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2023-02-28
Sarà Agcom lo sceriffo dell’Europa nel Web
Prima che entri definitivamente in vigore la direttiva Ue che regola e controlla le attività illecite sull’online (digitale service act), ci sono ancora un po’ di mesi. Per fortuna, perché il Paese potrà intervenire con qualche anticorpo ed evitare che, a fronte delle importanti e legittime censure su chi commette illeciti, ci sia anche il rischio di vedersi censurare contenuti di natura politica o intellettuale. Il Dsa è diventato legge lo scorso ottobre e quindi, mentre il gemello digital market act comincia a entrare in vigore dal mese entrante, lascerà passare il 2023 prima del recepimento da parte di tutti i Paesi Ue.
Da un lato l’Italia, grazie alla legge che descriviamo nell’articolo sottostante, e nonostante qualche divergenza tra gli attori in causa, è pronta a mettere in piedi uno testi più all’avanguardia a livello Ue, mentre dall’altro deve ancora affrontare un elemento importante del recepimento delle norme Ue. Elemento che, anche dal punto di vista politico, si dimostrerà il più delicato. Come abbiamo già avuto modo di scrivere su queste colonne, a sovrintendere il rispetto delle nuove norme sarà una unità della Commisione Ue finanziata da una fee dello 0,05% del reddito netto globale del servizio.
Di fatto, nascerà un «Coordinatore dei servizi digitali» che, a sua volta, si avvarrà di enti segnalatori attendibili per ogni singola nazione. La struttura Ue che sta prendendo forma ha un po’ il sapore dei commissari politici sovietici perché tra le funzioni - e basta scavare un po’ sotto la crosta della sacrosanta lotta agli illeciti - c’è proprio quella della censura e del controllo dei contenuti che man mano vengono ritenuti dannosi. Ciò che adesso passa sotto il nome di fake news e viene ostacolato facendo pressioni nei confronti delle aziende della Silicon Valley, in futuro potrebbe essere una attività industriale e certosina.
Fa tremare i polsi il fatto che, in occasione di guerre, atti terrorsitici e pandemia, gli organi preposti possano chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in tempi rapidi. Chi deciderà per l’Italia cosa è lecito e cosa no? Non è stato deciso, ma l’unica authority che corrisponde all’identikit è l’Agcom. Ha le capacità e le forze per farlo. A questo punto, manca l’applicazione della direttive e l’incarico formale all’Agcom di diventare «digital coordinator» e «segnalatore attendibile».
Già oggi interviene di fronte alla violazione dei contenuti di copyright, in caso di pornografia o terrorismo. La stesura dell’incarico sarà però fondamentale a tutelare la libertà di espressione. L’applicazione pedissequa della norme Ue ci infilerebbe in un percorso molto difficile dal punto di vista democratico. Esiste, invece, la possibilità - e su questo dovrà vegliare anche il governo - che, in caso di contenuti considerati fake o semplicemente inappropriati, si evitino almeno gli automatismi. Blocco immediato dell’Ip e censura dovranno essere sostituiti almeno da una istruttoria nella quale chi ha postato o scritto sui social possa giustificare la validità del messaggio o fornirne gli argomenti sottostanti.
Certo, esistono già le leggi del codice penale e chi diffama, offende o danneggia dovrebbe essere semplicemente identificato e punito. Se non c’è aspetto penale, nessuno dovrebbe giustificarsi. È vero, però, che la norma Ue è diventata legge e nessuno l’ha fermata prima. Per questo ci auguriamo che l’applicazione sul suolo italiano - passateci il termine, visto l’argomento digitale - sia la più sensata possibile. È altrettanto vero che anche Agcom, pur essendo autorità indipendente, ha natura politica in quanto espressione di un Parlamento ma, allo stato ideale, possiamo dire che può fornire la migliore garanzia anche per i cittadini.
Da qua a due anni Agcom crescerà ulteriormente nelle competenze mettendo a fattor comune funzioni che già svolge. Si occuperà, dunque, di antipirateria ma pure di cyberresilience e del grande mondo dell’Iot, Internet of things. In mezzo c’è la libertà di espressione. È bene dirlo ad alta voce. Definiamo bene le regole nei prossimi mesi perché i poteri che daremo all’Agcom oggi impatteranno sui prossimi decenni del nostro Paese e sugli equilibri democratici.
Entro fine marzo prenderà corpo la legge italiana contro la pirateria
Entro fine marzo prenderà luce la proposta di legge contro la pirateria informatica. Un importante passo in avanti nella tutela del copyright, nel controllo dell’illecito, nella prevenzione di frodi. Una indagine realizzata da Fapav (Federazione per la Tutela delle industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali) a fine 2021 - pubblicata a giugno scorso - conferma che il 43% degli adulti ha commesso almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film, serie/fiction, programmi o sport live.
