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2025-11-26
Il nuovo astro della sinistra insegna sesso alla materna
Silvia Salis (Imagoeconomica)
Come ti indottrino il pupo. Uscito dalla porta, il gender rientra dalla finestra vista mare del comune di Genova, dove Silvia Salis ha presentato un «progetto sperimentale» sull’educazione sessuoaffettiva a scuola che non si rivolge a ragazzi e ragazze già formati, ad allievi degli istituti superiori, ma è destinato a quattro asili con bambini dai 3 ai 6 anni. Un annuncio choc arrivato nella Giornata contro la violenza sulle donne, che scavalca a sinistra anche gli ultimi, fallimentari cartoni della Disney e raggiunge abissi che neppure Svezia e Nuova Zelanda avevano osato esplorare. Ma il sindaco del Pd tira dritto e vuole partire a gennaio: «Mi chiedono perché di questo attivismo e io rispondo che un sindaco progressista ha il dovere di occuparsi dei diritti. E visto il presente in cui viviamo credo fosse importante dare un segnale. Ne abbiamo la responsabilità».
Genova diventa un laboratorio sull’educazione sessuale in tutte le sue accezioni (quindi anche la non binaria) e i cuccioli di 3 anni ne sono le cavie. Le quattro scuole dell’infanzia scelte per il test di un’ora alla settimana sono la Firpo a Sampierdarena, la Mazzini, la Monticelli e la Santa Sofia, per un totale di 300 bambini coinvolti. Secondo l’amministrazione comunale il progetto si concretizzerà in laboratori gestiti da professionisti dei centri antiviolenza ed educatrici scolastiche. Aggiunge Salis: «Crediamo che ci sia un gran bisogno di educazione sessuoaffettiva tra i giovani. A chi chiede “a cosa serve?” rispondo che se il modello di un bambino o di una bambina a casa è quello della violenza, avrà gli strumenti per capire che è sbagliato e che esiste un’alternativa».
L’approccio è ideologico, quindi preoccupante. Il sindaco ritiene che il modello famigliare sia a maggioranza diseducativo (lo si evince dalle sue parole) e che l’intervento in sostituzione da parte dell’ente pubblico sia necessario. Sembra la seconda puntata della vicenda dei bambini sradicati dalla casa nel bosco a Chieti. Qui ci pensa il Comune e considera giovani anche gli infanti; l’indottrinamento comincia subito dopo lo svezzamento. «Verranno coinvolti nel percorso anche i genitori», concede Salis mentre presenta il corso a palazzo Tursi. Sarà interessante capire come, visto che una recente legge dello Stato e un pronunciamento della Corte di Cassazione stabiliscono un perimetro chiaro riguardo al delicatissimo tema.
La legge Valditara sottolinea che senza «consenso informato scritto» dei genitori nessun bambino può essere avviato all’educazione sessuale a scuola e alle lezioni relative al gender. Un argine ai progetti educativi mascherati come tali, che con il pretesto di educare all’uguaglianza e combattere le discriminazioni, promuovono ogni tipo di famiglia e la prevalenza dell’identità di genere sul sesso biologico. La sentenza di Cassazione 8.740 del 2024 stabilisce «l’importanza di un approccio graduale e concordato tenendo conto dell’età e della maturità degli alunni». E decreta che un insegnante che affronta il tema dell’educazione sessuale e della procreazione senza pianificazione e consenso rischia il licenziamento. Anche perché la scuola, nella formazione curricolare, insegna già a conoscere il corpo umano, oltre le ideologie e le semplificazioni.
All’azzardo genovese non è estraneo il movimentismo politico di Silvia Salis in questi mesi. Lei sta a Genova ma pensa sempre più a Roma come approdo definitivo: il cuore del Pd, con Base riformista (gli ex renziani) come sponsor principale per conquistare la segreteria. Cominciano a parlarne anche all’estero. Proprio ieri il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt la presentava a tutta pagina come «l’avversario» di Giorgia Meloni alle prossime politiche. Per riuscire nel blitz ha bisogno di accreditarsi presso la sinistra più gruppettara. E allora eccola, verdissima mentre il green deal langue, woke mentre il fanatismo transgender si attenua perfino nei campus californiani. Il sindaco sembra la locomotiva di Guccini lanciata verso il Nazareno. Le serve un posizionamento forte sul fronte dei diritti, tematica centrale della reggenza di Elly Schlein. L’obiettivo è centrale e gli effetti collaterali sono da mettere in conto, anche se hanno il viso, le trecce e le merendine dei bambini di tre anni.
