- Il ministero degli Esteri denuncia la «tendenza pericolosa all’uso militare di infrastrutture spaziali civili» Il capo di stato maggiore Usa, Mark Milley: «Nessuno può vincere, è difficile che Kiev cacci le forze di Vladimir Putin».
- La polizia federale ha perquisito, in due occasioni, l’università del Delaware per scovare nuovi documenti classificati in possesso del presidente statunitense.
Lo speciale contiene due articoli.
La guerra in Ucraina si sposta anche nello spazio. Nel mirino della Russia entrano i satelliti «non militari» usati dagli Usa e dai «loro alleati europei». Konstantin Vorontsov, vice capo del dipartimento per la non proliferazione e il controllo delle armi del ministero degli Esteri di Mosca, non ha fatto riferimento diretto a Musk, ma è chiaramente anche con lui che se la prende quando parla di satelliti di uso civile che possono diventare «bersagli legittimi di un contrattacco» russo. Lo stesso magnate, del resto, qualche giorno fa aveva anticipato Mosca, informando il governo ucraino che Starlink non deve essere usata per controllare i droni militari. Secondo Vorontsov è in atto «una tendenza molto pericolosa» con «l’uso militare di infrastrutture spaziali civili da parte degli Usa e dei loro alleati». «Questa attività», ha aggiunto, «rappresenta un coinvolgimento indiretto in conflitti armati».
Oltre a Starlink, il riferimento potrebbe essere ai palloni spia, tanto è vero che a subire l’abbattimento di «sei obiettivi aerei ostili» è stata proprio Mosca. I presunti palloni spia sono stati individuati dalle autorità ucraine nei cieli di Kiev, come denunciato dall’aeronautica ucraina, ed alcuni sono stati abbattuti.
Né l’Ucraina, né la Russia, saranno in grado di vincere la guerra secondo il capo di stato maggiore Usa, il generale Mark Milley, per il quale il conflitto può solo finire al tavolo dei negoziati. «Sarà praticamente impossibile per i russi raggiungere i loro obiettivi ed è improbabile che la Russia riesca a conquistare l’Ucraina. Non succederà», ha dichiarato il leader militare sottolineando anche come «è molto, molto difficile che le forze di Kiev riescano a cacciare quelle di Putin dai loro territori». Previsioni inquietanti, se si pensa che al momento un dialogo appare improponibile, anche e soprattutto per la questione Crimea. Secondo il segretario di stato americano Antony Blinken il tentativo dell’Ucraina di riconquistare la Crimea sorpasserebbe una «linea rossa» per Putin che potrebbe portare a una risposta imprevedibile da parte di Mosca. Poco realistica appare anche la bozza della risoluzione Onu che sarà votata la settimana prossima in cui «si chiede nuovamente alla Russia di ritirare immediatamente, completamente e incondizionatamente le sue truppe e la cessazione delle ostilità». Poco realistico appare anche l’invito del presidente bielorusso Alexander Lukashenko rivolto al presidente degli Stati Uniti Joe Biden per un incontro a Minsk. «Anche Putin viene a Minsk, e noi tre ci incontriamo qui: due “aggressori” e il presidente “pacifico”. Perché no? Se vuole porre fine alla guerra, gli diamo il benvenuto», è la provocazione di Lukashenko. Il presidente russo e quello bielorusso si incontreranno già oggi a Mosca. «Si prevede di prendere in considerazione le questioni chiave dell’ulteriore sviluppo delle relazioni russo-bielorusse di partenariato strategico e alleanza», riferisce il servizio stampa.
