali in grado di connettere i diversi sistemi di trasporto, per offrire ai cittadini servizi di mobilità integrati».
Tutto chiaro, insomma. Serve qualcuno che dica ai lavoratori delle grande imprese nei grandi Comuni quando uscire di casa, prendere i mezzi pubblici, la bici o il monopattino, scaglioni le entrate e le uscite dalle scuole per scongiurare affollamenti.
Ma al di là dei roboanti inglesismi, non è chiaro perché per assolvere a tali compiti Palazzo Chigi abbia deciso di istituire una nuova figura.
Per quanto riguarda le imprese, infatti, le turnazioni dei dipendenti tra ufficio e casa si sarebbero potute affidare al capo delle risorse umane o comunque a qualche altra figura amministrativa. Passando invece alla pubblica amministrazione, risulta quasi ridicolo pensare che tra tutti i dipendenti pubblici non si potesse trovare qualcuno disponibile a svolgere le funzioni del «mobility manager». Stesso dicasi per le scuole: in un liceo di Savona, già dalla settimana scorsa in occasione del rientro in presenza del 75% degli alunni, alcuni studenti, facendo da tramite tra l'azienda dei trasporti pubblici e le scuole, segnalano possibili criticità su corse, orari e flussi in entrata e in uscita dagli istituti.
Ovviamente, non è lecito pensare che un aspetto fondamentale come un piano trasporti possa essere affidato a degli studenti volenterosi, ma era davvero necessario legiferare, rendere obbligatoria e destinare soldi a una nuova professionalità?
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Aggiornato il protocollo sulle cure domiciliari: cortisone ed eparina solo a rigide condizioni. Via libera ai monoclonali.L'ultima trovata: il mobility manager. Obbligatorio per le imprese sopra i 100 dipendenti e i Comuni di oltre 50.000 abitanti, gestirà lo smart working e gli orari di uffici e scuole. Ma era davvero necessario?Lo speciale contiene due articoli.Paracetamolo e saturimetro sì, eparina e idrossiclorochina no, cortisone ni, monoclonali entro i primi giorni. Dopo le polemiche e i ricorsi a Tar e Consiglio di Stato sui farmaci da usare a casa con i pazienti nelle prima fasi dell'infezione da Covid, arrivano le nuove linee guida per le cure domiciliari. Il documento, firmato dal direttore della Prevenzione del ministero della salute, Gianni Rezza, sostituisce la circolare precedente che risale al 30 novembre ed è stato redatto da un apposito Gruppo di lavoro costituito da rappresentanti istituzionali, professionali e del mondo scientifico. Nel protocollo, dopo un anno di pandemia, oltre a «vigile attesa, tachipirina e antinfiammatori», si definiscono le modalità di gestione domiciliare del paziente stabilendo i farmaci obbligatori, impedendo al medico o al pediatra la scelta secondo l'ippocratica «scienza e coscienza». La nuova circolare, che verrà periodicamente aggiornata dal gruppo di lavoro, è stata fatta stilare dal ministro Roberto Speranza che però non ha coinvolto il suo sottosegretario Pierpaolo Sileri, peraltro firmatario con il capogruppo della Lega in Senato, Massimiliano Romeo, di un ordine del giorno proprio per l'istituzione di un protocollo unico nazionale per le cure domiciliari ma soprattutto per il superamento della linea «tachipirina e vigile attesa». Allo stesso modo sono stati tagliati fuori i medici che lavorano da più di un anno al progetto di cure per la Covid-19. «E così andiamo avanti con un protocollo fotocopia del precedente, con i medici di famiglia che vengono relegati a fare i videoterminalisti, gli inseritori di parametri, i richiedenti tamponi, i firmatari della fine quarantena» dice Andrea Mangiagalli, medico di medicina generale di Milano componente del consiglio scientifico del Comitato cure domiciliari che scenderà in piazza il prossimo 8 maggio. «Non resta nulla da fare al medico, anche perché il paracetamolo il paziente lo prende da solo, facciamo i test, verifichiamo se si alimenta e se poi la saturazione arriva a 92, allora si ricovera così come accade se si pensa di fare la cura monoclonale. Queste sono linee guida per non fare nulla a casa, perché dopo aver indicato i farmaci sì e quelli no, in fondo c'è scritto che se però vuoi fare qualcosa sono affari tuoi… Questo significa non avere fiducia nella classe medica, considerarla incompetente e soprattutto non fare nulla per allentare la pressione sugli ospedali». E infatti nella nuova circolare che riguarda i pazienti a domicilio asintomatici o paucisintomatici si parla di «Vigile attesa», ossia una «sorveglianza clinica attiva», che deve essere attuata con costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri anche attraverso approccio telefonico o in televisita. I primi interventi prevedono per chi non ha sintomi o ne ha di lievi, l'uso di paracetamolo, quindi tachipirina, o Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) in caso di febbre o dolori articolari o muscolari. Per quanto riguarda l'uso di antibiotici si stabilisce l'uso esclusivamente nei casi in cui l'infezione batterica sia dimostrata da un esame microbiologico. Sconsigliato invece