True
2023-02-12
Dopo i raid a raffica Zelensky s’aggrappa a Ue e alta finanza
Ansa
L’Ucraina ipotizza un futuro nella Nato e nell’Ue entro due anni. La situazione sul campo - in cui Mosca mantiene stabilmente i territori conquistati - fa immaginare però che la guerra possa durare ben oltre il periodo di tempo che Volodymyr Zelensky ritiene sufficiente a realizzare il suo sogno europeo.
Il presidente ucraino, incoraggiato probabilmente dalla sua intelligence, che ha valutato che la Russia non abbia le risorse per lanciare un’offensiva su larga scala intorno al 24 febbraio, ha fatto la parte del leone durante il summit sugli investimenti organizzato da Jp Morgan. «L’Ucraina sarà in grado di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea tra due anni e dopo la vittoria contro la Russia entrerà a far parte della Nato», ha dichiarato Zelensky. Il presidente ha sostenuto di aver bisogno solo della garanzia di sicurezza rappresentata dall’adesione alla Nato.
La Russia prova invece a rilanciare l’idea del dialogo, ma partendo dalla situazione sul campo: ribadisce infatti la disponibilità a colloqui con Kiev purché basati sulla realtà esistente e, dunque, senza precondizioni. Mosca controlla infatti i territori occupati ed è in vantaggio nel Donbass, mentre Kiev tenta di mantenere i suoi ultimi baluardi a Est. Prima che le strade verso Sud e dunque verso il corridoio con la Crimea, ma anche quella verso l’interno dell’Ucraina, vengano tagliate per sempre, l’Ucraina tenta il tutto per tutto nelle battaglie per Bakhmut e Vulhedar e in quella per Kramatorsk.
Le due cittadine del Donbass sono emblematiche di una situazione in cui, se nessuno dei contendenti dovesse prevalere al più presto, le ostilità potrebbero durare a lungo, con la linea del fronte destinata a spostarsi troppo poco nel breve periodo. Mosca, secondo il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, potrebbe impiegare due anni a controllare completamente le regioni di Donetsk e Lugansk ma, come si sa, la Federazione non ha fretta. Per questo, il vice ministro degli Esteri russo, Sergey Vershinin, ha ricordato che «qualsiasi ostilità finisce con colloqui» ma che questi devono avvenire «senza precondizioni». Kiev però legge la clausola come «una prova del fatto che i negoziati sono fuori discussione». Lo stesso Vershinin snobba però la risposta ucraina, poiché convinto che «la decisione sui negoziati viene presa da Washington e Bruxelles», e si augura che «il presidente Usa e il suo entourage mostrino discrezione e saggezza». Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ribadisce invece che «solo la vittoria ucraina» potrà essere risolutiva.
Nel dibattito si inserisce a gamba tesa il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, predicendo la «totale scomparsa» dell’Europa e attribuendone la responsabilità agli Usa. Medvedev paragona gli Stati Uniti al «toro» del mito greco su Zeus. «Oggi il ruolo del toro», l’animale in cui si era trasformato il re dell’Olimpo per rapire la giovane Europa, «viene interpretato dall’arrogante America al cui servizio, con la bocca aperta dalla lussuria, ci sono i Paesi traditori degli interessi europei come la Polonia e i Baltici». Proprio la Polonia, tra i più stretti alleati e principali fornitori di armi pesanti a Kiev, ha a sorpresa messo in dubbio la possibilità di inviare anche gli aerei da combattimento, almeno nel breve termine. L’ex leader del Cremlino Medvedev ha continuato con le critiche al tour del presidente Zelensky nel Vecchio continente, accusandolo di pensare alle «fotografie con i capi europei, mentre centinaia di ucraini mobilitati muoiono ogni giorno, spinti con la forza a proteggere gli interessi della cricca nazista al potere».
