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2025-03-31
Vivere a lungo è (anche) una scelta
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È in aumento la speranza di vita in Italia, ma quasi il 20% degli anni sono segnati da limitazioni e malattia. Secondo i report Bes 2023 dell’Istat, l’attesa media di vita è di 83,1 anni, quasi un anno in più rispetto al 2022 (82,3). Per gli uomini il valore è di 81,1 anni mentre per le donne è di 85,2. Ma è il dato sulla speranza di vita in buona salute ad essere particolarmente interessante. Nel 2023 è pari a 59,2 anni, in riduzione rispetto ai 60,1 anni del 2022, ma in linea con il 2019: il dato anomalo, secondo gli esperti, sarebbe dovuto al Covid. Quasi vent’anni di vita sono quindi seganti da limitazioni fisiche, dalla presenza di almeno una patologia, situazione che interessa l’85% degli over 75. Attualmente un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni con implicazioni socio-sanitarie non indifferenti, specie in prospettiva, considerando che l’80% del budget sanitario è per le malattie croniche. Come campare cent’anni in salute? Se le patologie cardiovascolari sono la prima causa di morte, tra le patologie che minacciano la salute negli ultimi anni di vita, una delle più comuni e gravi è il cancro: circa una persona su 5 lo sviluppa e la metà delle diagnosi riguarda persone con più di 70 anni. È ormai consolidato che si può agire su buona parte dei fattori che causano queste patologie e dati recenti puntano i riflettori su ambiente e condizioni socioeconomiche, più che di Dna.
Chi nasce a Bolzano può beneficiare di quasi 14 anni anni in più (13,7 per l’esattezza) di vita in buona salute di chi invece nasce in Basilicata (66,5 anni di vita senza malattie contro 52,8). Ma quanto contano i geni? Lo rivela uno studio pubblicato in queste settimane su Nature Medicine realizzato da ricercatori di Oxford per svelare il dilemma su cosa influisca sulla longevità tra Dna e stile di vita. Per rispondere hanno attinto alla Uk Biobank, che contiene le informazioni sulla salute di mezzo milione di cittadini inglesi aggiornate anche per decenni di seguito, incluse le abitudini alimentari, di sonno e di attività fisica, malattie dell’infanzia, condizioni socioeconomiche, familiari e le cause di morte. Per ciascun soggetto censito, i ricercatori hanno tracciato il profilo del rischio di ammalarsi, incrociando i geni con 164 tra fattori ambientali e stili di vita: dal fumo alla convivenza con un partner, dal peso all’età di 10 anni all’uso di apparecchi elettronici. In un decimo del campione è stata inoltre fatta l’analisi dell’orologio dell’invecchiamento, un test del sangue che, in base all’esame di 204 proteine, definisce lo stato di usura dei vari organi prima ancora che mostrino sintomi di malattia. Correlando i dati tra geni, stili di vita e livello di usura degli organi, è emerso che abitudini e ambiente impattano di più sulla durata della vita del patrimonio genetico con un valore del 17% contro il 2% del Dna. Poche le sorprese sui fattori di rischio che incidono di più sulla longevità. Al primo posto c’è il fumo, legato all’insorgere di 21 delle 22 malattie considerate nello studio. Al secondo posto ci sono condizioni socioeconomiche come il possedere una casa, alloggiare in affitto o dover pagare un mutuo, avere un contratto di lavoro stabile, vivere in condizioni di povertà. L’effetto sulla salute di queste variabili, che hanno a che fare su questioni di reddito, è molto grande: riguarda la prevenzione di 19 malattie. L’attività fisica moderata è al terzo posto ed è implicata nel ridurre il rischio di 17 patologie. Lo sport ad alta intensità, invece, produce un effetto contrario: sarebbe implicato lo stress ossidativo da troppo lavoro cellulare in grado a velocizzare l’invecchiamento. Lo studio di Oxford evidenzia anche l’impatto dei vari fattori nell’infanzia nell’allungare o accorciare la vita. La probabilità di invecchiare in salute, per esempio, si abbassano se si ha una madre che fuma nei primi anni di vita del figlio. C’è poi una rivincita per i bambini che a 10 anni possono soffrire per essere più bassi e pesare meno rispetto alla media: vivono mediamente di più di quelli più alti e grossi. Anche il carattere rientra tra i fattori che erodono la durata media della vita: la poca vitalità e il poco entusiasmo ridurrebbero non solo la qualità, ma anche la quantità di anni da vivere. Dormire più di 9 ore o meno di 7 è associato a una vita più breve, come anche l’abitudine al pisolino pomeridiano. Al contrario, un titolo di studio elevato, il numero di automobili possedute, come indice di ricchezza, e convivere con un partner - ma non con persone diverse dal partner - favorirebbero una una vecchiaia prolungata.
Considerando i singoli organi, gli stili di vita si rivelano particolarmente influenti sulla salute di polmoni, cuore e fegato. Il Dna ha però degli organi su cui esercita maggior potere. Le mutazioni ereditate dai genitori fanno la differenza nel rischio di ammalarsi di demenza e di alcuni tipi di cancro, soprattutto a seno, ovaie, prostata e colon-retto.
