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2023-02-17
La Russia avvisa Musk e l’America. «I vostri satelliti sono bersagli»
(Ansa)
La guerra in Ucraina si sposta anche nello spazio. Nel mirino della Russia entrano i satelliti «non militari» usati dagli Usa e dai «loro alleati europei». Konstantin Vorontsov, vice capo del dipartimento per la non proliferazione e il controllo delle armi del ministero degli Esteri di Mosca, non ha fatto riferimento diretto a Musk, ma è chiaramente anche con lui che se la prende quando parla di satelliti di uso civile che possono diventare «bersagli legittimi di un contrattacco» russo. Lo stesso magnate, del resto, qualche giorno fa aveva anticipato Mosca, informando il governo ucraino che Starlink non deve essere usata per controllare i droni militari. Secondo Vorontsov è in atto «una tendenza molto pericolosa» con «l’uso militare di infrastrutture spaziali civili da parte degli Usa e dei loro alleati». «Questa attività», ha aggiunto, «rappresenta un coinvolgimento indiretto in conflitti armati».
Oltre a Starlink, il riferimento potrebbe essere ai palloni spia, tanto è vero che a subire l’abbattimento di «sei obiettivi aerei ostili» è stata proprio Mosca. I presunti palloni spia sono stati individuati dalle autorità ucraine nei cieli di Kiev, come denunciato dall’aeronautica ucraina, ed alcuni sono stati abbattuti.
Né l’Ucraina, né la Russia, saranno in grado di vincere la guerra secondo il capo di stato maggiore Usa, il generale Mark Milley, per il quale il conflitto può solo finire al tavolo dei negoziati. «Sarà praticamente impossibile per i russi raggiungere i loro obiettivi ed è improbabile che la Russia riesca a conquistare l’Ucraina. Non succederà», ha dichiarato il leader militare sottolineando anche come «è molto, molto difficile che le forze di Kiev riescano a cacciare quelle di Putin dai loro territori». Previsioni inquietanti, se si pensa che al momento un dialogo appare improponibile, anche e soprattutto per la questione Crimea. Secondo il segretario di stato americano Antony Blinken il tentativo dell’Ucraina di riconquistare la Crimea sorpasserebbe una «linea rossa» per Putin che potrebbe portare a una risposta imprevedibile da parte di Mosca. Poco realistica appare anche la bozza della risoluzione Onu che sarà votata la settimana prossima in cui «si chiede nuovamente alla Russia di ritirare immediatamente, completamente e incondizionatamente le sue truppe e la cessazione delle ostilità». Poco realistico appare anche l’invito del presidente bielorusso Alexander Lukashenko rivolto al presidente degli Stati Uniti Joe Biden per un incontro a Minsk. «Anche Putin viene a Minsk, e noi tre ci incontriamo qui: due “aggressori” e il presidente “pacifico”. Perché no? Se vuole porre fine alla guerra, gli diamo il benvenuto», è la provocazione di Lukashenko. Il presidente russo e quello bielorusso si incontreranno già oggi a Mosca. «Si prevede di prendere in considerazione le questioni chiave dell’ulteriore sviluppo delle relazioni russo-bielorusse di partenariato strategico e alleanza», riferisce il servizio stampa.
