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2023-02-12
Dopo i raid a raffica Zelensky s’aggrappa a Ue e alta finanza
Ansa
L’Ucraina ipotizza un futuro nella Nato e nell’Ue entro due anni. La situazione sul campo - in cui Mosca mantiene stabilmente i territori conquistati - fa immaginare però che la guerra possa durare ben oltre il periodo di tempo che Volodymyr Zelensky ritiene sufficiente a realizzare il suo sogno europeo.
Il presidente ucraino, incoraggiato probabilmente dalla sua intelligence, che ha valutato che la Russia non abbia le risorse per lanciare un’offensiva su larga scala intorno al 24 febbraio, ha fatto la parte del leone durante il summit sugli investimenti organizzato da Jp Morgan. «L’Ucraina sarà in grado di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea tra due anni e dopo la vittoria contro la Russia entrerà a far parte della Nato», ha dichiarato Zelensky. Il presidente ha sostenuto di aver bisogno solo della garanzia di sicurezza rappresentata dall’adesione alla Nato.
La Russia prova invece a rilanciare l’idea del dialogo, ma partendo dalla situazione sul campo: ribadisce infatti la disponibilità a colloqui con Kiev purché basati sulla realtà esistente e, dunque, senza precondizioni. Mosca controlla infatti i territori occupati ed è in vantaggio nel Donbass, mentre Kiev tenta di mantenere i suoi ultimi baluardi a Est. Prima che le strade verso Sud e dunque verso il corridoio con la Crimea, ma anche quella verso l’interno dell’Ucraina, vengano tagliate per sempre, l’Ucraina tenta il tutto per tutto nelle battaglie per Bakhmut e Vulhedar e in quella per Kramatorsk.
Le due cittadine del Donbass sono emblematiche di una situazione in cui, se nessuno dei contendenti dovesse prevalere al più presto, le ostilità potrebbero durare a lungo, con la linea del fronte destinata a spostarsi troppo poco nel breve periodo. Mosca, secondo il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, potrebbe impiegare due anni a controllare completamente le regioni di Donetsk e Lugansk ma, come si sa, la Federazione non ha fretta. Per questo, il vice ministro degli Esteri russo, Sergey Vershinin, ha ricordato che «qualsiasi ostilità finisce con colloqui» ma che questi devono avvenire «senza precondizioni». Kiev però legge la clausola come «una prova del fatto che i negoziati sono fuori discussione». Lo stesso Vershinin snobba però la risposta ucraina, poiché convinto che «la decisione sui negoziati viene presa da Washington e Bruxelles», e si augura che «il presidente Usa e il suo entourage mostrino discrezione e saggezza». Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ribadisce invece che «solo la vittoria ucraina» potrà essere risolutiva.
Nel dibattito si inserisce a gamba tesa il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, predicendo la «totale scomparsa» dell’Europa e attribuendone la responsabilità agli Usa. Medvedev paragona gli Stati Uniti al «toro» del mito greco su Zeus. «Oggi il ruolo del toro», l’animale in cui si era trasformato il re dell’Olimpo per rapire la giovane Europa, «viene interpretato dall’arrogante America al cui servizio, con la bocca aperta dalla lussuria, ci sono i Paesi traditori degli interessi europei come la Polonia e i Baltici». Proprio la Polonia, tra i più stretti alleati e principali fornitori di armi pesanti a Kiev, ha a sorpresa messo in dubbio la possibilità di inviare anche gli aerei da combattimento, almeno nel breve termine. L’ex leader del Cremlino Medvedev ha continuato con le critiche al tour del presidente Zelensky nel Vecchio continente, accusandolo di pensare alle «fotografie con i capi europei, mentre centinaia di ucraini mobilitati muoiono ogni giorno, spinti con la forza a proteggere gli interessi della cricca nazista al potere».