Varie ricerche sostengono che invecchia più in salute e rallenta lo sviluppo delle malattie, chi comincia sin da giovane ad avere uno stile di vita sano, evitando fumo e sovrappeso, principali fattori di rischio di cancro e malattie cardio-metaboliche. C’è però speranza anche per chi inizia nella mezza età. Uno studio pubblicato nel 2024, che ha analizzato gli stili di vita di oltre 276.000 veterani statunitensi di età compresa tra i 40 e i 99 anni rispetto a una serie di 8 comportamenti definiti sani - dieta equilibrata, regolare attività fisica e sonno, gestione dello stress, relazioni forti, niente fumo o abuso di alcol e oppioidi - ha dimostrato che seguire tutti gli 8 consigli (tutti di buon senso) portava a un rischio significativamente più basso di mortalità prematura e a un’aspettativa di vita stimata dopo i 40 anni più lunga, fino a 24 in più rispetto a chi aveva abitudini meno sane. Già nel 2018 un altro studio americano aveva evidenziato che l’adesione a 5 fattori di stile di vita a basso rischio - non fumare, peso sano, attività fisica regolare, dieta sana e consumo moderato di alcol - potrebbe prolungare la speranza di vita a 50 anni di 14 anni per le donne e di 12,2 anni per gli uomini, rispetto a chi non ha adottano nessuno di questi fattori. Ci sono poi benefici che valgono sempre: smettere di fumare si traduce in un vantaggio in termini di potenziali anni di vita sia che si smetta a 35 anni che a 75 anni.
A sbaragliare apparentemente le carte ci sono delle ricerche che rivelano come molte persone con vite eccezionalmente lunghe non abbiano abitudini più salutari rispetto alla media degli americani con tassi inferiori di malattie legate all’età, come patologie cardiache, cancro e demenza. In questo caso ad essere implicati sembrano esserci dei geni rari, presenti in meno dell’1% della popolazione, in grado di ritardare o evitare le malattie in misura maggiore rispetto a chi vive di meno. Meglio spegnere la sigaretta, evitare gli eccessi, curare le relazioni e poter guadagnare da almeno arrivare a fine mese.
«Riscopriamo i grassi a tavola»
«La longevità si costruisce a tavola ma non solo. Fondamentale è l’attività fisica, anche solo una passeggiata giornaliera». È quanto afferma Debora Rasio, nutrizionista e oncologa che ha dedicato la propria vita professionale allo studio dell’alimentazione come strumento fondamentale per prevenire le malattie.
Cosa bisogna mangiare per vivere più a lungo?
«La sfida è vivere più a lungo ma soprattutto in salute. Se la nostra aspettativa di vita è in aumento, non si può dire altrettanto sulla qualità dell’invecchiamento, nel senso che le malattie croniche sono sempre più precoci. La salute è una traiettoria che nasce da prima del concepimento. Lo stile di vita dei genitori programma la salute dei figli. Le nuove generazioni stanno ereditando programmi epigenetici che le rendono più vulnerabili a molte forme di malattia».
I giovani sono più vulnerabili di genitori e nonni?
«Nel passare delle generazioni c’è stato un impoverimento nutrizionale. Magari si mangia di più ma ciò che mettiamo a tavola è povero di nutrienti. Mi riferisco alla diffusione dei cibi trasformati a livello industriale».
Pure il pane è trasformato?
«Proprio così. Può contenere tanti ingredienti occulti. Si possono aggiungere fino a 40 sostanze chimiche per migliorare le farine, che non devono essere nemmeno riportate in etichetta. Il rischio di morire precocemente aumenta del 16% per ogni porzione in più consumata giornalmente di alimenti ultra trasformati. Questi sono all’origine di obesità, malattie cardiovascolari e tumori. Non solo non nutrono ma apportano tossicità al microbiota che contribuisce alla nostra salute. Non mi stancherò mai di ripeterlo: i primi anni di vita sono fondamentali per programmare le piste metaboliche che rimarranno accese per tutta la vita. La carenza di grassi buoni, vitamine e minerali, - insieme all’eccesso di proteine - altera profondamente i meccanismi di regolazione del metabolismo, dell’appetito e dell’infiammazione. Oggi, nel cuore del mondo occidentale, si sta diffondendo una pandemia silenziosa: la malnutrizione di micronutrienti. Subdola e potente, apre le porte alle malattie che affliggono la nostra epoca: i disturbi del neurosviluppo, la neurodegenerazione, le malattie cardiovascolari, i tumori, il diabete. Non a caso nei popoli primitivi c’erano veri e propri protocolli nutrizionali per i futuri genitori che iniziavano sei mesi prima del matrimonio e prevedevano un’abbondanza di cibi ricchi di grassi e di vitamine liposolubili. Uova, fegato, pesce, latte, erano i pilastri dell’alimentazione dei nostri avi. Ora si preferisce il latte scremato e lo yogurt magro. Le uova? Non più di 2-4 a settimana. La campagna massiccia contro i grassi sani ha tolto dalle tavole il burro, il latte e i formaggi con un danno per la nostra salute. È stata un’operazione condotta dalle multinazionali del cibo industriale per far posto agli oli di semi e alle margarine».