La visita del presidente degli Stati Uniti in Europa, in programma dal 20 al 22 febbraio, sarà invece limitata alla Polonia, come reso noto da John Kirby, coordinatore delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca. «Il presidente non ha in programma ulteriori soste al di fuori della Polonia come parte del suo prossimo viaggio», ha spiegato Kirby, escludendo anche l’ipotesi di una visita a Kiev. È al contrario probabile che sia il presidente ucraino a recarsi a Varsavia per incontrare Biden. Il presidente Usa ha anche altri appuntamenti in programma: riceverà il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, alla Casa Bianca il 3 marzo. Intanto i rapporti tra Russia e Moldavia si deteriorano ogni giorno di più. Frammenti di missili sono stati ritrovati in Moldavia vicino al confine con l’Ucraina dopo il massiccio attacco aereo russo della notte scorsa. «Questo è già il quarto caso in cui i resti di missili del bombardamento dell’Ucraina sono caduti sul territorio della Repubblica di Moldavia», sottolineano fonti moldave. Le guardie di frontiera hanno circondato l’area. «La sicurezza del Paese», ha detto il nuovo premier Dorin Recean, «deve essere rafforzata, e le attività di chi vuole portare qui la guerra devono essere contrastate duramente». Recean ha appena ricevuto la fiducia del Parlamento, insieme al nuovo governo. Si rafforzano, al contrario, i legami tra Ucraina e Israele. Quest’ultimo darà fino a 200 milioni di dollari in garanzie di prestito all’Ucraina da destinare a progetti sanitari e di infrastrutture civili e aiuterà il Paese sotto attacco a «sviluppare un sistema rapido di allerta missilistica». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Eli Cohen, da Kiev dove si è recato in visita. Nel deterioramento dei rapporti tra Usa e Russia rientra anche lo stop alla fornitura di Viagra a Mosca annunciato dalla società biofarmaceutica americana Viatris, una controllata di Pfizer. Il ministero della Salute della Federazione russa ha assicurato che il mercato nazionale, al momento, ha abbastanza farmaci analoghi della «pillola blu» per il trattamento della disfunzione erettile, dunque questo tipo di «sanzione» non demoralizzerà i cittadini della Federazione.
Sul campo, le truppe russe hanno preso il controllo di tutte le alture nelle vicinanze di Bakhmut. Una persona è stata uccisa e altre sette sono rimaste ferite in un attacco delle forze russe contro la città di Pavlograd, nell’Ucraina sud-orientale. Sei persone sono rimaste uccise nel Donbass. Tre i morti nella regione di Kherson.
L’Fbi cerca le carte di Biden in ateneo
Lo scandalo dei documenti classificati continua a perseguitare Joe Biden. Citando una fonte a conoscenza delle indagini, la Cnn ha rivelato che l’Fbi ha condotto due perquisizioni, in accordo col team legale del presidente, nei locali dell’Università del Delaware: ateneo a cui, nel 2012, Biden –allora vicepresidente– donò oltre 1.800 scatole di documenti relativi al suo lungo servizio come senatore. «Gli investigatori hanno recuperato materiali da due locali dell’università in due giorni diversi», ha riferito la Cnn, per poi aggiungere: «Il materiale non sembra avere segni di classificazione, secondo la fonte, ma ora è in fase di revisione da parte dell'Fbi». Dal canto suo, la Cbs ha rivelato che le perquisizioni si sono verificate tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Stando alla stessa testata, sarebbero state portate via «molteplici scatole» di documenti che, pur non essendo formalmente classificati, necessiterebbero, secondo gli agenti, di un «maggior esame».
Non è la prima volta che l’Fbi prende possesso di materiale non ufficialmente classificato, detenuto dall’attuale presidente americano. I federali hanno infatti sequestrato sue note scritte a mano in entrambe le sue abitazioni in Delaware, a Wilmington e a Rehoboth Beach. Lo scorso 28 gennaio, Nbc News riferì che gli agenti vogliono capire se questi appunti contengano informazioni sensibili: eventualità che, se confermata, renderebbe quelle note come classificate de facto, mettendo così ulteriormente nei guai il presidente.
Va inoltre ricordato che i documenti senatoriali di Biden, consegnati all’Università del Delaware, finirono sotto i riflettori già durante la campagna elettorale del 2020, quando l’allora candidato dem fu accusato di violenza sessuale da una sua ex assistente, Tara Reade: un’aggressione che, secondo la donna, risalirebbe al 1993, quando Biden, cioè, era senatore. I repubblicani e gruppi conservatori chiesero di visionare i documenti ospitati dall’ateneo, per cercare eventuali prove della grave accusa. Tuttavia, sia Biden sia l’università non ne vollero sapere di aprire quegli archivi. Secondo il Washington Times il contenzioso sarebbe ancora pendente alla Corte suprema del Delaware.
