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2020-12-01
Gualtieri completa il tradimento sul Mes
Roberto Gualtieri (Ansa)
A proposito della riforma del Mes, dopo i troppi, tanti, sì già detti in Europa dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri (e anche dal suo predecessore Giovanni Tria, a dirla tutta), ieri non c'era da aspettarsi sicuramente un brusco dietrofront.
Ma il ministro, in audizione davanti a ben sei Commissioni parlamentari riunite congiuntamente, è riuscito comunque a sorprenderci. Si è trincerato dietro la differenza banale tra approvazione della riforma (per lui cosa buona e giusta) e utilizzo dei prestiti del Mes (cosa controversa) e, per tutto il resto, ha affermato i suoi dogmi, senza possibilità di replica. A suo dire, egli finora ha rispettato rigorosamente il mandato parlamentare, nessuno dei pur numerosi rilievi sollevati dai parlamentari è fondato e, pertanto, il consenso politico alla riforma, che di lì a poche ore sarebbe stato chiamato a fornire durante la riunione dell'Eurogruppo, è del tutto coerente con il mandato ricevuto. Il 27 gennaio la riforma del trattato sarà firmata e l'Italia non porrà alcun veto. In ogni caso, fino a tale data, il Parlamento avrà tutto il tempo per valutare. Ma attenti a non fare scherzi, che i mercati potrebbero non prenderla bene. La conferenza stampa finale dell'Eurogruppo, terminata intorno alle 19.40, è filata via senza intoppi.
Di fronte a tale spavalda sicumera, condita da una minaccia nemmeno tanto velata, c'è solo da allargare le braccia sconsolati, come si farebbe davanti a chi, ad esempio, sosterrebbe ancora oggi la dottrina tolemaica negando quella copernicana. Ma tant'è. Allora ci siamo pazientemente muniti di un interessante studio in materia pubblicato a maggio scorso e cofirmato dal direttore degli affari legali del Mes Jasper Aerts, e abbiamo cercato di fare il controcanto al ministro, utilizzando una fonte al di sopra di ogni sospetto. Il ministro ha magnificato le virtù del nuovo prestito-paracadute (backstop) che il Mes dovrebbe poter erogare a favore del Fondo di risoluzione unico (Srf) a partire dal 2024. Secondo lui, la discussione circa l'anticipo al 2022 di questa linea di credito di 68 miliardi, con scadenza tre anni rinnovabili, è un tema di cui andar fieri, in quanto deriva da una positiva valutazione del rischio delle nostre banche, che hanno ridotto considerevolmente i crediti inesigibili negli ultimi anni. Quello che il ministro non ci ha detto è che tale Fondo era pari, a luglio 2019, a soli 33 miliardi e dovrebbe raggiungere circa l'1% dei depositi dell'eurozona entro la fine del periodo transitorio (2023). Si è anche guardato bene dell'aggiungere che l'intervento del Srf in caso di dissesto bancario presuppone il bail in fino all'8% del passivo della banca coinvolta, il che, come abbiamo visto in Italia, solo qualche anno fa, non è proprio un fattore di stabilità e tranquillità per i risparmiatori.
