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2024-10-30
Report vaticano sullo scandalo abusi: «Troppi ritardi, poca trasparenza»
(IStock)
«Annualmente vorrei che mi preparaste un rapporto sulle iniziative della Chiesa per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili». Così papa Francesco, nell’aprile 2022, si era rivolto alla Pontificia commissione per la tutela dei minori. Una richiesta la cui risposta è arrivata ieri, con il primo Rapporto annuale sulle politiche e le procedure della Chiesa per la tutela, riferito al 2023. Strutturato in 50 pagine e quattro le sezioni, il testo raccoglie numerose informazioni dai cinque Continenti, da diversi istituti e congregazioni e dalla stessa Curia romana - invitata a una trasparenza sempre maggiore su iter e processi - e deve essere inteso, ha scritto nell’introduzione il cardinale Seán O’Malley - che presiede Tutela Minorum, la Commissione per la tutela dei minori - come «uno strumento di conoscenza capace di farci comprendere meglio come i nostri valori possano informare la risposta alla piaga dell’abuso e contribuire a istituire mezzi di prevenzione efficaci in tutti i Paesi».
Impegni, questi, da attuare in conformità alle recenti riforme del Libro VI del Codice di diritto canonico, che stigmatizza il reato di abuso come violazione della dignità della persona. A tal proposito il documento - presentato ieri insieme a Maude de Boer-Buquicchio, giurista olandese che ha guidato il gruppo di studio istituito appositamente per la sua redazione - condensa risorse, suggerimenti e best practices da condividere nella Chiesa con contributi, oltre che da alcune congregazioni - come le Sorelle missionarie della Consolata e la Congregazione dello Spirito Santo -, dalle conferenze episcopali dell’Africa, del Messico, dello Sri Lanka e della Colombia. L’idea è infatti quella di esaminare tra le 15 e le 20 chiese locali ogni anno, con anche una selezione di istituti religiosi, per produrre cinque o sei report annuali, fino ad avere una fotografia globale del fenomeno.
Nel primo rapporto la parte forse più interessante è quella sull’Europa, dove ciascun Paese investito dal tema degli abusi ha dato delle proprie risposte. In Francia, ad esempio, si è attuato un sistema di segnalazione obbligatoria per tutti i membri del clero che garantisce la comunicazione immediata alle autorità civili d’ogni sospetto di abuso. In Germania, invece, si è introdotto minuzioso processo di verifica per quanti lavorano coi minori, inclusi ecclesiastici e laici, così da impedire a chi abbia alle spalle una storia di abusi - e che quindi ha più possibilità di diventare abusante a sua volta - di avere accesso a individui vulnerabili.
Il Rapporto segnala anche che l’Italia ha istituito commissioni diocesane indipendenti formate anche da esperti laici per supervisionare e indagare sulle accuse di abuso, promuovendo la trasparenza e l’esercizio della responsabilità istituzionale nella gestione dei casi. In uno dei Paesi dove lo scandalo degli abusi del clero è stato maggiore, l’Irlanda, è stato istituto un «servizio unico al mondo»: quello «che fornisce sostegno pastorale di tipo teologico a qualsiasi vittima/sopravvissuto che cerchi di riavvicinarsi alla fede». Il Belgio, invece, ha visto la Chiesa creare unità specializzate di cura pastorale, per dare sostegno e protezione alle vittime.
Tuttavia, segnala sempre il Rapporto, delle criticità serie permangono e gli abusi purtroppo non si fermano. Con riferimento per esempio al Belgio, i vescovi hanno redatto un rapporto - contenente i dati raccolti dalla Conferenza episcopale - in cui si rilevano 47 nuove segnalazioni tra il 1° luglio 2022 e il 30 giugno 2023. In generale, per quanto riguarda l’area europea viene comunque segnalato dal documento una carenza di dati, con la «persistente assenza di statistiche affidabili sull’entità degli abusi da parte di chierici e religiosi».