Ma si può recuperare in età adulta il tempo perduto?
«Una tavola equilibrata e sana è sempre possibile. Ciò vuol dire più frutta e verdura, latticini freschi bianchi non magri, magari di capra o pecora. Per le proteine largo a legumi, uova e pesce, soprattutto quello piccolo pescato, non di allevamento. Per la carne è difficile trovare polli che non vengano da allevamenti intensivi, più facile reperire carne rossa di qualità. I cibi precotti sono da evitare perché ultra lavorati».
Grassi, formaggi, uova, legumi. Cibi che compaiono poco nelle diete ipocaloriche.
«Quando si mangia sano con alto contenuto di vitamine, minerali e fibre, il corpo si regola con le quantità, subentra una sensazione di sazietà. Con i cibi ultraprocessati permane il senso di fame. La carne rossa si può mangiare con moderazione. Certo poi è essenziale l’attività fisica, almeno 8.000 passi al giorno».
E il vino lo concede?
«Alcuni studi mettono in relazione l’alcol ai tumori e di certo nuoce al cervello. Il vino però ha la caratteristica di essere un fluidificante delle membrane cellulari e può proteggerci dal rischio di infarto. La dose da non superare è un bicchiere al giorno per le donne, due per gli uomini».
Continua a leggereRiduci
Ambiente e abitudini contano molto più dei geni. Le basi per una vecchiaia sana si mettono durante l’infanzia. Ma per chi è già nella mezza età non è troppo tardi.La nutrizionista Debora Rasio: «Uova, fegato, pesce e latte erano pilastri per i nostri avi. Coi cibi ultra processati ci priviamo di nutrienti. La carne? Più facile trovare quella rossa di qualità».Lo speciale contiene due articoli.È in aumento la speranza di vita in Italia, ma quasi il 20% degli anni sono segnati da limitazioni e malattia. Secondo i report Bes 2023 dell’Istat, l’attesa media di vita è di 83,1 anni, quasi un anno in più rispetto al 2022 (82,3). Per gli uomini il valore è di 81,1 anni mentre per le donne è di 85,2. Ma è il dato sulla speranza di vita in buona salute ad essere particolarmente interessante. Nel 2023 è pari a 59,2 anni, in riduzione rispetto ai 60,1 anni del 2022, ma in linea con il 2019: il dato anomalo, secondo gli esperti, sarebbe dovuto al Covid. Quasi vent’anni di vita sono quindi seganti da limitazioni fisiche, dalla presenza di almeno una patologia, situazione che interessa l’85% degli over 75. Attualmente un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni con implicazioni socio-sanitarie non indifferenti, specie in prospettiva, considerando che l’80% del budget sanitario è per le malattie croniche. Come campare cent’anni in salute? Se le patologie cardiovascolari sono la prima causa di morte, tra le patologie che minacciano la salute negli ultimi anni di vita, una delle più comuni e gravi è il cancro: circa una persona su 5 lo sviluppa e la metà delle diagnosi riguarda persone con più di 70 anni. È ormai consolidato che si può agire su buona parte dei fattori che causano queste patologie e dati recenti puntano i riflettori su ambiente e condizioni socioeconomiche, più che di Dna.Chi nasce a Bolzano può beneficiare di quasi 14 anni anni in più (13,7 per l’esattezza) di vita in buona salute di chi invece nasce in Basilicata (66,5 anni di vita senza malattie contro 52,8). Ma quanto contano i geni? Lo rivela uno studio pubblicato in queste settimane su Nature Medicine realizzato da ricercatori di Oxford per svelare il dilemma su cosa influisca sulla longevità tra Dna e stile di vita. Per rispondere hanno attinto alla Uk Biobank, che contiene le informazioni sulla salute di mezzo milione di cittadini inglesi aggiornate anche per decenni di seguito, incluse le abitudini alimentari, di sonno e di attività fisica, malattie dell’infanzia, condizioni socioeconomiche, familiari e le cause di morte. Per ciascun soggetto censito, i ricercatori hanno tracciato il profilo del rischio di ammalarsi, incrociando i geni con 164 tra fattori ambientali e stili di vita: dal fumo alla convivenza con un partner, dal peso all’età di 10 anni all’uso di apparecchi elettronici. In un decimo del campione è stata inoltre fatta l’analisi dell’orologio dell’invecchiamento, un test del sangue che, in base all’esame di 204 proteine, definisce lo stato di usura dei vari organi prima ancora che mostrino sintomi di malattia. Correlando i dati tra geni, stili di vita e livello di usura degli organi, è emerso che abitudini e ambiente impattano di più sulla durata della vita del patrimonio genetico con un valore del 17% contro il 2% del Dna. Poche le sorprese sui fattori di rischio che incidono di più sulla longevità. Al primo posto c’è il fumo, legato all’insorgere di 21 delle 22 malattie considerate nello studio. Al secondo posto ci sono condizioni socioeconomiche come il possedere una casa, alloggiare in affitto o dover pagare un