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2023-02-12
Dopo i raid a raffica Zelensky s’aggrappa a Ue e alta finanza
Ansa
L’Ucraina ipotizza un futuro nella Nato e nell’Ue entro due anni. La situazione sul campo - in cui Mosca mantiene stabilmente i territori conquistati - fa immaginare però che la guerra possa durare ben oltre il periodo di tempo che Volodymyr Zelensky ritiene sufficiente a realizzare il suo sogno europeo.
Il presidente ucraino, incoraggiato probabilmente dalla sua intelligence, che ha valutato che la Russia non abbia le risorse per lanciare un’offensiva su larga scala intorno al 24 febbraio, ha fatto la parte del leone durante il summit sugli investimenti organizzato da Jp Morgan. «L’Ucraina sarà in grado di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea tra due anni e dopo la vittoria contro la Russia entrerà a far parte della Nato», ha dichiarato Zelensky. Il presidente ha sostenuto di aver bisogno solo della garanzia di sicurezza rappresentata dall’adesione alla Nato.
La Russia prova invece a rilanciare l’idea del dialogo, ma partendo dalla situazione sul campo: ribadisce infatti la disponibilità a colloqui con Kiev purché basati sulla realtà esistente e, dunque, senza precondizioni. Mosca controlla infatti i territori occupati ed è in vantaggio nel Donbass, mentre Kiev tenta di mantenere i suoi ultimi baluardi a Est. Prima che le strade verso Sud e dunque verso il corridoio con la Crimea, ma anche quella verso l’interno dell’Ucraina, vengano tagliate per sempre, l’Ucraina tenta il tutto per tutto nelle battaglie per Bakhmut e Vulhedar e in quella per Kramatorsk.
Le due cittadine del Donbass sono emblematiche di una situazione in cui, se nessuno dei contendenti dovesse prevalere al più presto, le ostilità potrebbero durare a lungo, con la linea del fronte destinata a spostarsi troppo poco nel breve periodo. Mosca, secondo il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, potrebbe impiegare due anni a controllare completamente le regioni di Donetsk e Lugansk ma, come si sa, la Federazione non ha fretta. Per questo, il vice ministro degli Esteri russo, Sergey Vershinin, ha ricordato che «qualsiasi ostilità finisce con colloqui» ma che questi devono avvenire «senza precondizioni». Kiev però legge la clausola come «una prova del fatto che i negoziati sono fuori discussione». Lo stesso Vershinin snobba però la risposta ucraina, poiché convinto che «la decisione sui negoziati viene presa da Washington e Bruxelles», e si augura che «il presidente Usa e il suo entourage mostrino discrezione e saggezza». Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ribadisce invece che «solo la vittoria ucraina» potrà essere risolutiva.
Nel dibattito si inserisce a gamba tesa il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, predicendo la «totale scomparsa» dell’Europa e attribuendone la responsabilità agli Usa. Medvedev paragona gli Stati Uniti al «toro» del mito greco su Zeus. «Oggi il ruolo del toro», l’animale in cui si era trasformato il re dell’Olimpo per rapire la giovane Europa, «viene interpretato dall’arrogante America al cui servizio, con la bocca aperta dalla lussuria, ci sono i Paesi traditori degli interessi europei come la Polonia e i Baltici». Proprio la Polonia, tra i più stretti alleati e principali fornitori di armi pesanti a Kiev, ha a sorpresa messo in dubbio la possibilità di inviare anche gli aerei da combattimento, almeno nel breve termine. L’ex leader del Cremlino Medvedev ha continuato con le critiche al tour del presidente Zelensky nel Vecchio continente, accusandolo di pensare alle «fotografie con i capi europei, mentre centinaia di ucraini mobilitati muoiono ogni giorno, spinti con la forza a proteggere gli interessi della cricca nazista al potere».
