True
2023-02-28
Sarà Agcom lo sceriffo dell’Europa nel Web
Prima che entri definitivamente in vigore la direttiva Ue che regola e controlla le attività illecite sull’online (digitale service act), ci sono ancora un po’ di mesi. Per fortuna, perché il Paese potrà intervenire con qualche anticorpo ed evitare che, a fronte delle importanti e legittime censure su chi commette illeciti, ci sia anche il rischio di vedersi censurare contenuti di natura politica o intellettuale. Il Dsa è diventato legge lo scorso ottobre e quindi, mentre il gemello digital market act comincia a entrare in vigore dal mese entrante, lascerà passare il 2023 prima del recepimento da parte di tutti i Paesi Ue.
Da un lato l’Italia, grazie alla legge che descriviamo nell’articolo sottostante, e nonostante qualche divergenza tra gli attori in causa, è pronta a mettere in piedi uno testi più all’avanguardia a livello Ue, mentre dall’altro deve ancora affrontare un elemento importante del recepimento delle norme Ue. Elemento che, anche dal punto di vista politico, si dimostrerà il più delicato. Come abbiamo già avuto modo di scrivere su queste colonne, a sovrintendere il rispetto delle nuove norme sarà una unità della Commisione Ue finanziata da una fee dello 0,05% del reddito netto globale del servizio.
Di fatto, nascerà un «Coordinatore dei servizi digitali» che, a sua volta, si avvarrà di enti segnalatori attendibili per ogni singola nazione. La struttura Ue che sta prendendo forma ha un po’ il sapore dei commissari politici sovietici perché tra le funzioni - e basta scavare un po’ sotto la crosta della sacrosanta lotta agli illeciti - c’è proprio quella della censura e del controllo dei contenuti che man mano vengono ritenuti dannosi. Ciò che adesso passa sotto il nome di fake news e viene ostacolato facendo pressioni nei confronti delle aziende della Silicon Valley, in futuro potrebbe essere una attività industriale e certosina.
Fa tremare i polsi il fatto che, in occasione di guerre, atti terrorsitici e pandemia, gli organi preposti possano chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in tempi rapidi. Chi deciderà per l’Italia cosa è lecito e cosa no? Non è stato deciso, ma l’unica authority che corrisponde all’identikit è l’Agcom. Ha le capacità e le forze per farlo. A questo punto, manca l’applicazione della direttive e l’incarico formale all’Agcom di diventare «digital coordinator» e «segnalatore attendibile».
Già oggi interviene di fronte alla violazione dei contenuti di copyright, in caso di pornografia o terrorismo. La stesura dell’incarico sarà però fondamentale a tutelare la libertà di espressione. L’applicazione pedissequa della norme Ue ci infilerebbe in un percorso molto difficile dal punto di vista democratico. Esiste, invece, la possibilità - e su questo dovrà vegliare anche il governo - che, in caso di contenuti considerati fake o semplicemente inappropriati, si evitino almeno gli automatismi. Blocco immediato dell’Ip e censura dovranno essere sostituiti almeno da una istruttoria nella quale chi ha postato o scritto sui social possa giustificare la validità del messaggio o fornirne gli argomenti sottostanti.
Certo, esistono già le leggi del codice penale e chi diffama, offende o danneggia dovrebbe essere semplicemente identificato e punito. Se non c’è aspetto penale, nessuno dovrebbe giustificarsi. È vero, però, che la norma Ue è diventata legge e nessuno l’ha fermata prima. Per questo ci auguriamo che l’applicazione sul suolo italiano - passateci il termine, visto l’argomento digitale - sia la più sensata possibile. È altrettanto vero che anche Agcom, pur essendo autorità indipendente, ha natura politica in quanto espressione di un Parlamento ma, allo stato ideale, possiamo dire che può fornire la migliore garanzia anche per i cittadini.
Da qua a due anni Agcom crescerà ulteriormente nelle competenze mettendo a fattor comune funzioni che già svolge. Si occuperà, dunque, di antipirateria ma pure di cyberresilience e del grande mondo dell’Iot, Internet of things. In mezzo c’è la libertà di espressione. È bene dirlo ad alta voce. Definiamo bene le regole nei prossimi mesi perché i poteri che daremo all’Agcom oggi impatteranno sui prossimi decenni del nostro Paese e sugli equilibri democratici.
Entro fine marzo prenderà corpo la legge italiana contro la pirateria
Entro fine marzo prenderà luce la proposta di legge contro la pirateria informatica. Un importante passo in avanti nella tutela del copyright, nel controllo dell’illecito, nella prevenzione di frodi. Una indagine realizzata da Fapav (Federazione per la Tutela delle industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali) a fine 2021 - pubblicata a giugno scorso - conferma che il 43% degli adulti ha commesso almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film, serie/fiction, programmi o sport live.
