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2022-07-14
Autogrill, storia di un'impresa che fu italiana
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L'Autogrill Pavesi di Fiorenzuola d'Arda visto dall'abitacolo di una Fiat «500». (archivio Autogrill)
«La ragazza dietro al banco mescolava/ birra chiara e Seven-up/ e il sorriso da fossette e denti/ era da pubblicita' /come i visi alle pareti /di quel piccolo autogrill/ mentre i sogni miei segreti/ li rombavano via i TIR.» Fu proprio in un Autogrill lungo l'autostrada che Francesco Guccini ambientò la storia di un amore fugace e sfumato per una barista «bionda senza averne l’aria». E le pareti tappezzate di manifesti pubblicitari, le tendine in nylon rosa, il juke box, le insegne al neon riportano chi ascolta quella ballata malinconica ad uno dei luoghi simbolo dell’imprenditoria italiana dal boom economico in poi. La storia della prima catena italiana di ristorazione lungo la rete autostradale ai suoi albori ebbe inizio dal genio imprenditoriale di un industriale dolciario di Novara, Mario Pavesi.
Nato in provincia di Pavia (come recita il cognome) a Cilavegna, piccolo centro a una ventina di chilometri da Novara, Mario fu il tipico esempio dell’intraprendenza del self-made man partito da nulla o quasi. Da un piccolo negozio di panetteria aperto con il fratello, passò a vendere dolci e confetti ai negozi della città piemontese. Nel 1937 decise di iniziare l’avventura in proprio aprendo un forno per la produzione di dolci e dei biscottini tipici novaresi. La guerra non lo fermò, nonostante le crescenti difficoltà nel reperimento delle materie prime. Anzi, Pavesi fu prodigo nel fornire quel che poteva a tutti: soldati, ospedali, partigiani e non. L’unione in matrimonio con la signora Mariuccia Lodigiani, collaboratrice amministrativa semplice e determinata, spinse ancora di più la piccola impresa verso una dimensione industriale. La ricetta vincente era riuscita: l’azienda si ampliò rapidamente tra il 1945 e il 1950. Intuitivo e anticipatore, simile in questo aspetto alla figura di Bernardo Caprotti patron di Esselunga, capì che il business si sarebbe potuto allargare a poche centinaia di metri dalla sua fabbrica, lungo l’autostrada Milano-Torino. Da sempre attento (oltre che ossessionato dalla qualità e dall’igiene in fabbrica) all’aspetto del marketing dei suoi biscotti dalla ricetta originale incentrata sugli aspetti dietetici ed al packaging dei prodotti, Mario volle fare in Italia quello che aveva sentito dagli Americani e che poi vedrà di persona durante un viaggio oltreoceano. Alla stazione di servizio di Novara vedeva tutte le notti i camionisti che si fermavano al piccolo punto vendita per comprare i biscotti e bere qualcosa: furono loro a fare scattare la scintilla della prima catena di ristorazione autostradale italiana, che porterà il suo cognome: «Autogrill Pavesi». Il primo negozio fu inaugurato nel 1950 con un battage pubblicitario studiato e spettacolare, compresa una mongolfiera che campeggiava sopra l’area di sosta di Novara. Gli anni Cinquanta e Sessanta, con la motorizzazione di massa, parallela allo sviluppo della rete autostradale da Nord a Sud del Paese fecero da volano all’idea vincente di Mario Pavesi. Dal piccolo ma futuristico punto di ristoro di Novara la rete della catena Pavesi (o Pavesini dal nome dei biscotti da cui tutto cominciò) si allargò in tutta la penisola, tanto che nel 1969 i dipendenti della società raggiungeranno le 1.800 unità. Gli affari di Mario il panettiere, in quegli anni di euforia per l’Italia uscita dall’incubo del dopoguerra, vedranno altri successi affiancarsi agli Autogrill: dalla sua inventiva nascevano i biscotti Ringo, i primi ad essere venduti in confezioni snack così come una delle bevande immancabili negli aperitivi degli anni Settanta, il Rabarbaro Zucca.