La tipologia di pirateria più diffusa si conferma quella digitale, che ha subito un’impennata durante la pandemia. Per la prima volta, nel 2021, è stato stimato il danno legato alla pirateria di sport live: 11 milioni di fruizioni perse e una conseguente perdita di fatturato pari a 267 milioni di euro. Considerando tutti e tre i contenuti (film, serie e sport), sono state stimate ripercussioni per l’economia italiana pari a 1,7 miliardi di euro di perdita in termini di fatturato delle aziende (non soltanto per l’industria audiovisiva), che implicano una perdita di Pil di circa 716 milioni di euro, di circa 9.400 posti di lavoro nonché di 319 milioni di euro di introiti fiscali. La proposta di legge a firma Elena Maccanti (Lega) e Federico Mollicone (Fdi) va chiaramente in questa direzione. L’obiettivo espresso nell’articolo 1 è quello di tutelare il diritto, responsabilizzando anche gli intermediari di rete «al fine di rendere più efficaci le attività di contrasto della diffusione illecita e della contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore», si legge nel testo, «e promuove campagne di comunicazione e sensibilizzazione del pubblico sul valore della proprietà intellettuale, anche al fine di contrastare la diffusione illecita e la contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore». Per essere più chiari, «nei casi di gravità e urgenza, che riguardino la messa a disposizione di contenuti trasmessi in diretta, prime visioni di opere cinematografiche, audiovisive o programmi di intrattenimento, contenuti audiovisivi, anche sportivi», l’Autorità (il riferimento è ad Agcom) ordinerà ai prestatori di servizi, compresi i prestatori di servizi di accesso alla rete, di disabilitare l’accesso ai contenuti trasmessi abusivamente mediante blocco dei nomi di dominio e degli indirizzi Ip. Le telco e gli altri intermediari avranno 30 minuti di tempo per spegnere l’indirizzo e inibire la visione. Periodicamente la lista dei nomi corrispondenti agli Ip bannati viene trasmessa alla Procura e da lì scatteranno le sanzioni amministrative che potranno essere anche di migliaia di euro. Per arrivare a questo controllo l’impianto della legge mira anche alla realizzazione di una piattaforma che automatizzi il più possibile gli interventi da parte delle telco. I costi stimati per la piattaforma vanno dai 600.000 euro ai 3 milioni e resta da capire chi finanzierà il progetto. L’interrogativo ha portato il mondo delle Tlc e quello del calcio a un confronto eccessivamente teso. Da un lato le Tlc, spiegando che i volumi di traffico ormai non influiscono più sui ricavi, vorrebbero evitare di ottemperare a obblighi costosi per dare esclusivamente benefici ai titolari dei diritti. La Lega calcio preme per accelerare per un semplice motivo. Più rigidi sono i controlli, più riuscirà ad alzare la posta dei diritti delle squadre. A breve, si terrà di nuovo l’asta e se i milioni di stima del danno da parte dei pirati informatici riuscissero a entrare nella valutazione dell’asta, è chiaro che i bilanci della serie A ne trarrebbero un grande vantaggio. Nelle prossime due settimane ci sarà un’ulteriore tornata di audizioni e si dorvebbre trovare il punto di caduta di tutti gli interessi. Compresi quello dello Stato, che vedrebbe il proprio gettito aumentare. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di spalmare sui ministeri competenti l’avvio e il costo di realizzazione dei controlli.
«Inizialmente il testo era un intervento mirato quasi esclusivamente alla pirateria digitale per gli eventi sportivi», spiega alla Verità Federico Mollicone, «con le nostre aggiunte successive siamo arrivati a mettere in piedi una legge quadro vera e propria in modo da allargare il perimetro anche a tutti i contenuti audio visivi ed editoriali. Ci confronteremo anche con i rappresentanti del governo che hanno competenza (Andrea Abodi, Alessio Butti ed Adolfo Urso, ndr), al momento le categorie ci hanno riconosciuto il fatto che il testo sia all’avanguardia a livello europeo e si prepari ad accogliere nel migliore dei modi le direttive Ue». L’idea, insomma, è cercare di accelerare anche al Senato o magari, con un decreto apposito, chiudere al più presto una legge che anticipa le norme Ue e può addirittura migliorarle.