La tipologia di pirateria più diffusa si conferma quella digitale, che ha subito un’impennata durante la pandemia. Per la prima volta, nel 2021, è stato stimato il danno legato alla pirateria di sport live: 11 milioni di fruizioni perse e una conseguente perdita di fatturato pari a 267 milioni di euro. Considerando tutti e tre i contenuti (film, serie e sport), sono state stimate ripercussioni per l’economia italiana pari a 1,7 miliardi di euro di perdita in termini di fatturato delle aziende (non soltanto per l’industria audiovisiva), che implicano una perdita di Pil di circa 716 milioni di euro, di circa 9.400 posti di lavoro nonché di 319 milioni di euro di introiti fiscali. La proposta di legge a firma Elena Maccanti (Lega) e Federico Mollicone (Fdi) va chiaramente in questa direzione. L’obiettivo espresso nell’articolo 1 è quello di tutelare il diritto, responsabilizzando anche gli intermediari di rete «al fine di rendere più efficaci le attività di contrasto della diffusione illecita e della contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore», si legge nel testo, «e promuove campagne di comunicazione e sensibilizzazione del pubblico sul valore della proprietà intellettuale, anche al fine di contrastare la diffusione illecita e la contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore». Per essere più chiari, «nei casi di gravità e urgenza, che riguardino la messa a disposizione di contenuti trasmessi in diretta, prime visioni di opere cinematografiche, audiovisive o programmi di intrattenimento, contenuti audiovisivi, anche sportivi», l’Autorità (il riferimento è ad Agcom) ordinerà ai prestatori di servizi, compresi i prestatori di servizi di accesso alla rete, di disabilitare l’accesso ai contenuti trasmessi abusivamente mediante blocco dei nomi di dominio e degli indirizzi Ip. Le telco e gli altri intermediari avranno 30 minuti di tempo per spegnere l’indirizzo e inibire la visione. Periodicamente la lista dei nomi corrispondenti agli Ip bannati viene trasmessa alla Procura e da lì scatteranno le sanzioni amministrative che potranno essere anche di migliaia di euro. Per arrivare a questo controllo l’impianto della legge mira anche alla realizzazione di una piattaforma che automatizzi il più possibile gli interventi da parte delle telco. I costi stimati per la piattaforma vanno dai 600.000 euro ai 3 milioni e resta da capire chi finanzierà il progetto. L’interrogativo ha portato il mondo delle Tlc e quello del calcio a un confronto eccessivamente teso. Da un lato le Tlc, spiegando che i volumi di traffico ormai non influiscono più sui ricavi, vorrebbero evitare di ottemperare a obblighi costosi per dare esclusivamente benefici ai titolari dei diritti. La Lega calcio preme per accelerare per un semplice motivo. Più rigidi sono i controlli, più riuscirà ad alzare la posta dei diritti delle squadre. A breve, si terrà di nuovo l’asta e se i milioni di stima del danno da parte dei pirati informatici riuscissero a entrare nella valutazione dell’asta, è chiaro che i bilanci della serie A ne trarrebbero un grande vantaggio. Nelle prossime due settimane ci sarà un’ulteriore tornata di audizioni e si dorvebbre trovare il punto di caduta di tutti gli interessi. Compresi quello dello Stato, che vedrebbe il proprio gettito aumentare. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di spalmare sui ministeri competenti l’avvio e il costo di realizzazione dei controlli.
«Inizialmente il testo era un intervento mirato quasi esclusivamente alla pirateria digitale per gli eventi sportivi», spiega alla Verità Federico Mollicone, «con le nostre aggiunte successive siamo arrivati a mettere in piedi una legge quadro vera e propria in modo da allargare il perimetro anche a tutti i contenuti audio visivi ed editoriali. Ci confronteremo anche con i rappresentanti del governo che hanno competenza (Andrea Abodi, Alessio Butti ed Adolfo Urso, ndr), al momento le categorie ci hanno riconosciuto il fatto che il testo sia all’avanguardia a livello europeo e si prepari ad accogliere nel migliore dei modi le direttive Ue». L’idea, insomma, è cercare di accelerare anche al Senato o magari, con un decreto apposito, chiudere al più presto una legge che anticipa le norme Ue e può addirittura migliorarle.