La visita del presidente degli Stati Uniti in Europa, in programma dal 20 al 22 febbraio, sarà invece limitata alla Polonia, come reso noto da John Kirby, coordinatore delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca. «Il presidente non ha in programma ulteriori soste al di fuori della Polonia come parte del suo prossimo viaggio», ha spiegato Kirby, escludendo anche l’ipotesi di una visita a Kiev. È al contrario probabile che sia il presidente ucraino a recarsi a Varsavia per incontrare Biden. Il presidente Usa ha anche altri appuntamenti in programma: riceverà il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, alla Casa Bianca il 3 marzo. Intanto i rapporti tra Russia e Moldavia si deteriorano ogni giorno di più. Frammenti di missili sono stati ritrovati in Moldavia vicino al confine con l’Ucraina dopo il massiccio attacco aereo russo della notte scorsa. «Questo è già il quarto caso in cui i resti di missili del bombardamento dell’Ucraina sono caduti sul territorio della Repubblica di Moldavia», sottolineano fonti moldave. Le guardie di frontiera hanno circondato l’area. «La sicurezza del Paese», ha detto il nuovo premier Dorin Recean, «deve essere rafforzata, e le attività di chi vuole portare qui la guerra devono essere contrastate duramente». Recean ha appena ricevuto la fiducia del Parlamento, insieme al nuovo governo. Si rafforzano, al contrario, i legami tra Ucraina e Israele. Quest’ultimo darà fino a 200 milioni di dollari in garanzie di prestito all’Ucraina da destinare a progetti sanitari e di infrastrutture civili e aiuterà il Paese sotto attacco a «sviluppare un sistema rapido di allerta missilistica». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Eli Cohen, da Kiev dove si è recato in visita. Nel deterioramento dei rapporti tra Usa e Russia rientra anche lo stop alla fornitura di Viagra a Mosca annunciato dalla società biofarmaceutica americana Viatris, una controllata di Pfizer. Il ministero della Salute della Federazione russa ha assicurato che il mercato nazionale, al momento, ha abbastanza farmaci analoghi della «pillola blu» per il trattamento della disfunzione erettile, dunque questo tipo di «sanzione» non demoralizzerà i cittadini della Federazione.
Sul campo, le truppe russe hanno preso il controllo di tutte le alture nelle vicinanze di Bakhmut. Una persona è stata uccisa e altre sette sono rimaste ferite in un attacco delle forze russe contro la città di Pavlograd, nell’Ucraina sud-orientale. Sei persone sono rimaste uccise nel Donbass. Tre i morti nella regione di Kherson.
L’Fbi cerca le carte di Biden in ateneo
Lo scandalo dei documenti classificati continua a perseguitare Joe Biden. Citando una fonte a conoscenza delle indagini, la Cnn ha rivelato che l’Fbi ha condotto due perquisizioni, in accordo col team legale del presidente, nei locali dell’Università del Delaware: ateneo a cui, nel 2012, Biden –allora vicepresidente– donò oltre 1.800 scatole di documenti relativi al suo lungo servizio come senatore. «Gli investigatori hanno recuperato materiali da due locali dell’università in due giorni diversi», ha riferito la Cnn, per poi aggiungere: «Il materiale non sembra avere segni di classificazione, secondo la fonte, ma ora è in fase di revisione da parte dell'Fbi». Dal canto suo, la Cbs ha rivelato che le perquisizioni si sono verificate tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Stando alla stessa testata, sarebbero state portate via «molteplici scatole» di documenti che, pur non essendo formalmente classificati, necessiterebbero, secondo gli agenti, di un «maggior esame».
Non è la prima volta che l’Fbi prende possesso di materiale non ufficialmente classificato, detenuto dall’attuale presidente americano. I federali hanno infatti sequestrato sue note scritte a mano in entrambe le sue abitazioni in Delaware, a Wilmington e a Rehoboth Beach. Lo scorso 28 gennaio, Nbc News riferì che gli agenti vogliono capire se questi appunti contengano informazioni sensibili: eventualità che, se confermata, renderebbe quelle note come classificate de facto, mettendo così ulteriormente nei guai il presidente.
Va inoltre ricordato che i documenti senatoriali di Biden, consegnati all’Università del Delaware, finirono sotto i riflettori già durante la campagna elettorale del 2020, quando l’allora candidato dem fu accusato di violenza sessuale da una sua ex assistente, Tara Reade: un’aggressione che, secondo la donna, risalirebbe al 1993, quando Biden, cioè, era senatore. I repubblicani e gruppi conservatori chiesero di visionare i documenti ospitati dall’ateneo, per cercare eventuali prove della grave accusa. Tuttavia, sia Biden sia l’università non ne vollero sapere di aprire quegli archivi. Secondo il Washington Times il contenzioso sarebbe ancora pendente alla Corte suprema del Delaware.