Se non bastasse l’ambizione, ecco il surplus determinato dai compagni di viaggio. Il progetto su «sesso e infanzia» è un cavallo di battaglia dell’assessore alle Politiche dell’istruzione e Pari opportunità Rita Bruzzone (Pd), dentista, pasionaria dei diritti arcobaleno, motore operativo dell’iniziativa. Sempre in prima linea - e giustamente - contro la violenza di genere, non teme gli eccessi e le loro controindicazioni: durante l’ultima campagna elettorale è stata molto criticata per aver condiviso sui social il manifesto dal testo L’educazione sessuale si fa a scuola, non in chiesa con il quale alcuni attivisti avevano coperto il cartellone con il volto del candidato sindaco di centrodestra Pietro Piciocchi.
Contro il progetto sul sesso per baby l’opposizione genovese è sulle barricate. Francesco Maresca (Fdi) ricorda che «alla base dell’educazione sessuale c’è la famiglia, con cui la scuola collabora ma che non sostituisce. Ci sono stati casi in cui le scuole hanno portato esterni a parlare di gender senza avvisare le famiglie. Noi diciamo no». Piciocchi aggiunge: «Certi argomenti, se affrontati in modo inadeguato o precoce, più che consapevolezza rischiano di generare smarrimento». Tre anni, con mamma e papà fuori dall’aula. La parola alle famiglie.
L’esperimento choc per bimbi trans
Bambini come cavie. Bambini che dicono di sentirsi trans anche se sono piccolissimi (alcuni hanno solo 10 anni o poco più) e che si sottoporranno, con l’avallo dei genitori, a un test con i farmaci che bloccano la pubertà. E questo in un momento critico - quello che porta all’adolescenza - dove il futuro è ancora da scrivere. Dove si è per forza di cose insicuri. Incerti. E quindi bisognerebbe solo attendere e, magari, evitare anche il bombardamento continuo non solo di ormoni, ma anche di ideologia gender che riempie film e serie tv. Aspettare, dunque, sarebbe la cosa più saggia.
Ma non è così. Almeno nel Regno Unito, dove si terrà un grande esperimento a cui parteciperanno 226 ragazzi ai quali verranno iniettati i farmaci bloccanti della pubertà proibiti a fine 2024, dopo la pubblicazione del celebre «rapporto Cass» che evidenziava le criticità di questa pratica. Una posizione, quella dell’autrice del report Hilary Cass, di buon senso, oltre che realmente scientifica. Come può un bambino, in un periodo delicato della sua vita, prendere una decisione così importante? E, soprattutto, quali saranno, a lungo termine, gli effetti di questi farmaci su di lui? Il governo britannico aveva quindi scelto la via della prudenza, che ora pare non andare più bene. Perché questo test, che non è fatto su cavie da laboratorio ma su più di 200 bambini, ha proprio questo scopo: comprendere quali saranno gli effetti a lungo termine dei bloccanti della pubertà sui ragazzi. I ricercatori del King’s college hanno affermato che lo studio verrà fatto nel modo più sicuro e rigoroso, con un «monitoraggio attento» sui bambini. Una rassicurazione che però non è bastata. Per Maya Forstater, a capo del gruppo Sex Matters, «è scandaloso che una sperimentazione che prevede la somministrazione di bloccanti della pubertà a dei bambini abbia ricevuto il via libera prima di aver studiato i risultati per quelli già trattati». Una posizione non dissimile da quella di Stephanie Davies-Arai, che guida un gruppo di genitori preoccupati dalle teorie gender: «Non riteniamo che sia etico somministrare un trattamento irreversibile ai bambini quando non abbiamo prove sufficienti di benefici, ma conosciamo alcuni dei rischi come quelli riguardanti l’infertilità, la densità ossea e lo sviluppo del cervello in età adulta». E però lo studio deve andare avanti. Sembra quasi più per questioni ideologiche che per aiutare realmente i bambini. Il rapporto Cass, del resto, era stato chiaro. Fin troppo. Eppure, a meno di un anno, ecco un nuovo progetto. Anzi: una vera e propria sperimentazione. Le motivazioni, come accade sempre quando si parla di questioni etiche (si pensi all’aborto, all’eutanasia o all’utero in affitto), hanno sempre a che fare con la felicità delle persone. Come si può dire di no a chi si sente incastrato in un corpo che non è suo? E ancora: come si può dir di no a dei bambini che soffrono? La questione, prima ancora che scientifica, è forse filosofica, come nota Mary Harrington su Unherd. Si è passati da un sistema aristotelico - che prevede una natura e un fine - a un modello che non coltiva alcun perché. Se non esiste più un fine, allora tutto è casuale, compreso il corpo. Che può essere cambiato. Ma così si avvera il sogno transumanista. Quello che vuole modificare l’uomo, eliminando il suo essere più profondo. Rendendolo così infelice. Come dimostra l’epidemia di ansia e depressione dei nostri tempi.
