True
2026-01-25
Afghanistan, Meloni mette a posto Trump
Ansa
Una puntualizzazione che richiama esplicitamente il principio politico su cui si fonda la cooperazione transatlantica. La dichiarazione governativa ricostruisce inoltre il contesto storico dell’impegno italiano in Afghanistan, ricordando che «dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti». In quell’operazione, sottolinea il governo, «l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional command west, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione internazionale».
Nel bilancio di quasi vent’anni di presenza sul terreno, Roma rivendica un sacrificio umano e operativo che «non si può mettere in dubbio»: «53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane». Da qui la conclusione netta: «Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata».
Il confronto con Washington si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, che nelle ultime ore ha visto emergere anche una richiesta statunitense sul dossier mediorientale. Secondo quanto riferito da Bloomberg, gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di aderire, in qualità di membro fondatore, alla Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza (Isf), il dispositivo promosso su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per accompagnare la fase di ricostruzione e il ripristino delle garanzie di sicurezza nella Striscia. Stando alle ricostruzioni, la Casa Bianca non avrebbe sollecitato l’invio di truppe italiane sul terreno, ma un sostegno politico e finanziario nella fase iniziale del processo di stabilizzazione. La proposta si affianca al progetto del Consiglio di pace, organismo al quale l’Italia, almeno per ora, non intende aderire.
A chiarire la linea del governo è stata la stessa Giorgia Meloni, intervenuta al vertice intergovernativo Italia-Germania. Il presidente del Consiglio ha definito lo statuto del Consiglio «incostituzionale» nella sua formulazione attuale, spiegando di aver sollevato la questione direttamente con Trump e di aver chiesto una possibile revisione «per andare incontro alle esigenze dell’Italia e di altri Paesi europei». Sul terreno, intanto, il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza resta formalmente in vigore ma politicamente fragile. Hamas ha annunciato l’intenzione di continuare a rispettare la tregua, rivolgendosi ai partecipanti del Forum economico di Davos con un messaggio politico esplicito: fermare le minacce e concentrarsi su misure concrete di stabilizzazione. Tra le priorità indicate figurano l’apertura di tutti i valichi di frontiera, il ritiro delle Forze di difesa israeliane dalla Striscia e l’avvio di un piano di ricostruzione globale. Il gruppo jihadista ha inoltre chiesto al Board of Peace di intervenire per aumentare il flusso degli aiuti umanitari che peraltro arrivano in grande quantità e che Hamas ruba e rivende. A ribadire la precarietà politica dell’accordo è stato il portavoce Hazem Qassem, che ha accusato Israele di ostacolare deliberatamente le iniziative di pace presentate da Trump. Qassem ha riaffermato che le armi della «resistenza» non sono negoziabili, perché concepite per contrastare l’occupazione e difendere la terra e i luoghi santi, sancendo così, almeno sul piano pubblico, il rifiuto della richiesta israeliana di disarmo delle ali militari di Hamas come condizione per procedere alle fasi successive dell’intesa.
Sul fronte diplomatico, è attesa nei prossimi giorni una nuova iniziativa statunitense. Gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati ieri pomeriggio in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo il portale Ynet, il confronto dovrebbe concentrarsi sulla possibile riapertura del valico di Rafah, snodo cruciale tra l’Egitto e la Striscia. Fonti citate dai media israeliani riferiscono che Washington starebbe sollecitando Israele ad autorizzare l’apertura del valico anche prima del rientro del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto a Gaza, Ran Gvili, assicurando che verranno messi in campo «tutti gli sforzi possibili» per favorire il recupero dei suoi resti.
Paesi arabi divisi sul Board di pace L’Egitto c’è. Scintille Pakistan-India
La composizione del Board of Peace per Gaza sta prendendo forma e l’amministrazione statunitense ha già coinvolto diverse nazioni musulmane. Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia, Bahrein, Marocco, Kuwait, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti, per bocca dei loro ministri degli Esteri, hanno già dato la loro disponibilità a partecipare al consiglio guidato da Donald Trump.