Continua a leggereRiduci
Il «segnalatore» delle nuove regole sull’online non è stato ancora individuato, ma l’unico ente che può ricoprire questa carica è l’Autorità delle comunicazioni. Decreti da scrivere: c’è la possibilità di evitare gli automatismi immaginati dalla Commissione.Pirateria: confronto tra le Tlc e Lega calcio sulla piattaforma dei controlli. Mediazione di Fdi.Lo speciale contiene due articoli.Prima che entri definitivamente in vigore la direttiva Ue che regola e controlla le attività illecite sull’online (digitale service act), ci sono ancora un po’ di mesi. Per fortuna, perché il Paese potrà intervenire con qualche anticorpo ed evitare che, a fronte delle importanti e legittime censure su chi commette illeciti, ci sia anche il rischio di vedersi censurare contenuti di natura politica o intellettuale. Il Dsa è diventato legge lo scorso ottobre e quindi, mentre il gemello digital market act comincia a entrare in vigore dal mese entrante, lascerà passare il 2023 prima del recepimento da parte di tutti i Paesi Ue. Da un lato l’Italia, grazie alla legge che descriviamo nell’articolo sottostante, e nonostante qualche divergenza tra gli attori in causa, è pronta a mettere in piedi uno testi più all’avanguardia a livello Ue, mentre dall’altro deve ancora affrontare un elemento importante del recepimento delle norme Ue. Elemento che, anche dal punto di vista politico, si dimostrerà il più delicato. Come abbiamo già avuto modo di scrivere su queste colonne, a sovrintendere il rispetto delle nuove norme sarà una unità della Commisione Ue finanziata da una fee dello 0,05% del reddito netto globale del servizio.Di fatto, nascerà un «Coordinatore dei servizi digitali» che, a sua volta, si avvarrà di enti segnalatori attendibili per ogni singola nazione. La struttura Ue che sta prendendo forma ha un po’ il sapore dei commissari politici sovietici perché tra le funzioni - e basta scavare un po’ sotto la crosta della sacrosanta lotta agli illeciti - c’è proprio quella della censura e del controllo dei contenuti che man mano vengono ritenuti dannosi. Ciò che adesso passa sotto il nome di fake news e viene ostacolato facendo pressioni nei confronti delle aziende della Silicon Valley, in futuro potrebbe essere una attività industriale e certosina. Fa tremare i polsi il fatto che, in occasione di guerre, atti terrorsitici e pandemia, gli organi preposti possano chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in tempi rapidi. Chi deciderà per l’Italia cosa è lecito e cosa no? Non è stato deciso, ma l’unica authority che corrisponde all’identikit è l’Agcom. Ha le capacità e le forze per farlo. A questo punto, manca l’applicazione della direttive e l’incarico formale all’Agcom di diventare «digital coordinator» e «segnalatore attendibile».Già oggi interviene di fronte alla violazione dei contenuti di copyright, in caso di pornografia o terrorismo. La stesura dell’incarico sarà però fondamentale a tutelare la libertà di espressione. L’applicazione pedissequa della norme Ue ci infilerebbe in un percorso molto difficile dal punto di vista democratico. Esiste, invece, la possibilità - e su questo dovrà vegliare anche il governo - che, in caso di contenuti considerati fake o semplicemente inappropriati, si evitino almeno gli automatismi. Blocco immediato dell’Ip e censura dovranno essere sostituiti almeno da una istruttoria nella quale chi ha postato o scritto sui social possa giustificare la validità del messaggio o fornirne gli argomenti sottostanti.Certo, esistono già le leggi del codice penale e chi diffama, offende o danneggia dovrebbe essere semplicemente identificato e punito. Se non c’è aspetto penale, nessuno dovrebbe giustificarsi. È vero, però, che la norma Ue è diventata legge e nessuno l’ha fermata prima. Per questo ci auguriamo che l’applicazione sul suolo italiano - passateci il termine, visto l’argomento digitale - sia la più sensata possibile. È altrettanto vero che anche Agcom, pur essendo autorità indipendente, ha natura politica in quanto espressione di un Parlamento ma, allo stato ideale, possiamo dire che può fornire la migliore garanzia anche per i cittadini.Da qua a due anni Agcom crescerà ulteriormente nelle competenze mettendo a fattor comune funzioni che già svolge. Si occuperà, dunque, di antipirateria ma pure di cyberresilience e del grande mondo dell’Iot, Internet of things. In mezzo c’è la libertà di espressione. È bene dirlo ad alta voce. Definiamo bene le regole nei prossimi mesi perché i poteri che daremo all’Agcom oggi impatteranno sui prossimi decenni del nostro Paese e sugli equilibri democratici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/agcom-digitale-ue-sicurezza-2659478891.