Continuano intanto a spuntare ombre cinesi. Secondo il New York Post, a coordinare il trasferimento dei documenti dell’attuale inquilino della Casa Bianca all’Università del Delaware fu il controverso socio di Hunter Biden, Eric Schwerin, che era presidente di Rosemont Seneca: società che vantava collegamenti con Pechino. Non solo. Fox News ha riportato che la stessa Università del Delaware avrebbe ricevuto circa 6,7 milioni di dollari in donazioni cinesi. Senza poi trascurare che la prima tranche di documenti classificati di Biden fu trovata a novembre in suo ex ufficio a Washington, appartenente al Penn Biden Center: think tank che fa capo all’Università della Pennsylvania, nota per aver ricevuto oltre 70 milioni di dollari dal Dragone a partire dal 2014. Non a caso, la commissione Sorveglianza della Camera ha lasciato intendere di voler indagare su eventuali infiltrazioni cinesi nel Penn Biden Center. Un think tank che è stato tra l’altro citato in alcune vecchie email dello stesso Hunter Biden, recentemente pubblicate da Fox News: quello stesso Hunter che, secondo il Washington Post, ottenne tra il 2017 e il 2018 circa 4,8 milioni di dollari grazie all’allora colosso cinese Cefc.
Nel mentre, la trasparenza, promessa enfaticamente da Biden nel 2021, latita. La sua amministrazione si è infatti ben guardata dal rendere note le nuove perquisizioni e continua a trincerarsi dietro ai no comment. D’altronde l’imbarazzo è significativo. E lo scandalo dei documenti potrebbe pesare negativamente sull’eventuale annuncio di una ricandidatura presidenziale. Annuncio che infatti sta tardando ad arrivare.
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Il ministero degli Esteri denuncia la «tendenza pericolosa all’uso militare di infrastrutture spaziali civili» Il capo di stato maggiore Usa, Mark Milley: «Nessuno può vincere, è difficile che Kiev cacci le forze di Vladimir Putin».La polizia federale ha perquisito, in due occasioni, l’università del Delaware per scovare nuovi documenti classificati in possesso del presidente statunitense.Lo speciale contiene due articoli.La guerra in Ucraina si sposta anche nello spazio. Nel mirino della Russia entrano i satelliti «non militari» usati dagli Usa e dai «loro alleati europei». Konstantin Vorontsov, vice capo del dipartimento per la non proliferazione e il controllo delle armi del ministero degli Esteri di Mosca, non ha fatto riferimento diretto a Musk, ma è chiaramente anche con lui che se la prende quando parla di satelliti di uso civile che possono diventare «bersagli legittimi di un contrattacco» russo. Lo stesso magnate, del resto, qualche giorno fa aveva anticipato Mosca, informando il governo ucraino che Starlink non deve essere usata per controllare i droni militari. Secondo Vorontsov è in atto «una tendenza molto pericolosa» con «l’uso militare di infrastrutture spaziali civili da parte degli Usa e dei loro alleati». «Questa attività», ha aggiunto, «rappresenta un coinvolgimento indiretto in conflitti armati». Oltre a Starlink, il riferimento potrebbe essere ai palloni spia, tanto è vero che a subire l’abbattimento di «sei obiettivi aerei ostili» è stata proprio Mosca. I presunti palloni spia sono stati individuati dalle autorità ucraine nei cieli di Kiev, come denunciato dall’aeronautica ucraina, ed alcuni sono stati abbattuti. Né l’Ucraina, né la Russia, saranno in grado di vincere la guerra secondo il capo di stato maggiore Usa, il generale Mark Milley, per il quale il conflitto può solo finire al tavolo dei negoziati. «Sarà praticamente impossibile per i russi raggiungere i loro obiettivi ed è improbabile che la Russia riesca a conquistare l’Ucraina. Non succederà», ha dichiarato il leader militare sottolineando anche come «è molto, molto difficile che le forze di Kiev riescano a cacciare quelle di Putin dai loro territori». Previsioni inquietanti, se si pensa che al momento un dialogo appare improponibile, anche e soprattutto per la