Continuano intanto a spuntare ombre cinesi. Secondo il New York Post, a coordinare il trasferimento dei documenti dell’attuale inquilino della Casa Bianca all’Università del Delaware fu il controverso socio di Hunter Biden, Eric Schwerin, che era presidente di Rosemont Seneca: società che vantava collegamenti con Pechino. Non solo. Fox News ha riportato che la stessa Università del Delaware avrebbe ricevuto circa 6,7 milioni di dollari in donazioni cinesi. Senza poi trascurare che la prima tranche di documenti classificati di Biden fu trovata a novembre in suo ex ufficio a Washington, appartenente al Penn Biden Center: think tank che fa capo all’Università della Pennsylvania, nota per aver ricevuto oltre 70 milioni di dollari dal Dragone a partire dal 2014. Non a caso, la commissione Sorveglianza della Camera ha lasciato intendere di voler indagare su eventuali infiltrazioni cinesi nel Penn Biden Center. Un think tank che è stato tra l’altro citato in alcune vecchie email dello stesso Hunter Biden, recentemente pubblicate da Fox News: quello stesso Hunter che, secondo il Washington Post, ottenne tra il 2017 e il 2018 circa 4,8 milioni di dollari grazie all’allora colosso cinese Cefc.
Nel mentre, la trasparenza, promessa enfaticamente da Biden nel 2021, latita. La sua amministrazione si è infatti ben guardata dal rendere note le nuove perquisizioni e continua a trincerarsi dietro ai no comment. D’altronde l’imbarazzo è significativo. E lo scandalo dei documenti potrebbe pesare negativamente sull’eventuale annuncio di una ricandidatura presidenziale. Annuncio che infatti sta tardando ad arrivare.
- Mosca martella l’Ucraina e intima: «Negoziati senza condizioni». Dmitri Medvedev minaccia l’Europa, Kiev rilancia: «Noi nella Nato».
- Terremoto: uccisa dal sisma una famiglia di origini siriane, resta introvabile l’imprenditore veneto. Le vittime salgono a 26.000, 5 milioni gli sfollati. Partiti gli aiuti del Gruppo San Donato.
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L’Ucraina ipotizza un futuro nella Nato e nell’Ue entro due anni. La situazione sul campo - in cui Mosca mantiene stabilmente i territori conquistati - fa immaginare però che la guerra possa durare ben oltre il periodo di tempo che Volodymyr Zelensky ritiene sufficiente a realizzare il suo sogno europeo.
Il presidente ucraino, incoraggiato probabilmente dalla sua intelligence, che ha valutato che la Russia non abbia le risorse per lanciare un’offensiva su larga scala intorno al 24 febbraio, ha fatto la parte del leone durante il summit sugli investimenti organizzato da Jp Morgan. «L’Ucraina sarà in grado di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea tra due anni e dopo la vittoria contro la Russia entrerà a far parte della Nato», ha dichiarato Zelensky. Il presidente ha sostenuto di aver bisogno solo della garanzia di sicurezza rappresentata dall’adesione alla Nato.
La Russia prova invece a rilanciare l’idea del dialogo, ma partendo dalla situazione sul campo: ribadisce infatti la disponibilità a colloqui con Kiev purché basati sulla realtà esistente e, dunque, senza precondizioni. Mosca controlla infatti i territori occupati ed è in vantaggio nel Donbass, mentre Kiev tenta di mantenere i suoi ultimi baluardi a Est. Prima che le strade verso Sud e dunque verso il corridoio con la Crimea, ma anche quella verso l’interno dell’Ucraina, vengano tagliate per sempre, l’Ucraina tenta il tutto per tutto nelle battaglie per Bakhmut e Vulhedar e in quella per Kramatorsk.
Le due cittadine del Donbass sono emblematiche di una situazione in cui, se nessuno dei contendenti dovesse prevalere al più presto, le ostilità potrebbero durare a lungo, con la linea del fronte destinata a spostarsi troppo poco nel breve periodo. Mosca, secondo il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, potrebbe impiegare due anni a controllare completamente le regioni di Donetsk e Lugansk ma, come si sa, la Federazione non ha fretta. Per questo, il vice ministro degli Esteri russo, Sergey Vershinin, ha ricordato che «qualsiasi ostilità finisce con colloqui» ma che questi devono avvenire «senza precondizioni». Kiev però legge la clausola come «una prova del fatto che i negoziati sono fuori discussione». Lo stesso Vershinin snobba però la risposta ucraina, poiché convinto che «la decisione sui negoziati viene presa da Washington e Bruxelles», e si augura che «il presidente Usa e il suo entourage mostrino discrezione e saggezza». Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ribadisce invece che «solo la vittoria ucraina» potrà essere risolutiva.