Che sul campo continui la mattanza è una cruda evidenza. Ieri le truppe russe, che secondo alcuni «osservatori» dovevano aver già finito missili e armi di artiglieria, hanno bombardato la regione meridionale di Kherson più di 60 volte. Tre civili hanno riportato «ferite di vari gradi di gravità». Nella città di Kherson è stata colpita la ferrovia. Il massiccio attacco russo con missili e droni ha preso di mira le infrastrutture energetiche «che assicurano il funzionamento di imprese del complesso militare-industriale e del sistema di trasporto dell’Ucraina». Come ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca, i raid hanno «bloccato il trasferimento di armi e munizioni nelle aree di combattimento attraverso la ferrovia».
Come si diceva, una delle città nel mirino di entrambi gli schieramenti è Vulhedar. Ieri l’assalto di Mosca alla città è fallito, dunque i blogger russi a favore della guerra si sono scagliati contro i comandanti dell’esercito della Federazione dopo le immagini, diffuse da Kiev, in cui si vedono tank russi distrutti e soldati in fuga. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le immagini mostrano «tattiche disfunzionali» da parte dei soldati russi che sono indicative dello scarso addestramento delle truppe mobilitate, più che dello scarso livello del comando. Aerei russi Su-24 Ms hanno invece sganciato quattro bombe sull’Isola dei Serpenti, catturata un anno fa dai russi e poi riconquistata dagli ucraini. Tre missili anti nave Onyx sono stati lanciati dalla Crimea verso la costa ucraina. Non vi sono morti o feriti. Morti ci sono stati in territorio russo a seguito dei bombardamenti ucraini. Una persona è rimasta uccisa nel villaggio di Guevo, nella regione russa di Kursk, al confine. Bombardata anche la città russa di Shebekino, nella regione di Belgorod. Altri proiettili hanno colpito il villaggio di Murom, nel distretto di Shebekinsky.
Morti i 6 italiani dispersi in Turchia
Si aggrava il bilancio del terremoto che lunedì 6 febbraio ha colpito la Turchia e la Siria. L’Usgs, il sito americano sul rischio sismico, aveva ipotizzato inizialmente un numero di morti compreso tra i 1000 e i 10.000. Ora siamo a oltre 26.000. C’è bisogno di cibo, acqua, pasti caldi, coperte. Almeno, ieri, dall’aeroporto di Pisa sono partiti gli aiuti umanitari del Gruppo San Donato: quattro ambulanze, medicinali, dispositivi medici e vestiario.
Intanto, si continua a scavare in mezzo ai palazzi sbriciolati. L’Unhcr parla di oltre cinque milioni di sfollati. Persone senza una casa, cadaveri senza nome, orfani rimasti senza padre, madre; genitori rimasti senza figli. Intere famiglie spazzate via dalla furia della natura.
«C’è ancora il mondo?», ha chiesto una donna, Menekse Tabak, 70 anni, mentre veniva tratta in salvo nella città della Turchia meridionale di Kahramanmaras, epicentro della scossa. Lei è rimasta 122 ore sotto le macerie. Anche una bimba di 18 mesi è stata estratta viva dopo 56 ore assieme alla sua mamma. O Sengul di appena 4 anni, salvata dopo 132 ore dai soccorritori nella città di Islahiye. Anche una bimba di 6 anni, Selin e la madre sono state estratte dopo 134 ore. Un’infinità nell’epicentro del terrore.
Da tutto il mondo arrivano squadre di medici, soccorritori, vigili del fuoco, infermieri. Chi non è morto sepolto dalla sua stessa casa, è morto di freddo. E infatti il numero delle vittime continua a salire. Secondo un coordinatore dei soccorsi di emergenza il bilancio è destinato a «più che raddoppiare».
Nella conta di questa roulette maledetta c’è anche una famiglia italiana di origine siriana. Sei persone, tre adulti e tre minori che risultavano disperse ad Antiochia. A riferirlo è stato il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani. Nessuna notizia invece per l’imprenditore veneto, Angelo Zen, disperso a Kahramanmara.