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="entro-fine-marzo-prendera-corpo-la-legge-italiana-contro-la-pirateria" data-post-id="2659478891" data-published-at="1677592660" data-use-pagination="False"> Entro fine marzo prenderà corpo la legge italiana contro la pirateria Entro fine marzo prenderà luce la proposta di legge contro la pirateria informatica. Un importante passo in avanti nella tutela del copyright, nel controllo dell’illecito, nella prevenzione di frodi. Una indagine realizzata da Fapav (Federazione per la Tutela delle industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali) a fine 2021 - pubblicata a giugno scorso - conferma che il 43% degli adulti ha commesso almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film, serie/fiction, programmi o sport live. La tipologia di pirateria più diffusa si conferma quella digitale, che ha subito un’impennata durante la pandemia. Per la prima volta, nel 2021, è stato stimato il danno legato alla pirateria di sport live: 11 milioni di fruizioni perse e una conseguente perdita di fatturato pari a 267 milioni di euro. Considerando tutti e tre i contenuti (film, serie e sport), sono state stimate ripercussioni per l’economia italiana pari a 1,7 miliardi di euro di perdita in termini di fatturato delle aziende (non soltanto per l’industria audiovisiva), che implicano una perdita di Pil di circa 716 milioni di euro, di circa 9.400 posti di lavoro nonché di 319 milioni di euro di introiti fiscali. La proposta di legge a firma Elena Maccanti (Lega) e Federico Mollicone (Fdi) va chiaramente in questa direzione. L’obiettivo espresso nell’articolo 1 è quello di tutelare il diritto, responsabilizzando anche gli intermediari di rete «al fine di rendere più efficaci le attività di contrasto della diffusione illecita e della contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore», si legge nel testo, «e promuove campagne di comunicazione e sensibilizzazione del pubblico sul valore della proprietà intellettuale, anche al fine di contrastare la diffusione illecita e la contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore». Per essere più chiari, «nei casi di gravità e urgenza, che riguardino la messa a disposizione di contenuti trasmessi in diretta, prime visioni di opere cinematografiche, audiovisive o programmi di intrattenimento, contenuti audiovisivi, anche sportivi», l’Autorità (il riferimento è ad Agcom) ordinerà ai prestatori di servizi, compresi i prestatori di servizi di accesso alla rete, di disabilitare l’accesso ai contenuti trasmessi abusivamente mediante blocco dei nomi di dominio e degli indirizzi Ip. Le telco e gli altri intermediari avranno 30 minuti di tempo per spegnere l’indirizzo e inibire la visione. Periodicamente la lista dei nomi corrispondenti agli Ip bannati viene trasmessa alla Procura e da lì scatteranno le sanzioni amministrative che potranno essere anche di migliaia di euro. Per arrivare a questo controllo l’impianto della legge mira anche alla realizzazione di una piattaforma che automatizzi il più possibile gli interventi da parte delle telco. I costi stimati per la piattaforma vanno dai 600.000 euro ai 3 milioni e resta da capire chi finanzierà il progetto. L’interrogativo ha portato il mondo delle Tlc e quello del calcio a un confronto eccessivamente teso. Da un lato le Tlc, spiegando che i volumi di traffico ormai non influiscono più sui ricavi, vorrebbero evitare di ottemperare a obblighi costosi per dare esclusivamente benefici ai titolari dei diritti. La Lega calcio preme per accelerare per un semplice motivo. Più rigidi sono i controlli, più riuscirà ad alzare la posta dei diritti delle squadre. A breve, si terrà di nuovo l’asta e se i milioni di stima del danno da parte dei pirati informatici riuscissero a entrare nella valutazione dell’asta, è chiaro che i bilanci della serie A ne trarrebbero un grande vantaggio. Nelle prossime due settimane ci sarà un’ulteriore tornata di audizioni e si dorvebbre trovare il punto di caduta di tutti gli interessi. Compresi quello dello Stato, che vedrebbe il proprio gettito aumentare. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di spalmare sui ministeri competenti l’avvio e il costo di realizzazione dei controlli. «Inizialmente il testo era un intervento mirato quasi esclusivamente alla pirateria digitale per gli eventi sportivi», spiega alla Verità Federico Mollicone, «con le nostre aggiunte successive siamo arrivati a mettere in piedi una legge quadro vera e propria in modo da allargare il perimetro anche a tutti i contenuti audio visivi ed editoriali. Ci confronteremo anche con i rappresentanti del governo che hanno competenza (Andrea Abodi, Alessio Butti ed Adolfo Urso, ndr), al momento le categorie ci hanno riconosciuto il fatto che il testo sia all’avanguardia a livello europeo e si prepari ad accogliere nel migliore dei modi le direttive Ue». L’idea, insomma, è cercare di accelerare anche al Senato o magari, con un decreto apposito, chiudere al più presto una legge che anticipa le norme Ue e può addirittura migliorarle.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
Continua a leggereRiduci