Giornali, sport e dossieraggi. Così il Qatar neutralizza gli scandali che lo riguardano
- Nonostante le inchieste, l’emirato continua a rafforzare la sua rete di influenza in Europa e Usa. Per gli Al Thani, cultura e turismo sono investimenti strategici.
- L’analista Benjamin Weinthal: «Un ex primo ministro si vantava di avere giornalisti sul libro paga in molti Paesi. Eppure la Cnn collabora col regime. Le donazioni alle università americane superano quelle di ogni altro governo straniero».
Lo speciale contiene due articoli
La strategia di influenza del Qatar non poggia su costruzioni ideologiche complesse, ma su un principio diretto e sistematico: trasformare la ricchezza dello Stato in accesso al potere, prossimità alle élite e capacità di orientare il contesto informativo. Politica, istituzioni, media, cultura, università e sport diventano così i vettori di una proiezione di soft power che opera in profondità, spesso senza bisogno di esporsi in modo esplicito. I fatti emersi negli ultimi anni mostrano come questa strategia agisca su più livelli. Secondo ricostruzioni investigative, un’operazione di intelligence riconducibile a Doha avrebbe preso di mira la donna che accusa il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan, nel tentativo di raccogliere informazioni personali utili a minarne la credibilità e a orientare la narrazione mediatica attorno a un procedimento giudiziario in corso. Un passaggio che segna il superamento della semplice influenza reputazionale, sconfinando nell’interferenza informativa su dossier altamente sensibili.
Sul fronte europeo, le indagini giudiziarie hanno prodotto riscontri concreti. In Belgio, il cosiddetto Qatargate ha portato al sequestro di ingenti somme di denaro contante e all’ipotesi di acquisti di influenza finalizzati ad attenuare le critiche dell’Unione europea verso Doha e a incidere su votazioni e risoluzioni del Parlamento europeo. Accuse analoghe sono emerse anche in Israele, dove investigatori hanno esaminato presunti flussi di denaro legati al Qatar che avrebbero coinvolto figure vicine al primo ministro Benjamin Netanyahu, con l’obiettivo di diffondere messaggi favorevoli a Doha nel dibattito pubblico interno. Anche in questo caso, il terreno di gioco non è quello della diplomazia ufficiale, ma quello della comunicazione e dell’influenza indiretta. Un capitolo centrale riguarda il controllo del contesto mediatico, soprattutto in Europa. Un passaggio chiave è rappresentato dall’ingresso del fondo sovrano Qatar Investment Authority nel capitale del gruppo francese Lagardère, che controlla testate storiche come Paris Match, Le Journal du Dimanche ed Europe 1, oltre al colosso editoriale Hachette. Formalmente si tratta di un investimento finanziario; sostanzialmente è un ingresso diretto nel cuore dell’ecosistema informativo europeo, in una fase in cui l’editoria attraversa una crisi strutturale che la rende particolarmente vulnerabile ai capitali esteri.
Inoltre, il Qatar, principale finanziatore e protettore di Hamas, ha costruito una potente architettura di soft power attraverso lo sport, utilizzandolo come piattaforma globale di legittimazione politica e reputazionale. Il caso più emblematico resta l’acquisizione, nel 2011, del Paris Saint-Germain da parte di Qatar Sports Investments. L’operazione ha trasformato un club di tradizione nazionale in un brand globale, proiettando l’immagine del Qatar al centro dell’élite calcistica europea e creando un canale permanente di relazioni con sponsor, media, istituzioni politiche e circuiti finanziari internazionali. A questo si aggiunge il ruolo del BeIN Media Group, che controlla diritti televisivi sportivi strategici in Europa, Medio Oriente e Stati Uniti. Il possesso dei diritti di grandi competizioni non è solo un affare commerciale, ma uno strumento di influenza: inserisce Doha nei flussi mediatici globali, rafforza legami economici con le grandi reti televisive e crea dipendenze strutturali che rendono più difficile mantenere una distanza critica.