Nel mondo arabo e musulmano la creazione di questo Board non ha suscitato le stesse reazioni, che cambiano da nazione a nazione. L’Egitto, gigante geopolitico regionale, ha accolto con grande favore l’invito giunto da Washington. L’ambasciatore Nabil Habashi, viceministro degli Affari esteri con una lunga esperienza spesa fra Europa e Medio Oriente, ha riferito: «La Repubblica araba d’Egitto apprezza l’invito da parte del presidente degli Stati Uniti al suo omologo Abdel Fattah al-Sisi di entrare nel Consiglio per la pace. L’Egitto apprezza molto la leadership di Trump, soprattutto per l’impegno nel porre fine alla guerra a Gaza e nel ristabilire sicurezza, pace e stabilità in tutto il Medio Oriente. La nostra nazione ha sempre lavorato insieme agli Stati Uniti per consolidare il cessate il fuoco, permettere la fornitura di assistenza umanitaria e per dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione. L’Egitto ha anche presentato un piano per la ricostruzione di Gaza e per l’avanzamento di un percorso verso il raggiungimento di una pace duratura e il rispetto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità, l’unica strada per una vera stabilità regionale».
Molto positiva anche la reazione del Pakistan, come sottolinea Mohammad Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad. «Il Pakistan è pronto a unirsi al Board of Peace del presidente Trump per contribuire al raggiungimento di una pace duratura a Gaza. Ci auguriamo che verranno compiuti passi concreti e rapidi per permettere ai gazawi di vivere pacificamente. All’incontro di Davos ha partecipato il maresciallo Generale Asim Munir per comprendere quale possa essere l’impegno militare richiesto. Questo impegno dimostra la grande considerazione di cui gode il Pakistan e il suo ruolo da mediatore internazionale. Altre nazioni non hanno voluto partecipare, ma hanno rifiutato soltanto per arroganza e senza comprendere il momento storico per l’umanità».
Il riferimento al passo indietro fatto dall’India appare palese e Islamabad non perde occasione per attaccare lo storico rivale. Molto diversa la reazione della Tunisia, una nazione che non è nella lista dei Paesi partecipanti. Mohamed Ali Nafti, guida la politica estera di Tunisi, conferma la posizione: «La Tunisia vanta una lunga amicizia e vicinanza con il popolo palestinese, l’Olp di Yasser Arafat nel 1982 aveva scelto la nostra capitale come sede dopo aver lasciato Beirut, dove furono colpiti dai bombardamenti nel 1985 con decine di vittime anche tunisine. Il nostro pensiero per Gaza è sempre stato chiaro e si concretizza nel sostegno alla lotta del popolo palestinese e al suo diritto all’istituzione di uno Stato indipendente e pienamente sovrano sull’intero territorio palestinese, con capitale Gerusalemme. Apprezziamo gli sforzi che hanno portato al raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, dopo due anni di sistematici crimini di genocidio che hanno provocato una catastrofe umanitaria. Ci auguriamo che l’accordo sia permanente, ma il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco non deve oscurare la responsabilità della comunità internazionale. La Tunisia rifiuta qualsiasi tentativo di sfrattare il popolo palestinese dalla sua terra e di liquidare la sua giusta causa. Per tutti questi motivi non crediamo che il cosiddetto Consiglio creato dagli Stati Uniti che non coinvolge i palestinesi di Gaza, non debba parlare per loro».
