True
2018-10-18
A furia di imporci più Europa siamo diventati i più euroscettici. E Bruxelles continua a punirci con nuove minacce
ANSA
Gli italiani sono euroscettici, e il loro sentimento di dubbio nei confronti delle istituzioni comunitarie e dell'Unione cresce sempre di più. L'avreste detto? Forse. Ma in ogni caso, sappiate che questa notizia - detta in questi termini vagamente brutali - non la troverete sugli altri giornali. Il paradosso fantastico dei comunicati stampa - infatti - sono titoli ricapitolativi del tenore di questo, diffuso proprio ieri per presentare i risultati dell'ultima indagine di opinione condotta in tutto il continente: «Eurobarometro: cresce l'apprezzamento per l'Unione Europea nella maggior parte degli Stati membri"» Bene, benissimo.
Poi vai a vedere la tabella allegata e scopri subito due notizie che ovviamente quella sintesi non racconta. E cioè che 1) il Paese in cui questo apprezzamento è più basso è l'Italia. E subito dopo che 2) in Italia il numero di quelli che non apprezzano l'Unione è addirittura superiore a quello di coloro che l'apprezzano. E allora, con un punto di curiosità in più te lo vai a cercare il dettaglio di quella tabella, che come avrete intuito non è inserita nel comunicato (dove il numero dei non apprezzanti è pudicamente omesso), e che invece si trova in un link specifico sul sito del Parlamento Europeo.
Dovete sapere anche che «Eurobarometro» è una indagine ufficiale pagata dall'Unione, e persino vidimata dallo stesso parlamento, per bocca del suo presidente Antonio Tajani, con tanto di entusiastica dichiarazione: «In quasi tutta Europa cresce l'apprezzamento per l'appartenenza all'Unione e per i benefici che ne derivano, con livelli record dal 1983». Bene, benissimo. Quasi. È quindi ovvio che quel dato di malessere profondo sia occultato dall'enfasi, mentre è clamoroso che sia stato rilevato proprio da questa indagine. È divertente che dentro la splendida elusione di quel «quasi» Tajani ci nasconda il suo Paese. E che solo dopo qualche entusiastica riga aggiunga qualche parola per affrontare il problema segnalato da quell'avverbio: «Non possiamo certo cullarci sugli allori. In alcuni Stati membri, tra cui l'Italia, la percentuale di chi pensa che l'appartenenza all'Ue sia positiva è ancora troppo bassa».
Se però li leggi, quei numeri, fai un salto sulla sedia. E il titolo corretto (almeno secondo l'antica regola per cui la notizia non è mai il cane che morde l'uomo, ma viceversa), andrebbe formulata così. È tanto grande il malessere degli italiani nei confronti dell'Europa, che interrogati su questo tema, rispondono a maggioranza in questo modo. Ma prima di tutto la domanda, che in sé stessa è già un capolavoro, un punto di incontro sublime tra demoscopia e imbarazzata ufficialità: «Tutto considerato», chiede l'Eurobarometro, «lei ritiene che il nostro Paese abbia tratto oppure no dei vantaggi dall'appartenenza all'Unione europea?». E allora immaginatevi la scena: siete dei cittadini italiani, già tendenzialmente reprobi, vi chiama l'oste, cioè l'Eurobarometro, vi chiede pudicamente se «tutto considerato» il suo vino sia buono. E i reprobi rispondono: «Non ho tratto vantaggi», nella percentuale incredibile del 45%. Quelli che scelgono l'opzione «Ha tratto vantaggi» si fermano al 43%. Bene, benissimo. Tutto considerato. Quindi ecco che la notizia deve essere ribaltata: non solo gli italiani sono quelli che in maggior numero rispetto agli altri cittadini dei Paesi membri sentono l'Europa come una istituzione matrigna. Ma addirittura la maggior parte dei cittadini italiani condivide questo sentimento di sfiducia. Al punto da spingersi fino a dire all'oste (cioè quasi Tajani, cioè l'Eurobarometro, cioè l'Europa stessa) che «tutto considerato» pensano che quel vino in questi anni abbia fatto loro del male.
