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2018-10-18
A furia di imporci più Europa siamo diventati i più euroscettici. E Bruxelles continua a punirci con nuove minacce
ANSA
Gli italiani sono euroscettici, e il loro sentimento di dubbio nei confronti delle istituzioni comunitarie e dell'Unione cresce sempre di più. L'avreste detto? Forse. Ma in ogni caso, sappiate che questa notizia - detta in questi termini vagamente brutali - non la troverete sugli altri giornali. Il paradosso fantastico dei comunicati stampa - infatti - sono titoli ricapitolativi del tenore di questo, diffuso proprio ieri per presentare i risultati dell'ultima indagine di opinione condotta in tutto il continente: «Eurobarometro: cresce l'apprezzamento per l'Unione Europea nella maggior parte degli Stati membri"» Bene, benissimo.
Poi vai a vedere la tabella allegata e scopri subito due notizie che ovviamente quella sintesi non racconta. E cioè che 1) il Paese in cui questo apprezzamento è più basso è l'Italia. E subito dopo che 2) in Italia il numero di quelli che non apprezzano l'Unione è addirittura superiore a quello di coloro che l'apprezzano. E allora, con un punto di curiosità in più te lo vai a cercare il dettaglio di quella tabella, che come avrete intuito non è inserita nel comunicato (dove il numero dei non apprezzanti è pudicamente omesso), e che invece si trova in un link specifico sul sito del Parlamento Europeo.
Dovete sapere anche che «Eurobarometro» è una indagine ufficiale pagata dall'Unione, e persino vidimata dallo stesso parlamento, per bocca del suo presidente Antonio Tajani, con tanto di entusiastica dichiarazione: «In quasi tutta Europa cresce l'apprezzamento per l'appartenenza all'Unione e per i benefici che ne derivano, con livelli record dal 1983». Bene, benissimo. Quasi. È quindi ovvio che quel dato di malessere profondo sia occultato dall'enfasi, mentre è clamoroso che sia stato rilevato proprio da questa indagine. È divertente che dentro la splendida elusione di quel «quasi» Tajani ci nasconda il suo Paese. E che solo dopo qualche entusiastica riga aggiunga qualche parola per affrontare il problema segnalato da quell'avverbio: «Non possiamo certo cullarci sugli allori. In alcuni Stati membri, tra cui l'Italia, la percentuale di chi pensa che l'appartenenza all'Ue sia positiva è ancora troppo bassa».
Se però li leggi, quei numeri, fai un salto sulla sedia. E il titolo corretto (almeno secondo l'antica regola per cui la notizia non è mai il cane che morde l'uomo, ma viceversa), andrebbe formulata così. È tanto grande il malessere degli italiani nei confronti dell'Europa, che interrogati su questo tema, rispondono a maggioranza in questo modo. Ma prima di tutto la domanda, che in sé stessa è già un capolavoro, un punto di incontro sublime tra demoscopia e imbarazzata ufficialità: «Tutto considerato», chiede l'Eurobarometro, «lei ritiene che il nostro Paese abbia tratto oppure no dei vantaggi dall'appartenenza all'Unione europea?». E allora immaginatevi la scena: siete dei cittadini italiani, già tendenzialmente reprobi, vi chiama l'oste, cioè l'Eurobarometro, vi chiede pudicamente se «tutto considerato» il suo vino sia buono. E i reprobi rispondono: «Non ho tratto vantaggi», nella percentuale incredibile del 45%. Quelli che scelgono l'opzione «Ha tratto vantaggi» si fermano al 43%. Bene, benissimo. Tutto considerato. Quindi ecco che la notizia deve essere ribaltata: non solo gli italiani sono quelli che in maggior numero rispetto agli altri cittadini dei Paesi membri sentono l'Europa come una istituzione matrigna. Ma addirittura la maggior parte dei cittadini italiani condivide questo sentimento di sfiducia. Al punto da spingersi fino a dire all'oste (cioè quasi Tajani, cioè l'Eurobarometro, cioè l'Europa stessa) che «tutto considerato» pensano che quel vino in questi anni abbia fatto loro del male.
Andiamo allora alla tabella comparativa e cronologica, che è ancora più interessante: in Europa il 68% di cittadini pensano di aver tratto dei vantaggi, e questa percentuale - già apprezzabilmente alta - è addirittura in crescita di un punto negli ultimi quattro mesi. Mentre in Italia questa tendenza letteralmente si ribalta: coloro che hanno un giudizio negativo sono addirittura cresciuti del 4% tra aprile e settembre di quest'anno. Erano cioè una cospicua minoranza solo pochi mesi fa, e adesso sono diventati una maggioranza relativa.
Provate a immaginare se a fare questo sondaggio - senza «tutto considerato» - non fosse l'Eurobarometro, ma qualche sondaggista più spettinato. Il punto è che in un'altra tabella scopriamo che tra le ragioni di questo scontento gli italiani mettono in testa lo scetticismo sul contributo dell'Unione alla democrazia, e - soprattutto - sono convinti che l'Italia incida pochissimo sulle decisioni prese collettivamente. Questo barometro - dunque - non dovrebbe essere preso con trombetta e fanfara, levigato, smussato, modellato per far sparire il malessere, sopratutto dai difensori dell'Europa. Anzi, al contrario: proprio chi vuole salvare l'Europa dovrebbe capire che proprio davanti all'oste gli italiani raccontano la propria disillusione per una grande promessa tradita. Il disincanto per una favola che non è arrivata al lieto fine. Alla domanda su «credo che la mia voce abbia un peso» (ammirate il fideismo inoppugnabile con cui è formulata la domanda) gli italiani rispondono «no» al 72%. È un dato clamoroso.
Crediamo ancora nell'euro, dunque. Ma non all'Europa. Crediamo alla strumentalità, e all'utilità, ma non più all'ideale e all'architettura che lo sostiene. Ci fossero Altiero Spinelli e Konrad Adenauer farebbero un salto sulla sedia. Purtroppo abbiamo gli Juncker e i Moscovici. E quindi, «tutto considerato», gli osti sono «quasi» soddisfatti.
Oettinger fa marcia indietro: «La bocciatura alla manovra italiana è una mia opinione personale»
Ve lo ricordate Günther Oettinger? È l'arcigno commissario europeo tedesco, compagno di partito di Angela Merkel, che a maggio scorso, evidentemente insoddisfatto dei risultati del 4 marzo, si era espresso così: «La prossima volta i mercati insegneranno agli italiani a votare». Un sincero democratico, insomma: gli elettori votano, e poi qualcun altro stabilisce se hanno votato bene o no.
E ve lo ricordate lo Spiegel? È il settimanale tedesco che, la scorsa primavera, prima ci ha dato degli «scrocconi» (a noi, a un Paese fondatore dell'Ue, a un contribuente netto, cioè a uno Stato che dà all'Unione più di quanto prenda), e poi ha pubblicato in copertina una vignetta con uno spaghetto annodato come un cappio, con l'affettuoso titolo «Ciao amore! L'Italia si autodistrugge e trascina l'Europa con sé».
Ecco, ora unite i due ricordi: nel senso che ieri Oettinger ha dato un'intervista allo Spiegel online, sostenendo che la Commissione Ue respingerà la legge di bilancio italiana. E lo Spiegel ha aggiunto che una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì.
Tutto questo a Borse aperte, con inevitabile impennata dello spread nel primo pomeriggio, dopo una mattina ben sotto quota 300. Un paio d'ore dopo, a sasso tirato, Oettinger ha cercato di nascondere la mano, e ha diffuso una mezza (e patetica) smentita precisando di non aver detto che una decisione della Commissione ci sia già stata, ma che la sua è un'opinione: «È mia personale opinione che, sulla base delle cifre, è molto probabile che dovremo chiedere all'Italia di correggere la manovra. Nei prossimi due giorni ci saranno ulteriori colloqui informali con il governo italiano per trovare una soluzione e assicurare che gli impegni presi siano rispettati. La Commissione dovrà esprimere un giudizio formale sulla legge di bilancio entro due settimane». Traduzione: non abbiamo già deciso di bocciarvi, ma io penso che sia probabile che lo faremo, e nel frattempo vi facciamo ballare sui mercati.
Ricapitoliamo: il governo di uno Stato membro invia la legge di bilancio lunedì notte (entro il termine stabilito del 15 ottobre); non c'è ancora stata nessuna riunione della Commissione; eppure già ieri arriva un preannuncio di reiezione. Tutto questo dopo settimane di insulti (sempre a Borse aperte) di Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici, Jyrki Katainen, tutti commissari Ue in articulo mortis, potenziali disoccupati dal 26 maggio prossimo, privi di qualunque legittimazione politica. La sensazione è che davvero gli attuali membri della Commissione abbiano deciso di agire da pasdaran, per non dire da agenti provocatori, per creare incidenti sui mercati, e per rendere drammatici i giorni in cui Moody's, Standard & Poor's e Fitch dovranno ridare il loro rating sui titoli italiani.
La cosa che rende ancora più grave il comportamento dei membri uscenti della Commissione è che - di fatto - stiano parlando solo a nome di sé stessi. Sabato, da Bali, il Presidente della Bce Mario Draghi aveva richiamato tutti (in primo luogo loro) alla moderazione e a un ragionevole negoziato, ricordando che molte volte vi sono stati scostamenti dai parametri degli Stati membri. Da Berlino e dal governo tedesco non è venuta una sola parola: e con tutti i guai che ha in casa la Merkel, non si vede perché aprire un altro fronte con l'Italia. Perfino Parigi, sempre aspra con noi, nelle ultime ore ha scelto toni più distesi, ben consapevole della manovra extralarge decisa dal governo francese (oltre che del «record» pregresso: dieci anni di allegro sforamento francese dei parametri Ue, dal 2007 al 2016).
Insomma, Parigi decelera, Berlino si ferma, Francoforte invita alla cautela, e invece i commissari di Bruxelles vanno in corsia di sorpasso contro di noi. Situazione francamente curiosa, oltre che grave, resa addirittura surreale dal fatto che oggi sarà a Roma proprio Moscovici, uno dei più scatenati contro di noi, l'uomo della lettera preannunciata da Oettinger, per capirci. L'occasione gli è offerta dal dialogo bilaterale italo-francese organizzato da Aspen sulla politica economica dell'Ue, ed è già annunciato anche un incontro con il ministro dell'Economia Giovanni Tria.
Ma attenzione: il tour romano di Moscovici non è finito. È infatti in calendario un colloquio con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, e soprattutto una salita al Quirinale che ha destato notevoli perplessità, al punto che fonti della Commissione Ue si sono affrettate a derubricare tutto a una «visita di cortesia». A che titolo un Commissario europeo va a conferire con il capo dello Stato italiano, che a sua volta - secondo la nostra Costituzione - non è capo dell'esecutivo? E soprattutto: con che faccia un commissario Ue sale al Quirinale avendo già in tasca una lettera di censura contro l'Italia, preventivamente «volantinata» alla stampa dal suo collega Oettinger? Si vuole dare il senso di un avvertimento? O, peggio, di una manovra per scavalcare il governo?
È abbastanza intuitivo che, in condizioni come queste, un uomo come Francesco Cossiga avrebbe potuto avere la tentazione di affidare Moscovici a carabinieri e corazzieri, non certo per trattenerlo, ma per rispedirlo urgentemente a Bruxelles. Chi non si è fatto però intimidire è il premier Giuseppe Conte il quale, appena arrivato a Bruxelles per il Consiglio europeo (che ha all'ordine del giorno Brexit e migrazioni, non temi economici) ha affermato: «Non ci sono margini per cambiare la manovra, che è studiata molto bene». Conte ieri ha avuto un bilaterale con Angela Merkel e, presumibilmente oggi, avrà un confronto con il presidente francese Emmanuel Macron sul caso dei «rispediti» dalla Francia. A spingere perché il summit diventi un processo all'Italia è ovviamente l'apparato della Commissione.
Pesante anche Matteo Salvini: «Lancio un appello a Berlino, Parigi, Bruxelles: lasciateci lavorare, lasciateci occuparci degli italiani. Non stupiamoci se poi gli italiani diventano euroscettici». Luigi Di Maio: «Gli impegni saranno rispettati, ma non si può più morire di austerità». Invece, si è ancora una volta schiacciato sulla Commissione il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani, di fatto aggregato alla linea Juncker-Oettinger-Moscovici: «L'Italia è in tempo per fare marcia indietro». E sulla bocciatura della manovra: «Mi auguro che non accada, ma il rischio è forte».
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Nell'ingessato e istituzionale sondaggio commissionato dall'Unione gli italiani mostrano di essere i meno convinti dell'appartenenza comunitaria. Eppure Antonio Tajani e soci esultano: «Cresce il gradimento totale».Grottesco balletto del burocrate Günther Oettinger. Ai giornali annuncia la lettera di bocciatura della Commissione, poi fa marcia indietro: «Opinione personale». Giuseppe Conte al Consiglio europeo: «La manovra resta così». Francia e Germania non affondano il colpo.Lo speciale contiene due articoli.Gli italiani sono euroscettici, e il loro sentimento di dubbio nei confronti delle istituzioni comunitarie e dell'Unione cresce sempre di più. L'avreste detto? Forse. Ma in ogni caso, sappiate che questa notizia - detta in questi termini vagamente brutali - non la troverete sugli altri giornali. Il paradosso fantastico dei comunicati stampa - infatti - sono titoli ricapitolativi del tenore di questo, diffuso proprio ieri per presentare i risultati dell'ultima indagine di opinione condotta in tutto il continente: «Eurobarometro: cresce l'apprezzamento per l'Unione Europea nella maggior parte degli Stati membri"» Bene, benissimo. Poi vai a vedere la tabella allegata e scopri subito due notizie che ovviamente quella sintesi non racconta. E cioè che 1) il Paese in cui questo apprezzamento è più basso è l'Italia. E subito dopo che 2) in Italia il numero di quelli che non apprezzano l'Unione è addirittura superiore a quello di coloro che l'apprezzano. E allora, con un punto di curiosità in più te lo vai a cercare il dettaglio di quella tabella, che come avrete intuito non è inserita nel comunicato (dove il numero dei non apprezzanti è pudicamente omesso), e che invece si trova in un link specifico sul sito del Parlamento Europeo. Dovete sapere anche che «Eurobarometro» è una indagine ufficiale pagata dall'Unione, e persino vidimata dallo stesso parlamento, per bocca del suo presidente Antonio Tajani, con tanto di entusiastica dichiarazione: «In quasi tutta Europa cresce l'apprezzamento per l'appartenenza all'Unione e per i benefici che ne derivano, con livelli record dal 1983». Bene, benissimo. Quasi. È quindi ovvio che quel dato di malessere profondo sia occultato dall'enfasi, mentre è clamoroso che sia stato rilevato proprio da questa indagine. È divertente che dentro la splendida elusione di quel «quasi» Tajani ci nasconda il suo Paese. E che solo dopo qualche entusiastica riga aggiunga qualche parola per affrontare il problema segnalato da quell'avverbio: «Non possiamo certo cullarci sugli allori. In alcuni Stati membri, tra cui l'Italia, la percentuale di chi pensa che l'appartenenza all'Ue sia positiva è ancora troppo bassa».Se però li leggi, quei numeri, fai un salto sulla sedia. E il titolo corretto (almeno secondo l'antica regola per cui la notizia non è mai il cane che morde l'uomo, ma viceversa), andrebbe formulata così. È tanto grande il malessere degli italiani nei confronti dell'Europa, che interrogati su questo tema, rispondono a maggioranza in questo modo. Ma prima di tutto la domanda, che in sé stessa è già un capolavoro, un punto di incontro sublime tra demoscopia e imbarazzata ufficialità: «Tutto considerato», chiede l'Eurobarometro, «lei ritiene che il nostro Paese abbia tratto oppure no dei vantaggi dall'appartenenza all'Unione europea?». E allora immaginatevi la scena: siete dei cittadini italiani, già tendenzialmente reprobi, vi chiama l'oste, cioè l'Eurobarometro, vi chiede pudicamente se «tutto considerato» il suo vino sia buono. E i reprobi rispondono: «Non ho tratto vantaggi», nella percentuale incredibile del 45%. Quelli che scelgono l'opzione «Ha tratto vantaggi» si fermano al 43%. Bene, benissimo. Tutto considerato. Quindi ecco che la notizia deve essere ribaltata: non solo gli italiani sono quelli che in maggior numero rispetto agli altri cittadini dei Paesi membri sentono l'Europa come una istituzione matrigna. Ma addirittura la maggior parte dei cittadini italiani condivide questo sentimento di sfiducia. Al punto da spingersi fino a dire all'oste (cioè quasi Tajani, cioè l'Eurobarometro, cioè l'Europa stessa) che «tutto considerato» pensano che quel vino in questi anni abbia fatto loro del male. Andiamo allora alla tabella comparativa e cronologica, che è ancora più interessante: in Europa il 68% di cittadini pensano di aver tratto dei vantaggi, e questa percentuale - già apprezzabilmente alta - è addirittura in crescita di un punto negli ultimi quattro mesi. Mentre in Italia questa tendenza letteralmente si ribalta: coloro che hanno un giudizio negativo sono addirittura cresciuti del 4% tra aprile e settembre di quest'anno. Erano cioè una cospicua minoranza solo pochi mesi fa, e adesso sono diventati una maggioranza relativa.Provate a immaginare se a fare questo sondaggio - senza «tutto considerato» - non fosse l'Eurobarometro, ma qualche sondaggista più spettinato. Il punto è che in un'altra tabella scopriamo che tra le ragioni di questo scontento gli italiani mettono in testa lo scetticismo sul contributo dell'Unione alla democrazia, e - soprattutto - sono convinti che l'Italia incida pochissimo sulle decisioni prese collettivamente. Questo barometro - dunque - non dovrebbe essere preso con trombetta e fanfara, levigato, smussato, modellato per far sparire il malessere, sopratutto dai difensori dell'Europa. Anzi, al contrario: proprio chi vuole salvare l'Europa dovrebbe capire che proprio davanti all'oste gli italiani raccontano la propria disillusione per una grande promessa tradita. Il disincanto per una favola che non è arrivata al lieto fine. Alla domanda su «credo che la mia voce abbia un peso» (ammirate il fideismo inoppugnabile con cui è formulata la domanda) gli italiani rispondono «no» al 72%. È un dato clamoroso. Crediamo ancora nell'euro, dunque. Ma non all'Europa. Crediamo alla strumentalità, e all'utilità, ma non più all'ideale e all'architettura che lo sostiene. Ci fossero Altiero Spinelli e Konrad Adenauer farebbero un salto sulla sedia. Purtroppo abbiamo gli Juncker e i Moscovici. 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Un sincero democratico, insomma: gli elettori votano, e poi qualcun altro stabilisce se hanno votato bene o no. E ve lo ricordate lo Spiegel? È il settimanale tedesco che, la scorsa primavera, prima ci ha dato degli «scrocconi» (a noi, a un Paese fondatore dell'Ue, a un contribuente netto, cioè a uno Stato che dà all'Unione più di quanto prenda), e poi ha pubblicato in copertina una vignetta con uno spaghetto annodato come un cappio, con l'affettuoso titolo «Ciao amore! L'Italia si autodistrugge e trascina l'Europa con sé». Ecco, ora unite i due ricordi: nel senso che ieri Oettinger ha dato un'intervista allo Spiegel online, sostenendo che la Commissione Ue respingerà la legge di bilancio italiana. E lo Spiegel ha aggiunto che una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì. Tutto questo a Borse aperte, con inevitabile impennata dello spread nel primo pomeriggio, dopo una mattina ben sotto quota 300. Un paio d'ore dopo, a sasso tirato, Oettinger ha cercato di nascondere la mano, e ha diffuso una mezza (e patetica) smentita precisando di non aver detto che una decisione della Commissione ci sia già stata, ma che la sua è un'opinione: «È mia personale opinione che, sulla base delle cifre, è molto probabile che dovremo chiedere all'Italia di correggere la manovra. Nei prossimi due giorni ci saranno ulteriori colloqui informali con il governo italiano per trovare una soluzione e assicurare che gli impegni presi siano rispettati. La Commissione dovrà esprimere un giudizio formale sulla legge di bilancio entro due settimane». Traduzione: non abbiamo già deciso di bocciarvi, ma io penso che sia probabile che lo faremo, e nel frattempo vi facciamo ballare sui mercati. Ricapitoliamo: il governo di uno Stato membro invia la legge di bilancio lunedì notte (entro il termine stabilito del 15 ottobre); non c'è ancora stata nessuna riunione della Commissione; eppure già ieri arriva un preannuncio di reiezione. Tutto questo dopo settimane di insulti (sempre a Borse aperte) di Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici, Jyrki Katainen, tutti commissari Ue in articulo mortis, potenziali disoccupati dal 26 maggio prossimo, privi di qualunque legittimazione politica. La sensazione è che davvero gli attuali membri della Commissione abbiano deciso di agire da pasdaran, per non dire da agenti provocatori, per creare incidenti sui mercati, e per rendere drammatici i giorni in cui Moody's, Standard & Poor's e Fitch dovranno ridare il loro rating sui titoli italiani. La cosa che rende ancora più grave il comportamento dei membri uscenti della Commissione è che - di fatto - stiano parlando solo a nome di sé stessi. Sabato, da Bali, il Presidente della Bce Mario Draghi aveva richiamato tutti (in primo luogo loro) alla moderazione e a un ragionevole negoziato, ricordando che molte volte vi sono stati scostamenti dai parametri degli Stati membri. Da Berlino e dal governo tedesco non è venuta una sola parola: e con tutti i guai che ha in casa la Merkel, non si vede perché aprire un altro fronte con l'Italia. Perfino Parigi, sempre aspra con noi, nelle ultime ore ha scelto toni più distesi, ben consapevole della manovra extralarge decisa dal governo francese (oltre che del «record» pregresso: dieci anni di allegro sforamento francese dei parametri Ue, dal 2007 al 2016). Insomma, Parigi decelera, Berlino si ferma, Francoforte invita alla cautela, e invece i commissari di Bruxelles vanno in corsia di sorpasso contro di noi. Situazione francamente curiosa, oltre che grave, resa addirittura surreale dal fatto che oggi sarà a Roma proprio Moscovici, uno dei più scatenati contro di noi, l'uomo della lettera preannunciata da Oettinger, per capirci. L'occasione gli è offerta dal dialogo bilaterale italo-francese organizzato da Aspen sulla politica economica dell'Ue, ed è già annunciato anche un incontro con il ministro dell'Economia Giovanni Tria. Ma attenzione: il tour romano di Moscovici non è finito. È infatti in calendario un colloquio con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, e soprattutto una salita al Quirinale che ha destato notevoli perplessità, al punto che fonti della Commissione Ue si sono affrettate a derubricare tutto a una «visita di cortesia». A che titolo un Commissario europeo va a conferire con il capo dello Stato italiano, che a sua volta - secondo la nostra Costituzione - non è capo dell'esecutivo? E soprattutto: con che faccia un commissario Ue sale al Quirinale avendo già in tasca una lettera di censura contro l'Italia, preventivamente «volantinata» alla stampa dal suo collega Oettinger? Si vuole dare il senso di un avvertimento? O, peggio, di una manovra per scavalcare il governo? È abbastanza intuitivo che, in condizioni come queste, un uomo come Francesco Cossiga avrebbe potuto avere la tentazione di affidare Moscovici a carabinieri e corazzieri, non certo per trattenerlo, ma per rispedirlo urgentemente a Bruxelles. Chi non si è fatto però intimidire è il premier Giuseppe Conte il quale, appena arrivato a Bruxelles per il Consiglio europeo (che ha all'ordine del giorno Brexit e migrazioni, non temi economici) ha affermato: «Non ci sono margini per cambiare la manovra, che è studiata molto bene». Conte ieri ha avuto un bilaterale con Angela Merkel e, presumibilmente oggi, avrà un confronto con il presidente francese Emmanuel Macron sul caso dei «rispediti» dalla Francia. A spingere perché il summit diventi un processo all'Italia è ovviamente l'apparato della Commissione. Pesante anche Matteo Salvini: «Lancio un appello a Berlino, Parigi, Bruxelles: lasciateci lavorare, lasciateci occuparci degli italiani. Non stupiamoci se poi gli italiani diventano euroscettici». Luigi Di Maio: «Gli impegni saranno rispettati, ma non si può più morire di austerità». Invece, si è ancora una volta schiacciato sulla Commissione il presidente dell'europarlamento Antonio Tajani, di fatto aggregato alla linea Juncker-Oettinger-Moscovici: «L'Italia è in tempo per fare marcia indietro». E sulla bocciatura della manovra: «Mi auguro che non accada, ma il rischio è forte».
Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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