questione Crimea. Secondo il segretario di stato americano Antony Blinken il tentativo dell’Ucraina di riconquistare la Crimea sorpasserebbe una «linea rossa» per Putin che potrebbe portare a una risposta imprevedibile da parte di Mosca. Poco realistica appare anche la bozza della risoluzione Onu che sarà votata la settimana prossima in cui «si chiede nuovamente alla Russia di ritirare immediatamente, completamente e incondizionatamente le sue truppe e la cessazione delle ostilità». Poco realistico appare anche l’invito del presidente bielorusso Alexander Lukashenko rivolto al presidente degli Stati Uniti Joe Biden per un incontro a Minsk. «Anche Putin viene a Minsk, e noi tre ci incontriamo qui: due “aggressori” e il presidente “pacifico”. Perché no? Se vuole porre fine alla guerra, gli diamo il benvenuto», è la provocazione di Lukashenko. Il presidente russo e quello bielorusso si incontreranno già oggi a Mosca. «Si prevede di prendere in considerazione le questioni chiave dell’ulteriore sviluppo delle relazioni russo-bielorusse di partenariato strategico e alleanza», riferisce il servizio stampa. La visita del presidente degli Stati Uniti in Europa, in programma dal 20 al 22 febbraio, sarà invece limitata alla Polonia, come reso noto da John Kirby, coordinatore delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca. «Il presidente non ha in programma ulteriori soste al di fuori della Polonia come parte del suo prossimo viaggio», ha spiegato Kirby, escludendo anche l’ipotesi di una visita a Kiev. È al contrario probabile che sia il presidente ucraino a recarsi a Varsavia per incontrare Biden. Il presidente Usa ha anche altri appuntamenti in programma: riceverà il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, alla Casa Bianca il 3 marzo. Intanto i rapporti tra Russia e Moldavia si deteriorano ogni giorno di più. Frammenti di missili sono stati ritrovati in Moldavia vicino al confine con l’Ucraina dopo il massiccio attacco aereo russo della notte scorsa. «Questo è già il quarto caso in cui i resti di missili del bombardamento dell’Ucraina sono caduti sul territorio della Repubblica di Moldavia», sottolineano fonti moldave. Le guardie di frontiera hanno circondato l’area. «La sicurezza del Paese», ha detto il nuovo premier Dorin Recean, «deve essere rafforzata, e le attività di chi vuole portare qui la guerra devono essere contrastate duramente». Recean ha appena ricevuto la fiducia del Parlamento, insieme al nuovo governo. Si rafforzano, al contrario, i legami tra Ucraina e Israele. Quest’ultimo darà fino a 200 milioni di dollari in garanzie di prestito all’Ucraina da destinare a progetti sanitari e di infrastrutture civili e aiuterà il Paese sotto attacco a «sviluppare un sistema rapido di allerta missilistica». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Eli Cohen, da Kiev dove si è recato in visita. Nel deterioramento dei rapporti tra Usa e Russia rientra anche lo stop alla fornitura di Viagra a Mosca annunciato dalla società biofarmaceutica americana Viatris, una controllata di Pfizer. Il ministero della Salute della Federazione russa ha assicurato che il mercato nazionale, al momento, ha abbastanza farmaci analoghi della «pillola blu» per il trattamento della disfunzione erettile, dunque questo tipo di «sanzione» non demoralizzerà i cittadini della Federazione. Sul campo, le truppe russe hanno preso il controllo di tutte le alture nelle vicinanze di Bakhmut. Una persona è stata uccisa e altre sette sono rimaste ferite in un attacco delle forze russe contro la città di Pavlograd, nell’Ucraina sud-orientale. Sei persone sono rimaste uccise nel Donbass. Tre i morti nella regione di Kherson. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/satelliti-russia-musk-2659432478.