Che sul campo continui la mattanza è una cruda evidenza. Ieri le truppe russe, che secondo alcuni «osservatori» dovevano aver già finito missili e armi di artiglieria, hanno bombardato la regione meridionale di Kherson più di 60 volte. Tre civili hanno riportato «ferite di vari gradi di gravità». Nella città di Kherson è stata colpita la ferrovia. Il massiccio attacco russo con missili e droni ha preso di mira le infrastrutture energetiche «che assicurano il funzionamento di imprese del complesso militare-industriale e del sistema di trasporto dell’Ucraina». Come ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca, i raid hanno «bloccato il trasferimento di armi e munizioni nelle aree di combattimento attraverso la ferrovia».
Come si diceva, una delle città nel mirino di entrambi gli schieramenti è Vulhedar. Ieri l’assalto di Mosca alla città è fallito, dunque i blogger russi a favore della guerra si sono scagliati contro i comandanti dell’esercito della Federazione dopo le immagini, diffuse da Kiev, in cui si vedono tank russi distrutti e soldati in fuga. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le immagini mostrano «tattiche disfunzionali» da parte dei soldati russi che sono indicative dello scarso addestramento delle truppe mobilitate, più che dello scarso livello del comando. Aerei russi Su-24 Ms hanno invece sganciato quattro bombe sull’Isola dei Serpenti, catturata un anno fa dai russi e poi riconquistata dagli ucraini. Tre missili anti nave Onyx sono stati lanciati dalla Crimea verso la costa ucraina. Non vi sono morti o feriti. Morti ci sono stati in territorio russo a seguito dei bombardamenti ucraini. Una persona è rimasta uccisa nel villaggio di Guevo, nella regione russa di Kursk, al confine. Bombardata anche la città russa di Shebekino, nella regione di Belgorod. Altri proiettili hanno colpito il villaggio di Murom, nel distretto di Shebekinsky.
Morti i 6 italiani dispersi in Turchia
Si aggrava il bilancio del terremoto che lunedì 6 febbraio ha colpito la Turchia e la Siria. L’Usgs, il sito americano sul rischio sismico, aveva ipotizzato inizialmente un numero di morti compreso tra i 1000 e i 10.000. Ora siamo a oltre 26.000. C’è bisogno di cibo, acqua, pasti caldi, coperte. Almeno, ieri, dall’aeroporto di Pisa sono partiti gli aiuti umanitari del Gruppo San Donato: quattro ambulanze, medicinali, dispositivi medici e vestiario.
Intanto, si continua a scavare in mezzo ai palazzi sbriciolati. L’Unhcr parla di oltre cinque milioni di sfollati. Persone senza una casa, cadaveri senza nome, orfani rimasti senza padre, madre; genitori rimasti senza figli. Intere famiglie spazzate via dalla furia della natura.
«C’è ancora il mondo?», ha chiesto una donna, Menekse Tabak, 70 anni, mentre veniva tratta in salvo nella città della Turchia meridionale di Kahramanmaras, epicentro della scossa. Lei è rimasta 122 ore sotto le macerie. Anche una bimba di 18 mesi è stata estratta viva dopo 56 ore assieme alla sua mamma. O Sengul di appena 4 anni, salvata dopo 132 ore dai soccorritori nella città di Islahiye. Anche una bimba di 6 anni, Selin e la madre sono state estratte dopo 134 ore. Un’infinità nell’epicentro del terrore.
Da tutto il mondo arrivano squadre di medici, soccorritori, vigili del fuoco, infermieri. Chi non è morto sepolto dalla sua stessa casa, è morto di freddo. E infatti il numero delle vittime continua a salire. Secondo un coordinatore dei soccorsi di emergenza il bilancio è destinato a «più che raddoppiare».
Nella conta di questa roulette maledetta c’è anche una famiglia italiana di origine siriana. Sei persone, tre adulti e tre minori che risultavano disperse ad Antiochia. A riferirlo è stato il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani. Nessuna notizia invece per l’imprenditore veneto, Angelo Zen, disperso a Kahramanmara.