Il successo dei punti ristoro Pavesi, con l’aumentare rapido dell’utenza automobilistica in Italia, lasciò spazio anche alla concorrenza targata Motta e Alemagna, due colossi dell’industria dolciaria italiana. Se Pavesi pensò e fece le cose in grande affidandosi alla maestria dell’architetto Angelo Bianchetti per le aree di servizio Villoresi sulla A8 (pubblicato sulla rivista americana Life) e Fiorenzuola d’Arda lungo l’autosole A1, Motta rispose con la maestosa stazione di Cantagallo e con quella di Limena, struttura ponte futuristica nei pressi di Padova. Alemagna realizzò i propri punti ristoro con un accordo commerciale con il gruppo Eni Agip.
La storia di Mario Pavesi alla guida della grande catena si interruppe nel 1972 quando, afflitto dalle prime avvisaglie di una grave malattia che lo porterà alla morte nel 1990, decise di cedere alla Montedison il business di Autogrill esautorando i figli ancora troppo giovani dalla successione (si occuperanno in seguito degli altri marchi del gruppo). Il fondatore rimarrà presidente fino al 1974 e tre anni dopo, come era già accaduto ai concorrenti Motta e Alemagna, gli autogrill Pavesi furono inglobati assieme ai primi due marchi nel gruppo statale Sme, ramo alimentare dell’Iri, acquisendo la definitiva denominazione societaria «Autogrill». Sotto la gestione pubblica Autogrill inizia la lunga fase di espansione sia in Italia che all’estero. Degli anni Ottanta sono i brand della ristorazione espressa «Ciao» e «Spizzico», che ebbero una certa diffusione non solo in ambito autostradale nell’Italia che scopriva il mondo del fast food. I nuovi ristoranti furono aperti anche nelle principali città italiane e negli scali aeroportuali. Proprio la ristorazione aerea e il settore delle vendite in regime di porto franco duty free saranno gli obiettivi della società nel decennio successivo, caratterizzato nella prima metà da un’altra rivoluzione societaria per il marchio Autogrill. Nel 1993 l’Iri guidata per la seconda volta da Romano Prodi procedette allo smembramento e alla privatizzazione della Sme. Dopo un periodo in cui le offerte di diverse realtà bancarie e industriali furono ritenute inadeguate, il Gruppo comprendente Autogrill e la catena di supermercati Gs fu venduto ad una cordata costituita dalla famiglia Benetton e dall’altro grande imprenditore del nordest, Leonardo Del Vecchio. All’epoca della privatizzazione Autogrill aveva una rete di 311 punti vendita, quasi 6.500 addetti e un margine operativo lordo di 119 miliardi di lire. Sotto la gestione Benetton (Edizione Holding) l’azienda fu quotata in borsa nel 1997 e proseguì la forte espansione all’estero mediante importanti acquisizioni, sopra tutte quella del colosso della ristorazione aeroportuale statunitense HMS che deteneva il monopolio del franchising autostradale di importanti fast food come Burger King, Pizza Hut e altri. In Italia il marchio Burger King fu rappresentato proprio da Autogrill. Negli anni 2000 aumentò la presenza internazionale della partecipata dei Benetton nel business delle vendite aeroportuali esentasse, scisse nel decennio successivo dal ramo ristorazione con la nascita di World Duty Free con sede a Novara (esattamente dove nacquero gli autogrill di Pavesi), società quotata e in seguito interessata da un Opa della svizzera Dufry nel 2015 che ne ha acquisito la proprietà. La stessa società con sede a Basilea ha ripetuto l’operazione con l’acquisizione di Autogrill dai Benetton (rimasti possessori del 20% del pacchetto azionario), che determinerà di fatto la fine dell’italianità di quell’azienda che per quasi 80 anni ha nutrito i viaggiatori lungo tutta la rete autostradale e aeroportuale della penisola, facendo di Autogrill uno dei simboli più evocativi del miracolo economico del dopoguerra.
