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2021-06-23
Nel Regno della variante delta si muore di Covid meno che da noi
Boris Johnson (Ansa)
E' una preoccupazione significativa quella che si registra per la diffusione della variante delta. Questo ceppo si distingue per una maggiore contagiosità e, nel nostro Paese, è finito al centro dell'attenzione soprattutto dopo che ieri è ststo scoperto un focolaio tra Piacenza e Cremona. Ad esserne colpito è stato, negli ultimi tempi, specialmente il Regno Unito che ha visto una recente crescita dei contagi. Ieri, i nuovi casi oltremanica sono stati 11.625: il dato più alto da metà febbraio e in aumento rispetto al giorno precedente. Si tratta di una cifra che, tra l'altro, supera di gran lunga gli 835 nuovi contagi registratisi - sempre ieri - nel nostro Paese. Un fattore, questo, che ha spinto molti a considerare la situazione sanitaria britannica come fortemente preoccupante: soprattutto nel confronto con l'Italia.
Ora, è naturale che questa variante costituisca una fonte di inquietudine. Ed è indubbiamente necessario tenere alta la guardia, soprattutto in termini di sequenziamento, senza sottovalutare alcun rischio. È comunque al contempo importante non lasciarsi travolgere dal panico e ricondurre il problema - per quanto serio - alle sue giuste proporzioni. Se è sbagliato minimizzare i pericoli di questa variante, è altrettanto sbagliato effettuare comparazioni basate sui soli dati afferenti ai contagi. Se infatti ci fermiamo a tale semplicistico confronto, la situazione britannica può apparire addirittura catastrofica. Eppure sarebbe forse più corretto integrare a queste cifre anche altri dati di significativa rilevanza.
Prendiamo innanzitutto in considerazione il numero dei tamponi effettuati. Ieri, i test condotti nel Regno Unito sono stati 1.019.739, laddove il numero di quelli condotti lo stesso giorno nel nostro Paese si è rivelato considerevolmente più basso, attestandosi a 192.882. Una differenza notevole che potrebbe (almeno in parte) spiegare la forte diversità registratasi tra Italia e Regno Unito sui contagi.
In secondo luogo, vale la pena di soffermarsi sull'ospedalizzazione. Da una parte è vero che il trend d'oltremanica non è troppo incoraggiante: dalla metà di maggio alla metà di giugno, i cittadini britannici ricoverati sono raddoppiati, da circa 100 a circa 200. Dall'altra parte, il dato diffuso ieri di 225 ospedalizzati è ben distante dal picco di oltre 4.000 ravvisato nel mese di gennaio. Interessante anche il dato delle terapie intensive: sono 227 quelle attualmente registrate nel Regno Unito a fronte delle 362 italiane (che comunque sono in calo).
In tutto questo, se anche passiamo ai decessi, scopriremo come - almeno per il momento - la situazione britannica sia meno apocalittica di quanto possa apparire a prima vista. Ieri nel Regno Unito sono state registrate 27 vittime: un dato sicuramente più alto rispetto ai giorni precedenti, ma più basso di quello italiano (31) e soprattutto ben lontano dagli oltre 1.200 decessi verificatisi in Gran Bretagna lo scorso gennaio.
Insomma, pur con tutte le dovute cautele del caso, è chiaro che - almeno per ora - i numeri d'oltremanica non consentono atteggiamenti allarmistici. E, in questo senso, un (prudente) ottimismo è stato espresso anche dal ministro della Salute britannico, Matt Hancock, secondo il quale il numero dei ricoveri segue una progressione «meno veloce» e quello dei decessi risulta mediamente «molto basso». «Dobbiamo rimanere vigili e osservare i dati in particolare dalla prossima settimana», ha precisato, aggiungendo infine che la campagna di vaccinazione si sta rivelando «efficace» anche contro la variante delta. Ricordiamo che il Regno Unito risulta al momento, secondo il tracciamento del New York Times, l'ottavo Paese al mondo per quanto riguarda l'avanzamento della campagna vaccinale.
