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2022-12-22
Zelensky vola negli Stati Uniti per chiedere soldi e armi. E Biden raddoppia la posta
Volodymyr Zelensky e Joe Biden (Ansa)
Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin.
Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare.
Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto».
Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati.
Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina.
Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev.
Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. L’autorizzazione è sottoposta alla condizione che i fondi siano «necessari per la cessazione, entro il 7 gennaio 2023, di operazioni, contratti o altri accordi conclusi con, o comunque coinvolgenti, tale soggetto prima del 3 giugno 2022».
La risposta russa: Medvedev da Xi
Mossa a sorpresa della Russia, a poche ore dal previsto arrivo a Washington del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Il leader di Russia unita, il partito di Vladimir Putin, Dmitri Medvedev, ha incontrato a Pechino il presidente della Cina, Xi Jinping. L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino.
Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici».
Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica.
Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi.
Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax.
Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
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Dopo i 48 miliardi già stanziati, gli Usa concedono il bis al presidente ucraino, accolto con tutti gli onori a Washington. Pronti anche i Patriot. Dall’Ue 1,5 miliardi al meseIl vicecapo del Consiglio di sicurezza di Mosca va in Cina: «Coincidenza di vedute». Vladimir Putin minaccia: «Useremo i missili Sarmat e raggiungeremo gli obiettivi militari»Lo speciale contiene due articoli Per chi si fosse illuso che il primo faccia a faccia in tempo di guerra tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e quello americano, Joe Biden, potesse essere un’occasione per parlare di proposte equilibrate da portare al tavolo delle trattative, la doccia fredda non ha tardato ad arrivare. Biden, che ha ribadito quello che è il suo mantra - «niente riguardo all’Ucraina senza l’Ucraina» - sembra aver perso l’opportunità, ora che l’Ucraina era «fisicamente» presente, per spingere nella direzione della pace, mentre ha usato le sue forze per promettere a Kiev nuove risorse, economiche e militari, per resistere a Putin. Mentre in Europa era notte, negli Usa (dove invece era ancora sera) Zelensky ha chiesto ancora armi e soldi e la Casa Bianca gli ha dato ascolto. La visita del presidente ucraino a Washington è di fatto servita a Kiev per smentire che i rapporti con gli Stati Uniti si stessero «raffreddando», tanto che il principale del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha concluso che gli Usa «appoggiano inequivocabilmente Kiev». Zelensky è infatti stato accolto con tutti gli onori, dopo essere atterrato alla base militare di Joint base Andrew, non lontano da Washington, dopo che il suo volo era stato scortato da un aereo militare americano. Bandiere ucraine sono state issate in diversi luoghi iconici di Washington accanto a quelle americane, soprattutto lungo i viali di fronte a Capitol Hill e a Pennsylvania avenue, nei pressi della Casa Bianca. Poi l’abbraccio tra Biden e Zelensky (accolto con un tappeto rosso), vestito con la solita tenuta militare. Più volte i due hanno parlato per telefono in questi mesi di guerra e più volte il presidente ucraino non ha esitato ad accusare gli alleati occidentali di non fare abbastanza, nonostante i più che cospicui aiuti giunti da Washington e dall’Ue. Va ricordato, infatti, che la Commissione europea, dopo aver elargito miliardi nel 2022 sia per aiuti militari, sia per l’appoggio umanitario, ha già presentato un piano di finanziamento a Kiev da 18 miliardi di euro per il 2023. Il sostegno da 1,5 miliardi al mese permetterà al Paese in guerra di «continuare a pagare salari e pensioni e mantenere attivi i servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole», oltre che di ripristinare «infrastrutture energetiche, sistemi idrici e reti di trasporto». Nel simbolico viaggio di Zelensky (simbolico perché è la prima volta che il presidente esce dal Paese in guerra per andare a confrontarsi con un altro leader), il Congresso, riunito in seduta congiunta, ha ascoltato la sua ulteriore richiesta di armi e denaro. Del resto, il leader ucraino lo aveva già anticipato, scrivendo: «Sono in viaggio verso gli Usa per rafforzare la resilienza e le capacità di difesa dell’Ucraina. In particolare, il presidente americano e io discuteremo della cooperazione tra Ucraina e Stati Uniti. Terrò anche un discorso al Congresso e una serie di incontri bilaterali». In definitiva, non sono apparsi sufficienti i 48 miliardi forniti finora dagli Usa per gli aiuti militari e per quelli umanitari ed è facile quantificare cosa Zelensky intendesse per cooperazione: Biden ha annunciato che 1,8 miliardi di dollari verranno forniti per la sicurezza dell’Ucraina, mentre il Congresso si appresta ad approvare un budget che prevede altri 45 miliardi di dollari così suddivisi: 20 miliardi in aiuti militari e fondi per ristabilire l’arsenale del Pentagono, impoverito dall’invio di armi a Kiev; 6,2 miliardi per