
Il canone Rai uscirà dalla bolletta nel 2023
Dal prossimo anno il canone Rai esce dalla bolletta elettrica? Per ora rimane un’ipotesi, ma il governo intanto un impegno l’ha preso. E’ successo mercoledì, quando la sottosegretaria per la Transizione ecologica Vannia Gava ha dato parere favorevole a un ordine del giorno presentato dal Maria Laura Paxia (gruppo misto) alla Camera durante la discussione sul decreto energia Il testo, non vincolante, chiede al governo di «adottare misure normative dirette a scorporare dal 2023 il canone Rai».
Accogliendo, ha sottolineato la Paxia, la raccomandazione arrivata in questo senso dall’Unione europea, che considera il canone in bolletta un «onere improprio». Lo scorso novembre un portavoce della Commissione di Bruxelles aveva sottolineato che «l’eliminazione dell’obbligo per i fornitori» di elettricità «di riscuotere oneri non correlati al settore dell’energia elettrica», come appunto il canone Rai, rientrava tra gli impegni presi dal nostro Paese per ricevere i fondi del Next Generation Eu.
L’Italia, aggiungeva il portavoce, avrebbe dovuto adeguarsi «entro il quarto trimestre del 2022».resistenze Il governo però ora dovrà vincere le resistenze di Viale Mazzini. La tv pubblica ha i conti non proprio a posto (posizione finanziaria netta negativa per 604 milioni a fine 2020) e rischierebbe di perdere una parte degli 1,72 miliardi di euro ricevuti dal canone (1,64 miliardi le entrate da canone ordinario) nel 2020. Secondo l’amministratore delegato Carlo Fuortes, infatti, dal 2016, anno del passaggio del canone in bolletta, «il numero dei paganti è salito dai 15 milioni ai 21-22 milioni» e «il tasso di evasione è sceso dal 27% al 5%, e attualmente è intorno al 3%». Ovviamente i sindacati dei giornalisti Rai hanno espresso la loro «forte preoccupazione» per la decisione del governo, sottolineando che «il canone italiano è il più basso in Europa, così come il numero di giornalisti in organico, in proporzione alle ore di trasmissioni autoprodotte».
Ma a preoccuparsi non è solo la Rai, visto che dei 90 euro di canone annuo alla tv di Stato ne vanno 75,4, mentre il resto viene diviso tra il fondo per l’editoria, in capo alla presidenza del Consiglio, e il fondo per le antenne locali, in capo al ministero dello Sviluppo economico. Sull’altro lato della bilancia le forze della maggioranza che sostengono l’esecutivo potrebbero valutare l’effetto agli occhi dei consumatori-elettori di bollette della luce più leggere in un anno elettorale, dopo i rialzi dei costi dell’energia che si susseguono da ottobre scorso. Era stato il governo Renzi nel 2016 ad inserire il canone nella bolletta della luce, riducendo l’importo da 113 a 90 euro, spalmati in dieci rate mensili.
Normalmente, lo sporco è il polo negativo e il pulito è quello positivo. «Ora sì che sei bello pulito, Fido!» dice la proprietaria del cane al cane quando va a prenderlo dal servizio lavaggio cani, mentre prima di portarcelo non gli diceva: «Ah, come sei bello lercio e puzzolente, Fido, devo cambiarti nome in Fetore!». Si pensi anche al film intitolato Brutti, sporchi e cattivi del regista Ettore Scola, ambientato in una baraccopoli capitolina: i protagonisti non sono solo brutti, non sono solo cattivi, sono anche sporchi. Indicativo è pure il fatto che l’attributo dell’essere sporco è spesso affiancato a un altro attributo negativo.
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
Nella specie umana, la menopausa rappresenta un fenomeno biologico peculiare, caratterizzato dalla cessazione della fertilità femminile in età relativamente precoce rispetto alla durata complessiva della vita. Questo evento, unico tra i primati, suggerisce un vantaggio legato alla cosiddetta «ipotesi della nonna» (grandmother hypothesis). Secondo tale teoria, la perdita della capacità riproduttiva consentirebbe alle donne anziane di investire risorse, tempo ed energie nella sopravvivenza e nel benessere della prole e dei nipoti, incrementando così il benessere complessivo del gruppo familiare. I nonni, liberati dagli oneri della genitorialità diretta, svolgono un ruolo essenziale nel lungo periodo di dipendenza tipico dell’essere umano, contribuendo alla cura, alla trasmissione culturale e alla coesione sociale. In situazioni di difficoltà, possono sostituire i genitori, garantendo continuità affettiva e supporto educativo, elementi cruciali per la sopravvivenza e lo sviluppo equilibrato della specie.