Perfino la modifica delle Clausole di azione collettiva (Cac) per consentire una ristrutturazione del debito - da doppio voto dei creditori (su tutti i titoli in circolazione e su ciascuna serie) a voto unico (solo su tutti i titoli), in modo da impedire la creazione su qualche titolo di minoranze che possano bloccare tutto - è un successo agli occhi di Gualtieri. Che ha evidenziato l'ovvietà della richiesta di attivazione da parte dello Stato emittente. Anche su questo tema, Gualtieri ha omesso di aggiungere un dettaglio essenziale, che scatenerebbe un devastante circolo vizioso: in caso di difficoltà finanziarie di uno Stato, al fine di convincere gli altri Stati membri a erogare il prestito, esso ha un forte incentivo a richiedere la ristrutturazione (in futuro più facilmente approvabile) proprio al fine di rendere il proprio debito sostenibile e accedere quindi al prestito. E quella clausola diventa come offrire, senza nemmeno tanti sforzi, una pistola per far sì che lo Stato membro prema il grilletto. Ma c'è di peggio: gli investitori, avendo contezza di questo probabile scenario, cercheranno di disinvestire rapidamente, creando instabilità finanziaria e quindi contribuendo all'avveramento dell'evento temuto. Perfino per l'avvocato del Mes questo è uno scenario possibile («non è situazione da bianco o nero, solo il tempo lo dirà»), ma non per Gualtieri, che ci propala l'ennesima ovvietà costituita dall'assenza della ristrutturazione automatica preventiva del debito. E ci mancherebbe altro! Non è rilevante la discrezionalità concessa agli Stati nelle decisioni, poiché il Mes serve a imporre la disciplina dei mercati, che costringono a votare all'unanimità anche la decisione di premere il grilletto su sé stessi, e ci riesce benissimo. A nulla sono valsi i rilievi del deputato Stefano Fassina o del senatore Alberto Bagnai, rispettivamente finalizzati a evidenziare l'anacronismo di parametri di valutazione (in sostanza, il Patto di stabilità) che appartengono a un'altra era geologica e a chiedere conto di che fine avesse fatto la terza gamba dell'unione bancaria, cioè la garanzia comune sui depositi. Gualtieri ha ammesso che ci sono contrasti con la posizione tedesca: e allora perché dire sì al Mes senza contemporaneamente avere risultati su quel fronte? E se ci dicessero di no?
Gualtieri ha interpretato a modo suo la risoluzione dell'11 dicembre 2019: «mantenere la logica di pacchetto»; «escludere interventi di tipo restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche»; «assicurare il pieno coinvolgimento del Parlamento in tutti i passaggi del negoziato sul futuro della Ue e sulla conclusione della riforma del Mes», a suo parere, gli danno un ampio mandato.Bisognerà riscrivere il vocabolario della lingua italiana.
Da salva Stati a salva banche (altrui). Tutti i punti di una riforma tossica
Cos'è la riforma del Mes?
Dal 2018 i Paesi membri del Meccanismo europeo di stabilità, erede delle varie formulazioni dei Fondi salvastati, ragionano - su impulso tedesco e francese - su una riforma la cui innovazione principale riguarda le banche. Le modifiche, approvate nel corso di negoziati interrotti dal Covid, consentirebbero di utilizzare i fondi del Mes (704 miliardi sottoscritti di cui 80 versati, per l'Italia 125 sottoscritti e 14 versati) per il cosiddetto Single resolution fund, uno strumento pensato per intervenire in caso di crisi di banche «sistemiche». Il meccanismo di prestiti del Mes sarebbe disponibile in forma soft (Pccl: Precautionary conditions credit lines) solo per Paesi con i conti in ordine. La linea di credito soggetta a condizioni rafforzate (Enhanced conditions credit line, Eccl) sarebbe destinata ai membri fuori dai criteri del Patto di stabilità, al momento sospeso per la pandemia. Di qui la critica principale: si privilegiano i Paesi che ne hanno meno bisogno, allargando le asimmetrie nell'eurozona, e si riattivano le gabbie dell'austerity mentre si proclama a parole la necessità di fare l'opposto causa Covid.
Cosa c'entra con la linea pandemica del Mes di cui tanto si è discusso?
Nulla. La linea pandemica era un'opzione aperta dalla lettera di due commissari, che avrebbe permesso di usare per spese sanitarie legate al Covid il Mes attualmente in vigore. Nessun Paese ha ritenuto conveniente accedere a questi fondi.
Dove si può leggere il testo del nuovo Trattato?
Qui: bit.ly/39At8cq il testo della bozza inglese tratto dal sito ufficiale del Mes. Una traduzione a cura dell'ufficio studi del Senato è stata pubblicata in un dossier dei tecnici di Palazzo Madama, ed è disponibile al sito bit.ly/3fShmv7. Vi si trovano le parti mutate rispetto al testo oggi in vigore. Alcuni dei documenti allegati non sono mai stati divulgati neppure al Parlamento italiano.
Quali sono i punti critici?