Che sul campo continui la mattanza è una cruda evidenza. Ieri le truppe russe, che secondo alcuni «osservatori» dovevano aver già finito missili e armi di artiglieria, hanno bombardato la regione meridionale di Kherson più di 60 volte. Tre civili hanno riportato «ferite di vari gradi di gravità». Nella città di Kherson è stata colpita la ferrovia. Il massiccio attacco russo con missili e droni ha preso di mira le infrastrutture energetiche «che assicurano il funzionamento di imprese del complesso militare-industriale e del sistema di trasporto dell’Ucraina». Come ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca, i raid hanno «bloccato il trasferimento di armi e munizioni nelle aree di combattimento attraverso la ferrovia».
Come si diceva, una delle città nel mirino di entrambi gli schieramenti è Vulhedar. Ieri l’assalto di Mosca alla città è fallito, dunque i blogger russi a favore della guerra si sono scagliati contro i comandanti dell’esercito della Federazione dopo le immagini, diffuse da Kiev, in cui si vedono tank russi distrutti e soldati in fuga. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le immagini mostrano «tattiche disfunzionali» da parte dei soldati russi che sono indicative dello scarso addestramento delle truppe mobilitate, più che dello scarso livello del comando. Aerei russi Su-24 Ms hanno invece sganciato quattro bombe sull’Isola dei Serpenti, catturata un anno fa dai russi e poi riconquistata dagli ucraini. Tre missili anti nave Onyx sono stati lanciati dalla Crimea verso la costa ucraina. Non vi sono morti o feriti. Morti ci sono stati in territorio russo a seguito dei bombardamenti ucraini. Una persona è rimasta uccisa nel villaggio di Guevo, nella regione russa di Kursk, al confine. Bombardata anche la città russa di Shebekino, nella regione di Belgorod. Altri proiettili hanno colpito il villaggio di Murom, nel distretto di Shebekinsky.
Morti i 6 italiani dispersi in Turchia
Si aggrava il bilancio del terremoto che lunedì 6 febbraio ha colpito la Turchia e la Siria. L’Usgs, il sito americano sul rischio sismico, aveva ipotizzato inizialmente un numero di morti compreso tra i 1000 e i 10.000. Ora siamo a oltre 26.000. C’è bisogno di cibo, acqua, pasti caldi, coperte. Almeno, ieri, dall’aeroporto di Pisa sono partiti gli aiuti umanitari del Gruppo San Donato: quattro ambulanze, medicinali, dispositivi medici e vestiario.
Intanto, si continua a scavare in mezzo ai palazzi sbriciolati. L’Unhcr parla di oltre cinque milioni di sfollati. Persone senza una casa, cadaveri senza nome, orfani rimasti senza padre, madre; genitori rimasti senza figli. Intere famiglie spazzate via dalla furia della natura.
«C’è ancora il mondo?», ha chiesto una donna, Menekse Tabak, 70 anni, mentre veniva tratta in salvo nella città della Turchia meridionale di Kahramanmaras, epicentro della scossa. Lei è rimasta 122 ore sotto le macerie. Anche una bimba di 18 mesi è stata estratta viva dopo 56 ore assieme alla sua mamma. O Sengul di appena 4 anni, salvata dopo 132 ore dai soccorritori nella città di Islahiye. Anche una bimba di 6 anni, Selin e la madre sono state estratte dopo 134 ore. Un’infinità nell’epicentro del terrore.
Da tutto il mondo arrivano squadre di medici, soccorritori, vigili del fuoco, infermieri. Chi non è morto sepolto dalla sua stessa casa, è morto di freddo. E infatti il numero delle vittime continua a salire. Secondo un coordinatore dei soccorsi di emergenza il bilancio è destinato a «più che raddoppiare».
Nella conta di questa roulette maledetta c’è anche una famiglia italiana di origine siriana. Sei persone, tre adulti e tre minori che risultavano disperse ad Antiochia. A riferirlo è stato il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani. Nessuna notizia invece per l’imprenditore veneto, Angelo Zen, disperso a Kahramanmara.