l'uso dell'idrossiclorochina perché «l'efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici randomizzati fino a ora condotti» e non bisogna utilizzare neanche l'eparina se non «nei soggetti immobilizzati per l'infezione in atto». Il ministero segnala anche che non esistono evidenze solide di efficacia nemmeno per supplementi vitaminici e integratori alimentari. Nelle fasi precoci di malattia, la circolare dispone che i medici di base possano indicare l'uso di anticorpi monoclonali indirizzando rapidamente il paziente ai centri regionali abilitati alla prescrizione ma anche in grado di gestire eventuali reazioni avverse gravi. La terapia con monoclonali deve essere riservata, in base alle evidenze di letteratura, a pazienti entro 72 ore dalla diagnosi d'infezione e comunque sintomatici da non oltre 10 giorni, ma che non abbiano già la polmonite. L'uso del cortisone invece viene raccomandato esclusivamente nei soggetti con malattia grave che necessitano anche di ossigeno oppure ove non sia possibile nell'immediato il ricovero per sovraccarico delle strutture ospedaliere, perché, suggerisce il ministero, l'utilizzo della terapia in fase precoce con steroidi si è rivelata inutile se non dannosa in quanto in grado di inficiare lo sviluppo di un'adeguata risposta immunitaria. Invece, pur restando consigliato l'uso del saturimetro, che misura la capacità polmonare, il ministero corregge il livello di saturazione: il valore soglia di sicurezza per un paziente Covid domiciliato è il 92% di saturazione dell'ossigeno in aria ambiente (sotto va valutato il ricovero e/o ossigenoterapia a casa). Mentre nel precedente protocollo era il 94%. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/clorochina-antibiotici-casa-medici-attesa-2652800829.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuova-trovata-il-mobility-manager" data-post-id="2652800829" data-published-at="1619563942" data-use-pagination="False"> Nuova trovata: il mobility manager Con la campagna vaccinale che ingrana e la speranza di riaperture definitive, soprattutto per quanto riguarda le scuole, il governo si prepara a riorganizzare la mobilità delle città. Le abitudini su spostamenti e lavoro sono stati infatti, come sappiamo, completamente rivoluzionati dalla pandemia e in vista di settembre sembra dunque imminente l'arrivo di una nuova figura. Il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, ieri ha infatti dichiarato: «Questa settimana spero che sarà approvato da me e dal ministro Cingolani (titolare della Transizione ecologica, ndr) il decreto che rende obbligatorio il mobility manager per le città oltre i 50.000 abitanti, per la pubblica amministrazione e per le imprese oltre i 100 addetti. Il decreto è pronto, spetterà agli enti locali attuarlo». Come ha spiegato lo stesso ministro, al mobility manager «spetterà capire come spalmare lo smart working lungo la settimana. È chiaro che se tutti fanno smart working il venerdì, poi negli altri giorni si crea intasamento». Per Giovannini «il tema della flessibilità degli orari, in vista delle riaperture a settembre, deve coinvolgere tutti i soggetti locali. Senza un coinvolgimento di tutti, non si cambia la vita delle città. Occorre distribuire gli orari di lavoro e delle scuole». Il ministro ha spiegato di aver creato per questo al ministero «una consulta con imprese, sindacati e reti di cittadini». Nel Pnrr inoltre sono stati inseriti fondi per «piattaforme digitali in grado di connettere i diversi sistemi di trasporto, per offrire ai cittadini servizi di mobilità integrati». Tutto chiaro, insomma. Serve qualcuno che dica ai lavoratori delle grande imprese nei grandi Comuni quando uscire di casa, prendere i mezzi pubblici, la bici o il monopattino, scaglioni le entrate e le uscite dalle scuole per scongiurare affollamenti. Ma al di là dei roboanti inglesismi, non è chiaro perché per assolvere a tali compiti Palazzo Chigi abbia deciso di istituire una nuova figura. Per quanto riguarda le imprese, infatti, le turnazioni dei dipendenti tra ufficio e casa si sarebbero potute affidare al capo delle risorse umane o comunque a qualche altra figura amministrativa. Passando invece alla pubblica amministrazione, risulta quasi ridicolo pensare che tra tutti i dipendenti pubblici non si potesse trovare qualcuno disponibile a svolgere le funzioni del «mobility manager». Stesso dicasi per le scuole: in un liceo di Savona, già dalla settimana scorsa in occasione del rientro in presenza del 75% degli alunni, alcuni studenti, facendo da tramite tra l'azienda dei trasporti pubblici e le scuole, segnalano possibili criticità su corse, orari e flussi in entrata e in uscita dagli istituti. Ovviamente, non è lecito pensare che un aspetto fondamentale come un piano trasporti possa essere affidato a degli studenti volenterosi, ma era davvero necessario legiferare, rendere obbligatoria e destinare soldi a una nuova professionalità?
Nicole Minetti (Ansa)
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
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