Il punto di massima esposizione globale è stato raggiunto con l’organizzazione dei Mondiali di calcio 2022. Per settimane, il Qatar è stato al centro dell’attenzione planetaria, riuscendo – nonostante le polemiche su diritti dei lavoratori, corruzione e libertà civili – a presentarsi come attore globale moderno e indispensabile. Lo sport ha funzionato da schermo reputazionale, capace di assorbire e attenuare critiche strutturali. Questo soft power sportivo si intreccia direttamente con media e politica. Sponsor, pubblicità, diritti televisivi ed eventi creano un ecosistema in cui l’influenza non viene imposta, ma normalizzata. In questo senso, lo sport non è un settore separato, ma un moltiplicatore che rafforza l’intero impianto di influenza. Nel campo della comunicazione strategica, la società Portland Communications è stata accusata di aver commissionato modifiche favorevoli a contenuti informativi online, incluse voci di Wikipedia, a beneficio di clienti statali come il Qatar. Un intervento apparentemente marginale, ma cruciale nel plasmare il contesto informativo di base da cui attingono giornalisti, analisti e, sempre più, sistemi di intelligenza artificiale.
Sul piano economico e istituzionale, Doha ha investito centinaia di milioni di dollari in asset strategici occidentali come CityCenterDC e ha acquisito una quota di minoranza in Monumental Sports and Entertainment, entrando nei principali ecosistemi sportivi e fieristici statunitensi. Allo stesso tempo, Brookings Institution ha confermato di aver ricevuto finanziamenti dal Qatar per il Brookings Doha Center, prima di interromperli nel 2017 a fronte delle crescenti critiche sulla commistione tra ricerca e interessi statali. In questo contesto europeo si inserisce anche l’Italia, dove la presenza del Qatar si è consolidata in modo meno visibile ma strutturale, attraverso acquisizioni mirate di asset simbolici nei settori della moda, dell’hotellerie di lusso e del real estate di pregio. Attraverso veicoli riconducibili alla Qatar Investment Authority e alla galassia finanziaria della famiglia Al Thani, Doha ha progressivamente messo radici in comparti chiave dell’economia italiana ad alta densità relazionale. L’operazione più rilevante resta l’acquisizione della maison Valentino da parte di Mayhoola for Investments, che ha portato sotto controllo qatariota uno dei marchi più iconici del made in Italy, centrale non solo sul piano industriale ma anche culturale e mediatico. Parallelamente, il Qatar ha investito nel settore alberghiero di fascia alta acquisendo strutture simboliche come l’Hotel Gallia a Milano e l’Hotel Excelsior a Roma, storicamente frequentate da capi di Stato, grandi manager e delegazioni internazionali. A questi si aggiungono investimenti immobiliari di pregio in palazzi storici e complessi direzionali nei centri di Roma e Milano, oltre al controllo di ampie porzioni della Costa Smeralda, dove Doha ha rilevato resort, hotel e infrastrutture turistiche di altissimo livello. A livello multilaterale, il Qatar ha annunciato un pacchetto di sostegno da 500 milioni di dollari alle Nazioni Unite, rafforzando la propria prossimità istituzionale e accumulando capitale reputazionale nei circuiti della governance globale. Contestualmente, Qatar Holding ha investito 375 milioni di dollari nell’operazione che ha portato Twitter X sotto il controllo di Elon Musk, assicurandosi una posizione di rilievo in uno dei principali snodi dell’informazione digitale globale.
«Doha usa società di sorveglianza per spiare politici in Occidente»
Benjamin Weinthal è un giornalista investigativo e writing fellow presso il Middle East Forum.
In che modo la strategia di influenza del Qatar è diversa dalle solite forme di diplomazia pubblica e perché può essere vista come un modello «industriale» di soft power?
«Le mie ricerche hanno scoperto che il regime del Qatar usa società di sorveglianza per screditare politici Usa come i senatori Ted Cruz e Tom Cotton e altri che vogliono mettere sotto pressione i Fratelli Musulmani e si oppongono a Hamas o interferiscono con l’agenda islamista radicale del Qatar. Ho ottenuto in esclusiva dei documenti su una presunta operazione di spionaggio del Qatar contro i legislatori statunitensi all’inizio del 2024 e ho pubblicato il materiale. Per questo penso che l’uso del soft power da parte del Qatar sia pieno di corruzione e attività illegali (vedi il ruolo nella corruzione dei funzionari Fifa). L’ex primo ministro Hamad bin Jassim si è vantato dicendo: “Abbiamo giornalisti sul nostro libro paga in molti Paesi”. Il Middle East Media Research Institute (Memri) ha rivelato per primo la dichiarazione di HBJ sulla corruzione dei giornalisti. La libertà di stampa non esiste in Qatar e i media controllati dallo Stato non possono criticare l’emiro Al Thani. È una forma di cattiva condotta giornalistica che la Cnn e l’agenzia di stampa tedesca Dpa abbiano aperto uffici a Doha e stiano collaborando col Qatar su progetti legati ai media. L’emittente statale qatariota Al Jazeera promuove le ideologie dei Fratelli Musulmani e di Hamas. Non si è ancora registrata come agente straniero, come richiesto da un ordine del Dipartimento di Giustizia Usa. Perché? Perché il potere di lobbying del Qatar è enorme a Washington e si sta diffondendo in tutti gli Usa. Il Qatar è sensibile ai rapporti del Memri che dimostrano il suo ruolo cruciale negli attacchi terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti».