Con onestà, il Rapporto riporta pure casi di gravi lungaggini. Per esempio, con riferimento a quanto segnala la Congregazione dello Spirito Santo - presente in 60 Paesi del mondo, che conta oltre 2.700 membri, 59 dei quali consacrati vescovi - si riporta come essa riferisca «di 31 casi ricevuti e trasmessi al Dicastero per la Dottrina della Fede dal 2014 all’inizio del 2024, dei quali uno solo è stato trattato dal Dicastero nell’arco di 5 mesi, mentre la maggior parte richiede diversi anni».
Che dare, dunque, per meglio contrastare gli abusi all’insegna della «rigorosa vigilanza» auspicata da Tutela Minorum? Oltre a riportare le buone pratiche messe in atto da alcuni Paesi, in questo primo rapporto vengono indicate alcune direttrici generali sulle quali lavorare. Una è quella di adoperarsi per agevolare l’accesso di vittime e sopravvissuti alle informazioni per evitare di ingenerare nuovi traumi. Viene poi esortato l’impegno delle Chiese locali, perché «mentre alcune istituzioni e autorità ecclesiastiche dimostrano un chiaro impegno in materia di tutela, altre sono solo all’inizio dell’assunzione dell’esercizio della responsabilità istituzionale».
Infine, la Chiesa chiede più impegno nel superare gli squilibri attuali, che vedono alcune zone di Americhe, Europa e Oceania che hanno beneficiato di «ingenti risorse disponibili in materia di tutela», mentre altre di America centrale e meridionale, Africa e Asia sono state penalizzate da «scarse risorse specificamente dedicate». Di qui l’appello a più «solidarietà» tra le Conferenze episcopali, per «pervenire a standard universali in materia di tutela» creando «centri per la segnalazione e l’assistenza delle vittime» e, in definitiva, «una vera cultura in materia di tutela».
Lgbt dietro la mascotte del Giubileo
Finito il Sinodo sulla sinodalità, la Chiesa inizia ad accendere i riflettori sul Giubileo del 2025, che inizierà con l’apertura di una porta santa da parte di papa Francesco il 24 dicembre 2024, vigilia del santo Natale.
In tal senso, come riporta un comunicato sul sito del Giubileo, il 28 ottobre l’arcivescovo e pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, mons. Rino Fisichella ha presentato ufficialmente la mascotte del Giubileo 2025, una sorta di bambolina chiamata «Luce». «Luce», spiega il sito del Giubileo, è «una pellegrina» che indossa «gli elementi tipici del viaggiatore», ossia «un k-way giallo per ripararsi dalle intemperie», porta degli «stivali sporchi» che testimoniano il «cammino già percorso», oltre ai simboli giubilari più collaudati, «una croce missionaria al collo e il bastone del pellegrino».
L’estetica della mascotte sarebbe a tal punto comunicativa che «gli occhi di Luce», del tutto simili a quelli di moltissimi fumetti manga, «brillano di una luce intensa» e simboleggiano «la speranza che nasce nel cuore di ogni pellegrino», incarnando il «desiderio di spiritualità e di connessione con il divino» e costituendo un «richiamo a un messaggio universale di pace e fraternità».
Il comunicato giustifica l’idea della mascotte-bambolina - che non piacerà né a tutti i cattolici né a tutti i prelati - affermando che «questo personaggio», disegnato «dall’illustratore Simone Legno», è stato concepito «con l’intento di riflettere la cultura pop», cultura che secondo Fisichella e i suoi sarebbe «particolarmente apprezzata dai giovani», anche perché porterebbe con sé «un messaggio di speranza e accoglienza».
Ora: Simone Legno, autore di «Luce», è un artista italiano noto per la creazione del marchio tokidoki. Tokidoki è una parola giapponese che significherebbe «a volte» e Legno ne ha fatto un marchio, un sito web, un brand e una «filosofia di vita». Tokidoki infatti sarebbe una miscela di «input visivi, culture e perfetta fusione di opposti che vivono insieme», ma anche quella «energia nascosta che ognuno ha dentro» e che ci «dà la forza di affrontare un nuovo giorno e sognare qualcosa di positivo».
