L’uomo che viene presentato come il testimone che avrebbe smontato la storia del ticket del parcheggio di Vigevano, il celebre tagliando esibito a un anno di distanza dalla sua prima audizione da Andrea Sempio – due archiviazioni alle spalle (una delle quali, quella del 2017, oggetto dell’inchiesta di Brescia sull’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari) e un’accusa di aver ucciso Chiara Poggi dalla quale deve difendersi -, sarebbe stato sentito nella caserma del Comando provinciale dei carabinieri di Milano. Il teste si sarebbe presentato con una storia da raccontare. L’avrebbe articolata e documentata. E a verbale sarebbe rimasto questo: lo scontrino del parcheggio, usato da Sempio per dimostrare che non era a Garlasco all’ora del delitto, datato proprio 13 agosto 2007, non può essere ricondotto all’indagato. Né ai suoi familiari.
Il reperto è comparso per la prima volta a verbale il 4 ottobre 2008, quando negli uffici dei carabinieri di Vigevano viene sentito Sempio (non era indagato, ma persona informata sui fatti): «Faccio presente che ho conservato lo scontrino del parcheggio, che vi consegno». È un passaggio stringato, appena dopo la ricostruzione dei suoi spostamenti nella mattina del delitto e del tragitto da Garlasco a Vigevano. L’audizione di quella giornata ha una durata anomala: dalle 10.30 alle 14.40, oltre quattro ore, mentre negli stessi minuti venivano sentiti, dagli stessi investigatori che firmano pure gli altri verbali, anche altri due amici di Marco Poggi (fratello della vittima), uno dalle 11.25 alle 12.10, l’altro dalle 13.25 alle 14.20. Una coincidenza temporale che, escludendo il dono dell’ubiquità dei militari, è uno degli aspetti da chiarire. Insieme ad altre circostanze legate proprio al verbale di Sempio.
Secondo quanto dichiarato più volte in tv, Andrea non rimase in caserma ininterrottamente per tutto quel tempo, ma sarebbe tornato a casa per recuperare lo scontrino. Di tutto ciò, però, non c’è traccia nel verbale, che non presenta interruzioni. Né per dare atto che Andrea sarebbe uscito per recuperare il ticket, né per dargli la possibilità di nominare un difensore, visto che le domande cominciavano a diventare indizianti. In quella stessa occasione, infine, Sempio avrebbe accusato un lieve malore. Ma anche l’arrivo dell’ambulanza non fu riportato. Quando nel 2017 il caso viene riaperto, Andrea, questa volta da indagato, torna a parlare del ticket. E, davanti a Venditti e al pm Giulia Pezzino, racconta: «Quello scontrino è stato ritrovato da mio padre o da mia madre sulla macchina qualche giorno dopo il fatto, quando io ero già stato sentito. Mia madre ha detto: “Per sicurezza teniamolo”». Secondo un rapporto del Nucleo investigativo di Milano che risale al 2020, quella motivazione, però, non reggerebbe, perché Andrea, già sentito dai carabinieri il 18 agosto 2007, non fece riferimento al ticket. A complicare il tutto c’è una intercettazione che fotografa proprio la fase post interrogatorio con Venditti. Andrea parla col padre: «Ne abbiamo cannata una però… io ho detto che lo scontrino era stato ritrovato dopo che ero stato sentito e tu hai detto che l’abbiamo ritrovato prima».
Ma c’è un altro punto critico. Ed è legato ai movimenti di Daniela Ferrari, la madre di Andrea: nell’aprile scorso gli inquirenti hanno cercato di capire se quel 13 agosto di 18 anni fa fosse stata lei, in realtà, ad andare a Vigevano. La difesa di Sempio da qualche settimana ha cominciato pubblicamente a descrivere il ticket come carta straccia. L’ex difensore Massimo Lovati ha ammonito: «Se continua a usare quello scontrino va contro un muro». Più cauto invece il nuovo legale di Sempio, Liborio Cataliotti, che ha spiegato: «Quand’anche fosse un alibi, è un mero indizio e non una prova». Andrea, invece, continua rivendicare: quello scontrino, dice, l’ha preso proprio lui. E ora attorno a quel controverso pezzo di carta si gioca una delle verità più sfuggenti del caso Garlasco.
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