- Ricciardi &C. lamentano l’addio di Trump all’Organizzazione, accusandolo di indebolirla. Peccato che l’agenzia Onu collezioni disastri da ben prima: basti vedere gli errori col Covid. E ora fa peggio: perché lasciar sbarcare i passeggeri dalla nave focolaio?
- Il giovane marittimo calabrese in quarantena: «Non ho sintomi». Campioni biologici inviati allo Spallanzani.
Lo speciale contiene due articoli.
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
L’efficacia dei vaccini anti Covid sia resa pubblica «adesso». È l’appello pubblicato ieri dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un post sulla sua piattaforma social Truth, che arriva in un momento di forte turbolenza ai Centers for disease control and prevention (Cdc), accusati dall’amministrazione per la gestione dei dati sui vaccini. A pochi giorni dal licenziamento (...)
segue a pagina 2 della direttrice, Susan Monarez, per il tycoon «è molto importante» che le case farmaceutiche «dimostrino il successo dei loro vari farmaci contro il Covid. Molti pensano che siano un miracolo che ha salvato milioni di vite. Altri non sono d’accordo!», sottolinea Trump. «Con i Cdc smantellati a causa di questa controversia, voglio una risposta, e la voglio ora», afferma deciso. Il presidente spiega di aver avuto la possibilità di visionare informazioni «straordinarie» da parte «di Pfizer e di altri produttori», ma che questi dati «sembra non vengano mai mostrati al pubblico. Perché no???», si domanda. Trump accusa le aziende di continuare a passare al «prossimo obiettivo» lasciando che tutti, compresi il segretario alla Salute Bobby Kennedy Jr. e i Cdc, cerchino di capire il reale impatto dei vaccini. «A me mostrano numeri e risultati eccezionali, ma non sembra che li facciano vedere a molti altri», ha rimarcato il presidente. «Io voglio che li mostrino ora, ai Cdc e al pubblico», ha intimato alle case farmaceutiche coinvolte, ribadendo la necessità di «fare chiarezza su questo pasticcio, in un modo o nell’altro». Secondo il presidente americano, infatti, il mancato confronto tra le informazioni mostrate alle autorità sanitarie e il pubblico avrebbe generato confusione, anche tra figure come il responsabile della Salute Robert Kennedy Junior e i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie. Per questo ha chiesto, categorico, un’immediata operazione trasparenza mostrando a tutti, istituzioni e cittadini, i «grandi numeri e i grandi risultati», per chiarire il «successo o il fallimento» delle aziende Pharma nella lotta al Covid. A tale proposito, nel suo post, The Donald richiama l’attenzione sull’Operation Warp Speed, la partnership pubblico-privata avviata dal governo degli Stati uniti e dall’allora presidente Trump per facilitare e accelerare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di vaccini, terapie e sistemi diagnostici per contrastare il Covid-19. «Spero che sia stata davvero così brillante come molti dicono», osserva. «Se non lo è stata, vogliamo tutti saperlo, e sapere perché???», chiude il post cercando di mantenere un equilibrio tra il prendersi il merito di quell’impresa e il rischio di irritare i suoi sostenitori, molti dei quali sono scettici nei confronti dei vaccini.
Il post si inserisce nella forte operazione di discontinuità con la vecchia amministrazione americana nella gestione del Covid. Proprio nei giorni scorsi, lo stesso presidente Trump ha infatti silurato la Monarez, direttrice dei Cdc, l’organo di controllo americano della salute pubblica, dopo che quest’ultima aveva rifiutato la richiesta di dimissioni da parte di Kennedy. Come ha spiegato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, senza mezzi termini ai giornalisti, «se ci sono persone non allineate con la visione del presidente e del segretario nel riportare in salute il nostro Paese, siamo lieti di accompagnarle alla porta». Per gli avvocati della Monarez il licenziamento della loro assistita, avvenuta poche ore dopo che l’Agenzia del farmaco americana aveva ristretto l’autorizzazione per i più recenti vaccini anti Covid, è illegale. Sospettano sia finita nel mirino per essersi «rifiutata di approvare direttive poco scientifiche e sconsiderate» sulla politica vaccinale. A ruota, almeno altri quattro funzionari si sono licenziati. A gettare benzina sul fuoco, ci hanno pensato nove ex direttori dei Cdc sul New York Times, i quali hanno definito la leadership di Robert F. Kennedy Jr. «qualcosa di diverso da qualsiasi altra esperienza che il nostro Paese abbia mai vissuto». Nell’articolo - apparso ieri online con il titolo Abbiamo guidato il Cdc: Kennedy sta mettendo in pericolo la salute di ogni americano - esprimono preoccupazione per il concentrarsi «su trattamenti non provati minimizzando efficacia dei vaccini; la cancellazione di investimenti in ricerche mediche promettenti, rendendo il Paese impreparato a future emergenze sanitarie. Ha sostituito esperti dei comitati consultivi federali con persone non qualificate che condividono le sue opinioni pericolose e antiscientifiche. Ha annunciato la fine del sostegno statunitense ai programmi di vaccinazione globale che proteggono milioni di bambini e garantiscono la sicurezza degli americani, citando ricerche fallaci e formulando affermazioni inaccurate». Kennedy, dal canto suo, ha dichiarato a Fox News di essere impegnato ad «aggiustare» i Cdc e ha accusato l’ente di diffondere «disinformazione» riguardo al Covid. All’interno dell’agenzia, per il responsabile della Salute, «c’è davvero un malessere profondamente radicato».