La carriera del disegnatore è stata così fulgida che nel 2023 è stata pubblicata una monografia di 400 pagine intitolata «tokidoki - The Art Of Simone Legno», che «raccoglie i suoi progetti artistici e imprenditoriali».
Peccato però che Legno abbia usato il suo marchio sia per sostenere il gay pride, scrivendo fiero su Instagram: «Happy Pride month and happy Pride all year round!». Sia, peggio ancora, collegandolo direttamente con il commercio di vibratori a tema.
Infatti inserendo «tokidoki Lovehoney» su Amazon (Lovehoney è un marchio di prodotti erotici) viene fuori un «vibratore Lay-on», al prezzo di euro 34,65. E nelle «informazioni su questo articolo» si dice che si tratta di una «linea di prodotti erotici» e il cui «fabbricante» è «tokidoki by lovehoney». Ovvero due marchi associati: tokidoki di Simone Legno e Lovehoney. Per 56,10 euro si può acquistare un elettrostimolatore, «marca tokidoki», «progettato per dare libero sfogo alla tua immaginazione e divertirti da solo o in coppia».
Ovviamente tokidoki fa moltissimi altri oggetti, come libri da colorare, astucci, peluche, tazze. Ma sempre con volti che sorridono (e con occhi non meno suadenti di quelli di «Luce») e che compaiono anche sui vibratori di cui sopra.
Proprio per la stima che abbiamo verso Fisichella, osiamo dire: monsignore, ma allora? Se neppure la produzione di vibratori allontana dal Vaticano, a quale conversione mira il Giubileo?
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La prima relazione del vaticano sulle violenze del clero bacchetta le Chiese locali per lo scarso impegno in difesa delle vittime. E testimonia le gravi lungaggini del Dicastero per la dottrina della fede sui casi segnalati.Il creatore di Luce, la bimba pellegrina simbolo del Giubileo, usa il suo brand per sostenere il gay pride e realizzare una linea di vibratori. Fisichella batta un colpo.Lo speciale contiene due articoli.«Annualmente vorrei che mi preparaste un rapporto sulle iniziative della Chiesa per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili». Così papa Francesco, nell’aprile 2022, si era rivolto alla Pontificia commissione per la tutela dei minori. Una richiesta la cui risposta è arrivata ieri, con il primo Rapporto annuale sulle politiche e le procedure della Chiesa per la tutela, riferito al 2023. Strutturato in 50 pagine e quattro le sezioni, il testo raccoglie numerose informazioni dai cinque Continenti, da diversi istituti e congregazioni e dalla stessa Curia romana - invitata a una trasparenza sempre maggiore su iter e processi - e deve essere inteso, ha scritto nell’introduzione il cardinale Seán O’Malley - che presiede Tutela Minorum, la Commissione per la tutela dei minori - come «uno strumento di conoscenza capace di farci comprendere meglio come i nostri valori possano informare la risposta alla piaga dell’abuso e contribuire a istituire mezzi di prevenzione efficaci in tutti i Paesi».Impegni, questi, da attuare in conformità alle recenti riforme del Libro VI del Codice di diritto canonico, che stigmatizza il reato di abuso come violazione della dignità della persona. A tal proposito il documento - presentato ieri insieme a Maude de Boer-Buquicchio, giurista olandese che ha guidato il gruppo di studio istituito appositamente per la sua redazione - condensa risorse, suggerimenti e best practices da condividere nella Chiesa con contributi, oltre che da alcune congregazioni - come le Sorelle missionarie della Consolata e la Congregazione dello Spirito Santo -, dalle conferenze episcopali dell’Africa, del Messico, dello Sri Lanka e della Colombia. L’idea è infatti quella di esaminare tra le 15 e le 20 chiese locali ogni anno, con anche una selezione di istituti religiosi, per produrre cinque o sei report annuali, fino ad avere una fotografia