I nonni sono meglio di un orfanatrofio di Stato, e i nonni sono gratis, non costano un centesimo all’esausto contribuente italiano. C’è un paradosso italiano di quelli che fanno sorridere solo chi non ne è coinvolto: per «salvare» i bambini dal disagio, li si toglie alla famiglia causando un trauma atroce e irreversibile, un’attivazione cronica degli ormoni da stress che sulle lunghe distanze causeranno problematiche fisiche. Per inciso, l’assistenza ai bambini che li assiste mediante deportazione (unico termine corretto che indicare un bambino prelevato da un istante all’altro, spaccando i suoi legami con la mamma, il papà, i nonni, i fratellini se ne ha, gli amichetti che sicuramente aveva) è un affare che sottrae fiumi di denaro agli esausti contribuenti italiani per investirli in dolore, traumi non superabili e bambini chiusi di notte a chiave in una stanza dove la mamma non può raggiungerli anche se li sente piangere disperati, come la mamma dei bimbi della casa del bosco.
L’assistente sociale deve saper riconoscere i segnali di disagio, individuare le cause reali dei problemi e proporre soluzioni concrete, non limitandosi a gestire l’emergenza. Togliere un bambino alla propria famiglia non può e non deve essere lo strumento privilegiato d’intervento. La sottrazione deve rappresentare l’ultima ratio, dopo aver esaurito ogni tentativo di recupero del contesto familiare originario. Gli assistenti sociali, sulla carta, dovrebbero essere il perno di un sistema di sostegno, non di sottrazione. Dovrebbero entrare in punta di piedi nelle vite ferite, e provare, nei limiti del possibile, a guarirle. Invece, troppo spesso, il «progetto» che viene attuato è la rimozione del piccolo paziente, non la cura della malattia. Parliamo delle famiglie oggettivamente fragili, non quindi la famiglia del bosco che era solidissima e non aveva bisogno di niente. Molte famiglie fragili non sono irrecuperabili. Hanno solo bisogno di qualcuno che le aiuti a respirare, a capire, a ripartire. Una madre spaesata, un padre in difficoltà non si risanano con una sottrazione. Si accompagnano, si sorreggono, si educano. Ed è qui che il sistema mostra il suo essere patogeno: si distrugge la famiglia sprofondando sia i genitori che il bambino in un’angoscia senza possibilità di risoluzione. Il bambino è spostato altrove. «Altrove», molto spesso, significa una casa famiglia, un orfanatrofio statale, con cibo statale, una qualche cooperativa che fornisce cosiddetti educatori che si alternano nei turni e per i quali i bambini sono lavoro. I bambini vi trascorrono mesi, talvolta anni, con lo sguardo perso dietro finestre protette da sbarre, in nome della sicurezza, naturalmente. Ma chi li protegge dal senso di abbandono? Chi restituisce loro la voce, l’odore, la lingua dei propri cari? Una creatura umana stabilisce il senso del proprio valore attraverso le attenzioni che padre e soprattutto madre elargiscono. Ove queste attenzioni non ci siano perché le assistenti sociali impediscono visite, telefonate, consegna di regali anche per Natale, la fede in sé stesso del bambino si spegne per sempre, spesso diventa docile e malleabile, in caso contrario ci sono sempre gli psicofarmaci.
Molte volte i disagi genitoriali non derivano da cattiva volontà, ma da difficoltà economiche, sociali, relazionali o psicologiche che possono essere affrontate con un sostegno mirato. Quando una madre o un padre non riescono temporaneamente a garantire tutto ciò che serve al figlio, la prima strada da percorrere dovrebbe essere quella della famiglia allargata: nonni, zii, parenti disponibili e idonei. È meglio un bambino accolto da una nonna affettuosa, dinamica e collaborativa, anche sotto monitoraggio, che uno sradicato dal proprio ambiente e affidato a estranei, spesso costretto a un percorso psichiatrico o educativo forzato. Le reti familiari sono, o dovrebbero essere, una risorsa preziosa e, in molti casi, possono offrire al minore continuità affettiva, identitaria e culturale. O, meglio, potrebbero offrire continuità se fossero prese in considerazione.