È un salto qualità il presunto coinvolgimento del Qatar in operazioni di interferenza informativa legate a procedimenti giudiziari internazionali come quelli della Corte penale internazionale (Cpi)?
«Le attività del Qatar contro la Cpi e Israele sono state rivelate dal Guardian a novembre. Secondo l’articolo, il regime del Qatar ha assunto una società di intelligence britannica per screditare una dipendente musulmana della Cpi e subordinata del procuratore della Cpi caduto in disgrazia, Karim Khan, perché lei lo aveva accusato di abusi sessuali. L’uso di società di sorveglianza è in linea col modus operandi del Qatar. Secondo quanto riferito, il Qatar ha pagato due società di intelligence per ottenere informazioni sensibili sulla vittima, comprese quelle relative a suo figlio. Khan ha accusato il premier israeliano e l’ex ministro della Difesa di crimini di guerra. Esperti di diritti umani e di crimini di guerra, come lo specialista militare statunitense John Spencer, hanno criticato Khan e la Cpi per aver mosso accuse infondate contro Israele».
Perché il controllo diretto o indiretto dei media europei, come il gruppo Lagardère, è una questione centrale nella proiezione dell’influenza di Doha?
«Nasser Al-Khelaifi, un uomo d’affari qatariota e proprietario del Paris Saint-Germain, è stato accusato l’anno scorso di aver presumibilmente comprato un voto di un fondo di investimento qatariota nel cda del gruppo Lagardère nel 2018. Il controllo sul Psg permette al Qatar di avere un’influenza tra le élite della società francese. Un ex funzionario dei servizi segreti francesi mi ha detto: “Un esempio sono i giornalisti che vengono invitati nella sala Vip del Psg e hanno contatti con persone famose, come i politici. Questo ha un valore e loro ricompensano il Qatar con una pubblicità positiva”. Gli sforzi del Qatar per comprare più squadre di calcio di primo livello non hanno sempre avuto successo. Dopo che ho parlato dell’antisemitismo di HBJ, la famiglia Glazer, proprietaria del Manchester United, ha deciso di non vendere il club al Qatar. Un giornalista sportivo del Manchester Evening News ha riportato la mia notizia sul materiale Memri che ha rivelato le osservazioni antisemite di HBJ sul controllo ebraico dei mercati petroliferi».
In che misura lo sport ha funzionato come scudo reputazionale per il Qatar?
«Nel 2022, l’Ap ha riferito che un ex funzionario della Cia, Keven Chalker, e la sua società, Global Risk Advisors, hanno aiutato il Qatar in vista dei Mondiali 2022 spiando i funzionari calcistici dei Paesi concorrenti. La terribile situazione dei diritti umani e del lavoro in Qatar ha causato la morte di 6.500 lavoratori migranti. Le operazioni di influenza del Qatar sono state recentemente smascherate dal governo Usa, che ha dimostrato come il Qatar abbia versato 6,6 miliardi di dollari in donazioni e contratti alle università statunitensi, più di qualsiasi altro governo straniero. Molte delle università statunitensi, tra cui Georgetown, Cornell e Northwestern, che ricevono generosi finanziamenti dal Qatar, hanno enormi problemi di antisemitismo nei loro campus e tendono a nascondere l’islamismo estremista. La credibilità delle istituzioni è crollata perché sono contaminate dal denaro del Qatar».
- Il premier condanna le esternazioni del presidente americano sullo scarso contributo dei Paesi Nato dopo l’11 settembre: «Noi rimasti indietro? Abbiamo attivato l’articolo 5 per la prima volta nella storia. L’amicizia deve fondarsi anche sul rispetto».
- Il Cairo: «Unica strada per la stabilità nella Striscia». La Tunisia si chiama fuori.
Lo speciale contiene due articoli
Il primo segnale di attrito tra Roma e l’amministrazione statunitense arriva dalle parole del presidente Donald Trump, che ha accusato gli alleati della Nato di essere «rimasti indietro durante le operazioni in Afghanistan». Un giudizio che ha provocato una reazione formale del governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, deciso a respingere qualsiasi lettura riduttiva del contributo fornito dall’Italia alla missione internazionale. In una nota ufficiale, Palazzo Chigi ha ribadito che «Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in atto. Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza atlantica».
Una puntualizzazione che richiama esplicitamente il principio politico su cui si fonda la cooperazione transatlantica. La dichiarazione governativa ricostruisce inoltre il contesto storico dell’impegno italiano in Afghanistan, ricordando che «dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti». In quell’operazione, sottolinea il governo, «l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional command west, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione internazionale».
Nel bilancio di quasi vent’anni di presenza sul terreno, Roma rivendica un sacrificio umano e operativo che «non si può mettere in dubbio»: «53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane». Da qui la conclusione netta: «Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata».
Il confronto con Washington si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, che nelle ultime ore ha visto emergere anche una richiesta statunitense sul dossier mediorientale. Secondo quanto riferito da Bloomberg, gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di aderire, in qualità di membro fondatore, alla Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza (Isf), il dispositivo promosso su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per accompagnare la fase di ricostruzione e il ripristino delle garanzie di sicurezza nella Striscia. Stando alle ricostruzioni, la Casa Bianca non avrebbe sollecitato l’invio di truppe italiane sul terreno, ma un sostegno politico e finanziario nella fase iniziale del processo di stabilizzazione. La proposta si affianca al progetto del Consiglio di pace, organismo al quale l’Italia, almeno per ora, non intende aderire.
A chiarire la linea del governo è stata la stessa Giorgia Meloni, intervenuta al vertice intergovernativo Italia-Germania. Il presidente del Consiglio ha definito lo statuto del Consiglio «incostituzionale» nella sua formulazione attuale, spiegando di aver sollevato la questione direttamente con Trump e di aver chiesto una possibile revisione «per andare incontro alle esigenze dell’Italia e di altri Paesi europei». Sul terreno, intanto, il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza resta formalmente in vigore ma politicamente fragile. Hamas ha annunciato l’intenzione di continuare a rispettare la tregua, rivolgendosi ai partecipanti del Forum economico di Davos con un messaggio politico esplicito: fermare le minacce e concentrarsi su misure concrete di stabilizzazione. Tra le priorità indicate figurano l’apertura di tutti i valichi di frontiera, il ritiro delle Forze di difesa israeliane dalla Striscia e l’avvio di un piano di ricostruzione globale. Il gruppo jihadista ha inoltre chiesto al Board of Peace di intervenire per aumentare il flusso degli aiuti umanitari che peraltro arrivano in grande quantità e che Hamas ruba e rivende. A ribadire la precarietà politica dell’accordo è stato il portavoce Hazem Qassem, che ha accusato Israele di ostacolare deliberatamente le iniziative di pace presentate da Trump. Qassem ha riaffermato che le armi della «resistenza» non sono negoziabili, perché concepite per contrastare l’occupazione e difendere la terra e i luoghi santi, sancendo così, almeno sul piano pubblico, il rifiuto della richiesta israeliana di disarmo delle ali militari di Hamas come condizione per procedere alle fasi successive dell’intesa.
Sul fronte diplomatico, è attesa nei prossimi giorni una nuova iniziativa statunitense. Gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati ieri pomeriggio in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo il portale Ynet, il confronto dovrebbe concentrarsi sulla possibile riapertura del valico di Rafah, snodo cruciale tra l’Egitto e la Striscia. Fonti citate dai media israeliani riferiscono che Washington starebbe sollecitando Israele ad autorizzare l’apertura del valico anche prima del rientro del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto a Gaza, Ran Gvili, assicurando che verranno messi in campo «tutti gli sforzi possibili» per favorire il recupero dei suoi resti.
Paesi arabi divisi sul Board di pace L’Egitto c’è. Scintille Pakistan-India
La composizione del Board of Peace per Gaza sta prendendo forma e l’amministrazione statunitense ha già coinvolto diverse nazioni musulmane. Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia, Bahrein, Marocco, Kuwait, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti, per bocca dei loro ministri degli Esteri, hanno già dato la loro disponibilità a partecipare al consiglio guidato da Donald Trump.
Nel mondo arabo e musulmano la creazione di questo Board non ha suscitato le stesse reazioni, che cambiano da nazione a nazione. L’Egitto, gigante geopolitico regionale, ha accolto con grande favore l’invito giunto da Washington. L’ambasciatore Nabil Habashi, viceministro degli Affari esteri con una lunga esperienza spesa fra Europa e Medio Oriente, ha riferito: «La Repubblica araba d’Egitto apprezza l’invito da parte del presidente degli Stati Uniti al suo omologo Abdel Fattah al-Sisi di entrare nel Consiglio per la pace. L’Egitto apprezza molto la leadership di Trump, soprattutto per l’impegno nel porre fine alla guerra a Gaza e nel ristabilire sicurezza, pace e stabilità in tutto il Medio Oriente. La nostra nazione ha sempre lavorato insieme agli Stati Uniti per consolidare il cessate il fuoco, permettere la fornitura di assistenza umanitaria e per dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione. L’Egitto ha anche presentato un piano per la ricostruzione di Gaza e per l’avanzamento di un percorso verso il raggiungimento di una pace duratura e il rispetto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità, l’unica strada per una vera stabilità regionale».
Molto positiva anche la reazione del Pakistan, come sottolinea Mohammad Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad. «Il Pakistan è pronto a unirsi al Board of Peace del presidente Trump per contribuire al raggiungimento di una pace duratura a Gaza. Ci auguriamo che verranno compiuti passi concreti e rapidi per permettere ai gazawi di vivere pacificamente. All’incontro di Davos ha partecipato il maresciallo Generale Asim Munir per comprendere quale possa essere l’impegno militare richiesto. Questo impegno dimostra la grande considerazione di cui gode il Pakistan e il suo ruolo da mediatore internazionale. Altre nazioni non hanno voluto partecipare, ma hanno rifiutato soltanto per arroganza e senza comprendere il momento storico per l’umanità».
Il riferimento al passo indietro fatto dall’India appare palese e Islamabad non perde occasione per attaccare lo storico rivale. Molto diversa la reazione della Tunisia, una nazione che non è nella lista dei Paesi partecipanti. Mohamed Ali Nafti, guida la politica estera di Tunisi, conferma la posizione: «La Tunisia vanta una lunga amicizia e vicinanza con il popolo palestinese, l’Olp di Yasser Arafat nel 1982 aveva scelto la nostra capitale come sede dopo aver lasciato Beirut, dove furono colpiti dai bombardamenti nel 1985 con decine di vittime anche tunisine. Il nostro pensiero per Gaza è sempre stato chiaro e si concretizza nel sostegno alla lotta del popolo palestinese e al suo diritto all’istituzione di uno Stato indipendente e pienamente sovrano sull’intero territorio palestinese, con capitale Gerusalemme. Apprezziamo gli sforzi che hanno portato al raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, dopo due anni di sistematici crimini di genocidio che hanno provocato una catastrofe umanitaria. Ci auguriamo che l’accordo sia permanente, ma il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco non deve oscurare la responsabilità della comunità internazionale. La Tunisia rifiuta qualsiasi tentativo di sfrattare il popolo palestinese dalla sua terra e di liquidare la sua giusta causa. Per tutti questi motivi non crediamo che il cosiddetto Consiglio creato dagli Stati Uniti che non coinvolge i palestinesi di Gaza, non debba parlare per loro».
La Germania non considera maturi i tempi per il riconoscimento di uno Stato palestinese. A ribadirlo è stato il cancelliere Friedrich Merz durante una conferenza stampa a Berlino con l’omologo canadese Mark Carney e il premier belga Bart de Wever. «La posizione del governo federale è chiara: non ci uniremo a questa iniziativa. Non vi sono le condizioni per un riconoscimento dello Stato palestinese», ha dichiarato Merz. La posizione tedesca si contrappone a quella della Danimarca. Il primo ministro Mette Frederiksen ha infatti aperto alla possibilità di un riconoscimento, dichiarando che «non diciamo no a questo passo. Siamo favorevoli da tempo, è ciò che vogliamo, ma dobbiamo avere la certezza che si tratti di uno Stato democratico». Tale dibattito arriva all’indomani dell’attacco israeliano contro l’ospedale Nasser di Khan Yunis, che secondo fonti palestinesi avrebbe causato venti vittime, tra cui cinque giornalisti. Merz ha affermato di non ritenere che si sia trattato di un’azione deliberata e ha invitato ad attendere l’esito dell’inchiesta avviata dalle autorità israeliane.
Un’indagine preliminare presentata al capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha chiarito alcuni aspetti dell’attacco del 25 agosto all’ospedale Nasser. Secondo le informazioni raccolte l’obiettivo non era la struttura sanitaria in sé, ma una telecamera installata da Hamas per monitorare i movimenti delle truppe israeliane e coordinare azioni ostili. Le forze della brigata Golani, operative nell’area, hanno individuato il dispositivo e lo hanno neutralizzato con un missile. «Tra i morti vi sono sei militanti di Hamas, incluso un uomo coinvolto negli attacchi del 7 ottobre», ha dichiarato Zamir, aggiungendo un’espressione di rammarico per la perdita di vite civili. Tuttavia, dall’episodio emergono dettagli controversi. Alcuni dei morti presentati come giornalisti risultano avere legami diretti con Hamas. Mohammed Salama, reporter di Al Jazeera, era stato ripreso il 7 ottobre 2023 all’interno di Israele mentre gridava «Allahu Akbar» durante l’attacco di Hamas. Sei mesi più tardi lo stesso Salama aveva filmato la cerimonia in cui furono esposti i corpi della famiglia Bibas, vittime della milizia palestinese. Altri presunti reporter - Muaz Abu Taha, Hussam Al Masri e Hatem Khaled - non risultano iscritti al Palestinian Journalists Syndicate e sono stati collegati alla diffusione di immagini manipolate di bambini malnutriti tra il 2024 e il 2025. Anche il freelance Ahmed Abu Aziz, inizialmente riconosciuto da organizzazioni internazionali, ha mostrato evidenti legami con Hamas attraverso i propri canali social. Infine, Mariam Abu Dagga, sostenuta apertamente dal movimento, ha più volte propagandato la linea della «resistenza palestinese».
Sul fronte interno, Israele appare attraversato da una crescente tensione sociale. Decine di manifestanti hanno bloccato la Route 1 e la Route 6, principali arterie che collegano Gerusalemme e Tel Aviv, incendiando pneumatici e mostrando striscioni con la scritta «Fine della guerra, riportiamo tutti a casa». Nel corso della giornata le proteste si sono estese: in serata migliaia di persone hanno marciato dalla stazione Savidor di Tel Aviv fino a Piazza degli ostaggi, chiedendo un accordo immediato per la liberazione dei circa cinquanta rapiti ancora in mano a Hamas. Dopo quasi due anni di guerra cresce in Israele la sfiducia verso la leadership politica, incapace di liberare gli ostaggi e sconfiggere Hamas. Mentre le piazze si riempivano di contestatori, a Gerusalemme si è riunito il gabinetto di guerra. Secondo quanto riportato dai media israeliani la riunione si è conclusa senza affrontare nel dettaglio l’accordo di cessate il fuoco di 60 giorni e il rilascio degli ostaggi proposto da Hamas. L’incontro, durato meno di tre ore, non ha previsto alcuna votazione formale, come riferisce Channel 12. La seduta era stata anticipata per consentire ai ministri di partecipare a una cena organizzata dal Consiglio regionale di Binyamin in Cisgiordania. Israele avrebbe ribadito all’Egitto la propria indisponibilità a un accordo graduale, insistendo invece su un’intesa globale. L’ipotesi in discussione prevedeva una tregua di due mesi con la liberazione di dieci ostaggi, ma la posizione del governo resta immutata: proseguire l’offensiva su Gaza City per aumentare la pressione su Hamas e costringerlo ad accettare un accordo complessivo. Il presidente statunitense Donald Trump ha cercato di proiettare ottimismo, dichiarando che «la guerra di Gaza giungerà a una conclusione definitiva entro due o tre settimane. È difficile dirlo, perché combattono da migliaia di anni». Parole che, tuttavia, non sono state accompagnate da spiegazioni concrete su come si possa giungere a una soluzione tanto rapida. In questo scenario di incertezza il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa e il patriarca greco ortodosso Teofilo III hanno diffuso una nota congiunta in cui annunciano la decisione di rimanere a Gaza insieme al clero e alle suore, nonostante l’occupazione israeliana della Striscia. «Il clero e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che saranno nei complessi. Lasciare Gaza e cercare di fuggire verso Sud sarebbe una condanna a morte», hanno scritto i due leader religiosi, ribadendo che «non può esserci futuro basato sulla prigionia, sullo sfollamento dei palestinesi o sulla vendetta. Non c’è motivo di giustificare lo sfollamento di massa deliberato e forzato di civili». Proteggerli sarà una sfida enorme per l’esercito israeliano.