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Il sindaco Silvia Salis vara un progetto a Genova che coinvolge 300 bambini da 3 a 6 anni: «Da qui può partire un movimento culturale che scardini il populismo becero che ha invaso il Paese». Speriamo di no.L’esperimento choc per bimbi trans. Il King’s college, in collaborazione col servizio sanitario nazionale britannico, inietterà i bloccanti della pubertà ai più giovani (dai 10 ai 15 anni) per un test sugli effetti avversi.Lo speciale contiene due articoli.Come ti indottrino il pupo. Uscito dalla porta, il gender rientra dalla finestra vista mare del comune di Genova, dove Silvia Salis ha presentato un «progetto sperimentale» sull’educazione sessuoaffettiva a scuola che non si rivolge a ragazzi e ragazze già formati, ad allievi degli istituti superiori, ma è destinato a quattro asili con bambini dai 3 ai 6 anni. Un annuncio choc arrivato nella Giornata contro la violenza sulle donne, che scavalca a sinistra anche gli ultimi, fallimentari cartoni della Disney e raggiunge abissi che neppure Svezia e Nuova Zelanda avevano osato esplorare. Ma il sindaco del Pd tira dritto e vuole partire a gennaio: «Mi chiedono perché di questo attivismo e io rispondo che un sindaco progressista ha il dovere di occuparsi dei diritti. E visto il presente in cui viviamo credo fosse importante dare un segnale. Ne abbiamo la responsabilità». Genova diventa un laboratorio sull’educazione sessuale in tutte le sue accezioni (quindi anche la non binaria) e i cuccioli di 3 anni ne sono le cavie. Le quattro scuole dell’infanzia scelte per il test di un’ora alla settimana sono la Firpo a Sampierdarena, la Mazzini, la Monticelli e la Santa Sofia, per un totale di 300 bambini coinvolti. Secondo l’amministrazione comunale il progetto si concretizzerà in laboratori gestiti da professionisti dei centri antiviolenza ed educatrici scolastiche. Aggiunge Salis: «Crediamo che ci sia un gran bisogno di educazione sessuoaffettiva tra i giovani. A chi chiede “a cosa serve?” rispondo che se il modello di un bambino o di una bambina a casa è quello della violenza, avrà gli strumenti per capire che è sbagliato e che esiste un’alternativa». L’approccio è ideologico, quindi preoccupante. Il sindaco ritiene che il modello famigliare sia a maggioranza diseducativo (lo si evince dalle sue parole) e che l’intervento in sostituzione da parte dell’ente pubblico sia necessario. Sembra la seconda puntata della vicenda dei bambini sradicati dalla casa nel bosco a Chieti. Qui ci pensa il Comune e considera giovani anche gli infanti; l’indottrinamento comincia subito dopo lo svezzamento. «Verranno coinvolti nel percorso anche i genitori», concede Salis mentre presenta il corso a palazzo Tursi. Sarà interessante capire come, visto che una recente legge dello Stato e un pronunciamento della Corte di Cassazione stabiliscono un perimetro chiaro riguardo al delicatissimo tema. La legge Valditara sottolinea che senza «consenso informato scritto» dei genitori nessun bambino può essere avviato all’educazione sessuale a scuola e alle lezioni relative al gender. Un argine ai progetti educativi mascherati come tali, che con il pretesto di educare all’uguaglianza e combattere le discriminazioni, promuovono ogni tipo di famiglia e la prevalenza dell’identità di genere sul sesso biologico. La sentenza di Cassazione 8.740 del 2024 stabilisce «l’importanza di un approccio graduale e concordato tenendo conto dell’età e della maturità degli alunni». E decreta che un insegnante che affronta il tema dell’educazione sessuale e della procreazione senza pianificazione e consenso rischia il licenziamento. Anche perché la scuola, nella formazione curricolare, insegna già a conoscere il corpo umano, oltre le ideologie e le semplificazioni. All’azzardo genovese non è estraneo il movimentismo politico di Silvia Salis in questi mesi. Lei sta a Genova ma pensa sempre più a Roma come approdo definitivo: il cuore del Pd, con Base riformista (gli ex renziani) come sponsor principale per conquistare la segreteria. Cominciano a parlarne anche all’estero. Proprio ieri il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt la presentava a tutta pagina come «l’avversario» di Giorgia Meloni alle prossime politiche. Per riuscire nel blitz ha bisogno di accreditarsi presso la sinistra più gruppettara. E allora eccola, verdissima mentre il green deal langue, woke mentre il fanatismo transgender si attenua perfino nei campus californiani. Il sindaco sembra la locomotiva di Guccini lanciata verso il Nazareno. Le