L’efficacia dei vaccini anti Covid sia resa pubblica «adesso». È l’appello pubblicato ieri dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un post sulla sua piattaforma social Truth, che arriva in un momento di forte turbolenza ai Centers for disease control and prevention (Cdc), accusati dall’amministrazione per la gestione dei dati sui vaccini. A pochi giorni dal licenziamento (...)
segue a pagina 2 della direttrice, Susan Monarez, per il tycoon «è molto importante» che le case farmaceutiche «dimostrino il successo dei loro vari farmaci contro il Covid. Molti pensano che siano un miracolo che ha salvato milioni di vite. Altri non sono d’accordo!», sottolinea Trump. «Con i Cdc smantellati a causa di questa controversia, voglio una risposta, e la voglio ora», afferma deciso. Il presidente spiega di aver avuto la possibilità di visionare informazioni «straordinarie» da parte «di Pfizer e di altri produttori», ma che questi dati «sembra non vengano mai mostrati al pubblico. Perché no???», si domanda. Trump accusa le aziende di continuare a passare al «prossimo obiettivo» lasciando che tutti, compresi il segretario alla Salute Bobby Kennedy Jr. e i Cdc, cerchino di capire il reale impatto dei vaccini. «A me mostrano numeri e risultati eccezionali, ma non sembra che li facciano vedere a molti altri», ha rimarcato il presidente. «Io voglio che li mostrino ora, ai Cdc e al pubblico», ha intimato alle case farmaceutiche coinvolte, ribadendo la necessità di «fare chiarezza su questo pasticcio, in un modo o nell’altro». Secondo il presidente americano, infatti, il mancato confronto tra le informazioni mostrate alle autorità sanitarie e il pubblico avrebbe generato confusione, anche tra figure come il responsabile della Salute Robert Kennedy Junior e i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie. Per questo ha chiesto, categorico, un’immediata operazione trasparenza mostrando a tutti, istituzioni e cittadini, i «grandi numeri e i grandi risultati», per chiarire il «successo o il fallimento» delle aziende Pharma nella lotta al Covid. A tale proposito, nel suo post, The Donald richiama l’attenzione sull’Operation Warp Speed, la partnership pubblico-privata avviata dal governo degli Stati uniti e dall’allora presidente Trump per facilitare e accelerare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di vaccini, terapie e sistemi diagnostici per contrastare il Covid-19. «Spero che sia stata davvero così brillante come molti dicono», osserva. «Se non lo è stata, vogliamo tutti saperlo, e sapere perché???», chiude il post cercando di mantenere un equilibrio tra il prendersi il merito di quell’impresa e il rischio di irritare i suoi sostenitori, molti dei quali sono scettici nei confronti dei vaccini.
Il post si inserisce nella forte operazione di discontinuità con la vecchia amministrazione americana nella gestione del Covid. Proprio nei giorni scorsi, lo stesso presidente Trump ha infatti silurato la Monarez, direttrice dei Cdc, l’organo di controllo americano della salute pubblica, dopo che quest’ultima aveva rifiutato la richiesta di dimissioni da parte di Kennedy. Come ha spiegato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, senza mezzi termini ai giornalisti, «se ci sono persone non allineate con la visione del presidente e del segretario nel riportare in salute il nostro Paese, siamo lieti di accompagnarle alla porta». Per gli avvocati della Monarez il licenziamento della loro assistita, avvenuta poche ore dopo che l’Agenzia del farmaco americana aveva ristretto l’autorizzazione per i più recenti vaccini anti Covid, è illegale. Sospettano sia finita nel mirino per essersi «rifiutata di approvare direttive poco scientifiche e sconsiderate» sulla politica vaccinale. A ruota, almeno altri quattro funzionari si sono licenziati. A gettare benzina sul fuoco, ci hanno pensato nove ex direttori dei Cdc sul New York Times, i quali hanno definito la leadership di Robert F. Kennedy Jr. «qualcosa di diverso da qualsiasi altra esperienza che il nostro Paese abbia mai vissuto». Nell’articolo - apparso ieri online con il titolo Abbiamo guidato il Cdc: Kennedy sta mettendo in pericolo la salute di ogni americano - esprimono preoccupazione per il concentrarsi «su trattamenti non provati minimizzando efficacia dei vaccini; la cancellazione di investimenti in ricerche mediche promettenti, rendendo il Paese impreparato a future emergenze sanitarie. Ha sostituito esperti dei comitati consultivi federali con persone non qualificate che condividono le sue opinioni pericolose e antiscientifiche. Ha annunciato la fine del sostegno statunitense ai programmi di vaccinazione globale che proteggono milioni di bambini e garantiscono la sicurezza degli americani, citando ricerche fallaci e formulando affermazioni inaccurate». Kennedy, dal canto suo, ha dichiarato a Fox News di essere impegnato ad «aggiustare» i Cdc e ha accusato l’ente di diffondere «disinformazione» riguardo al Covid. All’interno dell’agenzia, per il responsabile della Salute, «c’è davvero un malessere profondamente radicato».