Il rischio principale, cui hanno alluso anche Giampaolo Galli e Ignazio Visco, e da ultimo Wolfgang Münchau sul Financial Times, è quello di avvicinare la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del nostro debito pubblico. Una minaccia devastante per tutto il sistema bancario e per il risparmio. Tale rischio si concretizzerebbe in primis nel rafforzamento della divisione tra «buoni» (Paesi che possono accedere alla Pccl) e «cattivi» (cui sono destinate le Eccl), che creerebbe uno stigma immediato e metterebbe di fatto sotto il controllo della Troika (Bce, Commissione, Mes e, se richiesto, Fmi) le finanze pubbliche. Nondimeno, la riforma delle Cac (Clausole di azione collettiva) imposte agli Stati membri dal 2022 rende più semplice da parte dei creditori imporre una ristrutturazione del debito (ovvero un taglio della restituzione dei titoli del debito stesso: in pratica, chi ha investito 100 potrebbe, per decisione del Mes, vedersi rimborsato 80).
Chi ha autorizzato Gualtieri alla posizione annunciata ieri?
Nessuno. L'unica mozione esplicitamente dedicata alla riforma del Mes, votata ai tempi del Conte 1 (giugno 2019) reca la firma dei capigruppo della allora maggioranza gialloblù (Riccardo Molinari per la Lega e Francesco D'Uva per il M5s) e invita il governo, tra le altre cose, a «sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Qualche mese e un governo dopo (dicembre 2019), una nuova risoluzione Pd-M5s-Leu-Iv, pur cercando di mediare le istanze della nuova maggioranza, impegna comunque l'esecutivo ad «assicurare il pieno coinvolgimento del Parlamento in tutti i passaggi del negoziato sul futuro della Ue e sulla conclusione della riforma del Mes».
Come si è espresso il Parlamento?
Al netto di queste due risoluzioni, non è mai stato direttamente interpellato né gli articoli sono mai stati discussi. Il mancato rispetto delle direttive dell'Aula da parte di Conte e Tria è stato uno dei motivi di rottura dell'esecutivo gialloblù. Si può affermare che il ministro Gualtieri abbia agito in maniera politicamente irresponsabile, anche e soprattutto alla luce della legge Moavero (234 del 2012), che impone non solo che il Parlamento sia informato ma anche che si pronunci con atti di indirizzo in occasione di passaggi di questo tipo che riguardano vincoli comunitari o passaggi istituzionali in seno all'eurozona.
Un conto è approvare la riforma del Mes, un altro usarlo. Che problemi ha l'Italia finché non lo attiva?
Come spiega in modo molto chiaro il citato dossier del Senato, «Mes e Commissione europea, in collaborazione con la Bce, avrebbero il compito di monitorare e valutare il quadro macroeconomico e la situazione finanziaria dei suoi membri, compresa la sostenibilità del debito pubblico. Tale attività si svolgerebbe in via preventiva, indipendentemente da richieste di sostegno». In sostanza, il controllo di queste istituzioni si rafforzerebbe in maniera automatica per Paesi come l'Italia. Le nuove Cac, imposte a tutti i Paesi dal 2022 (articolo 11 del Trattato riformato), muterebbero inoltre la natura giuridica del debito in modo indipendente da eventuali accessi al Mes, dando adito a potenziali rischi Paese che vari analisti reputano gravi.
E ora che succede?
Dovrebbero esserci due passaggi: il primo alla vigilia del Consiglio europeo che dovrebbe portare all'ok di Conte il 9 dicembre. Poi è comunque necessaria la ratifica parlamentare dopo la firma, prevista il 27 gennaio 2021. Tutta la pressione politica è sul gruppo grillino, che nel programma 2018 aveva lo scioglimento del Mes e che, fino a ieri, ha sempre avversato la sua riforma.
Il M5s giurava: «Lo smantelleremo». Ma adesso ingurgita l’europurga
«La riforma del Mes e il suo utilizzo, l'eventualità di farvi ricorso, sono due elementi totalmente distinti. Una distinzione chiara e sostanziale. Per quanto riguarda l'Italia, il nostro Paese non ha alcuna necessità di farvi ricorso». Vito Crimi, il reggente del M5s, si regge a stento, quando tenta di nascondere il sì alla pericolosissima revisione del Fondo salva Stati, dietro a un bizantinismo che avrebbe fatto impallidire Ciriaco De Mita.