Nel dibattito si inserisce a gamba tesa il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, predicendo la «totale scomparsa» dell’Europa e attribuendone la responsabilità agli Usa. Medvedev paragona gli Stati Uniti al «toro» del mito greco su Zeus. «Oggi il ruolo del toro», l’animale in cui si era trasformato il re dell’Olimpo per rapire la giovane Europa, «viene interpretato dall’arrogante America al cui servizio, con la bocca aperta dalla lussuria, ci sono i Paesi traditori degli interessi europei come la Polonia e i Baltici». Proprio la Polonia, tra i più stretti alleati e principali fornitori di armi pesanti a Kiev, ha a sorpresa messo in dubbio la possibilità di inviare anche gli aerei da combattimento, almeno nel breve termine. L’ex leader del Cremlino Medvedev ha continuato con le critiche al tour del presidente Zelensky nel Vecchio continente, accusandolo di pensare alle «fotografie con i capi europei, mentre centinaia di ucraini mobilitati muoiono ogni giorno, spinti con la forza a proteggere gli interessi della cricca nazista al potere».
Che sul campo continui la mattanza è una cruda evidenza. Ieri le truppe russe, che secondo alcuni «osservatori» dovevano aver già finito missili e armi di artiglieria, hanno bombardato la regione meridionale di Kherson più di 60 volte. Tre civili hanno riportato «ferite di vari gradi di gravità». Nella città di Kherson è stata colpita la ferrovia. Il massiccio attacco russo con missili e droni ha preso di mira le infrastrutture energetiche «che assicurano il funzionamento di imprese del complesso militare-industriale e del sistema di trasporto dell’Ucraina». Come ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca, i raid hanno «bloccato il trasferimento di armi e munizioni nelle aree di combattimento attraverso la ferrovia».
Come si diceva, una delle città nel mirino di entrambi gli schieramenti è Vulhedar. Ieri l’assalto di Mosca alla città è fallito, dunque i blogger russi a favore della guerra si sono scagliati contro i comandanti dell’esercito della Federazione dopo le immagini, diffuse da Kiev, in cui si vedono tank russi distrutti e soldati in fuga. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le immagini mostrano «tattiche disfunzionali» da parte dei soldati russi che sono indicative dello scarso addestramento delle truppe mobilitate, più che dello scarso livello del comando. Aerei russi Su-24 Ms hanno invece sganciato quattro bombe sull’Isola dei Serpenti, catturata un anno fa dai russi e poi riconquistata dagli ucraini. Tre missili anti nave Onyx sono stati lanciati dalla Crimea verso la costa ucraina. Non vi sono morti o feriti. Morti ci sono stati in territorio russo a seguito dei bombardamenti ucraini. Una persona è rimasta uccisa nel villaggio di Guevo, nella regione russa di Kursk, al confine. Bombardata anche la città russa di Shebekino, nella regione di Belgorod. Altri proiettili hanno colpito il villaggio di Murom, nel distretto di Shebekinsky.
Morti i 6 italiani dispersi in Turchia
Si aggrava il bilancio del terremoto che lunedì 6 febbraio ha colpito la Turchia e la Siria. L’Usgs, il sito americano sul rischio sismico, aveva ipotizzato inizialmente un numero di morti compreso tra i 1000 e i 10.000. Ora siamo a oltre 26.000. C’è bisogno di cibo, acqua, pasti caldi, coperte. Almeno, ieri, dall’aeroporto di Pisa sono partiti gli aiuti umanitari del Gruppo San Donato: quattro ambulanze, medicinali, dispositivi medici e vestiario.
Intanto, si continua a scavare in mezzo ai palazzi sbriciolati. L’Unhcr parla di oltre cinque milioni di sfollati. Persone senza una casa, cadaveri senza nome, orfani rimasti senza padre, madre; genitori rimasti senza figli. Intere famiglie spazzate via dalla furia della natura.