La Farnesina continua a inviare aiuti e il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere alla Bbc che i negoziati per l’accesso ad aree più ampie della Siria per la consegna di aiuti umanitari proseguono. In partenza anche il secondo team dei vigili del fuoco italiani. Sono 48 soccorritori Usar (Urban search and rescue) provenienti dalle regioni di Lazio, Toscana, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Veneto.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla di un’area di 500 chilometri quadrati completamente andata distrutta. Il capo degli aiuti internazionali delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, definisce la catastrofe «il peggior disastro degli ultimi 100 anni nella regione». Un valico di frontiera tra la Turchia e l’Armenia, chiuso da 35 anni, è stato aperto per la prima volta per far passare gli aiuti.
Erdogan, finito nel mirino perché accusato di ritardi nei soccorsi, se la prende con i social. Decine di persone sono state arrestate per aver scritto post polemici contro il governo. E 48 persone sono state messe in manette per sciacallaggio. «Dai social media vengono diffuse notizie false e prive di fondamento, che creano caos e aizzano il nostro Paese in un momento difficile», ha detto il sultano. «Da questa situazione verremo fuori come nazione».
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Mosca martella l’Ucraina e intima: «Negoziati senza condizioni». Dmitri Medvedev minaccia l’Europa, Kiev rilancia: «Noi nella Nato».Terremoto: uccisa dal sisma una famiglia di origini siriane, resta introvabile l’imprenditore veneto. Le vittime salgono a 26.000, 5 milioni gli sfollati. Partiti gli aiuti del Gruppo San Donato.Lo speciale contiene due articoli.L’Ucraina ipotizza un futuro nella Nato e nell’Ue entro due anni. La situazione sul campo - in cui Mosca mantiene stabilmente i territori conquistati - fa immaginare però che la guerra possa durare ben oltre il periodo di tempo che Volodymyr Zelensky ritiene sufficiente a realizzare il suo sogno europeo. Il presidente ucraino, incoraggiato probabilmente dalla sua intelligence, che ha valutato che la Russia non abbia le risorse per lanciare un’offensiva su larga scala intorno al 24 febbraio, ha fatto la parte del leone durante il summit sugli investimenti organizzato da Jp Morgan. «L’Ucraina sarà in grado di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione europea tra due anni e dopo la vittoria contro la Russia entrerà a far parte della Nato», ha dichiarato Zelensky. Il presidente ha sostenuto di aver bisogno solo della garanzia di sicurezza rappresentata dall’adesione alla Nato. La Russia prova invece a rilanciare l’idea del dialogo, ma partendo dalla situazione sul campo: ribadisce infatti la disponibilità a colloqui con Kiev purché basati sulla realtà esistente e, dunque, senza precondizioni. Mosca controlla infatti i territori occupati ed è in vantaggio nel Donbass, mentre Kiev tenta di mantenere i suoi ultimi baluardi a Est. Prima che le strade verso Sud e dunque verso il corridoio con la Crimea, ma anche quella verso l’interno dell’Ucraina, vengano tagliate per sempre, l’Ucraina tenta il tutto per tutto nelle battaglie per Bakhmut e Vulhedar e in quella per Kramatorsk. Le due cittadine del Donbass sono emblematiche di una situazione in cui, se nessuno dei contendenti dovesse prevalere al più presto, le ostilità potrebbero durare a lungo, con la linea del fronte destinata a spostarsi troppo poco nel breve periodo. Mosca, secondo il capo del gruppo mercenario russo Wagner, Yevgeny Prigozhin, potrebbe impiegare due anni a controllare completamente le regioni di Donetsk e Lugansk ma, come si sa, la Federazione non ha fretta. Per questo, il vice ministro degli Esteri russo, Sergey Vershinin, ha ricordato che «qualsiasi ostilità finisce con colloqui» ma che questi devono