mutuo, avere un contratto di lavoro stabile, vivere in condizioni di povertà. L’effetto sulla salute di queste variabili, che hanno a che fare su questioni di reddito, è molto grande: riguarda la prevenzione di 19 malattie. L’attività fisica moderata è al terzo posto ed è implicata nel ridurre il rischio di 17 patologie. Lo sport ad alta intensità, invece, produce un effetto contrario: sarebbe implicato lo stress ossidativo da troppo lavoro cellulare in grado a velocizzare l’invecchiamento. Lo studio di Oxford evidenzia anche l’impatto dei vari fattori nell’infanzia nell’allungare o accorciare la vita. La probabilità di invecchiare in salute, per esempio, si abbassano se si ha una madre che fuma nei primi anni di vita del figlio. C’è poi una rivincita per i bambini che a 10 anni possono soffrire per essere più bassi e pesare meno rispetto alla media: vivono mediamente di più di quelli più alti e grossi. Anche il carattere rientra tra i fattori che erodono la durata media della vita: la poca vitalità e il poco entusiasmo ridurrebbero non solo la qualità, ma anche la quantità di anni da vivere. Dormire più di 9 ore o meno di 7 è associato a una vita più breve, come anche l’abitudine al pisolino pomeridiano. Al contrario, un titolo di studio elevato, il numero di automobili possedute, come indice di ricchezza, e convivere con un partner - ma non con persone diverse dal partner - favorirebbero una una vecchiaia prolungata. Considerando i singoli organi, gli stili di vita si rivelano particolarmente influenti sulla salute di polmoni, cuore e fegato. Il Dna ha però degli organi su cui esercita maggior potere. Le mutazioni ereditate dai genitori fanno la differenza nel rischio di ammalarsi di demenza e di alcuni tipi di cancro, soprattutto a seno, ovaie, prostata e colon-retto.Varie ricerche sostengono che invecchia più in salute e rallenta lo sviluppo delle malattie, chi comincia sin da giovane ad avere uno stile di vita sano, evitando fumo e sovrappeso, principali fattori di rischio di cancro e malattie cardio-metaboliche. C’è però speranza anche per chi inizia nella mezza età. Uno studio pubblicato nel 2024, che ha analizzato gli stili di vita di oltre 276.000 veterani statunitensi di età compresa tra i 40 e i 99 anni rispetto a una serie di 8 comportamenti definiti sani - dieta equilibrata, regolare attività fisica e sonno, gestione dello stress, relazioni forti, niente fumo o abuso di alcol e oppioidi - ha dimostrato che seguire tutti gli 8 consigli (tutti di buon senso) portava a un rischio significativamente più basso di mortalità prematura e a un’aspettativa di vita stimata dopo i 40 anni più lunga, fino a 24 in più rispetto a chi aveva abitudini meno sane. Già nel 2018 un altro studio americano aveva evidenziato che l’adesione a 5 fattori di stile di vita a basso rischio - non fumare, peso sano, attività fisica regolare, dieta sana e consumo moderato di alcol - potrebbe prolungare la speranza di vita a 50 anni di 14 anni per le donne e di 12,2 anni per gli uomini, rispetto a chi non ha adottano nessuno di questi fattori. Ci sono poi benefici che valgono sempre: smettere di fumare si traduce in un vantaggio in termini di potenziali anni di vita sia che si smetta a 35 anni che a 75 anni.A sbaragliare apparentemente le carte ci sono delle ricerche che rivelano come molte persone con vite eccezionalmente lunghe non abbiano abitudini più salutari rispetto alla media degli americani con tassi inferiori di malattie legate all’età, come patologie cardiache, cancro e demenza. In questo caso ad essere implicati sembrano esserci dei geni rari, presenti in meno dell’1% della popolazione, in grado di ritardare o evitare le malattie in misura maggiore rispetto a chi vive di meno. Meglio spegnere la sigaretta, evitare gli eccessi, curare le relazioni e poter guadagnare da almeno arrivare a fine mese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vivere-a-lungo-una-scelta-2671641852.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="riscopriamo-i-grassi-a-tavola" data-post-id="2671641852" data-published-at="1743446626" data-use-pagination="False"> «Riscopriamo i grassi a tavola» «La longevità si costruisce a tavola ma non solo. Fondamentale è l’attività fisica, anche solo una passeggiata giornaliera». È quanto afferma Debora Rasio, nutrizionista e oncologa che ha dedicato la propria vita professionale allo studio dell’alimentazione come strumento fondamentale per prevenire le malattie. Cosa bisogna mangiare per vivere più a lungo? «La sfida è vivere più a lungo ma soprattutto in salute. Se la nostra aspettativa di vita è in aumento, non si può dire altrettanto sulla qualità dell’invecchiamento, nel senso che le malattie croniche sono sempre più precoci. La salute è una traiettoria che nasce da prima del