La Farnesina continua a inviare aiuti e il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere alla Bbc che i negoziati per l’accesso ad aree più ampie della Siria per la consegna di aiuti umanitari proseguono. In partenza anche il secondo team dei vigili del fuoco italiani. Sono 48 soccorritori Usar (Urban search and rescue) provenienti dalle regioni di Lazio, Toscana, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Veneto.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla di un’area di 500 chilometri quadrati completamente andata distrutta. Il capo degli aiuti internazionali delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, definisce la catastrofe «il peggior disastro degli ultimi 100 anni nella regione». Un valico di frontiera tra la Turchia e l’Armenia, chiuso da 35 anni, è stato aperto per la prima volta per far passare gli aiuti.
Erdogan, finito nel mirino perché accusato di ritardi nei soccorsi, se la prende con i social. Decine di persone sono state arrestate per aver scritto post polemici contro il governo. E 48 persone sono state messe in manette per sciacallaggio. «Dai social media vengono diffuse notizie false e prive di fondamento, che creano caos e aizzano il nostro Paese in un momento difficile», ha detto il sultano. «Da questa situazione verremo fuori come nazione».
Continua a leggereRiduci
Mosca martella l’Ucraina e intima: «Negoziati senza condizioni». Dmitri Medvedev minaccia l’Europa, Kiev rilancia: «Noi nella Nato».Terremoto: uccisa dal sisma una famiglia di origini siriane, resta introvabile l’imprenditore veneto. Le vittime salgono a 26.000, 5 milioni gli sfollati. Partiti gli aiuti del Gruppo San Donato.Lo speciale contiene due articoli.L’Ucraina ipotizza un futuro nella Nato e nell’Ue entro due anni. La situazione sul campo - in cui Mosca mantiene stabilmente i territori conquistati - fa immaginare però che la guerra possa durare ben oltre il periodo di tempo che Volodymyr Zelensky ritiene sufficiente a realizzare il suo sogno europeo. Il presidente ucraino, incoraggiato probabilmente dalla sua intelligence, che ha valutato che la Russia non abbia le risorse per lanciare un’offensiva su larga scala intorno al 24 febbraio, ha fatto la parte del leone durante il summit sugli investimenti organizzato da Jp Morgan. «L’Ucraina sarà in grado di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea tra due anni e dopo la vittoria contro la Russia entrerà a far parte della Nato», ha dichiarato Zelensky. Il presidente ha sostenuto di aver bisogno solo della garanzia di sicurezza rappresentata dall’adesione alla Nato. La Russia prova invece a rilanciare l’idea del dialogo, ma partendo dalla situazione sul campo: ribadisce infatti la disponibilità a colloqui con Kiev purché basati sulla realtà esistente e, dunque, senza precondizioni. Mosca controlla infatti i territori occupati ed è in vantaggio nel Donbass, mentre Kiev tenta di mantenere i suoi ultimi baluardi a Est. Prima che le strade verso Sud e dunque verso il corridoio con la Crimea, ma anche quella verso l’interno dell’Ucraina, vengano tagliate per sempre, l’Ucraina tenta il tutto per tutto nelle battaglie per Bakhmut e Vulhedar e in quella per Kramatorsk. Le due cittadine del Donbass sono emblematiche di una situazione in cui, se nessuno dei contendenti dovesse prevalere al più presto, le ostilità potrebbero durare a lungo, con la linea del fronte destinata a spostarsi troppo poco nel breve periodo. Mosca, secondo il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, potrebbe impiegare due anni a controllare completamente le regioni di Donetsk e Lugansk ma, come si sa, la Federazione non ha fretta. Per questo, il vice ministro degli Esteri russo, Sergey Vershinin, ha ricordato che «qualsiasi ostilità finisce con colloqui» ma che questi devono avvenire «senza precondizioni». Kiev però legge la clausola come «una prova del fatto che i negoziati sono fuori discussione». Lo stesso Vershinin snobba però la risposta ucraina, poiché convinto che «la decisione sui negoziati viene presa da Washington e Bruxelles», e si augura che «il presidente Usa e il suo entourage mostrino discrezione e saggezza». Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ribadisce invece che «solo la vittoria ucraina» potrà essere risolutiva. Nel dibattito si inserisce a gamba tesa il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, predicendo la «totale scomparsa» dell’Europa e attribuendone la responsabilità agli Usa. Medvedev paragona gli Stati Uniti al «toro» del mito greco su Zeus. «Oggi il ruolo del toro», l’animale in cui si era trasformato il re dell’Olimpo per rapire la giovane Europa, «viene interpretato dall’arrogante America al cui servizio, con la bocca aperta dalla lussuria, ci sono i Paesi traditori degli interessi europei come la Polonia e i Baltici». Proprio la Polonia, tra i più stretti alleati e principali fornitori di armi pesanti a Kiev, ha a sorpresa messo in dubbio la possibilità di inviare anche gli aerei da combattimento, almeno nel breve termine. L’ex leader del Cremlino Medvedev ha continuato con le critiche al tour del presidente Zelensky nel Vecchio continente, accusandolo di pensare alle «fotografie con i capi europei, mentre centinaia di ucraini mobilitati muoiono ogni giorno, spinti con la forza a proteggere gli interessi della cricca nazista al potere». Che sul campo continui la mattanza è una cruda evidenza. Ieri le truppe russe, che secondo alcuni «osservatori» dovevano aver già finito missili e armi di artiglieria, hanno bombardato la regione meridionale di Kherson più di 60 volte. Tre civili hanno riportato «ferite di vari gradi di gravità». Nella città di Kherson è stata colpita la ferrovia. Il massiccio attacco russo con missili e droni ha preso di mira le infrastrutture energetiche «che assicurano il funzionamento di imprese del complesso militare-industriale e del sistema di trasporto dell’Ucraina». Come ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca, i raid hanno «bloccato il trasferimento di armi e munizioni nelle aree di combattimento attraverso la ferrovia». Come si diceva, una delle città nel mirino di entrambi gli schieramenti è Vulhedar. Ieri l’assalto di Mosca alla città è fallito, dunque i blogger russi a favore della guerra si sono scagliati contro i comandanti dell’esercito della Federazione dopo le immagini, diffuse da Kiev, in cui si vedono tank russi distrutti e soldati in fuga. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le immagini mostrano «tattiche disfunzionali» da parte dei soldati russi che sono indicative dello scarso addestramento delle truppe mobilitate, più che dello scarso livello del comando. Aerei russi Su-24 Ms hanno invece sganciato quattro bombe sull’Isola dei Serpenti, catturata un anno fa dai russi e poi riconquistata dagli ucraini. Tre missili anti nave Onyx sono stati lanciati dalla Crimea verso la costa ucraina. Non vi sono morti o feriti. Morti ci sono stati in territorio russo a seguito dei bombardamenti ucraini. Una persona è rimasta uccisa nel villaggio di Guevo, nella regione russa di Kursk, al confine. Bombardata anche la città russa di Shebekino, nella regione di Belgorod. Altri proiettili hanno colpito il villaggio di Murom, nel distretto di Shebekinsky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/raid-raffica-zelensky-aggrappa-ue-2659403831.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="morti-i-6-italiani-dispersi-in-turchia" data-post-id="2659403831" data-published-at="1676143462" data-use-pagination="False"> Morti i 6 italiani dispersi in Turchia Si aggrava il bilancio del terremoto che lunedì 6 febbraio ha colpito la Turchia e la Siria. L’Usgs, il sito americano sul rischio sismico, aveva ipotizzato inizialmente un numero di morti compreso tra i 1000 e i 10.000. Ora siamo a oltre 26.000. C’è bisogno di cibo, acqua, pasti caldi, coperte. Almeno, ieri, dall’aeroporto di Pisa sono partiti gli aiuti umanitari del Gruppo San Donato: quattro ambulanze, medicinali, dispositivi medici e vestiario. Intanto, si continua a scavare in mezzo ai palazzi sbriciolati. L’Unhcr parla di oltre cinque milioni di sfollati. Persone senza una casa, cadaveri senza nome, orfani rimasti senza padre, madre; genitori rimasti senza figli. Intere famiglie spazzate via dalla furia della natura. «C’è ancora il mondo?», ha chiesto una donna, Menekse Tabak, 70 anni, mentre veniva tratta in salvo nella città della Turchia meridionale di Kahramanmaras, epicentro della scossa. Lei è rimasta 122 ore sotto le macerie. Anche una bimba di 18 mesi è