Nella prima ondata del Covid è stato tra i pionieri della terapia con il plasma iperimmune, un trattamento efficace ma, al tempo, ferocemente contestato e ostacolato. Cesare Perotti, direttore del servizio di immunoematologia, dopo 40 anni al San Matteo di Pavia, va in pensione e alla Provincia Pavese confida che, pur essendosi «preparato a questo momento», da settembre sentirà la mancanza «dell’adrenalina quotidiana». Nelle prime settimane della pandemia, a marzo 2020, con il suo team e un gruppo di specialisti dell’ospedale Carlo Poma di Mantova - tra cui Giuseppe De Donno, ex primario di pneumologia del centro mantovano, ferocemente criticato per la cura e che si è tolto la vita a luglio del 2021 - Perotti ha messo a punto un protocollo di riferimento a livello internazionale per l’impiego del plasma iperimmune.
«La sperimentazione è cominciata a marzo in una fase dove non c’erano vaccini, farmaci o terapie specifiche per curare la malattia da coronavirus», ricorda. «Ogni giorno contavamo i morti. Da qui l’idea: fornire una protezione passiva ai malati, utilizzando il plasma dei pazienti in convalescenza con più anticorpi». Si tratta di una pratica scientificamente consolidata da almeno un secolo, ma fortemente screditata dai paladini della scienza che, paradossalmente, escludono (ieri come oggi) i non allineati al mainstream che, allora, predicava Tachipirina e vigile attesa. Come è noto, il trattamento messo a punto da Perotti e colleghi prevede la raccolta di plasma di pazienti guariti dal Covid per ottenere gli anticorpi specifici contro il virus Sars-Cov2, da infondere nei malati. «Siamo stati tra i primi in Europa», chiarisce, «ma abbiamo soltanto applicato la storia della medicina utilizzando strumenti moderni. Già ai primi del Novecento il patologo tedesco Paul Ehrlich aveva utilizzato il plasma di pazienti convalescenti per curare la difterite. Bisogna essere onesti», rimarca: il plasma «iperimmune è stata una terapia efficace anche contro il Covid e, dopo le tante polemiche, il nostro impegno intellettuale è stato riconosciuto da un articolo del New England Journal of Medicine, dell’ottobre di due anni fa, che ha dimostrato, ancora una volta, l’efficacia di questo strumento sicuro, meno costoso dei farmaci e con effetti collaterali trascurabili». Si è trattato di un successo «del servizio sanitario pubblico e non del business farmaceutico», evidenzia Perotti. E purtroppo, anche probabilmente per questo motivo, la terapia non ha potuto salvare delle vite, sicuramente molte se non moltissime, considerandone una applicazione su larga scala. E così, mentre in Italia si denigrava il trattamento, in quei giorni, al centro Pavese si era rivolto anche «Stephanie Lee, all’epoca presidente della Società americana di ematologia» per chiedere «il protocollo terapeutico basato sul plasma iperimmune. Ovviamente risposi di sì», precisa Perotti che da settembre (e per un anno) sarà consulente a titolo gratuito del policlinico San Matteo e, «per l’anno prossimo», sta «programmando di partire come volontario per la Tanzania, dove lavora una collega che vuole una mano a gestire il primo trapianto di cellule staminali».
L’esperto però vuole evitare la polemica. «Per me contano i fatti», ribatte da vero uomo di scienza. «Nel primo campione di pazienti che abbiamo trattato al San Matteo la mortalità è scesa in modo importante, e anche gli studi successivi hanno confermato l’efficacia della terapia. Tutto sta nella quantità di anticorpi presenti nel plasma dei pazienti: noi abbiamo selezionato solo quelli con la carica anticorpale più alta e, per questo, l’infusione è uno strumento efficace». Come hanno dimostrato vari studi, i risultati dei trattamenti con plasma sono paragonabili a quelli dei costosissimi farmaci antivirali sviluppati ad hoc - remdesivir e paxlovid - resi disponibili quasi un anno dopo, per popolazioni molto definite, e da somministrare entro pochi giorni dalla positività al Covid. Una meta-analisi del 2023, per esempio, ha registrato una riduzione media del rischio di ricovero pari al 30,1% con le trasfusioni di plasma convalescente, ma la percentuale arrivava al 51,4% se il trattamento era effettuato entro cinque giorni dai sintomi. Addirittura, nelle persone immunocompromesse, una revisione sistematica degli studi, nello stesso anno, ha rilevato che la trasfusione di plasma convalescente era associata a un beneficio in termini di mortalità. Inoltre, a differenza dei farmaci, gli anticorpi sono sempre efficaci anche in caso di varie mutazioni, perché ottenuti da soggetti convalescenti dall’infezione causata dal virus circolante. Non stupisce quindi che, come riferisce Perotti, «Eba, l’alleanza europea del sangue», abbia «inserito la plasmaterapia tra le armi per il contrasto delle prossime pandemie». Un successo postumo. Chissà se resterà nella lista.