concepimento. Lo stile di vita dei genitori programma la salute dei figli. Le nuove generazioni stanno ereditando programmi epigenetici che le rendono più vulnerabili a molte forme di malattia». I giovani sono più vulnerabili di genitori e nonni? «Nel passare delle generazioni c’è stato un impoverimento nutrizionale. Magari si mangia di più ma ciò che mettiamo a tavola è povero di nutrienti. Mi riferisco alla diffusione dei cibi trasformati a livello industriale». Pure il pane è trasformato? «Proprio così. Può contenere tanti ingredienti occulti. Si possono aggiungere fino a 40 sostanze chimiche per migliorare le farine, che non devono essere nemmeno riportate in etichetta. Il rischio di morire precocemente aumenta del 16% per ogni porzione in più consumata giornalmente di alimenti ultra trasformati. Questi sono all’origine di obesità, malattie cardiovascolari e tumori. Non solo non nutrono ma apportano tossicità al microbiota che contribuisce alla nostra salute. Non mi stancherò mai di ripeterlo: i primi anni di vita sono fondamentali per programmare le piste metaboliche che rimarranno accese per tutta la vita. La carenza di grassi buoni, vitamine e minerali, - insieme all’eccesso di proteine - altera profondamente i meccanismi di regolazione del metabolismo, dell’appetito e dell’infiammazione. Oggi, nel cuore del mondo occidentale, si sta diffondendo una pandemia silenziosa: la malnutrizione di micronutrienti. Subdola e potente, apre le porte alle malattie che affliggono la nostra epoca: i disturbi del neurosviluppo, la neurodegenerazione, le malattie cardiovascolari, i tumori, il diabete. Non a caso nei popoli primitivi c’erano veri e propri protocolli nutrizionali per i futuri genitori che iniziavano sei mesi prima del matrimonio e prevedevano un’abbondanza di cibi ricchi di grassi e di vitamine liposolubili. Uova, fegato, pesce, latte, erano i pilastri dell’alimentazione dei nostri avi. Ora si preferisce il latte scremato e lo yogurt magro. Le uova? Non più di 2-4 a settimana. La campagna massiccia contro i grassi sani ha tolto dalle tavole il burro, il latte e i formaggi con un danno per la nostra salute. È stata un’operazione condotta dalle multinazionali del cibo industriale per far posto agli oli di semi e alle margarine». Ma si può recuperare in età adulta il tempo perduto? «Una tavola equilibrata e sana è sempre possibile. Ciò vuol dire più frutta e verdura, latticini freschi bianchi non magri, magari di capra o pecora. Per le proteine largo a legumi, uova e pesce, soprattutto quello piccolo pescato, non di allevamento. Per la carne è difficile trovare polli che non vengano da allevamenti intensivi, più facile reperire carne rossa di qualità. I cibi precotti sono da evitare perché ultra lavorati». Grassi, formaggi, uova, legumi. Cibi che compaiono poco nelle diete ipocaloriche. «Quando si mangia sano con alto contenuto di vitamine, minerali e fibre, il corpo si regola con le quantità, subentra una sensazione di sazietà. Con i cibi ultraprocessati permane il senso di fame. La carne rossa si può mangiare con moderazione. Certo poi è essenziale l’attività fisica, almeno 8.000 passi al giorno». E il vino lo concede? «Alcuni studi mettono in relazione l’alcol ai tumori e di certo nuoce al cervello. Il vino però ha la caratteristica di essere un fluidificante delle membrane cellulari e può proteggerci dal rischio di infarto. La dose da non superare è un bicchiere al giorno per le donne, due per gli uomini».
Fabio Brescacin
E i quattro amici al bar?
«È una storia lunga ed esaltante. Mi ero appena laureato in agraria: si sentivano ancora gli echi del ‘77. Ma io con dei miei compagni di corso che poi sono diventati soci nella prima avventura imprenditoriale avvertivo che la vera rivoluzione stava nel tornare alla terra, alla buona terra. Partii per l’Inghilterra per un anno di ulteriore studio e al mio ritorno con gli amici del bar abbiano fondato Ariele, che è stata la prima bottega biologica d’Italia. Da lì è cominciato il percorso che oggi si è fatto NaturaSì con una precisa idea: coltivare naturalmente, per vendere equamente offrendo a chi consuma un’alternativa salutare facendo del bene alle persone e alla terra. Ancora oggi questo è il paradigma di NaturaSì».
Che però è ben altra cosa…
«Dimensionalmente sì, ma nella filosofia produttiva no. Mi piacerebbe molto parlare ai nostri clienti di Rudolf Steiner, dell’antroposofia che ci ha portato a Treviso a fondare un circolo ispirato alle teorie steineriane applicate all’agricoltura. Strano no? In questo mondo tutto orientato al profitto NaturaSì è retta da una fondazione non profit, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner, che può nominare 7 dei 12 membri del consiglio di amministrazione».
E Brescacin è ancora u no dei quattro del bar?