La Farnesina continua a inviare aiuti e il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere alla Bbc che i negoziati per l’accesso ad aree più ampie della Siria per la consegna di aiuti umanitari proseguono. In partenza anche il secondo team dei vigili del fuoco italiani. Sono 48 soccorritori Usar (Urban search and rescue) provenienti dalle regioni di Lazio, Toscana, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Veneto.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla di un’area di 500 chilometri quadrati completamente andata distrutta. Il capo degli aiuti internazionali delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, definisce la catastrofe «il peggior disastro degli ultimi 100 anni nella regione». Un valico di frontiera tra la Turchia e l’Armenia, chiuso da 35 anni, è stato aperto per la prima volta per far passare gli aiuti.
Erdogan, finito nel mirino perché accusato di ritardi nei soccorsi, se la prende con i social. Decine di persone sono state arrestate per aver scritto post polemici contro il governo. E 48 persone sono state messe in manette per sciacallaggio. «Dai social media vengono diffuse notizie false e prive di fondamento, che creano caos e aizzano il nostro Paese in un momento difficile», ha detto il sultano. «Da questa situazione verremo fuori come nazione».
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Mosca martella l’Ucraina e intima: «Negoziati senza condizioni». Dmitri Medvedev minaccia l’Europa, Kiev rilancia: «Noi nella Nato».Terremoto: uccisa dal sisma una famiglia di origini siriane, resta introvabile l’imprenditore veneto. Le vittime salgono a 26.000, 5 milioni gli sfollati. Partiti gli aiuti del Gruppo San Donato.Lo speciale contiene due articoli.L’Ucraina ipotizza un futuro nella Nato e nell’Ue entro due anni. La situazione sul campo - in cui Mosca mantiene stabilmente i territori conquistati - fa immaginare però che la guerra possa durare ben oltre il periodo di tempo che Volodymyr Zelensky ritiene sufficiente a realizzare il suo sogno europeo. Il presidente ucraino, incoraggiato probabilmente dalla sua intelligence, che ha valutato che la Russia non abbia le risorse per lanciare un’offensiva su larga scala intorno al 24 febbraio, ha fatto la parte del leone durante il summit sugli investimenti organizzato da Jp Morgan. «L’Ucraina sarà in grado di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea tra due anni e dopo la vittoria contro la Russia entrerà a far parte della Nato», ha dichiarato Zelensky. Il presidente ha sostenuto di aver bisogno solo della garanzia di sicurezza rappresentata dall’adesione alla Nato. La Russia prova invece a rilanciare l’idea del dialogo, ma partendo dalla situazione sul campo: ribadisce infatti la disponibilità a colloqui con Kiev purché basati sulla realtà esistente e, dunque, senza precondizioni. Mosca controlla infatti i territori occupati ed è in vantaggio nel Donbass, mentre Kiev tenta di mantenere i suoi ultimi baluardi a Est. Prima che le strade verso Sud e dunque verso il corridoio con la Crimea, ma anche quella verso l’interno dell’Ucraina, vengano tagliate per sempre, l’Ucraina tenta il tutto per tutto nelle battaglie per Bakhmut e Vulhedar e in quella per Kramatorsk. Le due cittadine del Donbass sono emblematiche di una situazione in cui, se nessuno dei contendenti dovesse prevalere al più presto, le ostilità potrebbero durare a lungo, con la linea del fronte destinata a spostarsi troppo poco nel breve periodo. Mosca, secondo il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, potrebbe impiegare due anni a controllare completamente le regioni di Donetsk e Lugansk ma, come si sa, la Federazione non ha fretta. Per questo, il vice ministro degli Esteri russo, Sergey Vershinin, ha ricordato che «qualsiasi ostilità finisce con colloqui» ma che questi devono avvenire «senza precondizioni». Kiev però legge la clausola come «una prova del fatto che i negoziati sono fuori discussione». Lo stesso Vershinin snobba però la risposta ucraina, poiché convinto che «la decisione sui negoziati viene presa da Washington e Bruxelles», e si augura che «il presidente Usa e il suo entourage mostrino discrezione e saggezza». Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ribadisce invece che «solo la vittoria ucraina» potrà essere risolutiva. Nel dibattito si inserisce a gamba tesa il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, predicendo la «totale scomparsa» dell’Europa e attribuendone la responsabilità agli Usa. Medvedev paragona gli Stati Uniti al «toro» del mito greco su Zeus. «Oggi il ruolo del toro», l’animale in cui si era trasformato il re dell’Olimpo per rapire la giovane Europa, «viene interpretato dall’arrogante America al cui servizio, con la bocca aperta dalla lussuria, ci sono i Paesi traditori degli interessi europei come la Polonia e i Baltici». Proprio la Polonia, tra i più stretti alleati e principali fornitori di armi pesanti a Kiev, ha a sorpresa messo in dubbio la possibilità di inviare anche gli aerei da combattimento, almeno nel breve termine. L’ex leader del Cremlino Medvedev ha continuato con le critiche al tour del presidente Zelensky nel Vecchio continente, accusandolo di pensare alle «fotografie con i capi europei, mentre centinaia di ucraini mobilitati muoiono ogni giorno, spinti con la forza a proteggere gli interessi della cricca nazista al potere». Che sul campo continui la mattanza è una cruda evidenza. Ieri le truppe russe, che secondo alcuni «osservatori» dovevano aver già finito missili e armi di artiglieria, hanno bombardato la regione meridionale di Kherson più di 60 volte. Tre civili hanno riportato «ferite di vari gradi di gravità». Nella città di Kherson è stata colpita la ferrovia. Il massiccio attacco russo con missili e droni ha preso di mira le infrastrutture energetiche «che assicurano il funzionamento di imprese del complesso militare-industriale e del sistema di trasporto dell’Ucraina». Come ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca, i raid hanno «bloccato il trasferimento di armi e munizioni nelle aree di combattimento attraverso la ferrovia». Come si diceva, una delle città nel mirino di entrambi gli schieramenti è Vulhedar. Ieri l’assalto di Mosca alla città è fallito, dunque i blogger russi a favore della guerra si sono scagliati contro i comandanti dell’esercito della Federazione dopo le immagini, diffuse da Kiev, in cui si vedono tank russi distrutti e soldati in fuga. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le immagini mostrano «tattiche disfunzionali» da parte dei soldati russi che sono indicative dello scarso addestramento delle truppe mobilitate, più che dello scarso livello del comando. Aerei russi Su-24 Ms hanno invece sganciato quattro bombe sull’Isola dei Serpenti, catturata un anno fa dai russi e poi riconquistata dagli ucraini. Tre missili anti nave Onyx sono stati lanciati dalla Crimea verso la costa ucraina. Non vi sono morti o feriti. Morti ci sono stati in territorio russo a seguito dei bombardamenti ucraini. Una persona è rimasta uccisa nel villaggio di Guevo, nella regione russa di Kursk, al confine. Bombardata anche la città russa di Shebekino, nella regione di Belgorod. Altri proiettili hanno colpito il villaggio di Murom, nel distretto di Shebekinsky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/raid-raffica-zelensky-aggrappa-ue-2659403831.