True
2023-02-28
Sarà Agcom lo sceriffo dell’Europa nel Web
Prima che entri definitivamente in vigore la direttiva Ue che regola e controlla le attività illecite sull’online (digitale service act), ci sono ancora un po’ di mesi. Per fortuna, perché il Paese potrà intervenire con qualche anticorpo ed evitare che, a fronte delle importanti e legittime censure su chi commette illeciti, ci sia anche il rischio di vedersi censurare contenuti di natura politica o intellettuale. Il Dsa è diventato legge lo scorso ottobre e quindi, mentre il gemello digital market act comincia a entrare in vigore dal mese entrante, lascerà passare il 2023 prima del recepimento da parte di tutti i Paesi Ue.
Da un lato l’Italia, grazie alla legge che descriviamo nell’articolo sottostante, e nonostante qualche divergenza tra gli attori in causa, è pronta a mettere in piedi uno testi più all’avanguardia a livello Ue, mentre dall’altro deve ancora affrontare un elemento importante del recepimento delle norme Ue. Elemento che, anche dal punto di vista politico, si dimostrerà il più delicato. Come abbiamo già avuto modo di scrivere su queste colonne, a sovrintendere il rispetto delle nuove norme sarà una unità della Commisione Ue finanziata da una fee dello 0,05% del reddito netto globale del servizio.
Di fatto, nascerà un «Coordinatore dei servizi digitali» che, a sua volta, si avvarrà di enti segnalatori attendibili per ogni singola nazione. La struttura Ue che sta prendendo forma ha un po’ il sapore dei commissari politici sovietici perché tra le funzioni - e basta scavare un po’ sotto la crosta della sacrosanta lotta agli illeciti - c’è proprio quella della censura e del controllo dei contenuti che man mano vengono ritenuti dannosi. Ciò che adesso passa sotto il nome di fake news e viene ostacolato facendo pressioni nei confronti delle aziende della Silicon Valley, in futuro potrebbe essere una attività industriale e certosina.
Fa tremare i polsi il fatto che, in occasione di guerre, atti terrorsitici e pandemia, gli organi preposti possano chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in tempi rapidi. Chi deciderà per l’Italia cosa è lecito e cosa no? Non è stato deciso, ma l’unica authority che corrisponde all’identikit è l’Agcom. Ha le capacità e le forze per farlo. A questo punto, manca l’applicazione della direttive e l’incarico formale all’Agcom di diventare «digital coordinator» e «segnalatore attendibile».
Già oggi interviene di fronte alla violazione dei contenuti di copyright, in caso di pornografia o terrorismo. La stesura dell’incarico sarà però fondamentale a tutelare la libertà di espressione. L’applicazione pedissequa della norme Ue ci infilerebbe in un percorso molto difficile dal punto di vista democratico. Esiste, invece, la possibilità - e su questo dovrà vegliare anche il governo - che, in caso di contenuti considerati fake o semplicemente inappropriati, si evitino almeno gli automatismi. Blocco immediato dell’Ip e censura dovranno essere sostituiti almeno da una istruttoria nella quale chi ha postato o scritto sui social possa giustificare la validità del messaggio o fornirne gli argomenti sottostanti.
Certo, esistono già le leggi del codice penale e chi diffama, offende o danneggia dovrebbe essere semplicemente identificato e punito. Se non c’è aspetto penale, nessuno dovrebbe giustificarsi. È vero, però, che la norma Ue è diventata legge e nessuno l’ha fermata prima. Per questo ci auguriamo che l’applicazione sul suolo italiano - passateci il termine, visto l’argomento digitale - sia la più sensata possibile. È altrettanto vero che anche Agcom, pur essendo autorità indipendente, ha natura politica in quanto espressione di un Parlamento ma, allo stato ideale, possiamo dire che può fornire la migliore garanzia anche per i cittadini.
Da qua a due anni Agcom crescerà ulteriormente nelle competenze mettendo a fattor comune funzioni che già svolge. Si occuperà, dunque, di antipirateria ma pure di cyberresilience e del grande mondo dell’Iot, Internet of things. In mezzo c’è la libertà di espressione. È bene dirlo ad alta voce. Definiamo bene le regole nei prossimi mesi perché i poteri che daremo all’Agcom oggi impatteranno sui prossimi decenni del nostro Paese e sugli equilibri democratici.
Entro fine marzo prenderà corpo la legge italiana contro la pirateria
Entro fine marzo prenderà luce la proposta di legge contro la pirateria informatica. Un importante passo in avanti nella tutela del copyright, nel controllo dell’illecito, nella prevenzione di frodi. Una indagine realizzata da Fapav (Federazione per la Tutela delle industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali) a fine 2021 - pubblicata a giugno scorso - conferma che il 43% degli adulti ha commesso almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film, serie/fiction, programmi o sport live.