«Beh di anni ne sono passati, ma sì: credo ancora in ciò che ho perseguito per tutta la vita. Amo la terra, chi la lavora con l’intento di sostentare gli uomini. Il mondo attorno a me è cambiato e noi dobbiamo stare al passo con i tempi però senza perdere la nostra identità. Senza farsi influenzare. Io per evitare interferenze non ho nemmeno la televisione a casa».
A quanti negozi siete arrivati?
«Abbiamo più di 350 negozi di cui 120 gestiti direttamente; fanno metà del nostro fatturato che si aggira sul mezzo miliardo di euro. Fondamentale per noi è il rapporto diretto con le aziende agricole. Alcune sono socie o sono da noi partecipate - l’Azienda agricola San Michele nel veneziano, la Fattoria Di Vaira in Molise, le Cascine Orsine nel pavese, l’Azienda Agricola Biodinamica La Decima nel vicentino - altre sono fornitori abituali e ormai sono più di 300 tutte a coltivazione biologica, molte biodinamiche. È da questi campi che traiamo gran parte dei prodotti che vengono commercializzati nei nostri punti vendita e che ci fanno essere il più consistente e importante operatore nel biologico in Italia e tra i primi in Europa».
Sicuro che il biologico funziona ancora? Non è troppo caro per le tasche degli italiani?
«Funziona, eccome se funziona. Da quando siamo nati siamo sempre cresciuti. Le tappe di avvicinamento ai traguardi di oggi sono state scandite da scelte e momenti precisi. Dopo Ariele fondammo Ecor, poi nel ’92 nasce NaturaSì per dare vita a una rete di supermercati dove si vendeva solo bio. Poi nel 2009 c’è stata la fusione tra Ecor e NaturaSì e ora siamo qui con sempre nuovi progetti. Uno a cui teniamo molto è la libera Scuola Steiner Waldorf “Novalis” in provincia di Treviso: accoglie bambini e ragazzi dalla scuola d’infanzia fino al termine del percorso superiore, è la prima in Italia a rilasciare un diploma in agricoltura biologica biodinamica. Che è la vocazione della San Michele, l’azienda biodinamica che abbiamo in provincia di Venezia. Queste e molte altre sono le ragioni per cui il biologico funziona. Quanto al prezzo, su questo abbiamo impostato una recentissima campagna di comunicazione che parte da questo slogan: se paghi un prezzo del cibo troppo basso qualcuno lo paga per te».
Domanda scontata: chi paga?
«Tutti noi con le tasse, con la sanità che va in crisi perché nutrirsi troppo e male ci porta a intasare gli ospedali. Le statistiche sulle malattie non trasmissibili derivanti da alimentazione scorretta sono devastanti. Con le tasse dobbiamo fare fronte ai disastri ambientali, dobbiamo trovare dei rimedi ai terreni che vengono progressivamente abbandonati e ci costringono a importare la qualunque e non si sa cosa. Ma i primi a pagare sono i contadini. La nostra campagna si chiama: il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della terra. Noi esponiamo sui cartellini dei prezzi non solo il costo del prodotto, ma quanto va remunerato il lavoro, starei per dire sociale, che svolge l’agricoltore che è la prima sentinella e il primo tutore dell’ambiente. Nella nostra campagna abbiamo messo una foto di un finocchio a 1,80 euro di costo che spiega come un euro e venticinque centesimi vanno a remunerare il costo del prodotto stesso e 55 centesimi remunerano i cosiddetti servizi ecosistemici, dalla tutela della biodiversità a quella del paesaggio, che l’agricoltore svolge. Se si guarda così il biologico è proprio a buon mercato. E ora c’è la guerra che ci dà una mano».
Ma come la guerra? Da uno come lei ci si spetterebbe una condanna della guerra…
«Proprio per ciò che penso e per ciò che ho fatto mi posso permettere di ridicolizzare la guerra e dire che ci dà una mano. Sia chiaro: io sono contro la guerra! Con l’aumento vertiginoso che subiranno i fertilizzanti e i costi energetici che schizzano in alto, i prezzi dell’agricoltura convenzionale subiranno un’impennata mentre i prezzi delle produzioni biologiche proprio perché sono di prossimità, perché vengono coltivate con fertilizzanti organici nel pieno rispetto del ciclo naturale resteranno stabili. E finalmente il consumatore si accorgerà che bio conviene. E poi conviene perché protegge la terra che è la nostra unica casa, che quelli che fanno le guerre non mi pare abbiamo così tanto a cuore».
Come fa l’agricoltura biologica a proteggere il pianeta?
«Ci sono precisi indicatori scientifici. Un dato a me pare clamoroso: l’agricoltura convenzionale e l’uso del suolo emettono 12 gigatonnellate (una gigatonnellata è pari a un miliardo di tonnellate, ndr), l’agricoltura biologica è in grado di catturare e assorbire 18 gigatonnellate di C02, vuol dire contribuire grandemente a risanare l’ambiente. Un altro dato: ogni albero cattura 33 chili di C02 e una tonnellata di composto organico fa risparmiare sei quintali di anidride carbonica. Si vede così quanto sia fondamentale considerare il rapporto costo beneficio dei sistemi agroalimentari quando si parla complessivamente di tutela ambientale. L’agricoltore che coltiva in biologico è un attore reale e concreto della salvaguardia del pianeta».