stata estratta viva dopo 56 ore assieme alla sua mamma. O Sengul di appena 4 anni, salvata dopo 132 ore dai soccorritori nella città di Islahiye. Anche una bimba di 6 anni, Selin e la madre sono state estratte dopo 134 ore. Un’infinità nell’epicentro del terrore. Da tutto il mondo arrivano squadre di medici, soccorritori, vigili del fuoco, infermieri. Chi non è morto sepolto dalla sua stessa casa, è morto di freddo. E infatti il numero delle vittime continua a salire. Secondo un coordinatore dei soccorsi di emergenza il bilancio è destinato a «più che raddoppiare». Nella conta di questa roulette maledetta c’è anche una famiglia italiana di origine siriana. Sei persone, tre adulti e tre minori che risultavano disperse ad Antiochia. A riferirlo è stato il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani. Nessuna notizia invece per l’imprenditore veneto, Angelo Zen, disperso a Kahramanmara. La Farnesina continua a inviare aiuti e il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere alla Bbc che i negoziati per l’accesso ad aree più ampie della Siria per la consegna di aiuti umanitari proseguono. In partenza anche il secondo team dei vigili del fuoco italiani. Sono 48 soccorritori Usar (Urban search and rescue) provenienti dalle regioni di Lazio, Toscana, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Veneto. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla di un’area di 500 chilometri quadrati completamente andata distrutta. Il capo degli aiuti internazionali delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, definisce la catastrofe «il peggior disastro degli ultimi 100 anni nella regione». Un valico di frontiera tra la Turchia e l’Armenia, chiuso da 35 anni, è stato aperto per la prima volta per far passare gli aiuti. Erdogan, finito nel mirino perché accusato di ritardi nei soccorsi, se la prende con i social. Decine di persone sono state arrestate per aver scritto post polemici contro il governo. E 48 persone sono state messe in manette per sciacallaggio. «Dai social media vengono diffuse notizie false e prive di fondamento, che creano caos e aizzano il nostro Paese in un momento difficile», ha detto il sultano. «Da questa situazione verremo fuori come nazione».
Getty Images
Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
Continua a leggereRiduci
Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
Continua a leggereRiduci
Il re di Spagna Felipe VI, la regina Letizia, la principessa Leonor e la principessa Sofia accolgono Papa Leone XIV al Palazzo Reale di Madrid (Ansa)
Il pontefice americano, come riportato dal giornale iberico El País, ha scandito: «Lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi».
Criticato più volte nelle scorse settimane dal presidente Donald Trump e da Vance, che forse si aspettavano da lui, in quanto anch’egli cittadino americano, almeno un tacito assenso all’offensiva contro Teheran, il Santo Padre non indietreggia, né china il capo di fronte «all’imperatore», evocando lo spettro di un’antica contrapposizione tradizionale nella storia della cristianità. Appena arrivato nella capitale spagnola, accolto dal re Felipe VI, dalla regina Letizia, dal premier Pedro Sánchez e da vari ministri del governo, ha non a caso lodato la posizione ufficiale della Spagna, contraria al conflitto nel Golfo Persico: «Esprimo il mio apprezzamento alla Spagna per la fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli». Allo stesso modo, ha anche espresso la speranza per negoziati di pace fra Russia e Ucraina e assicurato che la Chiesa cattolica monitora la situazione in Libano.
Prevost, dapprima ospite a Palazzo reale, ha avuto un colloquio privato con il sovrano nel Salón de los espejos, per poi incontrare le altre autorità e il corpo diplomatico nel Salón de columnas. La visita pontificia avviene in un contesto particolare, con un governo di sinistra che su molti temi ha visioni diverse da quelle della Chiesa, mentre il clero spagnolo ha recentemente fatto i conti con uno scandalo legato a prelati pedofili. Il tutto in una nazione, la Spagna, per secoli campione del mondo cattolico anche in fatto di espansione nelle Americhe, ma che negli ultimi 150 anni ha subito spesso spaccature politico-sociali per l’avvento di correnti anticlericali e progressiste.
Basti ricordare la guerra civile del 1936-1939, con la contrapposizione feroce tra «rossi» e «franchisti», per non parlare delle precedenti rivoluzioni. Re Felipe ha assicurato al Papa: «La fede cattolica è radicata nel nostro Paese e senza di essa la nostra storia e la nostra cultura non si comprenderebbero. I casi di abuso nella Chiesa non sono rappresentativi, né possono essere rappresentativi, della vasta comunità ecclesiale». Prevost gli ha ribattuto che la pedofilia «è una ferita ancora aperta» e che nel corso della visita «incontrerò alcune vittime dei sacerdoti pedofili». Il pontefice aveva già anticipato che fra gli scopi della sua visita in Spagna ci sono «evangelizzazione e riconciliazione», riferimento alle contrapposizioni interne al Paese. Prima di lui, bisogna risalire indietro di 15 anni, al 2011, con l’arrivo di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù, per l’ultima visita papale. Fra gli impegni previsti, Prevost terrà un discorso al Parlamento di Madrid, primo Papa in assoluto, e inaugurerà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia di Barcellona, il 10 giugno, nel centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudí che progettò il tempio.
Farà tappa anche alle Canarie, incontrando un gruppo di migranti al molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, detto «molo della vergogna». Il premier socialista Sánchez ha auspicato che la visita «serva a continuare a costruire ponti di dialogo, comprensione e speranza». Ma non sono mancate le polemiche politiche, legate alle indagini per corruzione su molti esponenti del Partito socialista spagnolo, fra cui l’ex-premier José Zapatero. Il presidente del partito di destra Vox, Santiago Abascal, non ha usato mezze misure: «È abbastanza vergognoso dover ricevere Leone XIV con un governo che sguazza nella corruzione e mafia. Ed è grottesco come P.S. (Pedro Sánchez, ndr) tenti di ripulirsi, mentendo, e nascondendosi dietro la visita». Più cauto il commento del leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo: «Il mondo e la Spagna di oggi hanno bisogno di punti di riferimento morali e il Papa è uno di questi. La sua voce non grida nel deserto: viene ascoltata e infonde speranza». Lasciato il Palazzo reale, Leone XIV è poi sfilato con la Papamobile per Madrid, attorniato da 130.000 persone, facendo fermare il veicolo per benedire un bambino e arrivando infine al Centro di informazione e accoglienza Cedia 24 Horas, che aiuta i senzatetto. Spazio anche per una confessione sportiva. Leone XIV tiferà Usa ai Mondiali e, stuzzicato in aereo dalla cronista iberica sull’eterna contesa tra Real e Barcellona, se l’è cavata così: «Il Papa è per tutte le squadre, ma Prevost è del Real Madrid».
Continua a leggereRiduci
Il monumento dedicato a Stepan Bandera a Leopoli (Ansa)
Come riportato da Euronews, «l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) fu una formazione armata attiva tra il 1942 e il 1949». «La Polonia», ha specificato la testata, «ritiene che l’Upa sia responsabile del genocidio della popolazione polacca in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945. Secondo le stime dell’Istituto per la memoria nazionale e degli storici polacchi, tra i 100.000 e i 120.000 polacchi furono uccisi in operazioni legate all’Upa». L’Ucraina, dal canto suo, ha sovente rifiutato la definizione polacca di «genocidio», considerando in gran parte l’Upa come una forza che si è opposta sia al Terzo Reich sia, dopo essersi de facto alleata con quest’ultimo nel 1944, all’Urss.
«Polonia e Ucraina sono partner in materia di sicurezza. Ma quando si tratta di storia, dobbiamo dirci la verità», ha dichiarato freddamente Kosiniak-Kamysz dopo l’incontro di ieri con Budanov. «Oggi, durante un incontro con il generale Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio del presidente Zelensky, ho espresso chiaramente le aspettative della Polonia riguardo alla decisione di intitolare una delle unità militari all’Upa. La memoria delle vittime della Volinia non è negoziabile. Ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati», ha proseguito. Del resto, dopo che Zelensky aveva deciso di celebrare la memoria dell’Upa, il presidente polacco, Karol Nawrocki, aveva annunciato che avrebbe chiesto di revocare al leader ucraino l’Ordine dell’Aquila Bianca: un’onorificenza che Zelensky aveva ricevuto, nel 2023, dal predecessore dello stesso Nawrocki, Andrzej Duda.
D’altronde, a creare scalpore, sempre a fine maggio, è stata anche la cerimonia, presieduta dal presidente ucraino, per il rientro delle spoglie di Andriy Melnyk, che fu uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini: una realtà i cui membri, secondo Le Monde, «collaborarono con la Germania nazista e presero parte all’Olocausto». La decisione di Zelensky ha irritato Israele, tanto che il ministero degli Esteri dello Stato ebraico dichiarò che «non c’è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori». Circola inoltre da tempo anche l’indiscrezione, secondo cui il governo ucraino punterebbe a riportare in patria la salma del leader nazionalista Stepan Bandera, attualmente situata a Monaco, per collocarla in un pantheon a Kiev. Tuttavia, parlando con Polskie Radio il 28 maggio, il capo dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale, Oleksandr Alfiorov, ha, almeno per ora, smentito questa intenzione. «Per quanto ne so, la famiglia ritiene che i resti di Bandera non debbano essere spostati durante la guerra», ha detto, pur non escludendo la possibilità di una traslazione in futuro.
Zelensky sta celebrando questo controverso passato per rilanciare lo spirito antisovietico nel mezzo della guerra di Kiev contro Mosca. Inoltre, sempre secondo Le Monde, questo tipo di linea certificherebbe un crescente peso politico dell’Ucraina occidentale oltre che di «alcuni comandanti di spicco in prima linea». Il punto è che, sul piano diplomatico, il presidente ucraino rischia seriamente l’effetto boomerang. Al netto dei problemi sulla questione agricola, Varsavia è sempre stata uno dei principali alleati di Kiev contro Mosca: una posizione, quella polacca, che punta strategicamente a indebolire il più possibile la Russia. La questione dell’Upa potrebbe tuttavia creare delle tensioni difficilmente sanabili tra Ucraina e Polonia. Il che potrebbe indebolire la posizione di Kiev in vista di eventuali negoziati con Mosca. Non solo. A rischio potrebbe esserci anche il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea: percorso che potrebbe essere ulteriormente complicato dalle fibrillazioni tra Zelensky e Varsavia.
Un discorso analogo vale per Israele. Già a fine aprile, l’Ucraina aveva accusato lo Stato ebraico di ricevere dalla Russia grano ucraino rubato. Le tensioni su Melnyk potrebbero quindi finire con lo spingere Gerusalemme più vicino alla Russia, indebolendo l’influenza di Kiev in un’area strategica come quella mediorientale. Del resto, a fine marzo, Zelensky affermò, non senza disappunto, che Benjamin Netanyahu intendeva «mantenere un equilibrio tra Russia e Ucraina». Insomma, le tensioni con Polonia e Israele potrebbero ridurre significativamente i margini di manovra del presidente ucraino davanti a un Vladimir Putin che sta, a sua volta, attraversando delle difficoltà sul fronte bellico.
Nel frattempo, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo vertice dei volenterosi a Parigi per luglio. «Con Regno Unito e Germania siamo in stretto coordinamento. Ci incontreremo con il presidente Zelensky tra qualche giorno. E stiamo organizzando il sostegno nell’ambito della coalizione dei volenterosi, per strutturarlo. A tal proposito, ho invitato tutti i contributori alla coalizione dei volontari a venire a Parigi il 13 e 14 luglio prossimi per la nostra festa nazionale del 14 luglio e per tenere una riunione strutturata di questa coalizione», ha dichiarato. In tutto questo, ieri mattina, Kiev ha lanciato attacchi di droni contro raffinerie e installazioni militari russe.
Continua a leggereRiduci