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Il «segnalatore» delle nuove regole sull’online non è stato ancora individuato, ma l’unico ente che può ricoprire questa carica è l’Autorità delle comunicazioni. Decreti da scrivere: c’è la possibilità di evitare gli automatismi immaginati dalla Commissione.Pirateria: confronto tra le Tlc e Lega calcio sulla piattaforma dei controlli. Mediazione di Fdi.Lo speciale contiene due articoli.Prima che entri definitivamente in vigore la direttiva Ue che regola e controlla le attività illecite sull’online (digitale service act), ci sono ancora un po’ di mesi. Per fortuna, perché il Paese potrà intervenire con qualche anticorpo ed evitare che, a fronte delle importanti e legittime censure su chi commette illeciti, ci sia anche il rischio di vedersi censurare contenuti di natura politica o intellettuale. Il Dsa è diventato legge lo scorso ottobre e quindi, mentre il gemello digital market act comincia a entrare in vigore dal mese entrante, lascerà passare il 2023 prima del recepimento da parte di tutti i Paesi Ue. Da un lato l’Italia, grazie alla legge che descriviamo nell’articolo sottostante, e nonostante qualche divergenza tra gli attori in causa, è pronta a mettere in piedi uno testi più all’avanguardia a livello Ue, mentre dall’altro deve ancora affrontare un elemento importante del recepimento delle norme Ue. Elemento che, anche dal punto di vista politico, si dimostrerà il più delicato. Come abbiamo già avuto modo di scrivere su queste colonne, a sovrintendere il rispetto delle nuove norme sarà una unità della Commisione Ue finanziata da una fee dello 0,05% del reddito netto globale del servizio.Di fatto, nascerà un «Coordinatore dei servizi digitali» che, a sua volta, si avvarrà di enti segnalatori attendibili per ogni singola nazione. La struttura Ue che sta prendendo forma ha un po’ il sapore dei commissari politici sovietici perché tra le funzioni - e basta scavare un po’ sotto la crosta della sacrosanta lotta agli illeciti - c’è proprio quella della censura e del controllo dei contenuti che man mano vengono ritenuti dannosi. Ciò che adesso passa sotto il nome di fake news e viene ostacolato facendo pressioni nei confronti delle aziende della Silicon Valley, in futuro potrebbe essere una attività industriale e certosina. Fa tremare i polsi il fatto che, in occasione di guerre, atti terrorsitici e pandemia, gli organi preposti possano chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in tempi rapidi. Chi deciderà per l’Italia cosa è lecito e cosa no? Non è stato deciso, ma l’unica authority che corrisponde all’identikit è l’Agcom. Ha le capacità e le forze per farlo. A questo punto, manca l’applicazione della direttive e l’incarico formale all’Agcom di diventare «digital coordinator» e «segnalatore attendibile».Già oggi interviene di fronte alla violazione dei contenuti di copyright, in caso di pornografia o terrorismo. La stesura dell’incarico sarà però fondamentale a tutelare la libertà di espressione. L’applicazione pedissequa della norme Ue ci infilerebbe in un percorso molto difficile dal punto di vista democratico. Esiste, invece, la possibilità - e su questo dovrà vegliare anche il governo - che, in caso di contenuti considerati fake o semplicemente inappropriati, si evitino almeno gli automatismi. Blocco immediato dell’Ip e censura dovranno essere sostituiti almeno da una istruttoria nella quale chi ha postato o scritto sui social possa giustificare la validità del messaggio o fornirne gli argomenti sottostanti.Certo, esistono già le leggi del codice penale e chi diffama, offende o danneggia dovrebbe essere semplicemente identificato e punito. Se non c’è aspetto penale, nessuno dovrebbe giustificarsi. È vero, però, che la norma Ue è diventata legge e nessuno l’ha fermata prima. Per questo ci auguriamo che l’applicazione sul suolo italiano - passateci il termine, visto l’argomento digitale - sia la più sensata possibile. È altrettanto vero che anche Agcom, pur essendo autorità indipendente, ha natura politica in quanto espressione di un Parlamento ma, allo stato ideale, possiamo dire che può fornire la migliore garanzia anche per i cittadini.Da qua a due anni Agcom crescerà ulteriormente nelle competenze mettendo a fattor comune funzioni che già svolge. Si occuperà, dunque, di antipirateria ma pure di cyberresilience e del grande mondo dell’Iot, Internet of things. In mezzo c’è la libertà di espressione. È bene dirlo ad alta voce. Definiamo bene le regole nei prossimi mesi perché i poteri che daremo all’Agcom oggi impatteranno sui prossimi decenni del nostro Paese e sugli equilibri democratici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/agcom-digitale-ue-sicurezza-2659478891.