serve un posizionamento forte sul fronte dei diritti, tematica centrale della reggenza di Elly Schlein. L’obiettivo è centrale e gli effetti collaterali sono da mettere in conto, anche se hanno il viso, le trecce e le merendine dei bambini di tre anni.Se non bastasse l’ambizione, ecco il surplus determinato dai compagni di viaggio. Il progetto su «sesso e infanzia» è un cavallo di battaglia dell’assessore alle Politiche dell’istruzione e Pari opportunità Rita Bruzzone (Pd), dentista, pasionaria dei diritti arcobaleno, motore operativo dell’iniziativa. Sempre in prima linea - e giustamente - contro la violenza di genere, non teme gli eccessi e le loro controindicazioni: durante l’ultima campagna elettorale è stata molto criticata per aver condiviso sui social il manifesto dal testo L’educazione sessuale si fa a scuola, non in chiesa con il quale alcuni attivisti avevano coperto il cartellone con il volto del candidato sindaco di centrodestra Pietro Piciocchi.Contro il progetto sul sesso per baby l’opposizione genovese è sulle barricate. Francesco Maresca (Fdi) ricorda che «alla base dell’educazione sessuale c’è la famiglia, con cui la scuola collabora ma che non sostituisce. Ci sono stati casi in cui le scuole hanno portato esterni a parlare di gender senza avvisare le famiglie. Noi diciamo no». Piciocchi aggiunge: «Certi argomenti, se affrontati in modo inadeguato o precoce, più che consapevolezza rischiano di generare smarrimento». Tre anni, con mamma e papà fuori dall’aula. 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Aspettare, dunque, sarebbe la cosa più saggia. Ma non è così. Almeno nel Regno Unito, dove si terrà un grande esperimento a cui parteciperanno 226 ragazzi ai quali verranno iniettati i farmaci bloccanti della pubertà proibiti a fine 2024, dopo la pubblicazione del celebre «rapporto Cass» che evidenziava le criticità di questa pratica. Una posizione, quella dell’autrice del report Hilary Cass, di buon senso, oltre che realmente scientifica. Come può un bambino, in un periodo delicato della sua vita, prendere una decisione così importante? E, soprattutto, quali saranno, a lungo termine, gli effetti di questi farmaci su di lui? Il governo britannico aveva quindi scelto la via della prudenza, che ora pare non andare più bene. Perché questo test, che non è fatto su cavie da laboratorio ma su più di 200 bambini, ha proprio questo scopo: comprendere quali saranno gli effetti a lungo termine dei bloccanti della pubertà sui ragazzi. I ricercatori del King’s college hanno affermato che lo studio verrà fatto nel modo più sicuro e rigoroso, con un «monitoraggio attento» sui bambini. Una rassicurazione che però non è bastata. Per Maya Forstater, a capo del gruppo Sex Matters, «è scandaloso che una sperimentazione che prevede la somministrazione di bloccanti della pubertà a dei bambini abbia ricevuto il via libera prima di aver studiato i risultati per quelli già trattati». Una posizione non dissimile da quella di Stephanie Davies-Arai, che guida un gruppo di genitori preoccupati dalle teorie gender: «Non riteniamo che sia etico somministrare un trattamento irreversibile ai bambini quando non abbiamo prove sufficienti di benefici, ma conosciamo alcuni dei rischi come quelli riguardanti l’infertilità, la densità ossea e lo sviluppo del cervello in età adulta». E però lo studio deve andare avanti. Sembra quasi più per questioni ideologiche che per aiutare realmente i bambini. Il rapporto Cass, del resto, era stato chiaro. Fin troppo. Eppure, a meno di un anno, ecco un nuovo progetto. Anzi: una vera e propria sperimentazione. Le motivazioni, come accade sempre quando si parla di questioni etiche (si pensi all’aborto, all’eutanasia o all’utero in affitto), hanno sempre a che fare con la felicità delle persone. Come si può dire di no a chi si sente incastrato in un corpo che non è suo? E ancora: come si può dir di no a dei bambini che soffrono? La questione, prima ancora che scientifica, è forse filosofica, come nota Mary Harrington su Unherd. Si è passati da un sistema aristotelico - che prevede una natura e un fine - a un modello che non coltiva alcun perché. Se non esiste più un fine, allora tutto è casuale, compreso il corpo. Che può essere cambiato. Ma così si avvera il sogno transumanista. Quello che vuole modificare l’uomo, eliminando il suo essere più profondo. Rendendolo così infelice. Come dimostra l’epidemia di ansia e depressione dei nostri tempi.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
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