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2022-12-22
Zelensky vola negli Stati Uniti per chiedere soldi e armi. E Biden raddoppia la posta
Volodymyr Zelensky e Joe Biden (Ansa)
Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin.
Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare.
Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto».
Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati.
Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina.
Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev.
Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. L’autorizzazione è sottoposta alla condizione che i fondi siano «necessari per la cessazione, entro il 7 gennaio 2023, di operazioni, contratti o altri accordi conclusi con, o comunque coinvolgenti, tale soggetto prima del 3 giugno 2022».
La risposta russa: Medvedev da Xi
Mossa a sorpresa della Russia, a poche ore dal previsto arrivo a Washington del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Il leader di Russia unita, il partito di Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ha incontrato a Pechino il presidente della Cina, Xi Jinping. L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino.
Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici».
Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica.
Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi.
Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax.
Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
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Dopo i 48 miliardi già stanziati, gli Usa concedono il bis al presidente ucraino, accolto con tutti gli onori a Washington. Pronti anche i Patriot. Dall’Ue 1,5 miliardi al meseIl vicecapo del Consiglio di sicurezza di Mosca va in Cina: «Coincidenza di vedute». Vladimir Putin minaccia: «Useremo i missili Sarmat e raggiungeremo gli obiettivi militari»Lo speciale contiene due articoli Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin. Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare. Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto». Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati. Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina. Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev. Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. L’autorizzazione è sottoposta alla condizione che i fondi siano «necessari per la cessazione, entro il 7 gennaio 2023, di operazioni, contratti o altri accordi conclusi con, o comunque coinvolgenti, tale soggetto prima del 3 giugno 2022». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-vola-negli-stati-uniti-per-chiedere-soldi-e-armi-e-biden-raddoppia-la-posta-2658998226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-russa-medvedev-da-xi" data-post-id="2658998226" data-published-at="1671693883" data-use-pagination="False"> La risposta russa: Medvedev da Xi Mossa a sorpresa della Russia, a poche ore dal previsto arrivo a Washington del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Il leader di Russia unita, il partito di Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ha incontrato a Pechino il presidente della Cina, Xi Jinping. L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino. Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici». Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica. Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi. Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax. Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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