avvenire «senza precondizioni». Kiev però legge la clausola come «una prova del fatto che i negoziati sono fuori discussione». Lo stesso Vershinin snobba però la risposta ucraina, poiché convinto che «la decisione sui negoziati viene presa da Washington e Bruxelles», e si augura che «il presidente Usa e il suo entourage mostrino discrezione e saggezza». Il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, ribadisce invece che «solo la vittoria ucraina» potrà essere risolutiva. Nel dibattito si inserisce a gamba tesa il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, predicendo la «totale scomparsa» dell’Europa e attribuendone la responsabilità agli Usa. Medvedev paragona gli Stati Uniti al «toro» del mito greco su Zeus. «Oggi il ruolo del toro», l’animale in cui si era trasformato il re dell’Olimpo per rapire la giovane Europa, «viene interpretato dall’arrogante America al cui servizio, con la bocca aperta dalla lussuria, ci sono i Paesi traditori degli interessi europei come la Polonia e i Baltici». Proprio la Polonia, tra i più stretti alleati e principali fornitori di armi pesanti a Kiev, ha a sorpresa messo in dubbio la possibilità di inviare anche gli aerei da combattimento, almeno nel breve termine. L’ex leader del Cremlino Medvedev ha continuato con le critiche al tour del presidente Zelensky nel Vecchio continente, accusandolo di pensare alle «fotografie con i capi europei, mentre centinaia di ucraini mobilitati muoiono ogni giorno, spinti con la forza a proteggere gli interessi della cricca nazista al potere». Che sul campo continui la mattanza è una cruda evidenza. Ieri le truppe russe, che secondo alcuni «osservatori» dovevano aver già finito missili e armi di artiglieria, hanno bombardato la regione meridionale di Kherson più di 60 volte. Tre civili hanno riportato «ferite di vari gradi di gravità». Nella città di Kherson è stata colpita la ferrovia. Il massiccio attacco russo con missili e droni ha preso di mira le infrastrutture energetiche «che assicurano il funzionamento di imprese del complesso militare-industriale e del sistema di trasporto dell’Ucraina». Come ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca, i raid hanno «bloccato il trasferimento di armi e munizioni nelle aree di combattimento attraverso la ferrovia». Come si diceva, una delle città nel mirino di entrambi gli schieramenti è Vulhedar. Ieri l’assalto di Mosca alla città è fallito, dunque i blogger russi a favore della guerra si sono scagliati contro i comandanti dell’esercito della Federazione dopo le immagini, diffuse da Kiev, in cui si vedono tank russi distrutti e soldati in fuga. Secondo l’Institute for the Study of War (Isw), le immagini mostrano «tattiche disfunzionali» da parte dei soldati russi che sono indicative dello scarso addestramento delle truppe mobilitate, più che dello scarso livello del comando. Aerei russi Su-24 Ms hanno invece sganciato quattro bombe sull’Isola dei Serpenti, catturata un anno fa dai russi e poi riconquistata dagli ucraini. Tre missili anti nave Onyx sono stati lanciati dalla Crimea verso la costa ucraina. Non vi sono morti o feriti. Morti ci sono stati in territorio russo a seguito dei bombardamenti ucraini. Una persona è rimasta uccisa nel villaggio di Guevo, nella regione russa di Kursk, al confine. Bombardata anche la città russa di Shebekino, nella regione di Belgorod. Altri proiettili hanno colpito il villaggio di Murom, nel distretto di Shebekinsky.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/raid-raffica-zelensky-aggrappa-ue-2659403831.