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lfbi-cerca-le-carte-di-biden-in-ateneo" data-post-id="2659432478" data-published-at="1676635695" data-use-pagination="False"> L’Fbi cerca le carte di Biden in ateneo Lo scandalo dei documenti classificati continua a perseguitare Joe Biden. Citando una fonte a conoscenza delle indagini, la Cnn ha rivelato che l’Fbi ha condotto due perquisizioni, in accordo col team legale del presidente, nei locali dell’Università del Delaware: ateneo a cui, nel 2012, Biden –allora vicepresidente– donò oltre 1.800 scatole di documenti relativi al suo lungo servizio come senatore. «Gli investigatori hanno recuperato materiali da due locali dell’università in due giorni diversi», ha riferito la Cnn, per poi aggiungere: «Il materiale non sembra avere segni di classificazione, secondo la fonte, ma ora è in fase di revisione da parte dell'Fbi». Dal canto suo, la Cbs ha rivelato che le perquisizioni si sono verificate tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Stando alla stessa testata, sarebbero state portate via «molteplici scatole» di documenti che, pur non essendo formalmente classificati, necessiterebbero, secondo gli agenti, di un «maggior esame». Non è la prima volta che l’Fbi prende possesso di materiale non ufficialmente classificato, detenuto dall’attuale presidente americano. I federali hanno infatti sequestrato sue note scritte a mano in entrambe le sue abitazioni in Delaware, a Wilmington e a Rehoboth Beach. Lo scorso 28 gennaio, Nbc News riferì che gli agenti vogliono capire se questi appunti contengano informazioni sensibili: eventualità che, se confermata, renderebbe quelle note come classificate de facto, mettendo così ulteriormente nei guai il presidente. Va inoltre ricordato che i documenti senatoriali di Biden, consegnati all’Università del Delaware, finirono sotto i riflettori già durante la campagna elettorale del 2020, quando l’allora candidato dem fu accusato di violenza sessuale da una sua ex assistente, Tara Reade: un’aggressione che, secondo la donna, risalirebbe al 1993, quando Biden, cioè, era senatore. I repubblicani e gruppi conservatori chiesero di visionare i documenti ospitati dall’ateneo, per cercare eventuali prove della grave accusa. Tuttavia, sia Biden sia l’università non ne vollero sapere di aprire quegli archivi. Secondo il Washington Times il contenzioso sarebbe ancora pendente alla Corte suprema del Delaware. Continuano intanto a spuntare ombre cinesi. Secondo il New York Post, a coordinare il trasferimento dei documenti dell’attuale inquilino della Casa Bianca all’Università del Delaware fu il controverso socio di Hunter Biden, Eric Schwerin, che era presidente di Rosemont Seneca: società che vantava collegamenti con Pechino. Non solo. Fox News ha riportato che la stessa Università del Delaware avrebbe ricevuto circa 6,7 milioni di dollari in donazioni cinesi. Senza poi trascurare che la prima tranche di documenti classificati di Biden fu trovata a novembre in suo ex ufficio a Washington, appartenente al Penn Biden Center: think tank che fa capo all’Università della Pennsylvania, nota per aver ricevuto oltre 70 milioni di dollari dal Dragone a partire dal 2014. Non a caso, la commissione Sorveglianza della Camera ha lasciato intendere di voler indagare su eventuali infiltrazioni cinesi nel Penn Biden Center. Un think tank che è stato tra l’altro citato in alcune vecchie email dello stesso Hunter Biden, recentemente pubblicate da Fox News: quello stesso Hunter che, secondo il Washington Post, ottenne tra il 2017 e il 2018 circa 4,8 milioni di dollari grazie all’allora colosso cinese Cefc. Nel mentre, la trasparenza, promessa enfaticamente da Biden nel 2021, latita. La sua amministrazione si è infatti ben guardata dal rendere note le nuove perquisizioni e continua a trincerarsi dietro ai no comment. D’altronde l’imbarazzo è significativo. E lo scandalo dei documenti potrebbe pesare negativamente sull’eventuale annuncio di una ricandidatura presidenziale. Annuncio che infatti sta tardando ad arrivare.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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