La questione rischia tra l'altro di avere dei risvolti calcistici (e inevitabilmente politici). Il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, e il cancelliere tedesco, Angela Merkel, avevano infatti espresso l'altro ieri preoccupazioni sanitarie per le semifinali e la finale degli Europei, che dovrebbero tenersi nello stadio di Wembley a Londra. Preoccupazioni tuttavia non condivise dal governo britannico. «La finale degli Europei si svolgerà a Wembley», ha dichiarato lo stesso Hancock. Una posizione che ha incassato ieri l'appoggio della Uefa. «La Uefa», recita in tal senso un comunicato, «la federazione inglese e le autorità inglesi stanno lavorando a stretto contatto con successo per organizzare le semifinali e la finale degli Europei a Wembley e non ci sono piani per cambiare la sede di quelle partite». Questa linea non ha convinto tuttavia la Merkel, che ha dichiarato: «La Gran Bretagna è una zona a rischio variante del virus. Io credo, anzi non credo, spero che la Uefa agisca in modo responsabile. Non troverei positivo che ci fossero stadi pieni lì». Gli strascichi del post Brexit insomma non accennano a placarsi. E lo stadio di Wembley rischia adesso di finire al centro di un nuovo braccio di ferro tra Londra e Bruxelles.
Cacciato l’esperto pro Cina dell’Oms
Ai lettori della Verità il nome di Peter Daszak, zoologo britannico a capo della statunitense EcoHealth alliance, non suonerà nuovo. Nel febbraio dell'anno scorso compariva tra i firmatari di un comunicato pubblicato dalla rivista Lancet in cui alcuni esperti condannavano fermamente le teorie su una possibile origine non naturale del Covid-19. Quattro mesi dopo, a giugno, pubblicò un articolo sul Guardian in cui definiva «teoria del complotto» l'ipotesi del virus manipolato o sfuggito dall'Istituto di virologia di Wuhan.
È lo stesso centro in cui negli anni sono stati svolti studi sul coronavirus, finanziati dalla EcoHealth alliance, Ong newyorchese di cui è presidente. Ed è lo stesso istituto in cui Daszak ha lavorato in passato, fianco a fianco con Shi Zhengli, virologa cinese dell'Istituto di Wuhan, nota come batwoman cinese per aver raccolto oltre 15.000 campioni di virus da pipistrelli, colei che nei giorni scorsi ha rilasciato una breve dichiarazione al New York Times definendo infondate tutte le accuse occidentali contro il suo laboratorio. Laboratorio dove, nel 2017, come dimostrato dalle immagini diffuse la scorsa settimana dall'emittente tv Sky News Australia, venivano tenuti pipistrelli in gabbia. E chi è che nel dicembre scorso su Twitter tornava a definire quella una «teoria del complotto» e affermava che nell'Istituto di virologia di Wuhan «non ci sono pipistrelli, né vivi né morti» salvo poi cambiare idea? Esatto, proprio lui: Peter Daszak. Che soltanto pochi giorni fa ha ammesso che l'Istituto potrebbe aver ospitato pipistrelli. Ma lui, membro del team dell'Oms che a inizio 2021 viaggiò in Cina alla ricerca delle origini del Covid-19, non l'ha mai chiesto, ha aggiunto.
Ieri navigando sul sito della commissione sul Covid-19 della rivista Lancet, sostenuta dalle Nazioni Unite tramite il suo Sustainable development solutions network, alcuni giornali anglofoni hanno notato qualcosa di strano. Sotto al nome di Daszak, uno dei 28 esperti coinvolti, si legge: «Ricusato dal lavoro della Commissione sulle origini della pandemia». In una nota, la commissione ha dichiarato che «analizzerà attentamente l'origine del virus Sars-Cov-2 prima del suo rapporto finale, con l'obiettivo prioritario di raccomandare politiche per prevenire e contenere futuri focolai di malattie infettive».
Nessuna spiegazione fornita per il passo indietro di Daszak. Nel comunicato, però, appare chiaro il tentativo di tenersi alla larga dalle eventuali ripercussioni internazionali di conclusioni che potrebbero risultare sgradite alla Cina.
Perfino Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms, la cui voce nei primi mesi della pandemia è apparsa flebile contro Pechino, ha recentemente spiegato che tutte le ipotesi rimangono sul tavolo e ha chiesto indagini più approfondite. Anche perché le indagini di inizio anno non hanno potuto contare su un pieno accesso ai dati e ai luoghi, negato dalle autorità cinesi. «Mi aspetto che i futuri studi includano una condivisione dei dati più tempestiva e completa», aveva dichiarato Ghebreyesus.
Il mese scorso il presidente statunitense Joe Biden ha chiesto all'intelligence di raddoppiare gli sforzi di indagine sull'origine della pandemia, comprendendo anche l'ipotesi di una fuga da laboratorio. Anche Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di malattie infettive e consigliere della Casa Bianca sul Covid-19, ha affermato di non essere convinto che il coronavirus si sia sviluppato per vie naturali.
E forse non è un caso il passo indietro di Daszak dopo le polemiche sui suoi possibili conflitti d'interesse e il recente pressing statunitense per appurare la verità.