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="morti-i-6-italiani-dispersi-in-turchia" data-post-id="2659403831" data-published-at="1676143462" data-use-pagination="False"> Morti i 6 italiani dispersi in Turchia Si aggrava il bilancio del terremoto che lunedì 6 febbraio ha colpito la Turchia e la Siria. L’Usgs, il sito americano sul rischio sismico, aveva ipotizzato inizialmente un numero di morti compreso tra i 1000 e i 10.000. Ora siamo a oltre 26.000. C’è bisogno di cibo, acqua, pasti caldi, coperte. Almeno, ieri, dall’aeroporto di Pisa sono partiti gli aiuti umanitari del Gruppo San Donato: quattro ambulanze, medicinali, dispositivi medici e vestiario. Intanto, si continua a scavare in mezzo ai palazzi sbriciolati. L’Unhcr parla di oltre cinque milioni di sfollati. Persone senza una casa, cadaveri senza nome, orfani rimasti senza padre, madre; genitori rimasti senza figli. Intere famiglie spazzate via dalla furia della natura. «C’è ancora il mondo?», ha chiesto una donna, Menekse Tabak, 70 anni, mentre veniva tratta in salvo nella città della Turchia meridionale di Kahramanmaras, epicentro della scossa. Lei è rimasta 122 ore sotto le macerie. Anche una bimba di 18 mesi è stata estratta viva dopo 56 ore assieme alla sua mamma. O Sengul di appena 4 anni, salvata dopo 132 ore dai soccorritori nella città di Islahiye. Anche una bimba di 6 anni, Selin e la madre sono state estratte dopo 134 ore. Un’infinità nell’epicentro del terrore. Da tutto il mondo arrivano squadre di medici, soccorritori, vigili del fuoco, infermieri. Chi non è morto sepolto dalla sua stessa casa, è morto di freddo. E infatti il numero delle vittime continua a salire. Secondo un coordinatore dei soccorsi di emergenza il bilancio è destinato a «più che raddoppiare». Nella conta di questa roulette maledetta c’è anche una famiglia italiana di origine siriana. Sei persone, tre adulti e tre minori che risultavano disperse ad Antiochia. A riferirlo è stato il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani. Nessuna notizia invece per l’imprenditore veneto, Angelo Zen, disperso a Kahramanmara. La Farnesina continua a inviare aiuti e il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha fatto sapere alla Bbc che i negoziati per l’accesso ad aree più ampie della Siria per la consegna di aiuti umanitari proseguono. In partenza anche il secondo team dei vigili del fuoco italiani. Sono 48 soccorritori Usar (Urban search and rescue) provenienti dalle regioni di Lazio, Toscana, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Veneto. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan parla di un’area di 500 chilometri quadrati completamente andata distrutta. Il capo degli aiuti internazionali delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, definisce la catastrofe «il peggior disastro degli ultimi 100 anni nella regione». Un valico di frontiera tra la Turchia e l’Armenia, chiuso da 35 anni, è stato aperto per la prima volta per far passare gli aiuti. Erdogan, finito nel mirino perché accusato di ritardi nei soccorsi, se la prende con i social. Decine di persone sono state arrestate per aver scritto post polemici contro il governo. E 48 persone sono state messe in manette per sciacallaggio. «Dai social media vengono diffuse notizie false e prive di fondamento, che creano caos e aizzano il nostro Paese in un momento difficile», ha detto il sultano. «Da questa situazione verremo fuori come nazione».
Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.
Beppe Sala (Getty Images)
Ed è ovviamente molto difficile dare torto al primo cittadino milanese o non condividere il suo sdegno. Chi sta da clandestino sul territorio italiano deve essere riaccompagnato alla frontiera il più velocemente possibile, soprattutto se ha commesso dei reati. Non è, questa, una visione particolarmente destrorsa della realtà: è semplice utilizzo del buonsenso, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Da qualche giorno sembra che perfino gli esponenti del Pd e della sinistra italica si siano collocati su questa posizione, tanto da pretendere più sicurezza, più controllo del territorio e più espulsioni.