Continua a leggereRiduci
Il premier condanna le esternazioni del presidente americano sullo scarso contributo dei Paesi Nato dopo l’11 settembre: «Noi rimasti indietro? Abbiamo attivato l’articolo 5 per la prima volta nella storia. L’amicizia deve fondarsi anche sul rispetto».Il Cairo: «Unica strada per la stabilità nella Striscia». La Tunisia si chiama fuori.Lo speciale contiene due articoli Il primo segnale di attrito tra Roma e l’amministrazione statunitense arriva dalle parole del presidente Donald Trump, che ha accusato gli alleati della Nato di essere «rimasti indietro durante le operazioni in Afghanistan». Un giudizio che ha provocato una reazione formale del governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, deciso a respingere qualsiasi lettura riduttiva del contributo fornito dall’Italia alla missione internazionale. In una nota ufficiale, Palazzo Chigi ha ribadito che «Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in atto. Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza atlantica». Una puntualizzazione che richiama esplicitamente il principio politico su cui si fonda la cooperazione transatlantica. La dichiarazione governativa ricostruisce inoltre il contesto storico dell’impegno italiano in Afghanistan, ricordando che «dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti». In quell’operazione, sottolinea il governo, «l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional command west, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione internazionale».Nel bilancio di quasi vent’anni di presenza sul terreno, Roma rivendica un sacrificio umano e operativo che «non si può mettere in dubbio»: «53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane». Da qui la conclusione netta: «Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata».Il confronto con Washington si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, che nelle ultime ore ha visto emergere anche una richiesta statunitense sul dossier mediorientale. Secondo quanto riferito da Bloomberg, gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di aderire, in qualità di membro fondatore, alla Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza (Isf), il dispositivo promosso su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per accompagnare la fase di ricostruzione e il ripristino delle garanzie di sicurezza nella Striscia. Stando alle ricostruzioni, la Casa Bianca non avrebbe sollecitato l’invio di truppe italiane sul terreno, ma un sostegno politico e finanziario nella fase iniziale del processo di stabilizzazione. La proposta si affianca al progetto del Consiglio di pace, organismo al quale l’Italia, almeno per ora, non intende aderire.A chiarire la linea del governo è stata la stessa Giorgia Meloni, intervenuta al vertice intergovernativo Italia-Germania. Il presidente del Consiglio ha definito lo statuto del Consiglio «incostituzionale» nella sua formulazione attuale, spiegando di aver sollevato la questione direttamente con Trump e di aver chiesto una possibile revisione «per andare incontro alle esigenze dell’Italia e di altri Paesi europei». Sul terreno, intanto, il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza resta formalmente in vigore ma politicamente fragile. Hamas ha annunciato l’intenzione di continuare a rispettare la tregua, rivolgendosi ai partecipanti del Forum economico di Davos con un messaggio politico esplicito: fermare le minacce e concentrarsi su misure concrete di stabilizzazione. Tra le priorità indicate figurano l’apertura di tutti i valichi di frontiera, il ritiro delle Forze di difesa israeliane dalla Striscia e l’avvio di un piano di ricostruzione globale. Il gruppo jihadista ha inoltre chiesto al Board of Peace di intervenire per aumentare il flusso degli aiuti umanitari che peraltro arrivano in grande quantità e che Hamas ruba e rivende. A ribadire la precarietà politica dell’accordo è stato il portavoce Hazem Qassem, che ha accusato Israele di ostacolare deliberatamente le iniziative di pace presentate da Trump. Qassem ha riaffermato che le armi della «resistenza» non sono negoziabili, perché concepite per contrastare l’occupazione e difendere la terra e i luoghi santi, sancendo così, almeno sul piano pubblico, il rifiuto della richiesta israeliana di disarmo delle ali militari di Hamas come condizione per procedere alle fasi successive dell’intesa.Sul fronte diplomatico, è attesa nei prossimi giorni una nuova iniziativa statunitense. Gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati ieri pomeriggio in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo il portale Ynet, il confronto dovrebbe concentrarsi sulla possibile riapertura del valico di Rafah, snodo cruciale tra l’Egitto e la Striscia. Fonti citate dai media israeliani riferiscono che Washington starebbe sollecitando Israele ad autorizzare l’apertura del valico anche prima del rientro del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto a Gaza, Ran Gvili, assicurando che verranno messi in campo «tutti gli sforzi possibili» per favorire il recupero dei suoi resti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-meloni-mette-a-posto-trump-2675022648.