E pensare che i pentastellati furono netti, nel programma per le politiche del 2018: «Il M5s [...] si impegnerà allo smantellamento del Mes». E, non pago, pure «della cosiddetta Troika», la triade composta da Commissione Ue, Bce e Fondo monetario internazionale. Tutti organismi rei di sottoporre le nazioni a «ricatti [...] travestiti da “riforme"».
Cosa è successo, poi? I grillini sono finiti al governo con il Pd. E della maggioranza giallorossa, esattamente come di quella gialloblù, sono l'anello debole. Così, pur di restare incollati allo scranno, fanno indigestione di battaglie rottamate. Inclusa quella contro il salvastati.
Resterebbe da capire - chissà se Crimi potrà spiegarcelo - cosa sia cambiato rispetto al 31 luglio scorso, quando, sempre il successore di Luigi Di Maio, si confermava convinto della «pericolosità e non adeguatezza» del Meccanismo di stabilità. Una settimana prima, Crimi s'era detto «basito» dall'«insistenza sul Mes» degli alleati dem. Sarà che, allora, don Vito si riferiva al Mes sanitario. E la differenza tra riformarlo e usarlo è «chiara e sostanziale». Eppure, il 5 dicembre 2019, sul Blog delle Stelle, il Movimento celebrava come «una prima grande vittoria» il rinvio al 2020 del voto su quella riforma: «Quel trattato non ci ha mai convinto», si leggeva nel post: «La riforma in discussione va a peggiorare alcuni punti decisivi del trattato rendendo più concreta l'ipotesi di ristrutturazione del debito pubblico per gli Stati in difficoltà finanziaria».
Poi, Vito Crimi ha scoperto Hegel e «l'immane potenza del negativo». E del voltafaccia. E come la liason con Michele Emiliano in Puglia non è un inciucio, bensì un «confronto senza preconcetti», così l'ok alla riforma del Mes non è un calarsi le braghe, bensì la ricerca di una distinzione «chiara e sostanziale». Come dire: ma sì, costruiamo un'arma di distruzione di massa, tanto mica la utilizziamo. Al teatrino, da ultimo, s'è aggiunto l'imbarazzante caso dell'email, contenente un dossier critico sulle modifiche al Fondo, spedita dallo staff del partito ai parlamentari. Ai quali, subito dopo l'invio, è stato chiesto di «non prendere in considerazione l'allegato».
E adesso? Dopo una sfilza di rinvii, Giuseppe Conte dovrà portare la questione in Parlamento all'inizio di dicembre; il voto di ratifica andrebbe tenuto entro gennaio 2021. Gli scenari possibili sono due. Primo: gli onorevoli cercano di salvare l'onore e salgono sulle barricate. Il pezzo «dibattistiano» dei 5 stelle già è in ebollizione: da Elio Lannutti, a Raphael Raduzzi e Alvise Maniero. L'eurodeputato Ignazio Corrao liquida la distinzione «chiara e sostanziale» di Crimi: «Parla a titolo personale». Come si vede, il reggente ha una salda presa sul partito.
Secondo scenario: per conservare il seggio, tutti, o quasi, chinano il capo.
Dall'entità della reazione grillina, dipenderà poi il peso specifico di un'eventuale stampella forzista al governo. Se le defezioni saranno limitate, i berluscones confermeranno una posizione assunta da mesi, che gli alleati minimizzano come l'unico elemento di disaccordo reciproco. Invece, se la fronda pentastellata fosse più ampia, il soccorso azzurro potrebbe tradursi in un preludio per le larghe intese. E se, addirittura, la rivolta fosse massiccia, il voto di Forza Italia potrebbe non bastare. A quel punto, la logica conseguenza sarebbe aprire una crisi politica, su cui il Colle non potrebbe limitarsi a mettere una pezza. Ma tra il dire e il fare, c'è di mezzo una poltrona comoda, troppo comoda.