«C’è ancora il mondo?», ha chiesto una donna, Menekse Tabak, 70 anni, mentre veniva tratta in salvo nella città della Turchia meridionale di Kahramanmaras, epicentro della scossa. Lei è rimasta 122 ore sotto le macerie. Anche una bimba di 18 mesi è stata estratta viva dopo 56 ore assieme alla sua mamma. O Sengul di appena 4 anni, salvata dopo 132 ore dai soccorritori nella città di Islahiye. Anche una bimba di 6 anni, Selin e la madre sono state estratte dopo 134 ore. Un’infinità nell’epicentro del terrore.
Da tutto il mondo arrivano squadre di medici, soccorritori, vigili del fuoco, infermieri. Chi non è morto sepolto dalla sua stessa casa, è morto di freddo. E infatti il numero delle vittime continua a salire. Secondo un coordinatore dei soccorsi di emergenza il bilancio è destinato a «più che raddoppiare».
Nella conta di questa roulette maledetta c’è anche una famiglia italiana di origine siriana. Sei persone, tre adulti e tre minori che risultavano disperse ad Antiochia. A riferirlo è stato il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani. Nessuna notizia invece per l’imprenditore veneto, Angelo Zen, disperso a Kahramanmara.
La Farnesina continua a inviare aiuti e il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere alla Bbc che i negoziati per l’accesso ad aree più ampie della Siria per la consegna di aiuti umanitari proseguono. In partenza anche il secondo team dei vigili del fuoco italiani. Sono 48 soccorritori Usar (Urban search and rescue) provenienti dalle regioni di Lazio, Toscana, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Veneto.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla di un’area di 500 chilometri quadrati completamente andata distrutta. Il capo degli aiuti internazionali delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, definisce la catastrofe «il peggior disastro degli ultimi 100 anni nella regione». Un valico di frontiera tra la Turchia e l’Armenia, chiuso da 35 anni, è stato aperto per la prima volta per far passare gli aiuti.
Erdogan, finito nel mirino perché accusato di ritardi nei soccorsi, se la prende con i social. Decine di persone sono state arrestate per aver scritto post polemici contro il governo. E 48 persone sono state messe in manette per sciacallaggio. «Dai social media vengono diffuse notizie false e prive di fondamento, che creano caos e aizzano il nostro Paese in un momento difficile», ha detto il sultano. «Da questa situazione verremo fuori come nazione».
- Il presidente ucraino invoca la reazione militare dell’Alleanza al missile russo che (forse) avrebbe sorvolato la Romania. Il Donbass è quasi tutto in mano a Mosca: restano da espugnare solo due città. Vladimir Putin prepara una nuova ondata di attacchi.
- Gerusalemme, auto sulla folla. Travolti un bimbo e un ventenne. L’attentatore ucciso inneggiava sui social a Hezbollah.
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Ancora una volta si sfiora la guerra Russia-Nato per un missile che «sconfina» dal territorio ucraino. Come nel caso della Polonia, con il razzo russo abbattuto dalla contraerea ucraina e precipitato in un villaggio uccidendo due persone, anche il presunto sorvolo della Romania da parte di un missile ha rischiato di diventare il casus belli per l’allargamento del conflitto.
Gli allarmi antiaerei sono scattati ieri in tutta l’Ucraina per un «massiccio attacco russo». Secondo le accuse di Kiev, Mosca avrebbe violato lo spazio aereo della Moldavia, ma anche quello della Romania, appunto, che è membro Nato. Le eventuali conseguenze sono note. L’articolo 5 del trattato Nato prevede l’intervento armato per legittima difesa se uno degli Stati membri dovesse essere attaccato. Zelensky ha insistito non poco sul fatto che «diversi missili russi hanno attraversato lo spazio aereo» dei due Paesi europei. «Questi missili sono una sfida alla Nato e alla sicurezza collettiva. È un terrore che può e deve essere stoppato. Il mondo deve fermarlo». Valeriy Zaluzhnyi, comandante in capo delle forze armate ucraine, ha confermato che 2 missili russi Kaliber lanciati dal Mar Nero sono entrati nello spazio aereo moldavo, poi sarebbero volati nello spazio aereo rumeno, prima di rientrare in Ucraina nel punto in cui i confini dei tre Paesi si incontrano. Per evitare epiloghi come quelli legati all’analogo incidente in Polonia, il portavoce dell’aeronautica militare ha specificato che Kiev avrebbe potuto abbattere i razzi russi ma ha scelto di non farlo. I due Paesi che sarebbero entrati nella traiettoria del missile, non concordano sulle affermazioni di Kiev. La Moldavia ha confermato che un missile, senza precisare se russo, ha sorvolato il suo spazio aereo, e che poi il suo ministro degli Esteri ha convocato l’ambasciatore russo a Chisinau, Oleg Vasnetsov. La Romania invece, non ha confermato il sorvolo di un missile russo sul suo spazio aereo.