Andiamo allora alla tabella comparativa e cronologica, che è ancora più interessante: in Europa il 68% di cittadini pensano di aver tratto dei vantaggi, e questa percentuale - già apprezzabilmente alta - è addirittura in crescita di un punto negli ultimi quattro mesi. Mentre in Italia questa tendenza letteralmente si ribalta: coloro che hanno un giudizio negativo sono addirittura cresciuti del 4% tra aprile e settembre di quest'anno. Erano cioè una cospicua minoranza solo pochi mesi fa, e adesso sono diventati una maggioranza relativa.
Provate a immaginare se a fare questo sondaggio - senza «tutto considerato» - non fosse l'Eurobarometro, ma qualche sondaggista più spettinato. Il punto è che in un'altra tabella scopriamo che tra le ragioni di questo scontento gli italiani mettono in testa lo scetticismo sul contributo dell'Unione alla democrazia, e - soprattutto - sono convinti che l'Italia incida pochissimo sulle decisioni prese collettivamente. Questo barometro - dunque - non dovrebbe essere preso con trombetta e fanfara, levigato, smussato, modellato per far sparire il malessere, sopratutto dai difensori dell'Europa. Anzi, al contrario: proprio chi vuole salvare l'Europa dovrebbe capire che proprio davanti all'oste gli italiani raccontano la propria disillusione per una grande promessa tradita. Il disincanto per una favola che non è arrivata al lieto fine. Alla domanda su «credo che la mia voce abbia un peso» (ammirate il fideismo inoppugnabile con cui è formulata la domanda) gli italiani rispondono «no» al 72%. È un dato clamoroso.
Crediamo ancora nell'euro, dunque. Ma non all'Europa. Crediamo alla strumentalità, e all'utilità, ma non più all'ideale e all'architettura che lo sostiene. Ci fossero Altiero Spinelli e Konrad Adenauer farebbero un salto sulla sedia. Purtroppo abbiamo gli Juncker e i Moscovici. E quindi, «tutto considerato», gli osti sono «quasi» soddisfatti.
Oettinger fa marcia indietro: «La bocciatura alla manovra italiana è una mia opinione personale»
Ve lo ricordate Günther Oettinger? È l'arcigno commissario europeo tedesco, compagno di partito di Angela Merkel, che a maggio scorso, evidentemente insoddisfatto dei risultati del 4 marzo, si era espresso così: «La prossima volta i mercati insegneranno agli italiani a votare». Un sincero democratico, insomma: gli elettori votano, e poi qualcun altro stabilisce se hanno votato bene o no.
E ve lo ricordate lo Spiegel? È il settimanale tedesco che, la scorsa primavera, prima ci ha dato degli «scrocconi» (a noi, a un Paese fondatore dell'Ue, a un contribuente netto, cioè a uno Stato che dà all'Unione più di quanto prenda), e poi ha pubblicato in copertina una vignetta con uno spaghetto annodato come un cappio, con l'affettuoso titolo «Ciao amore! L'Italia si autodistrugge e trascina l'Europa con sé».
Ecco, ora unite i due ricordi: nel senso che ieri Oettinger ha dato un'intervista allo Spiegel online, sostenendo che la Commissione Ue respingerà la legge di bilancio italiana. E lo Spiegel ha aggiunto che una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì.
Tutto questo a Borse aperte, con inevitabile impennata dello spread nel primo pomeriggio, dopo una mattina ben sotto quota 300. Un paio d'ore dopo, a sasso tirato, Oettinger ha cercato di nascondere la mano, e ha diffuso una mezza (e patetica) smentita precisando di non aver detto che una decisione della Commissione ci sia già stata, ma che la sua è un'opinione: «È mia personale opinione che, sulla base delle cifre, è molto probabile che dovremo chiedere all'Italia di correggere la manovra. Nei prossimi due giorni ci saranno ulteriori colloqui informali con il governo italiano per trovare una soluzione e assicurare che gli impegni presi siano rispettati. La Commissione dovrà esprimere un giudizio formale sulla legge di bilancio entro due settimane». Traduzione: non abbiamo già deciso di bocciarvi, ma io penso che sia probabile che lo faremo, e nel frattempo vi facciamo ballare sui mercati.
Ricapitoliamo: il governo di uno Stato membro invia la legge di bilancio lunedì notte (entro il termine stabilito del 15 ottobre); non c'è ancora stata nessuna riunione della Commissione; eppure già ieri arriva un preannuncio di reiezione. Tutto questo dopo settimane di insulti (sempre a Borse aperte) di Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici, Jyrki Katainen, tutti commissari Ue in articulo mortis, potenziali disoccupati dal 26 maggio prossimo, privi di qualunque legittimazione politica. La sensazione è che davvero gli attuali membri della Commissione abbiano deciso di agire da pasdaran, per non dire da agenti provocatori, per creare incidenti sui mercati, e per rendere drammatici i giorni in cui Moody's, Standard & Poor's e Fitch dovranno ridare il loro rating sui titoli italiani.
La cosa che rende ancora più grave il comportamento dei membri uscenti della Commissione è che - di fatto - stiano parlando solo a nome di sé stessi. Sabato, da Bali, il Presidente della Bce Mario Draghi aveva richiamato tutti (in primo luogo loro) alla moderazione e a un ragionevole negoziato, ricordando che molte volte vi sono stati scostamenti dai parametri degli Stati membri. Da Berlino e dal governo tedesco non è venuta una sola parola: e con tutti i guai che ha in casa la Merkel, non si vede perché aprire un altro fronte con l'Italia. Perfino Parigi, sempre aspra con noi, nelle ultime ore ha scelto toni più distesi, ben consapevole della manovra extralarge decisa dal governo francese (oltre che del «record» pregresso: dieci anni di allegro sforamento francese dei parametri Ue, dal 2007 al 2016).
Insomma, Parigi decelera, Berlino si ferma, Francoforte invita alla cautela, e invece i commissari di Bruxelles vanno in corsia di sorpasso contro di noi. Situazione francamente curiosa, oltre che grave, resa addirittura surreale dal fatto che oggi sarà a Roma proprio Moscovici, uno dei più scatenati contro di noi, l'uomo della lettera preannunciata da Oettinger, per capirci. L'occasione gli è offerta dal dialogo bilaterale italo-francese organizzato da Aspen sulla politica economica dell'Ue, ed è già annunciato anche un incontro con il ministro dell'Economia Giovanni Tria.
Ma attenzione: il tour romano di Moscovici non è finito. È infatti in calendario un colloquio con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, e soprattutto una salita al Quirinale che ha destato notevoli perplessità, al punto che fonti della Commissione Ue si sono affrettate a derubricare tutto a una «visita di cortesia». A che titolo un Commissario europeo va a conferire con il capo dello Stato italiano, che a sua volta - secondo la nostra Costituzione - non è capo dell'esecutivo? E soprattutto: con che faccia un commissario Ue sale al Quirinale avendo già in tasca una lettera di censura contro l'Italia, preventivamente «volantinata» alla stampa dal suo collega Oettinger? Si vuole dare il senso di un avvertimento? O, peggio, di una manovra per scavalcare il governo?
È abbastanza intuitivo che, in condizioni come queste, un uomo come Francesco Cossiga avrebbe potuto avere la tentazione di affidare Moscovici a carabinieri e corazzieri, non certo per trattenerlo, ma per rispedirlo urgentemente a Bruxelles. Chi non si è fatto però intimidire è il premier Giuseppe Conte il quale, appena arrivato a Bruxelles per il Consiglio europeo (che ha all'ordine del giorno Brexit e migrazioni, non temi economici) ha affermato: «Non ci sono margini per cambiare la manovra, che è studiata molto bene». Conte ieri ha avuto un bilaterale con Angela Merkel e, presumibilmente oggi, avrà un confronto con il presidente francese Emmanuel Macron sul caso dei «rispediti» dalla Francia. A spingere perché il summit diventi un processo all'Italia è ovviamente l'apparato della Commissione.
Pesante anche Matteo Salvini: «Lancio un appello a Berlino, Parigi, Bruxelles: lasciateci lavorare, lasciateci occuparci degli italiani. Non stupiamoci se poi gli italiani diventano euroscettici». Luigi Di Maio: «Gli impegni saranno rispettati, ma non si può più morire di austerità». Invece, si è ancora una volta schiacciato sulla Commissione il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani, di fatto aggregato alla linea Juncker-Oettinger-Moscovici: «L'Italia è in tempo per fare marcia indietro». E sulla bocciatura della manovra: «Mi auguro che non accada, ma il rischio è forte».
Continua a leggereRiduci
Nell'ingessato e istituzionale sondaggio commissionato dall'Unione gli italiani mostrano di essere i meno convinti dell'appartenenza comunitaria. Eppure Antonio Tajani e soci esultano: «Cresce il gradimento totale».Grottesco balletto del burocrate Günther Oettinger. Ai giornali annuncia la lettera di bocciatura della Commissione, poi fa marcia indietro: «Opinione personale». Giuseppe Conte al Consiglio europeo: «La manovra resta così». Francia e Germania non affondano il colpo.Lo speciale contiene due articoli.Gli italiani sono euroscettici, e il loro sentimento di dubbio nei confronti delle istituzioni comunitarie e dell'Unione cresce sempre di più. L'avreste detto? Forse. Ma in ogni caso, sappiate che questa notizia - detta in questi termini vagamente brutali - non la troverete sugli altri giornali. Il paradosso fantastico dei comunicati stampa - infatti - sono titoli ricapitolativi del tenore di questo, diffuso proprio ieri per presentare i risultati dell'ultima indagine di opinione condotta in tutto il continente: «Eurobarometro: cresce l'apprezzamento per l'Unione Europea nella maggior parte degli Stati membri"» Bene, benissimo. Poi vai a vedere la tabella allegata e scopri subito due notizie che ovviamente quella sintesi non racconta. E cioè che 1) il Paese in cui questo apprezzamento è più basso è l'Italia. E subito dopo che 2) in Italia il numero di quelli che non apprezzano l'Unione è addirittura superiore a quello di coloro che l'apprezzano. E allora, con un punto di curiosità in più te lo vai a cercare il dettaglio di quella tabella, che come avrete intuito non è inserita nel comunicato (dove il numero dei non apprezzanti è pudicamente omesso), e che invece si trova in un link specifico sul sito del Parlamento Europeo. Dovete sapere anche che «Eurobarometro» è una indagine ufficiale pagata dall'Unione, e persino vidimata dallo stesso parlamento, per bocca del suo presidente Antonio Tajani, con tanto di entusiastica dichiarazione: «In quasi tutta Europa cresce l'apprezzamento per l'appartenenza all'Unione e per i benefici che ne derivano, con livelli record dal 1983». Bene, benissimo. Quasi. È quindi ovvio che quel dato di malessere profondo sia occultato dall'enfasi, mentre è clamoroso che sia stato rilevato proprio da questa indagine. È divertente che dentro la splendida elusione di quel «quasi» Tajani ci nasconda il suo Paese. E che solo dopo qualche entusiastica riga aggiunga qualche parola per affrontare il problema segnalato da quell'avverbio: «Non possiamo certo cullarci sugli allori. In alcuni Stati membri, tra cui l'Italia, la percentuale di chi pensa che l'appartenenza all'Ue sia positiva è ancora troppo bassa».Se però li leggi, quei numeri, fai un salto sulla sedia. E il titolo corretto (almeno secondo l'antica regola per cui la notizia non è mai il cane che morde l'uomo, ma viceversa), andrebbe formulata così. È tanto grande il malessere degli italiani nei confronti dell'Europa, che interrogati su questo tema, rispondono a maggioranza in questo modo. Ma prima di tutto la domanda, che in sé stessa è già un capolavoro, un punto di incontro sublime tra demoscopia e imbarazzata ufficialità: «Tutto considerato», chiede l'Eurobarometro, «lei ritiene che il nostro Paese abbia tratto oppure no dei vantaggi dall'appartenenza all'Unione europea?». E allora immaginatevi la scena: siete dei cittadini italiani, già tendenzialmente reprobi, vi chiama l'oste, cioè l'Eurobarometro, vi chiede pudicamente se «tutto considerato» il suo vino sia buono. E i reprobi rispondono: «Non ho tratto vantaggi», nella percentuale incredibile del 45%. Quelli che scelgono l'opzione «Ha tratto vantaggi» si fermano al 43%. Bene, benissimo. Tutto considerato. Quindi ecco che la notizia deve essere ribaltata: non solo gli italiani sono quelli che in maggior numero rispetto agli altri cittadini dei Paesi membri sentono l'Europa come una istituzione matrigna. Ma addirittura la maggior parte dei cittadini italiani condivide questo sentimento di sfiducia. Al punto da spingersi fino a dire all'oste (cioè quasi Tajani, cioè l'Eurobarometro, cioè l'Europa stessa) che «tutto considerato» pensano che quel vino in questi anni abbia fatto loro del male. Andiamo allora alla tabella comparativa e cronologica, che è ancora più interessante: in Europa il 68% di cittadini pensano di aver tratto dei vantaggi, e questa percentuale - già apprezzabilmente alta - è addirittura in crescita di un punto negli ultimi quattro mesi. Mentre in Italia questa tendenza letteralmente si ribalta: coloro che hanno un giudizio negativo sono addirittura cresciuti del 4% tra aprile e settembre di quest'anno. Erano cioè una cospicua minoranza solo pochi mesi fa, e adesso sono diventati una maggioranza relativa.Provate a immaginare se a fare questo sondaggio - senza «tutto considerato» - non fosse l'Eurobarometro, ma qualche sondaggista più spettinato. Il punto è che in un'altra tabella scopriamo che tra le ragioni di questo scontento gli italiani mettono in testa lo scetticismo sul contributo dell'Unione alla democrazia, e - soprattutto - sono convinti che l'Italia incida pochissimo sulle decisioni prese collettivamente. Questo barometro - dunque - non dovrebbe essere preso con trombetta e fanfara, levigato, smussato, modellato per far sparire il malessere, sopratutto dai difensori dell'Europa. Anzi, al contrario: proprio chi vuole salvare l'Europa dovrebbe capire che proprio davanti all'oste gli italiani raccontano la propria disillusione per una grande promessa tradita. Il disincanto per una favola che non è arrivata al lieto fine. Alla domanda su «credo che la mia voce abbia un peso» (ammirate il fideismo inoppugnabile con cui è formulata la domanda) gli italiani rispondono «no» al 72%. È un dato clamoroso. Crediamo ancora nell'euro, dunque. Ma non all'Europa. Crediamo alla strumentalità, e all'utilità, ma non più all'ideale e all'architettura che lo sostiene. Ci fossero Altiero Spinelli e Konrad Adenauer farebbero un salto sulla sedia. Purtroppo abbiamo gli Juncker e i Moscovici. E quindi, «tutto considerato», gli osti sono «quasi» soddisfatti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-furia-di-imporci-piu-europa-siamo-diventati-i-piu-euroscettici-2613108324.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oettinger-fa-marcia-indietro-la-bocciatura-alla-manovra-italiana-e-una-mia-opinione-personale" data-post-id="2613108324" data-published-at="1769691009" data-use-pagination="False"> Oettinger fa marcia indietro: «La bocciatura alla manovra italiana è una mia opinione personale» Ve lo ricordate Günther Oettinger? È l'arcigno commissario europeo tedesco, compagno di partito di Angela Merkel, che a maggio scorso, evidentemente insoddisfatto dei risultati del 4 marzo, si era espresso così: «La prossima volta i mercati insegneranno agli italiani a votare». Un sincero democratico, insomma: gli elettori votano, e poi qualcun altro stabilisce se hanno votato bene o no. E ve lo ricordate lo Spiegel? È il settimanale tedesco che, la scorsa primavera, prima ci ha dato degli «scrocconi» (a noi, a un Paese fondatore dell'Ue, a un contribuente netto, cioè a uno Stato che dà all'Unione più di quanto prenda), e poi ha pubblicato in copertina una vignetta con uno spaghetto annodato come un cappio, con l'affettuoso titolo «Ciao amore! L'Italia si autodistrugge e trascina l'Europa con sé». Ecco, ora unite i due ricordi: nel senso che ieri Oettinger ha dato un'intervista allo Spiegel online, sostenendo che la Commissione Ue respingerà la legge di bilancio italiana. E lo Spiegel ha aggiunto che una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì. Tutto questo a Borse aperte, con inevitabile impennata dello spread nel primo pomeriggio, dopo una mattina ben sotto quota 300. Un paio d'ore dopo, a sasso tirato, Oettinger ha cercato di nascondere la mano, e ha diffuso una mezza (e patetica) smentita precisando di non aver detto che una decisione della Commissione ci sia già stata, ma che la sua è un'opinione: «È mia personale opinione che, sulla base delle cifre, è molto probabile che dovremo chiedere all'Italia di correggere la manovra. Nei prossimi due giorni ci saranno ulteriori colloqui informali con il governo italiano per trovare una soluzione e assicurare che gli impegni presi siano rispettati. La Commissione dovrà esprimere un giudizio formale sulla legge di bilancio entro due settimane». Traduzione: non abbiamo già deciso di bocciarvi, ma io penso che sia probabile che lo faremo, e nel frattempo vi facciamo ballare sui mercati. Ricapitoliamo: il governo di uno Stato membro invia la legge di bilancio lunedì notte (entro il termine stabilito del 15 ottobre); non c'è ancora stata nessuna riunione della Commissione; eppure già ieri arriva un preannuncio di reiezione. Tutto questo dopo settimane di insulti (sempre a Borse aperte) di Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici, Jyrki Katainen, tutti commissari Ue in articulo mortis, potenziali disoccupati dal 26 maggio prossimo, privi di qualunque legittimazione politica. La sensazione è che davvero gli attuali membri della Commissione abbiano deciso di agire da pasdaran, per non dire da agenti provocatori, per creare incidenti sui mercati, e per rendere drammatici i giorni in cui Moody's, Standard & Poor's e Fitch dovranno ridare il loro rating sui titoli italiani. La cosa che rende ancora più grave il comportamento dei membri uscenti della Commissione è che - di fatto - stiano parlando solo a nome di sé stessi. Sabato, da Bali, il Presidente della Bce Mario Draghi aveva richiamato tutti (in primo luogo loro) alla moderazione e a un ragionevole negoziato, ricordando che molte volte vi sono stati scostamenti dai parametri degli Stati membri. Da Berlino e dal governo tedesco non è venuta una sola parola: e con tutti i guai che ha in casa la Merkel, non si vede perché aprire un altro fronte con l'Italia. Perfino Parigi, sempre aspra con noi, nelle ultime ore ha scelto toni più distesi, ben consapevole della manovra extralarge decisa dal governo francese (oltre che del «record» pregresso: dieci anni di allegro sforamento francese dei parametri Ue, dal 2007 al 2016). Insomma, Parigi decelera, Berlino si ferma, Francoforte invita alla cautela, e invece i commissari di Bruxelles vanno in corsia di sorpasso contro di noi. Situazione francamente curiosa, oltre che grave, resa addirittura surreale dal fatto che oggi sarà a Roma proprio Moscovici, uno dei più scatenati contro di noi, l'uomo della lettera preannunciata da Oettinger, per capirci. L'occasione gli è offerta dal dialogo bilaterale italo-francese organizzato da Aspen sulla politica economica dell'Ue, ed è già annunciato anche un incontro con il ministro dell'Economia Giovanni Tria. Ma attenzione: il tour romano di Moscovici non è finito. È infatti in calendario un colloquio con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, e soprattutto una salita al Quirinale che ha destato notevoli perplessità, al punto che fonti della Commissione Ue si sono affrettate a derubricare tutto a una «visita di cortesia». A che titolo un Commissario europeo va a conferire con il capo dello Stato italiano, che a sua volta - secondo la nostra Costituzione - non è capo dell'esecutivo? E soprattutto: con che faccia un commissario Ue sale al Quirinale avendo già in tasca una lettera di censura contro l'Italia, preventivamente «volantinata» alla stampa dal suo collega Oettinger? Si vuole dare il senso di un avvertimento? O, peggio, di una manovra per scavalcare il governo? È abbastanza intuitivo che, in condizioni come queste, un uomo come Francesco Cossiga avrebbe potuto avere la tentazione di affidare Moscovici a carabinieri e corazzieri, non certo per trattenerlo, ma per rispedirlo urgentemente a Bruxelles. Chi non si è fatto però intimidire è il premier Giuseppe Conte il quale, appena arrivato a Bruxelles per il Consiglio europeo (che ha all'ordine del giorno Brexit e migrazioni, non temi economici) ha affermato: «Non ci sono margini per cambiare la manovra, che è studiata molto bene». Conte ieri ha avuto un bilaterale con Angela Merkel e, presumibilmente oggi, avrà un confronto con il presidente francese Emmanuel Macron sul caso dei «rispediti» dalla Francia. A spingere perché il summit diventi un processo all'Italia è ovviamente l'apparato della Commissione. Pesante anche Matteo Salvini: «Lancio un appello a Berlino, Parigi, Bruxelles: lasciateci lavorare, lasciateci occuparci degli italiani. Non stupiamoci se poi gli italiani diventano euroscettici». Luigi Di Maio: «Gli impegni saranno rispettati, ma non si può più morire di austerità». Invece, si è ancora una volta schiacciato sulla Commissione il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani, di fatto aggregato alla linea Juncker-Oettinger-Moscovici: «L'Italia è in tempo per fare marcia indietro». E sulla bocciatura della manovra: «Mi auguro che non accada, ma il rischio è forte».
Insomma, Frey vuole mantenere Minneapolis una città santuario: un’amministrazione municipale, cioè, che si rifiuta di cooperare con le autorità federali nel contrasto all’immigrazione clandestina. Si tratta di una frenata, quella del sindaco, che contraddice in sostanza l’accordo concluso, lunedì, tra Trump e Walz: un accordo in base a cui le autorità locali del Minnesota avrebbero collaborato con gli agenti federali sull’immigrazione irregolare e, al contempo, Washington avrebbe ridotto le proprie forze presenti sul territorio. Non a caso, ieri Trump ha detto che, con l’arrivo di Tom Homan in Minnesota, l’Ice potrà avere un approccio «più rilassato».
Nel frattempo, martedì, durante un evento pubblico, la deputata dem del Minnesota, nonché feroce critica dell’Ice, Ilhan Omar, è stata raggiunta da un uomo che ha cercato di spruzzarle addosso un liquido ignoto: secondo gli inquirenti, pare si trattasse di aceto di mele. L’uomo, che ha precedenti penali per guida in stato d’ebbrezza, è stato arrestato con l’accusa di aggressione di terzo grado, mentre Trump ha lasciato intendere che, a suo parere, l’episodio sarebbe stato orchestrato ad arte, definendo la parlamentare una «truffatrice». Ricordiamo che la Omar, uscita illesa dall’accaduto, rappresenta l’ala sinistra del Partito democratico e che è una dei più irriducibili avversari del presidente americano.
Frattanto, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, ha affermato che gli agenti federali «potrebbero non aver seguito» il protocollo corretto nel caso della sparatoria in cui è rimasto ucciso Alex Pretti. Nel mentre, gli agenti coinvolti in questa vicenda sono stati messi in congedo amministrativo per tre giorni: svolgeranno mansioni d’ufficio almeno fin quando l’inchiesta su questo caso non sarà conclusa. Dall’altra parte, Fox News ha rivelato che alcuni dei manifestati anti Ice arrestati lunedì sera dalla polizia di Maple Grove avrebbero dei precedenti penali. Uno di loro, Justin Neal Shelton, si dichiarò colpevole di rapina aggravata nel 2007, mentre nel 2020 fu condannato per possesso d’arma da fuoco dopo aver commesso un reato violento. Un altro, Abraham Nelson Coleman, ha subito condanne, nel 2003, per furto e danneggiamento di proprietà. Un altro ancora, John Linden Gribble, è stato condannato per guida in stato d’ebbrezza.
Non si placa frattanto la bufera attorno al segretario per la Sicurezza interna, Kristi Noem. Vari parlamentari dem hanno chiesto il suo impeachment, mentre dure critiche alla diretta interessata sono arrivate anche dai senatori repubblicani, Lisa Murkowski e Thom Tillis. Ieri, Trump ha difeso la Noem, bollando entrambi come dei «perdenti». Tuttavia sembra che, dietro le quinte, la fiducia del presidente verso di lei stia traballando. A certificarlo sta il fatto che, lunedì, Trump ha affidato le operazioni dell’Ice in Minnesota a Homan, scavalcando il Dipartimento per la Sicurezza interna. Non a caso, la Noem ha avuto, lunedì sera, un colloquio a porte chiuse con lo stesso Trump, che la Cnn ha definito «schietto».
Continua a leggereRiduci
iStock
I vandalismi verso le città d’arte nemmeno. Per quanti crimini abbia commesso, uno straniero non può mai essere espulso. A Distopia regnano bizzarre figure, i cosiddetti Giudici amministratori, che fondono sia il potere legislativo sia quello giudiziario e che per un antico incantesimo, odiano il popolo e adorano gli stranieri. I poliziotti e un secondo tipo di uomini e donne d’armi chiamati carabinieri, a Distopia, possono essere aggrediti, è permesso insultarli, è permesso a sputare loro addosso. Se qualcuno stacca loro un dito con un morso, è punito con un buffetto. Se qualcuno li ferisce, possono difendersi instaurando una civile discussione. Se usano le armi anche solo per difendersi, sono duramente puniti, le armi le portano a scopo solamente ornamentale.
Se qualcuno li ferisce o li uccide, questo non è considerato grave e, soprattutto, se un altro poliziotto o carabiniere usa le armi per difendere un collega o un cittadino, è punito con pene draconiane, addirittura con anni di prigione, oltre che essere ridotto in miseria. A Distopia succede che i poliziotti e i carabinieri ne abbiano abbastanza. È evidente che, data la loro situazione, non possono fare scioperi, alle loro categorie non è permesso e, infatti, non ne fanno. Danno le dimissioni, tutti, tutti insieme.
E poi? Come fanno a mantenere le loro famiglie? Ma è evidente! Sono uomini forti, addestrati, sanno usare le armi. Conoscono il mondo della malavita, sanno come procurarsi le armi. Cominciano a fare furti e rapine, tanto le pene date per questi reati nella inesistente Repubblica di Distopia sono infinitesimali. Inoltre, nel caso qualcuno venga ferito o addirittura ucciso nell’esercizio delle funzioni di furto e rapina, a Distopia ottiene risarcimenti incredibili come mai da carabiniere o poliziotto si sarebbe sognato. Nel libro, i poliziotti e carabinieri diventati «cattivi» esercitano il loro nuovo mestiere di ladri e e rapinatori solo nei quartieri abbienti, non rapinano nelle metropolitane, non accoltellano sui treni regionali. I loro furti e le loro rapine avvengono solo nei quartieri alti, quelli dove vivono i Giudici amministratori. Non solo: diventano anche, cosa per carità sbagliatissima, giustizieri, come gli eroi della Marvel o della Dc Comics, anche loro con costumi fantastici e, quindi, ripuliscono le città.
I poliziotti sono vestiti da Spiderman e i carabinieri da Batman. Sto lavorando sul finale. Ci sono due possibilità. La prima è che Esmeralda e Reginaldo, figli rispettivamente di un poliziotto e di una carabiniera lei, di una poliziotta e di un carabiniere lui, trovano la grotta dove si nasconde il drago che ha fatto l’incantesimo che rende folli i Giudici amministratori, la distruggono e così liberano Distopia da tutti i suoi guai. Le istituzioni ricominciano ad amare i cittadini, gli stranieri tornano ai loro Paesi che aiuteranno a costruire e, una volta tornati a casa, Distopia torna a essere Utopia, il Paese del latte e del miele, quello che sempre avrebbe dovuto essere. L’altro finale alternativo potrebbe essere che Esmeralda e Reginaldo entrano in magistratura e la riformano, riportandola a un organo che amministra la giustizia non che impone distopie, ma mi sembra troppo fantastico. Il finale con il drago è più verosimile.
Si tratta di semplice opera di fantasia, assolutamente creativa, non è un’istigazione delinquere. Sto cercando un editore. Anche un produttore: il film potrebbe essere carino. Per chi fosse interessato, organizzo corsi di scrittura creativa, con in più un master gratuito sull’uso dell’ascia. È un ottimo strumento per spaccare la legna e non morire di freddo se e quando la nostra mamma Europa ci lascerà al gelo. Saper usare un’ascia è sempre utile. Just in case. Non si sa mai.
Continua a leggereRiduci