Nella prima ondata del Covid è stato tra i pionieri della terapia con il plasma iperimmune, un trattamento efficace ma, al tempo, ferocemente contestato e ostacolato. Cesare Perotti, direttore del servizio di immunoematologia, dopo 40 anni al San Matteo di Pavia, va in pensione e alla Provincia Pavese confida che, pur essendosi «preparato a questo momento», da settembre sentirà la mancanza «dell’adrenalina quotidiana». Nelle prime settimane della pandemia, a marzo 2020, con il suo team e un gruppo di specialisti dell’ospedale Carlo Poma di Mantova - tra cui Giuseppe De Donno, ex primario di pneumologia del centro mantovano, ferocemente criticato per la cura e che si è tolto la vita a luglio del 2021 - Perotti ha messo a punto un protocollo di riferimento a livello internazionale per l’impiego del plasma iperimmune.
«La sperimentazione è cominciata a marzo in una fase dove non c’erano vaccini, farmaci o terapie specifiche per curare la malattia da coronavirus», ricorda. «Ogni giorno contavamo i morti. Da qui l’idea: fornire una protezione passiva ai malati, utilizzando il plasma dei pazienti in convalescenza con più anticorpi». Si tratta di una pratica scientificamente consolidata da almeno un secolo, ma fortemente screditata dai paladini della scienza che, paradossalmente, escludono (ieri come oggi) i non allineati al mainstream che, allora, predicava Tachipirina e vigile attesa. Come è noto, il trattamento messo a punto da Perotti e colleghi prevede la raccolta di plasma di pazienti guariti dal Covid per ottenere gli anticorpi specifici contro il virus Sars-Cov2, da infondere nei malati. «Siamo stati tra i primi in Europa», chiarisce, «ma abbiamo soltanto applicato la storia della medicina utilizzando strumenti moderni. Già ai primi del Novecento il patologo tedesco Paul Ehrlich aveva utilizzato il plasma di pazienti convalescenti per curare la difterite. Bisogna essere onesti», rimarca: il plasma «iperimmune è stata una terapia efficace anche contro il Covid e, dopo le tante polemiche, il nostro impegno intellettuale è stato riconosciuto da un articolo del New England Journal of Medicine, dell’ottobre di due anni fa, che ha dimostrato, ancora una volta, l’efficacia di questo strumento sicuro, meno costoso dei farmaci e con effetti collaterali trascurabili». Si è trattato di un successo «del servizio sanitario pubblico e non del business farmaceutico», evidenzia Perotti. E purtroppo, anche probabilmente per questo motivo, la terapia non ha potuto salvare delle vite, sicuramente molte se non moltissime, considerandone una applicazione su larga scala. E così, mentre in Italia si denigrava il trattamento, in quei giorni, al centro Pavese si era rivolto anche «Stephanie Lee, all’epoca presidente della Società americana di ematologia» per chiedere «il protocollo terapeutico basato sul plasma iperimmune. Ovviamente risposi di sì», precisa Perotti che da settembre (e per un anno) sarà consulente a titolo gratuito del policlinico San Matteo e, «per l’anno prossimo», sta «programmando di partire come volontario per la Tanzania, dove lavora una collega che vuole una mano a gestire il primo trapianto di cellule staminali».
L’esperto però vuole evitare la polemica. «Per me contano i fatti», ribatte da vero uomo di scienza. «Nel primo campione di pazienti che abbiamo trattato al San Matteo la mortalità è scesa in modo importante, e anche gli studi successivi hanno confermato l’efficacia della terapia. Tutto sta nella quantità di anticorpi presenti nel plasma dei pazienti: noi abbiamo selezionato solo quelli con la carica anticorpale più alta e, per questo, l’infusione è uno strumento efficace». Come hanno dimostrato vari studi, i risultati dei trattamenti con plasma sono paragonabili a quelli dei costosissimi farmaci antivirali sviluppati ad hoc - remdesivir e paxlovid - resi disponibili quasi un anno dopo, per popolazioni molto definite, e da somministrare entro pochi giorni dalla positività al Covid. Una meta-analisi del 2023, per esempio, ha registrato una riduzione media del rischio di ricovero pari al 30,1% con le trasfusioni di plasma convalescente, ma la percentuale arrivava al 51,4% se il trattamento era effettuato entro cinque giorni dai sintomi. Addirittura, nelle persone immunocompromesse, una revisione sistematica degli studi, nello stesso anno, ha rilevato che la trasfusione di plasma convalescente era associata a un beneficio in termini di mortalità. Inoltre, a differenza dei farmaci, gli anticorpi sono sempre efficaci anche in caso di varie mutazioni, perché ottenuti da soggetti convalescenti dall’infezione causata dal virus circolante. Non stupisce quindi che, come riferisce Perotti, «Eba, l’alleanza europea del sangue», abbia «inserito la plasmaterapia tra le armi per il contrasto delle prossime pandemie». Un successo postumo. Chissà se resterà nella lista.