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Il ministro mente in Commissione: «Ho il mandato per agire» Poi approva il nuovo Fondo all'Eurogruppo: l'ok è definitivo.Le linee di credito favorirebbero chi ha già i conti in ordine. E la ristrutturazione del debito, resa più probabile, può colpire i risparmiatori. Il Parlamento aveva imposto al governo di condividere qualsiasi modifica. Invano.Vito Crimi: «Diciamo sì alla revisione, però non lo useremo». I grillini rischiano la rottura in Aula.Lo speciale contiene tre articoli.A proposito della riforma del Mes, dopo i troppi, tanti, sì già detti in Europa dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri (e anche dal suo predecessore Giovanni Tria, a dirla tutta), ieri non c'era da aspettarsi sicuramente un brusco dietrofront.Ma il ministro, in audizione davanti a ben sei Commissioni parlamentari riunite congiuntamente, è riuscito comunque a sorprenderci. Si è trincerato dietro la differenza banale tra approvazione della riforma (per lui cosa buona e giusta) e utilizzo dei prestiti del Mes (cosa controversa) e, per tutto il resto, ha affermato i suoi dogmi, senza possibilità di replica. A suo dire, egli finora ha rispettato rigorosamente il mandato parlamentare, nessuno dei pur numerosi rilievi sollevati dai parlamentari è fondato e, pertanto, il consenso politico alla riforma, che di lì a poche ore sarebbe stato chiamato a fornire durante la riunione dell'Eurogruppo, è del tutto coerente con il mandato ricevuto. Il 27 gennaio la riforma del trattato sarà firmata e l'Italia non porrà alcun veto. In ogni caso, fino a tale data, il Parlamento avrà tutto il tempo per valutare. Ma attenti a non fare scherzi, che i mercati potrebbero non prenderla bene. La conferenza stampa finale dell'Eurogruppo, terminata intorno alle 19.40, è filata via senza intoppi.Di fronte a tale spavalda sicumera, condita da una minaccia nemmeno tanto velata, c'è solo da allargare le braccia sconsolati, come si farebbe davanti a chi, ad esempio, sosterrebbe ancora oggi la dottrina tolemaica negando quella copernicana. Ma tant'è. Allora ci siamo pazientemente muniti di un interessante studio in materia pubblicato a maggio scorso e cofirmato dal direttore degli affari legali del Mes Jasper Aerts, e abbiamo cercato di fare il controcanto al ministro, utilizzando una fonte al di sopra di ogni sospetto. Il ministro ha magnificato le virtù del nuovo prestito-paracadute (backstop) che il Mes dovrebbe poter erogare a favore del Fondo di risoluzione unico (Srf) a partire dal 2024. Secondo lui, la discussione circa l'anticipo al 2022 di questa linea di credito di 68 miliardi, con scadenza tre anni rinnovabili, è un tema di cui andar fieri, in quanto deriva da una positiva valutazione del rischio delle nostre banche, che hanno ridotto considerevolmente i crediti inesigibili negli ultimi anni. Quello che il ministro non ci ha detto è che tale Fondo era pari, a luglio 2019, a soli 33 miliardi e dovrebbe raggiungere circa l'1% dei depositi dell'eurozona entro la fine del periodo transitorio (2023). Si è anche guardato bene dell'aggiungere che l'intervento del Srf in caso di dissesto bancario presuppone il bail in fino all'8% del passivo della banca coinvolta, il che, come abbiamo visto in Italia, solo qualche anno fa, non è proprio un fattore di stabilità e tranquillità per i risparmiatori.Perfino la modifica delle Clausole di azione collettiva (Cac) per consentire una ristrutturazione del debito - da doppio voto dei creditori (su tutti i titoli in circolazione e su ciascuna serie) a voto unico (solo su tutti i titoli), in modo da impedire la creazione su qualche titolo di minoranze che possano bloccare tutto - è un successo agli occhi di Gualtieri. Che ha evidenziato l'ovvietà della richiesta di attivazione da parte dello Stato emittente. Anche su questo tema, Gualtieri ha omesso di aggiungere un dettaglio essenziale, che scatenerebbe un