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Panico per il boom di contagi oltremanica. Ma Londra fa molti più tamponi di altri, e la campagna vaccinale funziona: ricoveri e vittime sotto controllo. Berlino però insiste: vuole levare a Johnson la finale degli Europei.Lo zoologo Daszak ricusato dalla commissione di «Lancet» che indaga sul patogeno. Per lui i sospetti su Wuhan sono «complotti». Peccato che ora li abbia anche Biden.Lo speciale contiene due articoli.E' una preoccupazione significativa quella che si registra per la diffusione della variante delta. Questo ceppo si distingue per una maggiore contagiosità e, nel nostro Paese, è finito al centro dell'attenzione soprattutto dopo che ieri è ststo scoperto un focolaio tra Piacenza e Cremona. Ad esserne colpito è stato, negli ultimi tempi, specialmente il Regno Unito che ha visto una recente crescita dei contagi. Ieri, i nuovi casi oltremanica sono stati 11.625: il dato più alto da metà febbraio e in aumento rispetto al giorno precedente. Si tratta di una cifra che, tra l'altro, supera di gran lunga gli 835 nuovi contagi registratisi - sempre ieri - nel nostro Paese. Un fattore, questo, che ha spinto molti a considerare la situazione sanitaria britannica come fortemente preoccupante: soprattutto nel confronto con l'Italia. Ora, è naturale che questa variante costituisca una fonte di inquietudine. Ed è indubbiamente necessario tenere alta la guardia, soprattutto in termini di sequenziamento, senza sottovalutare alcun rischio. È comunque al contempo importante non lasciarsi travolgere dal panico e ricondurre il problema - per quanto serio - alle sue giuste proporzioni. Se è sbagliato minimizzare i pericoli di questa variante, è altrettanto sbagliato effettuare comparazioni basate sui soli dati afferenti ai contagi. Se infatti ci fermiamo a tale semplicistico confronto, la situazione britannica può apparire addirittura catastrofica. Eppure sarebbe forse più corretto integrare a queste cifre anche altri dati di significativa rilevanza. Prendiamo innanzitutto in considerazione il numero dei tamponi effettuati. Ieri, i test condotti nel Regno Unito sono stati 1.019.739, laddove il numero di quelli condotti lo stesso giorno nel nostro Paese si è rivelato considerevolmente più basso, attestandosi a 192.882. Una differenza notevole che potrebbe (almeno in parte) spiegare la forte diversità registratasi tra Italia e Regno Unito sui contagi. In secondo luogo, vale la pena di soffermarsi sull'ospedalizzazione. Da una parte è vero che il trend d'oltremanica non è troppo incoraggiante: dalla metà di maggio alla metà di giugno, i cittadini britannici ricoverati sono raddoppiati, da circa 100 a circa 200. Dall'altra parte, il dato diffuso ieri di 225 ospedalizzati è ben distante dal picco di oltre 4.000 ravvisato nel mese di gennaio. Interessante anche il dato delle terapie intensive: sono 227 quelle attualmente registrate nel Regno Unito a fronte delle 362 italiane (che comunque sono in calo). In tutto questo, se anche passiamo ai decessi, scopriremo come - almeno per il momento - la situazione britannica sia meno apocalittica di quanto possa apparire a prima vista. Ieri nel Regno Unito sono state registrate 27 vittime: un dato sicuramente più alto rispetto ai giorni precedenti, ma più basso di quello italiano (31) e soprattutto ben lontano dagli oltre 1.200 decessi verificatisi in Gran Bretagna lo scorso gennaio. Insomma, pur con tutte le dovute cautele del caso, è chiaro che - almeno per ora - i numeri d'oltremanica non consentono atteggiamenti allarmistici. E, in questo senso, un (prudente) ottimismo è stato espresso anche dal ministro della Salute britannico, Matt Hancock, secondo il quale il numero dei ricoveri segue una progressione «meno veloce» e quello dei decessi risulta mediamente «molto basso». «Dobbiamo rimanere vigili e osservare i dati in particolare dalla prossima settimana», ha precisato, aggiungendo infine che la campagna di vaccinazione si sta rivelando «efficace» anche contro la variante delta. Ricordiamo che il Regno Unito risulta al momento, secondo il tracciamento del New York Times, l'ottavo Paese al mondo per quanto riguarda l'avanzamento della campagna vaccinale. La questione rischia tra l'altro di avere dei risvolti calcistici (e inevitabilmente politici). Il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, e il cancelliere tedesco, Angela Merkel, avevano infatti espresso l'altro ieri preoccupazioni sanitarie per le semifinali e la finale degli