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2022-12-22
Zelensky vola negli Stati Uniti per chiedere soldi e armi. E Biden raddoppia la posta
Volodymyr Zelensky e Joe Biden (Ansa)
Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin.
Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare.
Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto».
Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati.
Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina.
Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev.
Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. L’autorizzazione è sottoposta alla condizione che i fondi siano «necessari per la cessazione, entro il 7 gennaio 2023, di operazioni, contratti o altri accordi conclusi con, o comunque coinvolgenti, tale soggetto prima del 3 giugno 2022».
La risposta russa: Medvedev da Xi
Mossa a sorpresa della Russia, a poche ore dal previsto arrivo a Washington del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Il leader di Russia unita, il partito di Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ha incontrato a Pechino il presidente della Cina, Xi Jinping. L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino.
Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici».
Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica.
Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi.
Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax.
Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
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Dopo i 48 miliardi già stanziati, gli Usa concedono il bis al presidente ucraino, accolto con tutti gli onori a Washington. Pronti anche i Patriot. Dall’Ue 1,5 miliardi al meseIl vicecapo del Consiglio di sicurezza di Mosca va in Cina: «Coincidenza di vedute». Vladimir Putin minaccia: «Useremo i missili Sarmat e raggiungeremo gli obiettivi militari»Lo speciale contiene due articoli Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin. Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare. Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto». Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati. Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina. Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev. Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. L’autorizzazione è sottoposta alla condizione che i fondi siano «necessari per la cessazione, entro il 7 gennaio 2023, di operazioni, contratti o altri accordi conclusi con, o comunque coinvolgenti, tale soggetto prima del 3 giugno 2022». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-vola-negli-stati-uniti-per-chiedere-soldi-e-armi-e-biden-raddoppia-la-posta-2658998226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-russa-medvedev-da-xi" data-post-id="2658998226" data-published-at="1671693883" data-use-pagination="False"> La risposta russa: Medvedev da Xi Mossa a sorpresa della Russia, a poche ore dal previsto arrivo a Washington del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Il leader di Russia unita, il partito di Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ha incontrato a Pechino il presidente della Cina, Xi Jinping. L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino. Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici». Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica. Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi. Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax. Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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Ansa
I contorni della vicenda sono complessi e, seppure siano già stati compiutamente tratteggiati da Francesco Borgonovo, è giusto siano ripetuti: Noelia fu tolta dalla Municipalità catalana e dallo Stato spagnolo ai genitori; la famiglia si oppose all’allontanamento che fu quindi eseguito attraverso l’irruzione di numerosi agenti di polizia (c’è un filmato); Noelia fu messa in una struttura di Stato per minori e sottoposta a cure psichiatriche; la struttura ospitava anche «ragazzi problematici», con problemi molto diversi da quelli di Noelia; Noelia subì vari episodi di violenza sessuale in circostanze non chiare; secondo alcune testimonianze di famigliari e amici, nessun assistente sociale sporse denuncia in quanto possibile motivo di «discriminazione razziale»; dopo qualche tempo Noelia tentò il suicidio gettandosi dal quinto piano risultando paraplegica; nel frattempo la famiglia iniziò una battaglia legale denunciando gli stupri e le negligenze delle strutture di cura, perdendo sempre nei tribunali; in seguito Noelia fu sottoposta a trattamento psichiatrico ancora più pesante visto il tentato suicidio; le fu proposta l’eutanasia che Noelia accettò; la famiglia fece ricorso contro l’eutanasia; i ricorsi furono tutti respinti e Noelia, giudicata «lucida ed in grado di decidere», il 26 marzo è stata soppressa dallo Stato spagnolo a venticinque anni. Dopo 601 giorni di contenzioso legale lo Stato spagnolo ha così «risolto» la questione in maniera definitiva ponendosi sempre, in ogni sua articolazione, con ogni sua normativa e in ogni circostanza, come controparte ostile della famiglia e delle associazioni che chiedevano cure diverse e trattamenti diversi per la ragazza, sino a indicare nella morte l’esito «migliore» per una persona di 25 anni la cui vita è stata segnata da eventi tragici ma che non era affetta da alcuna malattia terminale.
Sta qui il cuore oscuro della questione, nel paradigma del Leviatano secolarizzato che, perduta ogni trascendenza, diventa puro meccanismo di gestione della sofferenza tramite eliminazione: l’onnipotenza statale che decide che per qualcuno la morte sia preferibile alla vita e quindi costruisce un itinerario procedurale obbligato che conduce inesorabilmente alla morte. Il potere statale cessa dunque di essere oppressivo come in Dostoevskij o insensato come in Kafka, ma diviene «attivamente neutrale» nel sancire la morte sia come inevitabile sia come somministrata. Alla stessa persona alla quale i Servizi sociali prescrivevano farmaci per inibire gli istinti suicidari è stata imposta l’eutanasia come «esito migliore» per la sua condizione. Se Noelia avesse tentato il suicidio per la seconda volta, e se qualche amico o famigliare l’avesse aiutata, ci troveremmo oggi di fronte a una tragedia dell’umano, ma di fronte a uno Stato che sorveglia, isola e sottopone a terapia coatta una persona per poi somministrarle l’eutanasia definendola «in grado di intendere e di volere», e ciò contro la volontà della famiglia, allora siamo di fronte a qualcosa di nuovo, di una nuova forma di tragedia: il tragico meccanico.
Quando lo Stato, cioè il potere massimo e inesorabile, si pone, nella vita di una persona debole, costantemente dalla parte del suo male, allora possiamo scorgere in esso quel connotato anticristico di cui giustamente si sta recentemente parlando. Un connotato che si sostanzia non nell’assenza ma nell’onnipresenza, nel controllo assoluto della vita che diventa calcolo per la morte, nella sordità nei confronti dell’umano che solo una macchina può avere. Lo Stato, nel suo rifiuto di arginare il Male, lo definisce legalmente sancendo la sofferenza come «diritto alla morte» e la vulnerabilità come «diritto alla soppressione», altri due «nuovi diritti». Il debole diviene così capro espiatorio delle impossibilità dello Stato nichilista, diviene momento di spegnimento di una macchina che, non riuscendo a risolvere la vita, arriva inevitabilmente alla morte come procedura.
Fino a che punto ha senso temere gli esiti distopici di una Intelligenza artificiale che «prende il controllo» quando lo Stato è già giunto alla meccanizzazione della sofferenza e alla relativa concezione della vita come accensione o spegnimento? Siamo qui di fronte alla degenerazione dello schema biopolitico per giungere a un potere che fa pagare i propri fallimenti ai deboli, non accettando di ritirarsi dai processi che ha ormai iniziato, istituendo così una nuova forma di ostilità irriducibile. In tutto il mondo, il giorno prima dell’uccisione di Noelia, si stavano organizzando viaggi per giungere in Spagna a esprimere semplice vicinanza. Un atto inutile e tardivo ma così umano; un tentativo che avrebbe mostrato che l’unica salvezza dallo Stato-macchina si può avere solo ricadendone fuori. Tra quel dentro e quel fuori si combatte la più dura delle battaglie.
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