Ad esempio Mattia Palazzi, sindaco pd di Mantova, spiega al Corriere della Sera che urge rispedire indietro gli stranieri delinquenti. «È chiaro che gli accordi per i rimpatri verso alcuni Paesi non funzionano», dice. «Intanto, cittadini e forze dell’ordine hanno spesso a che fare con persone soggette a ordini di espulsione per precedenti penali, con il risultato che i medesimi reati vengono reiterati. La situazione sta peggiorando, la sicurezza non può essere motivo di propaganda. Serve un patto politico bipartisan per garantire i rimpatri e più agenti a controllo delle città. L’esperimento Albania è fallito, non risolve i nodi aperti. Serve realismo, non propaganda».
Anche queste parole sono molto condivisibili: serve realismo non propaganda. Serve realismo sul tema dei rimpatri e su quello della protezione dei cittadini. Argomento su cui si sta scatenando il Pd dell’Emilia Romagna. Luigi Tosiani, segretario regionale dem, usa toni forti: «Agitare il tema della sicurezza come una clava può, forse, portare qualche punto in più nei sondaggi, poi però si va al governo e i problemi restano tutti lì, peggiorano, senza soluzioni concrete».
L’esponente pd si riferisce al fatto che a Bologna un povero capotreno di 34 anni è stato massacrato a coltellate nei pressi della stazione. Per il feroce assassinio è sospettato un altro straniero, Marin Jelenic, un croato di 36 anni con una lunga serie di precedenti. Tra maggio e settembre, Jelenic è stato identificato dalle forze dell’ordine numerose volte sempre a Milano, nelle stazioni Centrale e Lambrate. Era stato fermato pure il 22 dicembre, e come sempre aveva in tasca un coltello. Proprio in virtù di quel controllo di polizia si era visto appioppare un decreto di allontanamento dall’Italia. Non si trattava di una espulsione, ma di un provvedimento che riguarda i cittadini comunitari: Jelenic avrebbe dovuto lasciare il nostro territorio entro 10 giorni, cioè ai primi di gennaio. Come tragicamente noto, si è ben guardato dal farlo.
A quanto pare, dunque, non riusciamo ad allontanare dall’Italia nemmeno gli europei. E dunque è giusto indignarsi e protestare, e persino chiamare in causa il governo di destra, il quale ha ridotto il numero di stranieri in ingresso ma fatica, come tutti, sugli allontanamenti.
Detto questo, suona un po’ ridicolo il sussiego con cui ora la sinistra italica brama espulsioni e regole ferree. Che rimpatriare gli stranieri sia difficile è noto da molto tempo, motivo per cui sarebbe consigliabile farne entrare il meno possibile. Tema su cui però i nostri progressisti sono stati di opinione decisamente contraria per anni e anni (e continuano ad esserlo, ci risulta). Non solo. La sinistra è sempre in prima fila a protestare quando qualcuno osa parlare di espulsioni. Tanto che si è messa, pervertendo il termine inglese, a chiamarle deportazioni, giusto per evocare ancora una volta il nazismo. Tanto per non fare nomi, il sindaco Sala che adesso strepita per le espulsioni mai fatte è lo stesso che qualche mese fa fece di tutto per impedire che nella sua città si tenesse un convegno (un convegno!) sulla remigrazione. Di rimandare indietro gli stranieri non voleva nemmeno sentir parlare.
Ancora ieri, su Repubblica, Annalisa Cuzzocrea spiegava quanto sia inutile insistere sull’approccio securitario. A suo dire il problema sta solo nel fatto che non si spendono abbastanza soldi per l’integrazione, come se la violenza di soggetti tipo Velazco potesse essere attribuita al disagio sociale e alla povertà invece che alla propensione al crimine individuale.
Si punzecchi allora il governo, per carità, ma con un minimo di decenza se possibile. Chi si oppone ai rimpatri e contemporaneamente insiste per spalancare le frontiere, dovrebbe evitare di blaterare di sicurezza e di lamentarsi se in giro ci sono criminali stranieri. La sinistra, in sostanza, farebbe meglio a tacere.
Anzi, dovrebbe congratularsi con sé stessa per aver ottenuto ciò che ha richiesto.
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