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="morti-i-6-italiani-dispersi-in-turchia" data-post-id="2659403831" data-published-at="1676143462" data-use-pagination="False"> Morti i 6 italiani dispersi in Turchia Si aggrava il bilancio del terremoto che lunedì 6 febbraio ha colpito la Turchia e la Siria. L’Usgs, il sito americano sul rischio sismico, aveva ipotizzato inizialmente un numero di morti compreso tra i 1000 e i 10.000. Ora siamo a oltre 26.000. C’è bisogno di cibo, acqua, pasti caldi, coperte. Almeno, ieri, dall’aeroporto di Pisa sono partiti gli aiuti umanitari del Gruppo San Donato: quattro ambulanze, medicinali, dispositivi medici e vestiario. Intanto, si continua a scavare in mezzo ai palazzi sbriciolati. L’Unhcr parla di oltre cinque milioni di sfollati. Persone senza una casa, cadaveri senza nome, orfani rimasti senza padre, madre; genitori rimasti senza figli. Intere famiglie spazzate via dalla furia della natura. «C’è ancora il mondo?», ha chiesto una donna, Menekse Tabak, 70 anni, mentre veniva tratta in salvo nella città della Turchia meridionale di Kahramanmaras, epicentro della scossa. Lei è rimasta 122 ore sotto le macerie. Anche una bimba di 18 mesi è stata estratta viva dopo 56 ore assieme alla sua mamma. O Sengul di appena 4 anni, salvata dopo 132 ore dai soccorritori nella città di Islahiye. Anche una bimba di 6 anni, Selin e la madre sono state estratte dopo 134 ore. Un’infinità nell’epicentro del terrore. Da tutto il mondo arrivano squadre di medici, soccorritori, vigili del fuoco, infermieri. Chi non è morto sepolto dalla sua stessa casa, è morto di freddo. E infatti il numero delle vittime continua a salire. Secondo un coordinatore dei soccorsi di emergenza il bilancio è destinato a «più che raddoppiare». Nella conta di questa roulette maledetta c’è anche una famiglia italiana di origine siriana. Sei persone, tre adulti e tre minori che risultavano disperse ad Antiochia. A riferirlo è stato il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani. Nessuna notizia invece per l’imprenditore veneto, Angelo Zen, disperso a Kahramanmara. La Farnesina continua a inviare aiuti e il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere alla Bbc che i negoziati per l’accesso ad aree più ampie della Siria per la consegna di aiuti umanitari proseguono. In partenza anche il secondo team dei vigili del fuoco italiani. Sono 48 soccorritori Usar (Urban search and rescue) provenienti dalle regioni di Lazio, Toscana, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Veneto. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla di un’area di 500 chilometri quadrati completamente andata distrutta. Il capo degli aiuti internazionali delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, definisce la catastrofe «il peggior disastro degli ultimi 100 anni nella regione». Un valico di frontiera tra la Turchia e l’Armenia, chiuso da 35 anni, è stato aperto per la prima volta per far passare gli aiuti. Erdogan, finito nel mirino perché accusato di ritardi nei soccorsi, se la prende con i social. Decine di persone sono state arrestate per aver scritto post polemici contro il governo. E 48 persone sono state messe in manette per sciacallaggio. «Dai social media vengono diffuse notizie false e prive di fondamento, che creano caos e aizzano il nostro Paese in un momento difficile», ha detto il sultano. «Da questa situazione verremo fuori come nazione».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 16 febbraio con Flaminia Camilletti
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Discorsi comprensibili, peccato che la pratica metta decisamente in crisi la teoria. Sul referendum, ad esempio, abbiamo raccontato il curioso e inopportuno attivismo di alcuni alti prelati che occupano i vertici della Conferenza episcopale italiana ed esprimono posizioni che mal si conciliano con la divisione dei ruoli richiamata da Avvenire. La sensazione, va detto, è che una parte molto visibile delle gerarchie ecclesiastiche sia pronta a schierarsi politicamente, e con decisione, anche su temi che non chiamano direttamente in causa la dottrina, ma che toccano una certa sensibilità progressista, come nel caso della battaglia per il No. E pure quando ci sono in gioco questioni rilevantissime per la Chiesa, che bussano con forza alla coscienza dei fedeli, quella sensibilità progressista torna a riaffacciarsi, tanto da far pensare che sia proprio quella a regolare la presenza pubblica della Cei.