Una malattia della pelle spesso collegata ai Paesi in via di sviluppo sta registrando un’impennata di casi in Italia e in Europa. È la scabbia, infestazione causata da un piccolo parassita, l’acaro Sarcoptes scabiei, che in alcune realtà italiane ha raggiunto un +750% dal 2020 al 2023. Tra le condizioni che hanno preparato il terreno all’esplosione dei casi spicca anche il lockdown imposto durante la pandemia, seguono sovraffollamento, turismo di massa e una possibile resistenza ai farmaci. A lanciare l’allarme sono gli esperti della Sidemast, Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmesse, che invitano a non sottovalutare pruriti sospetti e a intervenire tempestivamente, specie in giovani e anziani, popolazioni più colpite. Storicamente considerata una malattia legata a condizioni di povertà e scarsa igiene, l’infestazione della pelle torna oggi a far parlare di sé nelle Rsa, scuole, ospedali e famiglie numerose, anche in Paesi sviluppati come l’Italia. Il parassita, difficile da individuare perché minuscolo, è in grado di scavare cunicoli nella cute per deporre le uova, da cui il caratteristico intenso prurito, soprattutto notturno, e la comparsa di piccole papule specie su mani, piedi e genitali.
Sul fenomeno dell’aumento straordinario delle infezioni non ci sono dati precisi su larga scala, ma due recenti studi italiani descrivono bene la realtà. Un’analisi pubblicata quest’anno su Sexually Transmitted Infections evidenzia come, tra il 2020 e il 2023, i casi di scabbia siano aumentati vertiginosamente nella città di Bologna. Un altro studio, su Infectious Diseases of Poverty, ha lanciato l’allarme per una nuova ondata di casi post-Covid nella regione Lazio, definendola una «emergente minaccia di salute pubblica». L’incremento è stato particolarmente marcato nelle strutture di lungodegenza, con un aumento del 750% dei focolai nel 2020-2023. All’origine di questa crescita esponenziale di casi c’è un denominatore comune: la gestione della pandemia. Secondo gli esperti, a incidere sulla trasmissione dell’acaro, figurano «lockdown e isolamento», spesso trascorsi in ambienti affollati e in condizioni igienico-sanitarie precarie, a cui si è aggiunto il turismo di massa, con l’aumento dei viaggi, dopo l’emergenza Covid, che hanno facilitato la diffusione in ambienti condivisi come hotel, campeggi e ostelli. Ma anche il turnover negli ospedali e una possibile resistenza ai farmaci - che si sta indagando - avrebbero contribuito alla diffusione di questa parassitosi. Come ricordano i dermatologi, il contagio, nella quasi totalità dei casi, è interumano, necessita di un contatto diretto tra persone e non avviene attraverso animali domestici.
Possono invece aumentare i rischi: viaggiare avendo contatti con molte persone, alloggiare e frequentare luoghi affollati, situazioni tipiche dell’overtourism. Certo, la scabbia è molto contagiosa, gli acari possono vivere dentro i materassi fino a 3 giorni, ma hanno bisogno della pelle umana per proliferare. Raramente il contagio avviene per contatto con vestiti e biancheria o in piscina: l’umidità impedisce ai parassiti di uscire dalla pelle. Per la trasmissione, rimarcano gli specialisti, occorre il contatto diretto e prolungato con una persona infetta, quindi la trasmissione tra partner è facile.
In ogni caso, le categorie più vulnerabili sono sicuramente bambini e adolescenti tra i 5 e i 18 anni, più propensi a frequentare luoghi comunitari come scuole e palestre. A questi si aggiungono gli anziani, specie quelli ricoverati nelle Rsa e, chiaramente, persone con fragilità sociali o sanitarie. I dermatologi consigliano di consultare tempestivamente il medico in caso di prurito intenso, in particolare la notte - segno caratteristico - e la comparsa di papule cutanee. Una volta accertata la diagnosi di scabbia, è importante trattare tutti i contatti stretti, anche se asintomatici, lavare ad alta temperatura gli indumenti e le lenzuola e attenersi alle prescrizioni, evitando il fai da te, che può peggiorare la situazione.