I regolamenti regionali sul tema degli affidi e della tutela dei minori parlano di «progetti personalizzati di intervento». Un progetto, tuttavia, non può consistere nella mera sottrazione del minore. Salvare un bambino da una situazione di disagio non significa isolarlo, ma rimuovere le cause del disagio stesso. Gli assistenti sociali, in base alle norme vigenti, possono disporre l’affido ai nonni senza dover ricorrere automaticamente a un iter giudiziario complesso, quando questo risponde all’interesse superiore del minore. È fondamentale, inoltre, non estendere le carenze genitoriali dei genitori ai nonni, colpevolizzandoli per eventuali conflitti familiari. Le tensioni, inevitabili in ogni nucleo, vanno gestite con equilibrio, distinguendo le responsabilità e cercando di ricomporre il dialogo. Un litigio tra madre e nonna, per quanto spiacevole, non può essere considerato motivo sufficiente per allontanare un bambino dal suo mondo. Meglio un dissidio temporaneo tra familiari che il vuoto che spesso accompagna la vita in una casa famiglia.
Il problema degli affidi e delle adozioni in Italia non è nuovo. I casi sono circa 25.000 ogni anno. Le origini di questa situazione risalgono al 1993, quando fu istituita la figura professionale dell’assistente sociale con il compito di sostenere le famiglie in difficoltà. Tuttavia, quella riforma nacque in un periodo politicamente instabile e con tempi troppo brevi per una reale costruzione di un sistema solido. In Italia, ogni governo dispone di pochi anni di mandato e troppo spesso le riforme vengono avviate, modificate o abbandonate senza una visione di lungo periodo. Creare una legge «per il bene dei bambini» non basta: bisogna prevedere come le norme verranno applicate nella realtà quotidiana, anticipare gli effetti e garantire continuità formativa agli operatori. Gli assistenti sociali devono ricevere preparazione, aggiornamento e supervisione costanti, come avviene nei Paesi scandinavi, da sempre modelli d’eccellenza nel campo del welfare. Solo così potranno diventare veri mediatori del benessere familiare, non semplici esecutori di provvedimenti. Rifondare l’assistenza sociale significa quindi rimettere al centro la persona, la famiglia e la comunità, adottando un approccio umano, competente e proattivo. Perché ogni bambino ha il diritto di crescere circondato dall’affetto dei suoi cari, non dietro le sbarre di una finestra di casa famiglia. Imperdibile su questo argomento è il libro di Cinzia Battistini Diritto alla verità, un caso di affido a Fandogna. Un libro che racconta una storia dolente con una documentazione formidabile e che interessa tutti, non solo addetti ai lavori, non solo genitori, ma ogni singolo cittadino.
La Turchia continua a guardare al Corno d’Africa. La settimana scorsa, Recep Tayyip Erdogan si è recato in Etiopia: era dal 2015 che il presidente turco non visitava il Paese.
Nell’occasione, il presidente turco ha incontrato il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, celebrando il centenario dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra Ankara e Addis Abeba. Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu, “i leader hanno discusso dell'ampliamento delle relazioni commerciali e i funzionari etiopi hanno affermato che entrambe le parti vogliono aumentare gli scambi commerciali fino ad almeno un miliardo di dollari”. Non solo. Le due parti hanno anche rafforzato i legami sul fronte energetico. Inoltre, un aspetto significativo risiede nel fatto che Ahmed abbia chiesto a Erdogan sostegno diplomatico per far sì che l’Etiopia possa conseguire un accesso sul mare.
Sempre durante la visita, il presidente turco è tornato a criticare Israele per aver riconosciuto formalmente il Somaliland lo scorso dicembre. “Vorrei ribadire che il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele non gioverebbe né al Somaliland né al Corno d'Africa”, ha dichiarato. Il sultano teme che il riconoscimento del Somaliland da parte dello Stato ebraico possa incrementare la tensione nel Corno d’Africa. La mossa di Gerusalemme, oltre che da Ankara, è stata del resto criticata sia da Mogadiscio che da Riad. Erdogan vuole che l’area resti complessivamente stabile, per garantire alla Turchia una rilevante influenza geopolitica ed economica in loco. Non dimentichiamo d’altronde che, tra il 2024 e il 2025, il sultano si è ritagliato il ruolo di mediatore tra Etiopia e Somalia.
Il punto è che questa questione ha delle ripercussioni dirette anche sugli equilibri mediorientali. Come detto, Riad, differentemente da Abu Dhabi e Gerusalemme, ha una linea assai fredda nei confronti del Somaliland. Il che ha ovviamente contribuito ad alimentare le tensioni tra sauditi ed emiratini. Nel frattempo, sullo scacchiere mediorientale, Riad continua ad allontanarsi dallo Stato ebraico, per avvicinarsi al regime filoturco di Damasco. Tutto questo per dire che le dinamiche del Corno d’Africa si stanno intrecciando con la diplomazia collegata al tentativo di rilancio americano degli Accordi di Abramo.