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="paesi-arabi-divisi-sul-board-di-pace-legitto-ce-scintille-pakistan-india" data-post-id="2675022648" data-published-at="1769330038" data-use-pagination="False"> Paesi arabi divisi sul Board di pace L’Egitto c’è. Scintille Pakistan-India La composizione del Board of Peace per Gaza sta prendendo forma e l’amministrazione statunitense ha già coinvolto diverse nazioni musulmane. Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia, Bahrein, Marocco, Kuwait, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti, per bocca dei loro ministri degli Esteri, hanno già dato la loro disponibilità a partecipare al consiglio guidato da Donald Trump.Nel mondo arabo e musulmano la creazione di questo Board non ha suscitato le stesse reazioni, che cambiano da nazione a nazione. L’Egitto, gigante geopolitico regionale, ha accolto con grande favore l’invito giunto da Washington. L’ambasciatore Nabil Habashi, viceministro degli Affari esteri con una lunga esperienza spesa fra Europa e Medio Oriente, ha riferito: «La Repubblica araba d’Egitto apprezza l’invito da parte del presidente degli Stati Uniti al suo omologo Abdel Fattah al-Sisi di entrare nel Consiglio per la pace. L’Egitto apprezza molto la leadership di Trump, soprattutto per l’impegno nel porre fine alla guerra a Gaza e nel ristabilire sicurezza, pace e stabilità in tutto il Medio Oriente. La nostra nazione ha sempre lavorato insieme agli Stati Uniti per consolidare il cessate il fuoco, permettere la fornitura di assistenza umanitaria e per dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione. L’Egitto ha anche presentato un piano per la ricostruzione di Gaza e per l’avanzamento di un percorso verso il raggiungimento di una pace duratura e il rispetto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità, l’unica strada per una vera stabilità regionale».Molto positiva anche la reazione del Pakistan, come sottolinea Mohammad Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad. «Il Pakistan è pronto a unirsi al Board of Peace del presidente Trump per contribuire al raggiungimento di una pace duratura a Gaza. Ci auguriamo che verranno compiuti passi concreti e rapidi per permettere ai gazawi di vivere pacificamente. All’incontro di Davos ha partecipato il maresciallo Generale Asim Munir per comprendere quale possa essere l’impegno militare richiesto. Questo impegno dimostra la grande considerazione di cui gode il Pakistan e il suo ruolo da mediatore internazionale. Altre nazioni non hanno voluto partecipare, ma hanno rifiutato soltanto per arroganza e senza comprendere il momento storico per l’umanità».Il riferimento al passo indietro fatto dall’India appare palese e Islamabad non perde occasione per attaccare lo storico rivale. Molto diversa la reazione della Tunisia, una nazione che non è nella lista dei Paesi partecipanti. Mohamed Ali Nafti, guida la politica estera di Tunisi, conferma la posizione: «La Tunisia vanta una lunga amicizia e vicinanza con il popolo palestinese, l’Olp di Yasser Arafat nel 1982 aveva scelto la nostra capitale come sede dopo aver lasciato Beirut, dove furono colpiti dai bombardamenti nel 1985 con decine di vittime anche tunisine. Il nostro pensiero per Gaza è sempre stato chiaro e si concretizza nel sostegno alla lotta del popolo palestinese e al suo diritto all’istituzione di uno Stato indipendente e pienamente sovrano sull’intero territorio palestinese, con capitale Gerusalemme. Apprezziamo gli sforzi che hanno portato al raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, dopo due anni di sistematici crimini di genocidio che hanno provocato una catastrofe umanitaria. Ci auguriamo che l’accordo sia permanente, ma il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco non deve oscurare la responsabilità della comunità internazionale. La Tunisia rifiuta qualsiasi tentativo di sfrattare il popolo palestinese dalla sua terra e di liquidare la sua giusta causa. Per tutti questi motivi non crediamo che il cosiddetto Consiglio creato dagli Stati Uniti che non coinvolge i palestinesi di Gaza, non debba parlare per loro».
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
Continua a leggereRiduci
La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
Continua a leggereRiduci
La sostenibilità entra ancora una volta al centro della Finale di Coppa Italia. In vista dell’atto conclusivo dell’edizione 2025/2026, in programma mercoledì 13 maggio allo stadio Olimpico di Roma tra Lazio e Inter, prende forma la terza edizione del progetto «Road to Zero».
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Lega Serie A, Sport e Salute, Roma Capitale e Roma Servizi per la Mobilità, con il supporto della Uefa, e si inserisce nel solco delle edizioni precedenti con l’obiettivo di rendere l’evento sempre più attento all’impatto ambientale e sociale. L’idea è quella di integrare in modo strutturale i principi della sostenibilità nell’organizzazione di una grande manifestazione sportiva, lavorando su più livelli e seguendo un approccio progressivamente più sistemico.
Per la finale dell’Olimpico, le azioni previste si muovono lungo le direttrici ambientali, sociali e di governance, in linea con il framework ESG della Uefa adattato al contesto italiano. Un percorso che punta non solo a garantire continuità alle iniziative già avviate, ma anche a rendere sempre più misurabili gli effetti delle scelte adottate e a diffondere pratiche sostenibili nel mondo del calcio.
Sul piano operativo, la Lega Serie A si è avvalsa anche quest’anno della collaborazione del dipartimento sostenibilità ambientale e sociale della Uefa e del supporto strategico di Cristiana Pace, advisor ESG nello sport e fondatrice di Enovation Consulting.
Tra le misure più rilevanti c’è il tema della mobilità. I tifosi in possesso del biglietto potranno richiedere l’utilizzo gratuito dei mezzi pubblici – metro, bus e ferrovie urbane – nel giorno della partita. Sarà inoltre disponibile un documento dedicato con tutte le informazioni utili per organizzare gli spostamenti, tra parcheggi per mezzi condivisi, aree per biciclette e hub intermodali.
Si rinnova anche la collaborazione con Frecciarossa, title sponsor della competizione, che mette a disposizione un codice promozionale per favorire gli spostamenti in treno verso Roma a condizioni agevolate.
Un’altra novità riguarda la raccolta dei dati sugli spostamenti dei tifosi. Dopo l’acquisto del biglietto, sarà possibile compilare un questionario volontario per indicare le modalità di viaggio utilizzate per raggiungere la capitale e lo stadio. Le informazioni serviranno ad analizzare una delle principali voci dell’impatto ambientale legato agli eventi sportivi, con l’obiettivo di migliorare le strategie future e affinare i sistemi di misurazione.
Sul fronte tecnologico, la finale segna anche un passaggio importante per la biglietteria: per la prima volta in Italia, l’accesso allo stadio avverrà esclusivamente tramite biglietti digitali su smartphone con tecnologia NFC. Una scelta che punta a ridurre l’uso di carta e, allo stesso tempo, a rendere più rapida e sicura l’esperienza di ingresso.
Infine, anche la gestione del cibo rientra tra le iniziative previste. Il fornitore di catering attiverà infatti un programma di donazione delle eccedenze alimentari, in linea con i principi dell’economia circolare.
Un insieme di interventi che conferma la volontà degli organizzatori di trasformare la finale di Coppa Italia in un laboratorio di sostenibilità applicata allo sport, con l’obiettivo di ridurre progressivamente l’impatto complessivo dell’evento.
All’Olimpico si entrerà solo con lo smartphone

iStock
Alla finale di Coppa Italia cambia anche il modo di entrare allo stadio. Per la prima volta in Italia, l’accesso all’Olimpico avverrà esclusivamente tramite tecnologia NFC, con lo smartphone che sostituirà definitivamente biglietti cartacei e codici QR.
La novità debutta in occasione della sfida tra Lazio e Inter del 13 maggio e rappresenta un passaggio significativo nel processo di digitalizzazione degli eventi sportivi. Il sistema, sviluppato grazie alla collaborazione tra Lega Serie A e Vivaticket, consentirà ai tifosi di utilizzare il proprio dispositivo mobile come titolo d’ingresso, in modalità completamente contactless.
L’obiettivo è rendere più fluido e rapido l’accesso all’impianto, migliorando al tempo stesso la sicurezza e l’esperienza complessiva del pubblico. Il nuovo modello è compatibile con i principali sistemi operativi, inclusi iOS e Android, e punta a semplificare la gestione dei biglietti eliminando la necessità di supporti fisici.
Per la Lega Serie A si tratta di un ulteriore passo nel percorso di innovazione tecnologica già avviato negli ultimi anni, con l’intento di rendere gli stadi sempre più accessibili e al passo con le nuove esigenze del pubblico. Una trasformazione che si inserisce anche nel più ampio quadro delle iniziative legate alla sostenibilità, riducendo l’utilizzo di carta e materiali.
Anche per Vivaticket, partner ufficiale del ticketing, l’introduzione della tecnologia NFC segna un’evoluzione nella gestione degli ingressi ai grandi eventi, con un sistema pensato per rendere più efficiente l’organizzazione e più immediata la fruizione da parte degli spettatori.
La finale dell’Olimpico diventa così il primo evento in Italia a utilizzare in modo esclusivo biglietti in formato NFC, aprendo la strada a un possibile utilizzo sempre più diffuso di questa tecnologia nel calcio e nei grandi appuntamenti sportivi.
Continua a leggereRiduci