D’accordo, ma gli agricoltori se la sono presa tanto col Green deal. Come se lo spiega?
«Premesso che abbandonare il Green deal è un errore, rispondo che est modus in rebus. Il progetto europeo è stato mal concepito, mal raccontato e ancora peggio implementato, Bisogna fare leva sull’alleanza agricoltore-consumatore per far percepire i vantaggi di politiche e di pratiche orientate alla tutela ambientale. Se si impongono troppe regole sovente inefficaci si produce l’effetto opposto. L’Europa per molto tempo ha dato l’idea di considerare l’agricoltura nemica dell’ambiente e invece è l’esatto opposto».
Per questo NaturaSì sta lanciando la campagna sui benefici del biologico?
«Cerchiamo di coinvolgere il consumatore in una gestione responsabile dei suoi acquisti. Non mi stancherò mai di ripetere che l’atto alimentare è culturale, sociale, economico e politico. A secondo di cosa si consuma si determinano il corso e gli obbiettivi dei cicli economici. Dunque se è vero com’è vero che la tutela ambientale è, almeno a pelle, un patrimonio comune bisogna tradurre questa aspirazione in comportamento consapevole anche nell’acquisto alimentare».
Quindi i giovani sono i vostri primi clienti…
«No, mi viene da dire purtroppo no. Non hanno la percezione dell’acquisto responsabile. I nostri migliori clienti sono le famiglie con bambini piccoli che stanno molto attente ai valori nutrizionali, alla salubrità e provenienza del cibo. E poi ci sono gli anziani. Consumano poco, dovrebbero avere più reddito, ma quando possono fanno scelte che li avvicinano alla campagna, alla natura. Credo che si debbano condurre campagne di sensibilizzazione sul valore culturale del cibo e sul suo valore nutrizionale. Mi viene da rimpiangere il Regimen Sanitatis della scuola medica salernitana che indica come da mille anni sia nostro patrimonio di civiltà comprendere la relazione tra cibo e salute».
Quali sono dunque le scelte più consapevoli?
«Cibo da coltivazione biologica di prossimità. Il chilometro zero è diventato un modo di dire, ma deve continuare a essere un modo di fare e di proporre cibi freschi che arrivano a tempo zero sulla tavola. Noi abbiamo un centro logistica che in 24 ore porta nei mercati di tutta Italia ogni prodotto. Qualcosa dobbiamo importare, ma è sempre da coltivazione biologica certificata. E poi c’è il terzo elemento indispensabile: la stagionalità. Per mangiare secondo natura e stare in salute bisogna andare a tempo con la natura».
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Antonio Tajani (Ansa)
Come già emerso, a Bruxelles la scorsa settimana si è parlato di un razionamento dell’energia elettrica, così come avvenuto nel 2022, all’inizio della guerra in Ucraina, ma si pensa anche ad altre soluzioni come il ritorno al nucleare con i mini-reattori di nuova generazione.
Intanto, mentre si discute su cosa fare, alle pompe il prezzo medio self-service è di 1,84 euro al litro per la benzina e 2,07 euro al litro per il gasolio. Per capire la gravità della situazione, basta ricordare che la maggior parte degli italiani possiede mezzi alimentati a diesel e che lo stesso tipo di carburante è quello che serve a mezzi come tir, furgoni e macchine da lavoro. Nel frattempo, il Financial Times fa anche sapere che, se i prezzi del greggio si mantenessero ai livelli raggiunti dall’inizio della guerra in Iran, le compagnie petrolifere statunitensi potrebbero incassare quest’anno un guadagno straordinario di oltre 60 miliardi di dollari. Inoltre, secondo le proiezioni della banca d’investimento Jefferies, i produttori americani genereranno un flusso di cassa aggiuntivo di 5 miliardi di dollari solo questo mese, a seguito di un aumento dei prezzi del petrolio di circa il 47% rispetto al 28 febbraio, giorno dell’attacco in Iran. Quadro più complicato, invece, per le maggiori compagnie petrolifere internazionali. Tuttavia, il segretario americano all’Energia, Chris Wright, ha assicurato che i prezzi torneranno ai livelli pre bellici in tempo per i viaggi estivi.
Per quanto riguarda l’Italia, ne ha parlato ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani a Diario della domenica su Rete 4: «Dobbiamo evitare che ci sia un’impennata dei prezzi: il governo sta valutando una riduzione delle accise». Le sue parole però vanno contro quello che aveva spiegato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista al Quotidiano nazionale: «No a un taglio delle accise» perché «con il governo Draghi costò allo Stato, ai cittadini, circa 1 miliardo al mese e non raggiunse l’obiettivo». Il ministro si è detto favorevole, invece, a interventi mirati per i meno abbienti. Tajani ha poi precisato: «Stiamo lavorando, il problema non è fare in fretta ma fare bene». Tradotto: il governo prende tempo perché il rischio è quello di far danni.