rafforzare la presenza Usa sul fianco orientale della Nato; altri fondi per sostenere l’economia e i rifugiati. Zelensky, con la sua mossa, ha voluto ingraziarsi il nuovo Congresso che si insedia il prossimo 3 gennaio. Questo, infatti, conta una maggioranza repubblicana - seppur risicata - alla Camera, tra cui diversi deputati di estrema destra del «Freedom Caucus», apertamente scettici per le continue spese per la guerra, che potrebbero dare del filo da torcere a chi vuole ancora inviare aiuti all’Ucraina. Quanto al nodo dell’invio dei Patriot, è certamente uno dei più spinosi. Il presidente Biden che inizialmente era restio per evitare l’escalation, pare essersi convinto, con la motivazione che la Russia arricchirà il suo arsenale con missili balistici iraniani. L’annuncio della fornitura dei Patriot a Kiev ha causato un’immediata reazione di Mosca. «Le nuove armi che saranno consegnate all’Ucraina dagli Usa aggraveranno il conflitto», ha dichiarato Putin, affermando di essere pronto a dispiegare i missili balistici intercontinentali Sarmat, fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Ma il nuovo pacchetto di aiuti militari dagli Usa all’Ucraina contempla anche sistemi Gps avanzati che permettono di rendere «intelligenti» bombe di diversa portata già in possesso di Kiev. Intanto, in Europa, si registra la prima, rilevante, marcia indietro finanziaria sulle sanzioni agli asset russi. Il ministero delle Finanze lussemburghese ha infatti rilasciato un’autorizzazione generale che consente lo svincolo dei fondi del Russian national depository (Nsd), congelati ai sensi di una sanzione dell’Ue dello scorso 3 giugno 2022. 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L’incontro tra i due leader si è svolto alla Diaoyutai State Guest house, sul versante occidentale della Capitale cinese, dove la Cina accoglie tradizionalmente i dignitari stranieri in visita. Medvedev ha portato al presidente cinese i saluti del capo del Cremlino, e un messaggio di elogio della cooperazione bilaterale pratica tra Mosca e Pechino. Come ha scritto l’agenzia Tass, «Medvedev, che è anche il numero due del Consiglio di sicurezza russo, ha reso noto di aver discusso con Xi Jinping di collaborazione bilaterale con la Federazione russa e di questioni internazionali, compreso il conflitto in Ucraina», riscontrando «un’ampia coincidenza di vedute. Xi ha auspicato che si arrivi una soluzione politica pacifica alla crisi ucraina, anche se la situazione è molto complicata». Pechino, ha detto Xi, «ha sempre deciso la sua posizione e la sua politica in base al merito della questione stessa» e auspica che tutte le parti interessate «esercitino moderazione, conducano un dialogo complessivo e risolvano le preoccupazioni comuni nel campo della sicurezza attraverso mezzi politici». Inoltre, sempre secondo la Tass, il leader del Dragone ha detto che «la Cina è pronta a stringere ulteriormente i suoi rapporti con la Russia per una governance globale più giusta». I due hanno sottolineato come i rispettivi punti di vista coincidano, oltre alla necessità per quanto riguarda la cooperazione economica e industriale tra i due Paesi, di un «coordinamento strategico» nelle Nazioni unite e nelle piattaforme multilaterali, tra cui la Shanghai cooperation organization (Sco), i Brics (la sigla che riunisce le economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il G20. I due hanno parlato anche della situazione negli Stati asiatici dell’ex Unione sovietica. Soddisfatto dell’incontro lo stesso Putin, che nel suo messaggio, secondo il comunicato stampa del segretariato di Medvedev, avrebbe «espresso fiducia nello sviluppo continuo e progressivo dei legami interstatali e interpartitici, in stretta collaborazione con la nuova dirigenza del Partito сcomunista сinese». Sul suo account Telegram, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha condiviso un video che lo ritrae durante l’incontro con Xi e a colloquio con funzionari cinesi. Nel frattempo, in un incontro televisivo con alti funzionari militari, Putin ha definito il conflitto in Ucraina «una tragedia condivisa», ma ha attribuito la responsabilità dello scoppio delle ostilità a Kiev e ai suoi alleati, «non a Mosca»: «Quello che sta accadendo non è il risultato della nostra politica. È il risultato della politica di Paesi terzi». Lo zar ha anche annunciato l’intenzione di installare basi navali nelle città ucraine di Mariupol e Berdiansk, con l’obiettivo di migliorare il dispiegamento marittimo, a cui ha garantito «sostegno finanziario illimitato». Inoltre Putin ha annunciato che «presto saranno dispiegati i missili balistici Sarmat», fiore all’occhiello dei nuovi programmi militari russi. Una risposta diretta al possibile invio di missili Patriot dagli Usa all’Ucraina. «Raggiungeremo gli obiettivi militari e il governo darà tutto ciò che l’esercito chiede». Il Cremlino ha anche pianificato di fornire droni a tutte le unità dell’esercito, non solo come metodo di attacco, ma anche per raccogliere informazioni di intelligence, secondo l’agenzia di stampa Interfax. Nel frattempo il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha confermato anche l’intenzione russa di schierare navi di supporto a Berdiansk e Mariupol, due città sul Mar d’Azov, attualmente controllate dalle forze russe.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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