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="entro-fine-marzo-prendera-corpo-la-legge-italiana-contro-la-pirateria" data-post-id="2659478891" data-published-at="1677592660" data-use-pagination="False"> Entro fine marzo prenderà corpo la legge italiana contro la pirateria Entro fine marzo prenderà luce la proposta di legge contro la pirateria informatica. Un importante passo in avanti nella tutela del copyright, nel controllo dell’illecito, nella prevenzione di frodi. Una indagine realizzata da Fapav (Federazione per la Tutela delle industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali) a fine 2021 - pubblicata a giugno scorso - conferma che il 43% degli adulti ha commesso almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film, serie/fiction, programmi o sport live. La tipologia di pirateria più diffusa si conferma quella digitale, che ha subito un’impennata durante la pandemia. Per la prima volta, nel 2021, è stato stimato il danno legato alla pirateria di sport live: 11 milioni di fruizioni perse e una conseguente perdita di fatturato pari a 267 milioni di euro. Considerando tutti e tre i contenuti (film, serie e sport), sono state stimate ripercussioni per l’economia italiana pari a 1,7 miliardi di euro di perdita in termini di fatturato delle aziende (non soltanto per l’industria audiovisiva), che implicano una perdita di Pil di circa 716 milioni di euro, di circa 9.400 posti di lavoro nonché di 319 milioni di euro di introiti fiscali. La proposta di legge a firma Elena Maccanti (Lega) e Federico Mollicone (Fdi) va chiaramente in questa direzione. L’obiettivo espresso nell’articolo 1 è quello di tutelare il diritto, responsabilizzando anche gli intermediari di rete «al fine di rendere più efficaci le attività di contrasto della diffusione illecita e della contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore», si legge nel testo, «e promuove campagne di comunicazione e sensibilizzazione del pubblico sul valore della proprietà intellettuale, anche al fine di contrastare la diffusione illecita e la contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore». Per essere più chiari, «nei casi di gravità e urgenza, che riguardino la messa a disposizione di contenuti trasmessi in diretta, prime visioni di opere cinematografiche, audiovisive o programmi di intrattenimento, contenuti audiovisivi, anche sportivi», l’Autorità (il riferimento è ad Agcom) ordinerà ai prestatori di servizi, compresi i prestatori di servizi di accesso alla rete, di disabilitare l’accesso ai contenuti trasmessi abusivamente mediante blocco dei nomi di dominio e degli indirizzi Ip. Le telco e gli altri intermediari avranno 30 minuti di tempo per spegnere l’indirizzo e inibire la visione. Periodicamente la lista dei nomi corrispondenti agli Ip bannati viene trasmessa alla Procura e da lì scatteranno le sanzioni amministrative che potranno essere anche di migliaia di euro. Per arrivare a questo controllo l’impianto della legge mira anche alla realizzazione di una piattaforma che automatizzi il più possibile gli interventi da parte delle telco. I costi stimati per la piattaforma vanno dai 600.000 euro ai 3 milioni e resta da capire chi finanzierà il progetto. L’interrogativo ha portato il mondo delle Tlc e quello del calcio a un confronto eccessivamente teso. Da un lato le Tlc, spiegando che i volumi di traffico ormai non influiscono più sui ricavi, vorrebbero evitare di ottemperare a obblighi costosi per dare esclusivamente benefici ai titolari dei diritti. La Lega calcio preme per accelerare per un semplice motivo. Più rigidi sono i controlli, più riuscirà ad alzare la posta dei diritti delle squadre. A breve, si terrà di nuovo l’asta e se i milioni di stima del danno da parte dei pirati informatici riuscissero a entrare nella valutazione dell’asta, è chiaro che i bilanci della serie A ne trarrebbero un grande vantaggio. Nelle prossime due settimane ci sarà un’ulteriore tornata di audizioni e si dorvebbre trovare il punto di caduta di tutti gli interessi. Compresi quello dello Stato, che vedrebbe il proprio gettito aumentare. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di spalmare sui ministeri competenti l’avvio e il costo di realizzazione dei controlli. «Inizialmente il testo era un intervento mirato quasi esclusivamente alla pirateria digitale per gli eventi sportivi», spiega alla Verità Federico Mollicone, «con le nostre aggiunte successive siamo arrivati a mettere in piedi una legge quadro vera e propria in modo da allargare il perimetro anche a tutti i contenuti audio visivi ed editoriali. Ci confronteremo anche con i rappresentanti del governo che hanno competenza (Andrea Abodi, Alessio Butti ed Adolfo Urso, ndr), al momento le categorie ci hanno riconosciuto il fatto che il testo sia all’avanguardia a livello europeo e si prepari ad accogliere nel migliore dei modi le direttive Ue». L’idea, insomma, è cercare di accelerare anche al Senato o magari, con un decreto apposito, chiudere al più presto una legge che anticipa le norme Ue e può addirittura migliorarle.
Guido Gallese (Ansa)
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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