globale del fenomeno.Nel primo rapporto la parte forse più interessante è quella sull’Europa, dove ciascun Paese investito dal tema degli abusi ha dato delle proprie risposte. In Francia, ad esempio, si è attuato un sistema di segnalazione obbligatoria per tutti i membri del clero che garantisce la comunicazione immediata alle autorità civili d’ogni sospetto di abuso. In Germania, invece, si è introdotto minuzioso processo di verifica per quanti lavorano coi minori, inclusi ecclesiastici e laici, così da impedire a chi abbia alle spalle una storia di abusi - e che quindi ha più possibilità di diventare abusante a sua volta - di avere accesso a individui vulnerabili. Il Rapporto segnala anche che l’Italia ha istituito commissioni diocesane indipendenti formate anche da esperti laici per supervisionare e indagare sulle accuse di abuso, promuovendo la trasparenza e l’esercizio della responsabilità istituzionale nella gestione dei casi. In uno dei Paesi dove lo scandalo degli abusi del clero è stato maggiore, l’Irlanda, è stato istituto un «servizio unico al mondo»: quello «che fornisce sostegno pastorale di tipo teologico a qualsiasi vittima/sopravvissuto che cerchi di riavvicinarsi alla fede». Il Belgio, invece, ha visto la Chiesa creare unità specializzate di cura pastorale, per dare sostegno e protezione alle vittime. Tuttavia, segnala sempre il Rapporto, delle criticità serie permangono e gli abusi purtroppo non si fermano. Con riferimento per esempio al Belgio, i vescovi hanno redatto un rapporto - contenente i dati raccolti dalla Conferenza episcopale - in cui si rilevano 47 nuove segnalazioni tra il 1° luglio 2022 e il 30 giugno 2023. In generale, per quanto riguarda l’area europea viene comunque segnalato dal documento una carenza di dati, con la «persistente assenza di statistiche affidabili sull’entità degli abusi da parte di chierici e religiosi». Con onestà, il Rapporto riporta pure casi di gravi lungaggini. Per esempio, con riferimento a quanto segnala la Congregazione dello Spirito Santo - presente in 60 Paesi del mondo, che conta oltre 2.700 membri, 59 dei quali consacrati vescovi - si riporta come essa riferisca «di 31 casi ricevuti e trasmessi al Dicastero per la Dottrina della Fede dal 2014 all’inizio del 2024, dei quali uno solo è stato trattato dal Dicastero nell’arco di 5 mesi, mentre la maggior parte richiede diversi anni». Che dare, dunque, per meglio contrastare gli abusi all’insegna della «rigorosa vigilanza» auspicata da Tutela Minorum? Oltre a riportare le buone pratiche messe in atto da alcuni Paesi, in questo primo rapporto vengono indicate alcune direttrici generali sulle quali lavorare. Una è quella di adoperarsi per agevolare l’accesso di vittime e sopravvissuti alle informazioni per evitare di ingenerare nuovi traumi. Viene poi esortato l’impegno delle Chiese locali, perché «mentre alcune istituzioni e autorità ecclesiastiche dimostrano un chiaro impegno in materia di tutela, altre sono solo all’inizio dell’assunzione dell’esercizio della responsabilità istituzionale». Infine, la Chiesa chiede più impegno nel superare gli squilibri attuali, che vedono alcune zone di Americhe, Europa e Oceania che hanno beneficiato di «ingenti risorse disponibili in materia di tutela», mentre altre di America centrale e meridionale, Africa e Asia sono state penalizzate da «scarse risorse specificamente dedicate». Di qui l’appello a più «solidarietà» tra le Conferenze episcopali, per «pervenire a standard universali in materia di tutela» creando «centri per la segnalazione e l’assistenza delle vittime» e, in definitiva, «una vera cultura in materia di tutela».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaticano-pedofilia-preti-2669541987.