devastante circolo vizioso: in caso di difficoltà finanziarie di uno Stato, al fine di convincere gli altri Stati membri a erogare il prestito, esso ha un forte incentivo a richiedere la ristrutturazione (in futuro più facilmente approvabile) proprio al fine di rendere il proprio debito sostenibile e accedere quindi al prestito. E quella clausola diventa come offrire, senza nemmeno tanti sforzi, una pistola per far sì che lo Stato membro prema il grilletto. Ma c'è di peggio: gli investitori, avendo contezza di questo probabile scenario, cercheranno di disinvestire rapidamente, creando instabilità finanziaria e quindi contribuendo all'avveramento dell'evento temuto. Perfino per l'avvocato del Mes questo è uno scenario possibile («non è situazione da bianco o nero, solo il tempo lo dirà»), ma non per Gualtieri, che ci propala l'ennesima ovvietà costituita dall'assenza della ristrutturazione automatica preventiva del debito. E ci mancherebbe altro! Non è rilevante la discrezionalità concessa agli Stati nelle decisioni, poiché il Mes serve a imporre la disciplina dei mercati, che costringono a votare all'unanimità anche la decisione di premere il grilletto su sé stessi, e ci riesce benissimo. A nulla sono valsi i rilievi del deputato Stefano Fassina o del senatore Alberto Bagnai, rispettivamente finalizzati a evidenziare l'anacronismo di parametri di valutazione (in sostanza, il Patto di stabilità) che appartengono a un'altra era geologica e a chiedere conto di che fine avesse fatto la terza gamba dell'unione bancaria, cioè la garanzia comune sui depositi. Gualtieri ha ammesso che ci sono contrasti con la posizione tedesca: e allora perché dire sì al Mes senza contemporaneamente avere risultati su quel fronte? E se ci dicessero di no?Gualtieri ha interpretato a modo suo la risoluzione dell'11 dicembre 2019: «mantenere la logica di pacchetto»; «escludere interventi di tipo restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche»; «assicurare il pieno coinvolgimento del Parlamento in tutti i passaggi del negoziato sul futuro della Ue e sulla conclusione della riforma del Mes», a suo parere, gli danno un ampio mandato.Bisognerà riscrivere il vocabolario della lingua italiana.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bugie-al-parlamento-e-in-ginocchio-dallue-gualtieri-completa-il-tradimento-sul-mes-2649091362.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-salva-stati-a-salva-banche-altrui-tutti-i-punti-di-una-riforma-tossica" data-post-id="2649091362" data-published-at="1606816610" data-use-pagination="False"> Da salva Stati a salva banche (altrui). 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Di qui la critica principale: si privilegiano i Paesi che ne hanno meno bisogno, allargando le asimmetrie nell'eurozona, e si riattivano le gabbie dell'austerity mentre si proclama a parole la necessità di fare l'opposto causa Covid. Cosa c'entra con la linea pandemica del Mes di cui tanto si è discusso? Nulla. La linea pandemica era un'opzione aperta dalla lettera di due commissari, che avrebbe permesso di usare per spese sanitarie legate al Covid il Mes attualmente in vigore. Nessun Paese ha ritenuto conveniente accedere a questi fondi. Dove si può leggere il testo del nuovo Trattato? Qui: bit.ly/39At8cq il testo della bozza inglese tratto dal sito ufficiale del Mes. Una traduzione a cura dell'ufficio studi del Senato è stata pubblicata in un dossier dei tecnici di Palazzo Madama, ed è disponibile al sito bit.ly/3fShmv7. Vi si trovano le parti mutate rispetto al testo oggi in vigore. Alcuni dei documenti allegati non sono mai stati divulgati neppure al Parlamento italiano. Quali sono i punti critici? Il rischio principale, cui hanno alluso anche Giampaolo Galli e Ignazio Visco, e da ultimo Wolfgang Münchau sul Financial Times, è quello di avvicinare la prospettiva di una ristrutturazione «alla greca» del nostro debito pubblico. Una minaccia devastante per tutto il sistema bancario e per il risparmio. Tale rischio si concretizzerebbe in primis nel rafforzamento della divisione tra «buoni» (Paesi che possono accedere alla Pccl) e «cattivi» (cui sono destinate le Eccl), che creerebbe uno stigma immediato e metterebbe di fatto sotto il controllo della Troika (Bce, Commissione, Mes e, se richiesto, Fmi) le finanze pubbliche. Nondimeno, la riforma delle Cac (Clausole di azione collettiva) imposte agli Stati membri dal 2022 rende più semplice da parte dei creditori imporre una ristrutturazione del debito (ovvero un taglio della restituzione dei titoli del debito stesso: in pratica, chi ha investito 100 potrebbe, per decisione del Mes, vedersi rimborsato 80). Chi ha autorizzato Gualtieri alla posizione annunciata ieri? Nessuno. L'unica mozione esplicitamente dedicata alla riforma del Mes, votata ai tempi del Conte 1 (giugno 2019) reca la firma dei capigruppo della allora maggioranza gialloblù (Riccardo Molinari per la Lega e Francesco D'Uva per il M5s) e invita il governo, tra le altre cose, a «sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato». Qualche mese e un governo dopo (dicembre 2019), una nuova risoluzione Pd-M5s-Leu-Iv, pur cercando di mediare le istanze della nuova maggioranza, impegna comunque l'esecutivo ad «assicurare il pieno coinvolgimento del Parlamento in tutti i passaggi del negoziato sul futuro della Ue e sulla conclusione della riforma del Mes». Come si è espresso il Parlamento? Al netto di queste due risoluzioni, non è mai stato direttamente interpellato né gli articoli sono mai stati discussi. Il mancato rispetto delle direttive dell'Aula da parte di Conte e Tria è stato uno dei motivi di rottura dell'esecutivo gialloblù. Si può affermare che il ministro Gualtieri abbia agito in maniera politicamente irresponsabile, anche e soprattutto alla luce della legge Moavero (234 del 2012), che impone non solo che il Parlamento sia informato ma anche che si pronunci con atti di indirizzo in occasione di passaggi di questo tipo che riguardano vincoli comunitari o passaggi istituzionali in seno all'eurozona. Un conto è approvare la riforma del Mes, un altro usarlo. Che problemi ha l'Italia finché non lo attiva? Come spiega in modo molto chiaro il citato dossier del Senato, «Mes e Commissione europea, in collaborazione con la Bce, avrebbero il compito di monitorare e valutare il quadro macroeconomico e la situazione finanziaria dei suoi membri, compresa la sostenibilità del debito pubblico. Tale attività si svolgerebbe in via preventiva, indipendentemente da richieste di sostegno». In sostanza, il controllo di queste istituzioni si rafforzerebbe in maniera automatica per Paesi come l'Italia. Le nuove Cac, imposte a tutti i Paesi dal 2022 (articolo 11 del Trattato riformato), muterebbero inoltre la natura giuridica del debito in modo indipendente da eventuali accessi al Mes, dando adito a potenziali rischi Paese che vari analisti reputano gravi. E ora che succede? Dovrebbero esserci due passaggi: il primo alla vigilia del Consiglio europeo che dovrebbe portare all'ok di Conte il 9 dicembre. Poi è comunque necessaria la ratifica parlamentare dopo la firma, prevista il 27 gennaio 2021. Tutta la pressione politica è sul gruppo grillino, che nel programma 2018 aveva lo scioglimento del Mes e che, fino a ieri, ha sempre avversato la sua riforma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bugie-al-parlamento-e-in-ginocchio-dallue-gualtieri-completa-il-tradimento-sul-mes-2649091362.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-m5s-giurava-lo-smantelleremo-ma-adesso-ingurgita-leuropurga" data-post-id="2649091362" data-published-at="1606816610" data-use-pagination="False"> Il M5s giurava: «Lo smantelleremo». Ma adesso ingurgita l’europurga «La riforma del Mes e il suo utilizzo, l'eventualità di farvi ricorso, sono due elementi totalmente distinti. Una distinzione chiara e sostanziale. Per quanto riguarda l'Italia, il nostro Paese non ha alcuna necessità di farvi ricorso». Vito Crimi, il reggente del M5s, si regge a stento, quando tenta di nascondere il sì alla pericolosissima revisione del Fondo salva Stati, dietro a un bizantinismo che avrebbe fatto impallidire Ciriaco De Mita. E pensare che i pentastellati furono netti, nel programma per le politiche del 2018: «Il M5s [...] si impegnerà allo smantellamento del Mes». E, non pago, pure «della cosiddetta Troika», la triade composta da Commissione Ue, Bce e Fondo monetario internazionale. Tutti organismi rei di sottoporre le nazioni a «ricatti [...] travestiti da “riforme"». Cosa è successo, poi? I grillini sono finiti al governo con il Pd. E della maggioranza giallorossa, esattamente come di quella gialloblù, sono l'anello debole. Così, pur di restare incollati allo scranno, fanno indigestione di battaglie rottamate. Inclusa quella contro il salvastati. Resterebbe da capire - chissà se Crimi potrà spiegarcelo - cosa sia cambiato rispetto al 31 luglio scorso, quando, sempre il successore di Luigi Di Maio, si confermava convinto della «pericolosità e non adeguatezza» del Meccanismo di stabilità. Una settimana prima, Crimi s'era detto «basito» dall'«insistenza sul Mes» degli alleati dem. Sarà che, allora, don Vito si riferiva al Mes sanitario. E la differenza tra riformarlo e usarlo è «chiara e sostanziale». Eppure, il 5 dicembre 2019, sul Blog delle Stelle, il Movimento celebrava come «una prima grande vittoria» il rinvio al 2020 del voto su quella riforma: «Quel trattato non ci ha mai convinto», si leggeva nel post: «La riforma in discussione va a peggiorare alcuni punti decisivi del trattato rendendo più concreta l'ipotesi di ristrutturazione del debito pubblico per gli Stati in difficoltà finanziaria». Poi, Vito Crimi ha scoperto Hegel e «l'immane potenza del negativo». E del voltafaccia. E come la liason con Michele Emiliano in Puglia non è un inciucio, bensì un «confronto senza preconcetti», così l'ok alla riforma del Mes non è un calarsi le braghe, bensì la ricerca di una distinzione «chiara e sostanziale». Come dire: ma sì, costruiamo un'arma di distruzione di massa, tanto mica la utilizziamo. Al teatrino, da ultimo, s'è aggiunto l'imbarazzante caso dell'email, contenente un dossier critico sulle modifiche al Fondo, spedita dallo staff del partito ai parlamentari. Ai quali, subito dopo l'invio, è stato chiesto di «non prendere in considerazione l'allegato». E adesso? Dopo una sfilza di rinvii, Giuseppe Conte dovrà portare la questione in Parlamento all'inizio di dicembre; il voto di ratifica andrebbe tenuto entro gennaio 2021. Gli scenari possibili sono due. Primo: gli onorevoli cercano di salvare l'onore e salgono sulle barricate. Il pezzo «dibattistiano» dei 5 stelle già è in ebollizione: da Elio Lannutti, a Raphael Raduzzi e Alvise Maniero. L'eurodeputato Ignazio Corrao liquida la distinzione «chiara e sostanziale» di Crimi: «Parla a titolo personale». Come si vede, il reggente ha una salda presa sul partito. Secondo scenario: per conservare il seggio, tutti, o quasi, chinano il capo. Dall'entità della reazione grillina, dipenderà poi il peso specifico di un'eventuale stampella forzista al governo. Se le defezioni saranno limitate, i berluscones confermeranno una posizione assunta da mesi, che gli alleati minimizzano come l'unico elemento di disaccordo reciproco. Invece, se la fronda pentastellata fosse più ampia, il soccorso azzurro potrebbe tradursi in un preludio per le larghe intese. E se, addirittura, la rivolta fosse massiccia, il voto di Forza Italia potrebbe non bastare. A quel punto, la logica conseguenza sarebbe aprire una crisi politica, su cui il Colle non potrebbe limitarsi a mettere una pezza. Ma tra il dire e il fare, c'è di mezzo una poltrona comoda, troppo comoda.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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