«Il sistema di sorveglianza dell’aeronautica rumena ha rilevato un bersaglio aereo, probabilmente un missile da crociera lanciato da una nave russa nel Mar Nero vicino alla Crimea, ma la traiettoria del bersaglio più vicina allo spazio aereo della Romania è stata registrata dal radar a circa 35 km a nord-est del confine». Proprio in questo momento così difficile per il suo Paese, si è dimessa la premier moldava, Natalia Gavrilita, motivando la scelta con «la mancanza di supporto nei gangli della politica e della burocrazia moldava». Il Paese è in profonda crisi energetica per la guerra in Ucraina e la crescente inflazione, con il prezzo dell’elettricità triplicatosi dal 2021. Gavrilita si era lamentata anche della «guerra ibrida» che la Russia sta conducendo con la sponsorizzazione di proteste antigovernative. Dorin Recean, segretario del Consiglio di sicurezza nazionale della Moldavia, è stato nominato nuovo primo ministro. Mentre i problemi attanagliano le zone al confine con l’Ucraina, Putin si prepara a parlare in Parlamento, il prossimo 21 febbraio, della «operazione speciale». Indiscrezioni vogliono che il presidente russo intenda rassicurare l’opinione pubblica del suo Paese sul fatto che non ci sarà nulla da temere, sia sul lato economico, sia su quello sociale e dell’incolumità fisica. Come le intelligence di tutto il mondo rilevano, Mosca si prepara infatti a sferrare attacchi sempre più ampi e si aspetta mosse di Kiev in territorio russo, quindi il senso del discorso sarà che «i normali cittadini non devono preoccuparsi, perché le armi moderne li proteggeranno». Mosca ribadirà di non essere preoccupata degli aiuti militari dell’Occidente, né delle sanzioni inflitte, dato che la sua economia non ne ha risentito troppo. Sul piano della politica estera, Putin parlerà del nuovo «mondo multipolare», delle «politiche anticoloniali», nonché degli «esempi riusciti di sostituzione delle importazioni» e di altri «successi» nella cooperazione con Paesi non occidentali.
Kiev, nel frattempo, non abbassa i toni e si dice pronta a utilizzare i missili britannici a lungo raggio per colpire la Crimea. Sul campo, però, il Donbass sta cadendo sempre di più in mani russe e, di fronte all’avanzata nemica, Kiev si «aggrappa» a due centri considerati strategici per differenti ragioni: Vuhledar e Kramatorsk. Vuhledar, bastione nella regione di Donetsk controllato dagli ucraini, all’incrocio tra la linea del fronte orientale e quella meridionale, costituisce una testa di ponte per una futura controffensiva ucraina verso il corridoio della Crimea che i russi vogliono evitare con ogni mezzo.
Ieri le forze di Mosca avrebbero perso dozzine di veicoli corazzati in un unico attacco fallito vicino alla città, secondo gli ucraini. I russi dichiarano invece di aver preso il controllo di alcuni sobborghi delle cittadine di Vuhledar e Bakhmut. Più a nord, l’ultimo baluardo per gli ucraini è Kramatorsk. Kiev non può dirlo, ma considererebbe il Donbass perso, se la città cadesse. La sua conquista permetterebbe a Mosca di tagliare fuori dalla regione le forze ucraine e di impossessarsi di uno snodo viario e ferroviario fondamentale. Il governo ucraino, intanto, ha rimosso sei viceministri, fra cui tutti e cinque i viceministri degli Interni. Si tratta di Mary Hakopyan, Ihor Bondarenko, Serhiy Goncharov, Bohdan Drapyaty, Kateryna Pavlichenko. Stessa sorte per il viceministro dell’Economia, Denys Kudin, e per Olga Rabiychuk, vice capo dell’Agenzia per lo sviluppo del turismo e della digitalizzazione.