La tipologia di pirateria più diffusa si conferma quella digitale, che ha subito un’impennata durante la pandemia. Per la prima volta, nel 2021, è stato stimato il danno legato alla pirateria di sport live: 11 milioni di fruizioni perse e una conseguente perdita di fatturato pari a 267 milioni di euro. Considerando tutti e tre i contenuti (film, serie e sport), sono state stimate ripercussioni per l’economia italiana pari a 1,7 miliardi di euro di perdita in termini di fatturato delle aziende (non soltanto per l’industria audiovisiva), che implicano una perdita di Pil di circa 716 milioni di euro, di circa 9.400 posti di lavoro nonché di 319 milioni di euro di introiti fiscali. La proposta di legge a firma Elena Maccanti (Lega) e Federico Mollicone (Fdi) va chiaramente in questa direzione. L’obiettivo espresso nell’articolo 1 è quello di tutelare il diritto, responsabilizzando anche gli intermediari di rete «al fine di rendere più efficaci le attività di contrasto della diffusione illecita e della contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore», si legge nel testo, «e promuove campagne di comunicazione e sensibilizzazione del pubblico sul valore della proprietà intellettuale, anche al fine di contrastare la diffusione illecita e la contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore». Per essere più chiari, «nei casi di gravità e urgenza, che riguardino la messa a disposizione di contenuti trasmessi in diretta, prime visioni di opere cinematografiche, audiovisive o programmi di intrattenimento, contenuti audiovisivi, anche sportivi», l’Autorità (il riferimento è ad Agcom) ordinerà ai prestatori di servizi, compresi i prestatori di servizi di accesso alla rete, di disabilitare l’accesso ai contenuti trasmessi abusivamente mediante blocco dei nomi di dominio e degli indirizzi Ip. Le telco e gli altri intermediari avranno 30 minuti di tempo per spegnere l’indirizzo e inibire la visione. Periodicamente la lista dei nomi corrispondenti agli Ip bannati viene trasmessa alla Procura e da lì scatteranno le sanzioni amministrative che potranno essere anche di migliaia di euro. Per arrivare a questo controllo l’impianto della legge mira anche alla realizzazione di una piattaforma che automatizzi il più possibile gli interventi da parte delle telco. I costi stimati per la piattaforma vanno dai 600.000 euro ai 3 milioni e resta da capire chi finanzierà il progetto. L’interrogativo ha portato il mondo delle Tlc e quello del calcio a un confronto eccessivamente teso. Da un lato le Tlc, spiegando che i volumi di traffico ormai non influiscono più sui ricavi, vorrebbero evitare di ottemperare a obblighi costosi per dare esclusivamente benefici ai titolari dei diritti. La Lega calcio preme per accelerare per un semplice motivo. Più rigidi sono i controlli, più riuscirà ad alzare la posta dei diritti delle squadre. A breve, si terrà di nuovo l’asta e se i milioni di stima del danno da parte dei pirati informatici riuscissero a entrare nella valutazione dell’asta, è chiaro che i bilanci della serie A ne trarrebbero un grande vantaggio. Nelle prossime due settimane ci sarà un’ulteriore tornata di audizioni e si dorvebbre trovare il punto di caduta di tutti gli interessi. Compresi quello dello Stato, che vedrebbe il proprio gettito aumentare. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di spalmare sui ministeri competenti l’avvio e il costo di realizzazione dei controlli.
«Inizialmente il testo era un intervento mirato quasi esclusivamente alla pirateria digitale per gli eventi sportivi», spiega alla Verità Federico Mollicone, «con le nostre aggiunte successive siamo arrivati a mettere in piedi una legge quadro vera e propria in modo da allargare il perimetro anche a tutti i contenuti audio visivi ed editoriali. Ci confronteremo anche con i rappresentanti del governo che hanno competenza (Andrea Abodi, Alessio Butti ed Adolfo Urso, ndr), al momento le categorie ci hanno riconosciuto il fatto che il testo sia all’avanguardia a livello europeo e si prepari ad accogliere nel migliore dei modi le direttive Ue». L’idea, insomma, è cercare di accelerare anche al Senato o magari, con un decreto apposito, chiudere al più presto una legge che anticipa le norme Ue e può addirittura migliorarle.
Continua a leggereRiduci
Il «segnalatore» delle nuove regole sull’online non è stato ancora individuato, ma l’unico ente che può ricoprire questa carica è l’Autorità delle comunicazioni. Decreti da scrivere: c’è la possibilità di evitare gli automatismi immaginati dalla Commissione.Pirateria: confronto tra le Tlc e Lega calcio sulla piattaforma dei controlli. Mediazione di Fdi.Lo speciale contiene due articoli.Prima che entri definitivamente in vigore la direttiva Ue che regola e controlla le attività illecite sull’online (digitale service act), ci sono ancora un po’ di mesi. Per fortuna, perché il Paese potrà intervenire con qualche anticorpo ed evitare che, a fronte delle importanti e legittime censure su chi commette illeciti, ci sia anche il rischio di vedersi censurare contenuti di natura politica o intellettuale. Il Dsa è diventato legge lo scorso ottobre e quindi, mentre il gemello digital market act comincia a entrare in vigore dal mese entrante, lascerà passare il 2023 prima del recepimento da parte di tutti i Paesi Ue. Da un lato l’Italia, grazie alla legge che descriviamo nell’articolo sottostante, e nonostante qualche divergenza tra gli attori in causa, è pronta a mettere in piedi uno testi più all’avanguardia a livello Ue, mentre dall’altro deve ancora affrontare un elemento importante del recepimento delle norme Ue. Elemento che, anche dal punto di vista politico, si dimostrerà il più delicato. Come abbiamo già avuto modo di scrivere su queste colonne, a sovrintendere il rispetto delle nuove norme sarà una unità della Commisione Ue finanziata da una fee dello 0,05% del reddito netto globale del servizio.Di fatto, nascerà un «Coordinatore dei servizi digitali» che, a sua volta, si avvarrà di enti segnalatori attendibili per ogni singola nazione. La struttura Ue che sta prendendo forma ha un po’ il sapore dei commissari politici sovietici perché tra le funzioni - e basta scavare un po’ sotto la crosta della sacrosanta lotta agli illeciti - c’è proprio quella della censura e del controllo dei contenuti che man mano vengono ritenuti dannosi. Ciò che adesso passa sotto il nome di fake news e viene ostacolato facendo pressioni nei confronti delle aziende della Silicon Valley, in futuro potrebbe essere una attività industriale e certosina. Fa tremare i polsi il fatto che, in occasione di guerre, atti terrorsitici e pandemia, gli organi preposti possano chiedere la rimozione di contenuti informativi «non corretti» in tempi rapidi. Chi deciderà per l’Italia cosa è lecito e cosa no? Non è stato deciso, ma l’unica authority che corrisponde all’identikit è l’Agcom. Ha le capacità e le forze per farlo. A questo punto, manca l’applicazione della direttive e l’incarico formale all’Agcom di diventare «digital coordinator» e «segnalatore attendibile».Già oggi interviene di fronte alla violazione dei contenuti di copyright, in caso di pornografia o terrorismo. La stesura dell’incarico sarà però fondamentale a tutelare la libertà di espressione. L’applicazione pedissequa della norme Ue ci infilerebbe in un percorso molto difficile dal punto di vista democratico. Esiste, invece, la possibilità - e su questo dovrà vegliare anche il governo - che, in caso di contenuti considerati fake o semplicemente inappropriati, si evitino almeno gli automatismi. Blocco immediato dell’Ip e censura dovranno essere sostituiti almeno da una istruttoria nella quale chi ha postato o scritto sui social possa giustificare la validità del messaggio o fornirne gli argomenti sottostanti.Certo, esistono già le leggi del codice penale e chi diffama, offende o danneggia dovrebbe essere semplicemente identificato e punito. Se non c’è aspetto penale, nessuno dovrebbe giustificarsi. È vero, però, che la norma Ue è diventata legge e nessuno l’ha fermata prima. Per questo ci auguriamo che l’applicazione sul suolo italiano - passateci il termine, visto l’argomento digitale - sia la più sensata possibile. È altrettanto vero che anche Agcom, pur essendo autorità indipendente, ha natura politica in quanto espressione di un Parlamento ma, allo stato ideale, possiamo dire che può fornire la migliore garanzia anche per i cittadini.Da qua a due anni Agcom crescerà ulteriormente nelle competenze mettendo a fattor comune funzioni che già svolge. Si occuperà, dunque, di antipirateria ma pure di cyberresilience e del grande mondo dell’Iot, Internet of things. In mezzo c’è la libertà di espressione. È bene dirlo ad alta voce. Definiamo bene le regole nei prossimi mesi perché i poteri che daremo all’Agcom oggi impatteranno sui prossimi decenni del nostro Paese e sugli equilibri democratici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/agcom-digitale-ue-sicurezza-2659478891.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="entro-fine-marzo-prendera-corpo-la-legge-italiana-contro-la-pirateria" data-post-id="2659478891" data-published-at="1677592660" data-use-pagination="False"> Entro fine marzo prenderà corpo la legge italiana contro la pirateria Entro fine marzo prenderà luce la proposta di legge contro la pirateria informatica. Un importante passo in avanti nella tutela del copyright, nel controllo dell’illecito, nella prevenzione di frodi. Una indagine realizzata da Fapav (Federazione per la Tutela delle industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali) a fine 2021 - pubblicata a giugno scorso - conferma che il 43% degli adulti ha commesso almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film, serie/fiction, programmi o sport live. La tipologia di pirateria più diffusa si conferma quella digitale, che ha subito un’impennata durante la pandemia. Per la prima volta, nel 2021, è stato stimato il danno legato alla pirateria di sport live: 11 milioni di fruizioni perse e una conseguente perdita di fatturato pari a 267 milioni di euro. Considerando tutti e tre i contenuti (film, serie e sport), sono state stimate ripercussioni per l’economia italiana pari a 1,7 miliardi di euro di perdita in termini di fatturato delle aziende (non soltanto per l’industria audiovisiva), che implicano una perdita di Pil di circa 716 milioni di euro, di circa 9.400 posti di lavoro nonché di 319 milioni di euro di introiti fiscali. La proposta di legge a firma Elena Maccanti (Lega) e Federico Mollicone (Fdi) va chiaramente in questa direzione. L’obiettivo espresso nell’articolo 1 è quello di tutelare il diritto, responsabilizzando anche gli intermediari di rete «al fine di rendere più efficaci le attività di contrasto della diffusione illecita e della contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore», si legge nel testo, «e promuove campagne di comunicazione e sensibilizzazione del pubblico sul valore della proprietà intellettuale, anche al fine di contrastare la diffusione illecita e la contraffazione di contenuti tutelati dal diritto d’autore». Per essere più chiari, «nei casi di gravità e urgenza, che riguardino la messa a disposizione di contenuti trasmessi in diretta, prime visioni di opere cinematografiche, audiovisive o programmi di intrattenimento, contenuti audiovisivi, anche sportivi», l’Autorità (il riferimento è ad Agcom) ordinerà ai prestatori di servizi, compresi i prestatori di servizi di accesso alla rete, di disabilitare l’accesso ai contenuti trasmessi abusivamente mediante blocco dei nomi di dominio e degli indirizzi Ip. Le telco e gli altri intermediari avranno 30 minuti di tempo per spegnere l’indirizzo e inibire la visione. Periodicamente la lista dei nomi corrispondenti agli Ip bannati viene trasmessa alla Procura e da lì scatteranno le sanzioni amministrative che potranno essere anche di migliaia di euro. Per arrivare a questo controllo l’impianto della legge mira anche alla realizzazione di una piattaforma che automatizzi il più possibile gli interventi da parte delle telco. I costi stimati per la piattaforma vanno dai 600.000 euro ai 3 milioni e resta da capire chi finanzierà il progetto. L’interrogativo ha portato il mondo delle Tlc e quello del calcio a un confronto eccessivamente teso. Da un lato le Tlc, spiegando che i volumi di traffico ormai non influiscono più sui ricavi, vorrebbero evitare di ottemperare a obblighi costosi per dare esclusivamente benefici ai titolari dei diritti. La Lega calcio preme per accelerare per un semplice motivo. Più rigidi sono i controlli, più riuscirà ad alzare la posta dei diritti delle squadre. A breve, si terrà di nuovo l’asta e se i milioni di stima del danno da parte dei pirati informatici riuscissero a entrare nella valutazione dell’asta, è chiaro che i bilanci della serie A ne trarrebbero un grande vantaggio. Nelle prossime due settimane ci sarà un’ulteriore tornata di audizioni e si dorvebbre trovare il punto di caduta di tutti gli interessi. Compresi quello dello Stato, che vedrebbe il proprio gettito aumentare. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di spalmare sui ministeri competenti l’avvio e il costo di realizzazione dei controlli. «Inizialmente il testo era un intervento mirato quasi esclusivamente alla pirateria digitale per gli eventi sportivi», spiega alla Verità Federico Mollicone, «con le nostre aggiunte successive siamo arrivati a mettere in piedi una legge quadro vera e propria in modo da allargare il perimetro anche a tutti i contenuti audio visivi ed editoriali. Ci confronteremo anche con i rappresentanti del governo che hanno competenza (Andrea Abodi, Alessio Butti ed Adolfo Urso, ndr), al momento le categorie ci hanno riconosciuto il fatto che il testo sia all’avanguardia a livello europeo e si prepari ad accogliere nel migliore dei modi le direttive Ue». L’idea, insomma, è cercare di accelerare anche al Senato o magari, con un decreto apposito, chiudere al più presto una legge che anticipa le norme Ue e può addirittura migliorarle.
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
Continua a leggereRiduci
iStock
Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
Continua a leggereRiduci
Il settore italiano degli imballaggi vale 51,3 miliardi e impiega 12.000 addetti. Alla luce del nuovo regolamento europeo PPWR che punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, la filiera chiede strumenti stabili e un tavolo con governo e Parlamento per innovare senza penalizzare competitività e lavoro.
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
Continua a leggereRiduci