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lgbt-dietro-la-mascotte-del-giubileo" data-post-id="2669541987" data-published-at="1730287858" data-use-pagination="False"> Lgbt dietro la mascotte del Giubileo Finito il Sinodo sulla sinodalità, la Chiesa inizia ad accendere i riflettori sul Giubileo del 2025, che inizierà con l’apertura di una porta santa da parte di papa Francesco il 24 dicembre 2024, vigilia del santo Natale. In tal senso, come riporta un comunicato sul sito del Giubileo, il 28 ottobre l’arcivescovo e pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, mons. Rino Fisichella ha presentato ufficialmente la mascotte del Giubileo 2025, una sorta di bambolina chiamata «Luce». «Luce», spiega il sito del Giubileo, è «una pellegrina» che indossa «gli elementi tipici del viaggiatore», ossia «un k-way giallo per ripararsi dalle intemperie», porta degli «stivali sporchi» che testimoniano il «cammino già percorso», oltre ai simboli giubilari più collaudati, «una croce missionaria al collo e il bastone del pellegrino». L’estetica della mascotte sarebbe a tal punto comunicativa che «gli occhi di Luce», del tutto simili a quelli di moltissimi fumetti manga, «brillano di una luce intensa» e simboleggiano «la speranza che nasce nel cuore di ogni pellegrino», incarnando il «desiderio di spiritualità e di connessione con il divino» e costituendo un «richiamo a un messaggio universale di pace e fraternità». Il comunicato giustifica l’idea della mascotte-bambolina - che non piacerà né a tutti i cattolici né a tutti i prelati - affermando che «questo personaggio», disegnato «dall’illustratore Simone Legno», è stato concepito «con l’intento di riflettere la cultura pop», cultura che secondo Fisichella e i suoi sarebbe «particolarmente apprezzata dai giovani», anche perché porterebbe con sé «un messaggio di speranza e accoglienza». Ora: Simone Legno, autore di «Luce», è un artista italiano noto per la creazione del marchio tokidoki. Tokidoki è una parola giapponese che significherebbe «a volte» e Legno ne ha fatto un marchio, un sito web, un brand e una «filosofia di vita». Tokidoki infatti sarebbe una miscela di «input visivi, culture e perfetta fusione di opposti che vivono insieme», ma anche quella «energia nascosta che ognuno ha dentro» e che ci «dà la forza di affrontare un nuovo giorno e sognare qualcosa di positivo». La carriera del disegnatore è stata così fulgida che nel 2023 è stata pubblicata una monografia di 400 pagine intitolata «tokidoki - The Art Of Simone Legno», che «raccoglie i suoi progetti artistici e imprenditoriali». Peccato però che Legno abbia usato il suo marchio sia per sostenere il gay pride, scrivendo fiero su Instagram: «Happy Pride month and happy Pride all year round!». Sia, peggio ancora, collegandolo direttamente con il commercio di vibratori a tema. Infatti inserendo «tokidoki Lovehoney» su Amazon (Lovehoney è un marchio di prodotti erotici) viene fuori un «vibratore Lay-on», al prezzo di euro 34,65. E nelle «informazioni su questo articolo» si dice che si tratta di una «linea di prodotti erotici» e il cui «fabbricante» è «tokidoki by lovehoney». Ovvero due marchi associati: tokidoki di Simone Legno e Lovehoney. Per 56,10 euro si può acquistare un elettrostimolatore, «marca tokidoki», «progettato per dare libero sfogo alla tua immaginazione e divertirti da solo o in coppia». Ovviamente tokidoki fa moltissimi altri oggetti, come libri da colorare, astucci, peluche, tazze. Ma sempre con volti che sorridono (e con occhi non meno suadenti di quelli di «Luce») e che compaiono anche sui vibratori di cui sopra. Proprio per la stima che abbiamo verso Fisichella, osiamo dire: monsignore, ma allora? Se neppure la produzione di vibratori allontana dal Vaticano, a quale conversione mira il Giubileo?
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara