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2022-12-22
Zelensky vola negli Stati Uniti per chiedere soldi e armi. E Biden raddoppia la posta
Volodymyr Zelensky e Joe Biden (Ansa)
Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin.
Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare.
Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto».
Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati.
Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina.
Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev.
Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. L’autorizzazione è sottoposta alla condizione che i fondi siano «necessari per la cessazione, entro il 7 gennaio 2023, di operazioni, contratti o altri accordi conclusi con, o comunque coinvolgenti, tale soggetto prima del 3 giugno 2022».
La risposta russa: Medvedev da Xi
Mossa a sorpresa della Russia, a poche ore dal previsto arrivo a Washington del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Il leader di Russia unita, il partito di Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ha incontrato a Pechino il presidente della Cina, Xi Jinping. L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino.
Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici».
Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica.
Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi.
Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax.
Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
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Dopo i 48 miliardi già stanziati, gli Usa concedono il bis al presidente ucraino, accolto con tutti gli onori a Washington. Pronti anche i Patriot. Dall’Ue 1,5 miliardi al meseIl vicecapo del Consiglio di sicurezza di Mosca va in Cina: «Coincidenza di vedute». Vladimir Putin minaccia: «Useremo i missili Sarmat e raggiungeremo gli obiettivi militari»Lo speciale contiene due articoli Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin. Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare. Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto». Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati. Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina. Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev. Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. L’autorizzazione è sottoposta alla condizione che i fondi siano «necessari per la cessazione, entro il 7 gennaio 2023, di operazioni, contratti o altri accordi conclusi con, o comunque coinvolgenti, tale soggetto prima del 3 giugno 2022». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-vola-negli-stati-uniti-per-chiedere-soldi-e-armi-e-biden-raddoppia-la-posta-2658998226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-russa-medvedev-da-xi" data-post-id="2658998226" data-published-at="1671693883" data-use-pagination="False"> La risposta russa: Medvedev da Xi Mossa a sorpresa della Russia, a poche ore dal previsto arrivo a Washington del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Il leader di Russia unita, il partito di Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ha incontrato a Pechino il presidente della Cina, Xi Jinping. L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino. Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici». Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica. Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi. Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax. Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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