Un esempio eclatante lo fornisce monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale che non perde occasione per esporsi. Giusto ieri abbiamo ricordato che parteciperà al congresso di Magistratura democratica, fornendo un appoggio fattuale ai sostenitori del No al referendum sulla giustizia. Mesi fa si era schierato con ancora più forza sul referendum riguardante lavoro e cittadinanza, assumendo manco a dirlo una postura affine a quella della sinistra parlamentare. Non pago, ha deciso ieri di prendere parola pure sul fine vita. Argomento, quest’ultimo, su cui la Chiesa ha tutto il diritto e probabilmente anche il dovere di pronunciarsi, ma su cui dovrebbe valutare con grande attenzione le mosse, possibilmente evitando di accordarsi ancora una volta con il fronte sinistrorso. Ancora una volta, però, Savino sceglie una prospettiva di sicuro non ostile ai progressisti. Dichiara che «la legge sul fine vita non è più rimandabile», ben sapendo che non è affatto indispensabile legiferare sul tema e che anzi una nuova legge sarebbe la proverbiale apertura della porta che prelude allo spalancamento. Savino chiede un intervento legislativo basato «su un ampio consenso» fra le parti politiche, e benché insista molto sulla sacrosanta necessità di potenziare le cure palliative e l’assistenza, di fatto apre al suicidio assistito, scelta discutibile visto il ruolo che occupa. «Per evitare le fughe in avanti c’è bisogno di una legge nazionale», dice Savino. «Non per inseguire una circolare regionale ma per assumere una responsabilità che è nazionale. Il fine vita tocca il cuore dei diritti personalissimi, incrocia la coscienza e i profili di diritto penale, responsabilità professionale, livelli essenziali di assistenza e principio di uguaglianza. Il Paese non può permettersi geografie variabili». Si potrebbe obiettare che la geografia variabile viene creata proprio da chi ha cercato in ogni modo di forzare la normativa vigente, provando a scavalcare il Parlamento con ogni mezzo disponibile.
Il vicepresidente della Cei, per altro, legittima l’idea che basti un pronunciamento della Corte costituzionale per creare un diritto, convinzione che è contestabile in assoluto e che stupisce ancora di più se a farla propria è un uomo di Chiesa. Nulla di inedito, per carità, ma almeno ci venga risparmiata la pantomima sulla Chiesa che non deve «entrare in politica». La verità è che ci entra eccome, e fin troppo spesso da sinistra.
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Un asso, un grande collaudatore, un pilota primatista e un eroe che salva un generale. E anche un incallito fumatore.
Gjader, Albania (Ansa)
In Italia, se hai una lunga carriera da delinquente alle spalle, lo Stato può arrivare a risarcirti fino a 700 euro. È il paradosso che emerge dopo la sentenza del Tribunale civile di Roma sul trasferimento nel centro albanese di Gjader, e che ha come protagonista Laaleg Redouane, cittadino algerino (classe 1970) irregolare nel nostro Paese da 30 anni. Non è un irregolare qualunque, ma un uomo il cui nome ricorre da anni negli archivi giudiziari e amministrativi italiani, con una lunga sequenza di almeno 23 condanne, svariati arresti, 11 detenzioni in carcere ma soprattutto espulsioni mai eseguite.
Redouane risulta entrato illegalmente in Italia dalla frontiera di Ventimiglia intorno al 1995. Da allora, secondo gli atti di polizia, ha fornito 13 diverse generalità, senza mai risultare titolare di un permesso di soggiorno regolare né iscritto alle anagrafi o alle liste di collocamento.
A suo carico figurano 23 sentenze di condanna emesse tra il 1999 e il 2023, oltre a numerosi precedenti per reati contro la persona e il patrimonio, tra cui furto aggravato, spaccio di droga, rapina e lesioni, commessi prevalentemente in Liguria. È stato detenuto in almeno undici occasioni in diversi istituti di pena, da ultimo nella casa circondariale di Cuneo tra agosto 2024 e febbraio 2025.