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Nata dal genio di un panettiere di Novara, Mario Pavesi, la società Autogrill fu simbolo del boom economico e della motorizzazione di massa in Italia. Inglobata dall'Iri negli anni '70, fu venduta da Prodi ai Benetton. Che hanno ceduto agli svizzeri di Dufry.«La ragazza dietro al banco mescolava/ birra chiara e Seven-up/ e il sorriso da fossette e denti/ era da pubblicita' /come i visi alle pareti /di quel piccolo autogrill/ mentre i sogni miei segreti/ li rombavano via i TIR.» Fu proprio in un Autogrill lungo l'autostrada che Francesco Guccini ambientò la storia di un amore fugace e sfumato per una barista «bionda senza averne l’aria». E le pareti tappezzate di manifesti pubblicitari, le tendine in nylon rosa, il juke box, le insegne al neon riportano chi ascolta quella ballata malinconica ad uno dei luoghi simbolo dell’imprenditoria italiana dal boom economico in poi. La storia della prima catena italiana di ristorazione lungo la rete autostradale ai suoi albori ebbe inizio dal genio imprenditoriale di un industriale dolciario di Novara, Mario Pavesi. Nato in provincia di Pavia (come recita il cognome) a Cilavegna, piccolo centro a una ventina di chilometri da Novara, Mario fu il tipico esempio dell’intraprendenza del self-made man partito da nulla o quasi. Da un piccolo negozio di panetteria aperto con il fratello, passò a vendere dolci e confetti ai negozi della città piemontese. Nel 1937 decise di iniziare l’avventura in proprio aprendo un forno per la produzione di dolci e dei biscottini tipici novaresi. La guerra non lo fermò, nonostante le crescenti difficoltà nel reperimento delle materie prime. Anzi, Pavesi fu prodigo nel fornire quel che poteva a tutti: soldati, ospedali, partigiani e non. L’unione in matrimonio con la signora Mariuccia Lodigiani, collaboratrice amministrativa semplice e determinata, spinse ancora di più la piccola impresa verso una dimensione industriale. La ricetta vincente era riuscita: l’azienda si ampliò rapidamente tra il 1945 e il 1950. Intuitivo e anticipatore, simile in questo aspetto alla figura di Bernardo Caprotti patron di Esselunga, capì che il business si sarebbe potuto allargare a poche centinaia di metri dalla sua fabbrica, lungo l’autostrada Milano-Torino. Da sempre attento (oltre che ossessionato dalla qualità e dall’igiene in fabbrica) all’aspetto del marketing dei suoi biscotti dalla ricetta originale incentrata sugli aspetti dietetici ed al packaging dei prodotti, Mario volle fare in Italia quello che aveva sentito dagli Americani e che poi vedrà di persona durante un viaggio oltreoceano. Alla stazione di servizio di Novara vedeva tutte le notti i camionisti che si fermavano al piccolo punto vendita per comprare i biscotti e bere qualcosa: furono loro a fare scattare la scintilla della prima catena di ristorazione autostradale italiana, che porterà il suo cognome: «Autogrill Pavesi». Il primo negozio fu inaugurato nel 1950 con un battage pubblicitario studiato e spettacolare, compresa una mongolfiera che campeggiava sopra l’area di sosta di Novara. Gli anni Cinquanta e Sessanta, con la motorizzazione di massa, parallela allo sviluppo della rete autostradale da Nord a Sud del Paese fecero da volano all’idea vincente di Mario Pavesi. Dal piccolo ma futuristico punto di ristoro di Novara la rete della catena Pavesi (o Pavesini dal nome dei biscotti da cui tutto cominciò) si allargò in tutta la penisola, tanto che nel 1969 i dipendenti della società raggiungeranno le 1.800 unità. Gli affari di Mario il panettiere, in quegli anni di euforia per l’Italia uscita dall’incubo del dopoguerra, vedranno altri successi affiancarsi agli Autogrill: dalla sua inventiva nascevano i biscotti Ringo, i primi ad essere venduti in confezioni snack così come una delle bevande immancabili negli aperitivi degli anni Settanta, il Rabarbaro Zucca. Il successo dei punti ristoro Pavesi, con l’aumentare rapido dell’utenza automobilistica in Italia, lasciò spazio anche alla concorrenza targata Motta e Alemagna, due colossi dell’industria dolciaria italiana. Se Pavesi pensò e fece le cose in grande affidandosi alla maestria dell’architetto Angelo Bianchetti per le aree di servizio Villoresi sulla A8 (pubblicato sulla rivista americana Life) e Fiorenzuola d’Arda lungo l’autosole A1, Motta rispose con la maestosa stazione di Cantagallo e con quella di Limena, struttura ponte futuristica nei pressi di Padova. Alemagna realizzò i propri punti ristoro con un accordo commerciale con il gruppo Eni Agip.La storia di Mario Pavesi alla guida della grande catena si interruppe nel 1972 quando, afflitto dalle prime avvisaglie di una grave malattia che lo porterà alla morte nel 1990, decise di cedere alla Montedison il business di Autogrill esautorando i figli ancora troppo giovani dalla successione (si occuperanno in seguito degli altri marchi del gruppo). Il fondatore rimarrà presidente fino al 1974 e tre anni dopo, come era già accaduto ai concorrenti Motta e Alemagna, gli autogrill Pavesi furono inglobati assieme ai primi due marchi nel gruppo statale Sme, ramo alimentare dell’Iri, acquisendo la definitiva denominazione societaria «Autogrill». Sotto la gestione pubblica Autogrill inizia la lunga fase di espansione sia in Italia che all’estero. Degli anni Ottanta sono i brand della ristorazione espressa «Ciao» e «Spizzico», che ebbero una certa diffusione non solo in ambito autostradale nell’Italia che scopriva il mondo del fast food. I nuovi ristoranti furono aperti anche nelle principali città italiane e negli scali aeroportuali. Proprio la ristorazione aerea e il settore delle vendite in regime di porto franco duty free saranno gli obiettivi della società nel decennio successivo, caratterizzato nella prima metà da un’altra rivoluzione societaria per il marchio Autogrill. Nel 1993 l’Iri guidata per la seconda volta da Romano Prodi procedette allo smembramento e alla privatizzazione della Sme. Dopo un periodo in cui le offerte di diverse realtà bancarie e industriali furono ritenute inadeguate, il Gruppo comprendente Autogrill e la catena di supermercati Gs fu venduto ad una cordata costituita dalla famiglia Benetton e dall’altro grande imprenditore del nordest, Leonardo Del Vecchio. All’epoca della privatizzazione Autogrill aveva una rete di 311 punti vendita, quasi 6.500 addetti e un margine operativo lordo di 119 miliardi di lire. Sotto la gestione Benetton (Edizione Holding) l’azienda fu quotata in borsa nel 1997 e proseguì la forte espansione all’estero mediante importanti acquisizioni, sopra tutte quella del colosso della ristorazione aeroportuale statunitense HMS che deteneva il monopolio del franchising autostradale di importanti fast food come Burger King, Pizza Hut e altri. In Italia il marchio Burger King fu rappresentato proprio da Autogrill. Negli anni 2000 aumentò la presenza internazionale della partecipata dei Benetton nel business delle vendite aeroportuali esentasse, scisse nel decennio successivo dal ramo ristorazione con la nascita di World Duty Free con sede a Novara (esattamente dove nacquero gli autogrill di Pavesi), società quotata e in seguito interessata da un Opa della svizzera Dufry nel 2015 che ne ha acquisito la proprietà. La stessa società con sede a Basilea ha ripetuto l’operazione con l’acquisizione di Autogrill dai Benetton (rimasti possessori del 20% del pacchetto azionario), che determinerà di fatto la fine dell’italianità di quell’azienda che per quasi 80 anni ha nutrito i viaggiatori lungo tutta la rete autostradale e aeroportuale della penisola, facendo di Autogrill uno dei simboli più evocativi del miracolo economico del dopoguerra.
Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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