«Il governo sceglie la strada sbagliata, rifiutando di tagliare le accise come prevede la normativa italiana e annunciando i soliti inutili palliativi che varranno solo per le famiglie meno abbienti senza apportare reali benefici alla collettività», lamenta il Codacons, rispondendo alle dichiarazioni rilasciate da Urso. «Il ministro boccia su tutta la linea il possibile taglio delle accise, fornendo a supporto delle sue tesi numeri inesatti» perché «la riduzione della tassazione sui carburanti operata da Draghi nel marzo del 2022 portò infatti l’indice nazionale dell’inflazione a calare in modo immediato dello 0,5% (dal 6,5% al 6%) che, tradotto in soldoni e considerata la spesa per consumi delle famiglie italiane dell’anno 2022, equivale ad un risparmio da circa 4 miliardi di euro per la collettività dei consumatori».
«Un’idea sulla quale ragionare», ha di nuovo ribadito il vicepremier Tajani nella stessa giornata: «Può essere un taglio delle accise compensato dall’aumento dell’Iva». Si registra un po’ di confusione, insomma: l’unica certezza è che con il rialzo dei prezzi anche l’Iva si alza e quindi lo Stato incasserà di più. L’altra certezza è che si sta attentissimi ai conti. Obiettivo: rimettere i conti in ordine e uscire, come previsto, entro quest’anno dalla procedura d’infrazione Ue.
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Ora, a seguito del bombardamento di Teheran da parte di Stati Uniti e Israele, si ritorna alla domanda iniziale: vogliamo sostenere la libertà dell’Ucraina o la nostra economia? Perché è evidente che, se la priorità dell’Europa e pure quella dell’Italia è la resistenza di Kiev, il nostro Paese deve dire addio alla crescita, salutare l’aumento del Pil, dimenticare qualsiasi riduzione del tasso d’inflazione. In altre parole, come ci fece intuire Mario Draghi, la libertà (dell’Ucraina) ha un costo e si tratta di un prezzo non banale. Siamo disposti a sostenere la resistenza di Volodymyr Zelensky e del suo popolo senza se e senza ma anche ora che la situazione, causa guerra all’Iran, volge al peggio? E allora dobbiamo prepararci a stringere di più la cinghia, perché i tempi che si ci prospettano sono ancora più difficili. Mi spiego. Con il blocco dello Stretto di Hormuz e lo stop al transito delle petroliere ma anche delle navi cisterne che trasportano gas, l’Italia e l’Europa rischiano, se non di avere problemi di approvvigionamento energetico, quantomeno di pagare caro la crisi generata dal conflitto innescato dai bombardamenti americani e israeliani. Il prezzo del greggio ha oltrepassato i 100 euro al barile e quello del gas ha avuto una fiammata. Per questo Donald Trump ha sospeso per trenta giorni le sanzioni nei confronti dell’India, consentendo a Nuova Delhi di comprare petrolio da Mosca. E per questo ha esteso la moratoria ad altri Paesi. Tornare a comprare petrolio e metano dalla Russia converrebbe anche a noi, per lo meno fino a che la guerra in Iran non farà tornare forniture e prezzi a livelli normali. Però l’Europa non pare disposta a nessun passo indietro nei confronti di Putin. Anzi, non soltanto sembra intenzionata a riconfermare le misure fin qui adottate, ma, di fronte alla situazione venutasi a creare con il conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo, ha una soluzione che prevede di tagliare del 15% i consumi di metano e greggio. Insomma, nessuna retromarcia sulle sanzioni a Mosca, ma neppure alcuna concessione nei confronti di chi almeno chiede un rallentamento nell’attuazione del politiche green. In altre parole, avanti tutta verso il disastro. Perché è evidente che rinunciare ai combustibili fossili che potrebbero essere comperati da Mosca, sostituendo quelli che non giungono per via della guerra in Iran, e accelerare la transizione ecologica significa solo punire ulteriormente l’industria europea. Già molte aziende sono in difficoltà a causa delle strategie imposte da Bruxelles. Già si accumulano i dubbi nei confronti della scelta di dire no alla riapertura delle forniture russe. Se poi a tutto ciò si aggiunge un giro di vite dei consumi per far fronte alla crisi seguita al conflitto in Iran, le politiche europee somigliano molto a un suicidio. Nei giorni scorsi la Volkswagen ha annunciato il licenziamento di 50.000 dipendenti per effetto del rallentamento del mercato e, al pari dell’industria automobilistica tedesca, altri grandi gruppi stanno facendo i conti con la caduta improvvisa delle vendite. Se poi a questo si aggiungono le follie di Ursula von der Leyen e compagni, il capolavoro è compiuto.
Prima ci renderemo conto degli atti di masochismo a cui ci sta condannando la Ue e meglio sarà. Magari sarà impossibile tornare indietro; almeno fermare il declino, però, non soltanto è possibile ma auspicabile. Perché la libertà si accompagna anche con la tenuta dei bilanci di famiglie e imprese.
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