Una data, più di altre, sintetizza il suo curriculum criminale: il 21 settembre 2015. Quel giorno, secondo quanto accertato dal Tribunale di Genova, Redouane aggredì una donna italiana colpendola con calci e pugni alla testa e agli arti superiori, provocandole un trauma cranico e un trauma oculare con una prognosi superiore ai 20 giorni. Per quell’episodio, commesso in regime di recidiva, venne condannato nel 2018 a nove mesi di reclusione. Non è l’unico capitolo rilevante. Nel tempo, l’uomo è stato anche destinatario di provvedimenti dell’autorità giudiziaria minorile: ha perso la potestà genitoriale e i figli sono stati affidati ai nonni, nell’ambito di un percorso di tutela già segnato da limitazioni e controlli.
È questo profilo che conduce Redouane nel circuito dei Cpr e, in particolare, a Gradisca d’Isonzo. Non un centro di prima accoglienza, ma una struttura che ospita prevalentemente stranieri irregolari destinatari di decreti di espulsione, spesso con precedenti penali e valutazioni di pericolosità sociale. Nel maggio 2021 era stato colpito da un decreto di espulsione del prefetto di Alessandria per motivi di sicurezza pubblica, con ordine di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, mai ottemperato. Anche all’ingresso nel carcere di Cuneo, nel 2024, informato della possibilità di chiedere protezione internazionale, dichiarò di non voler presentare domanda d’asilo.
Da Gradisca parte il trasferimento verso Gjader, in Albania. È su quel passaggio che interviene il giudice Corrado Bile (noto per sentenze pro migranti e contro lo Stato italiano) del Tribunale civile di Roma, condannando il ministero dell’Interno al pagamento di 700 euro a titolo di risarcimento. Ma per comprendere davvero la portata della decisione occorre leggere con attenzione le motivazioni. La sentenza non dichiara illegittimo il centro albanese, né mette in discussione il quadro normativo che ne consente l’utilizzo.
Il giudice muove dall’assunto che il ricorrente fosse legittimamente trattenuto ai sensi dell’articolo 14 del Testo unico sull’immigrazione e che il trasferimento si inserisse nell’operatività delle strutture previste dal protocollo Italia-Albania, dalla legge di ratifica e dalla normativa attuativa. Non c’è, in altre parole, una bocciatura del «modello Albania».
La censura riguarda altro. Secondo il Tribunale, il trasferimento sarebbe avvenuto senza un provvedimento scritto e motivato e con una comunicazione non corretta sulla destinazione finale.
È su questo piano che il giudice individua una «condotta colposa» dell’amministrazione e una violazione delle regole di buona gestione amministrativa, ritenendo che le modalità del trasferimento abbiano inciso sulla sfera privata del ricorrente. Non vengono accertate violenze, né dichiarata illegittima la misura di trattenimento in sé. Anzi, la sentenza esclude che l’uso delle fascette o le limitazioni ai contatti possano essere considerate automaticamente illegittime, potendo essere giustificate da esigenze di sicurezza. E non ravvisa una compressione effettiva del diritto di difesa.
Il risarcimento nasce dunque da un vizio procedurale, non dalla scelta di utilizzare il centro di Gjader. È una tutela riconosciuta in via equitativa, ancorata all’idea che anche l’esercizio di un potere legittimo debba avvenire nel rispetto di forme e garanzie. Ma è proprio qui che il paradosso diventa evidente. La sentenza prescinde quasi completamente dalla storia giudiziaria dell’uomo, dalle condanne, dalle espulsioni reiterate, dalla perdita della potestà genitoriale già disposta da altri tribunali. Trasforma un errore procedurale in responsabilità civile, senza misurarsi fino in fondo con un contesto segnato da 30 anni di illegalità e recidiva.
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