Raid terroristico a Gerusalemme Auto piomba sulla folla: due morti
Un bambino di sei anni e un uomo di 20 sono stati uccisi e altre cinque persone sono rimaste ferite in un attacco terroristico avvenuto ieri mattina nei pressi del quartiere Ramot di Gerusalemme (Israele). Il terrorista, identificato come Hussein Khaled Qaraqe, trentunenne residente nel quartiere Isawiya di Gerusalemme est, li ha investiti nei pressi di una fermata dell’autobus all’ingresso del quartiere Ramot.
Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo sul suo account Facebook negli ultimi mesi ha pubblicato una serie di post che glorificano Hezbollah e i terroristi palestinesi, incluso un post nel quale definisce «eroe» il terrorista che ha condotto l’attacco al checkpoint di Shuafat il 9 ottobre 2022 (bilancio dell’attacco: una soldatessa morta e due feriti gravi). Un poliziotto fuori servizio e altri agenti che sono arrivati sulla scena subito dopo l’attacco hanno sparato al terrorista uccidendolo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha deciso subito poco dopo l’attacco di demolire la casa del terrorista palestinese ed ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime: «Ho condotto una valutazione della situazione della sicurezza e ho ordinato alle forze di sicurezza il rafforzamento delle misure di protezione e di agire immediatamente per sigillare la casa del terrorista e demolirla. La nostra risposta al terrorismo è colpirlo con tutte le nostre forze e rafforzare ancora di più il nostro Paese». La vittima di 20 anni è stata identificata come Alter Shlomo Laderman, che si era sposato solo circa due mesi fa, mentre il bambino di sei anni si chiamava Yaakov Israel Pally, residente nel quartiere Ramot. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, arrivato sulla scena poco dopo l’attacco, ha dichiarato: «Non ci sono eventi più difficili di questi. Ringrazio il primo ministro per aver adottato la mia politica di sigillare la casa il più rapidamente possibile».
Il ministro ha inoltre affermato di voler introdurre la pena di morte per i terroristi e ha annunciato di presentare nei prossimi giorni un disegno di legge grazie al quale la polizia possa perquisire le case anche senza un mandato: «Basta con l’approccio che se facciamo qualcosa li faremo arrabbiare. Basta! Ora ci sono attacchi terroristici». Poche ore dopo l’attacco, il ministro della Difesa Yoav Galant ha annunciato la decisione di imporre sanzioni finanziarie a 87 terroristi e alle loro famiglie residenti a Gerusalemme est. Galant ha firmato mandati di sequestro pari a 265.000 euro appartenenti a prigionieri palestinesi che ricevono ogni mese un pagamento dall’Autorità palestinese come «ricompensa» per il loro coinvolgimento nel terrorismo. Anche l’Isis è tornato a chiedere la morte degli ebrei e nel penultimo numero del settimanale al-Naba uscito Il 2 febbraio 2023, c’è un editoriale intitolato «Uccidi gli ebrei» che chiede ai musulmani di tutto il mondo di compiere contro di loro attacchi terroristici.
L’attentato arriva in un momento molto delicato sul fronte delle politica interna dello Stato ebraico visto che nelle prossime settimane la coalizione guidata da Netanyahu si appresta ad approvare una riforma che rivoluzionerà il sistema giudiziario del Paese che sta però incontrando molte resistenze. L’obbiettivo dichiarato del governo è quello di limitare la capacità e di conseguenza l’interventismo della Corte Suprema israeliana di sorvegliare il potere esecutivo e legislativo. In particolare con la nuova legge si introduce quella che è definita «la clausola di superamento» che consentirà al parlamento israeliano di scavalcare con una maggioranza semplice (61 voti su 120) le sentenze della Corte suprema. Per la coalizione governativa questa legge è assolutamente necessaria e intende tirare dritto mentre chi si oppone parla di «danno irrimediabile all’equilibrio tra poteri e alla democrazia».