Europei, che dovrebbero tenersi nello stadio di Wembley a Londra. Preoccupazioni tuttavia non condivise dal governo britannico. «La finale degli Europei si svolgerà a Wembley», ha dichiarato lo stesso Hancock. Una posizione che ha incassato ieri l'appoggio della Uefa. «La Uefa», recita in tal senso un comunicato, «la federazione inglese e le autorità inglesi stanno lavorando a stretto contatto con successo per organizzare le semifinali e la finale degli Europei a Wembley e non ci sono piani per cambiare la sede di quelle partite». Questa linea non ha convinto tuttavia la Merkel, che ha dichiarato: «La Gran Bretagna è una zona a rischio variante del virus. Io credo, anzi non credo, spero che la Uefa agisca in modo responsabile. Non troverei positivo che ci fossero stadi pieni lì». Gli strascichi del post Brexit insomma non accennano a placarsi. E lo stadio di Wembley rischia adesso di finire al centro di un nuovo braccio di ferro tra Londra e Bruxelles. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/variante-delta-covid-2653494422.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cacciato-lesperto-pro-cina-delloms" data-post-id="2653494422" data-published-at="1624392940" data-use-pagination="False"> Cacciato l’esperto pro Cina dell’Oms Ai lettori della Verità il nome di Peter Daszak, zoologo britannico a capo della statunitense EcoHealth alliance, non suonerà nuovo. Nel febbraio dell'anno scorso compariva tra i firmatari di un comunicato pubblicato dalla rivista Lancet in cui alcuni esperti condannavano fermamente le teorie su una possibile origine non naturale del Covid-19. Quattro mesi dopo, a giugno, pubblicò un articolo sul Guardian in cui definiva «teoria del complotto» l'ipotesi del virus manipolato o sfuggito dall'Istituto di virologia di Wuhan. È lo stesso centro in cui negli anni sono stati svolti studi sul coronavirus, finanziati dalla EcoHealth alliance, Ong newyorchese di cui è presidente. Ed è lo stesso istituto in cui Daszak ha lavorato in passato, fianco a fianco con Shi Zhengli, virologa cinese dell'Istituto di Wuhan, nota come batwoman cinese per aver raccolto oltre 15.000 campioni di virus da pipistrelli, colei che nei giorni scorsi ha rilasciato una breve dichiarazione al New York Times definendo infondate tutte le accuse occidentali contro il suo laboratorio. Laboratorio dove, nel 2017, come dimostrato dalle immagini diffuse la scorsa settimana dall'emittente tv Sky News Australia, venivano tenuti pipistrelli in gabbia. E chi è che nel dicembre scorso su Twitter tornava a definire quella una «teoria del complotto» e affermava che nell'Istituto di virologia di Wuhan «non ci sono pipistrelli, né vivi né morti» salvo poi cambiare idea? Esatto, proprio lui: Peter Daszak. Che soltanto pochi giorni fa ha ammesso che l'Istituto potrebbe aver ospitato pipistrelli. Ma lui, membro del team dell'Oms che a inizio 2021 viaggiò in Cina alla ricerca delle origini del Covid-19, non l'ha mai chiesto, ha aggiunto. Ieri navigando sul sito della commissione sul Covid-19 della rivista Lancet, sostenuta dalle Nazioni Unite tramite il suo Sustainable development solutions network, alcuni giornali anglofoni hanno notato qualcosa di strano. Sotto al nome di Daszak, uno dei 28 esperti coinvolti, si legge: «Ricusato dal lavoro della Commissione sulle origini della pandemia». In una nota, la commissione ha dichiarato che «analizzerà attentamente l'origine del virus Sars-Cov-2 prima del suo rapporto finale, con l'obiettivo prioritario di raccomandare politiche per prevenire e contenere futuri focolai di malattie infettive». Nessuna spiegazione fornita per il passo indietro di Daszak. Nel comunicato, però, appare chiaro il tentativo di tenersi alla larga dalle eventuali ripercussioni internazionali di conclusioni che potrebbero risultare sgradite alla Cina. Perfino Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms, la cui voce nei primi mesi della pandemia è apparsa flebile contro Pechino, ha recentemente spiegato che tutte le ipotesi rimangono sul tavolo e ha chiesto indagini più approfondite. Anche perché le indagini di inizio anno non hanno potuto contare su un pieno accesso ai dati e ai luoghi, negato dalle autorità cinesi. «Mi aspetto che i futuri studi includano una condivisione dei dati più tempestiva e completa», aveva dichiarato Ghebreyesus. Il mese scorso il presidente statunitense Joe Biden ha chiesto all'intelligence di raddoppiare gli sforzi di indagine sull'origine della pandemia, comprendendo anche l'ipotesi di una fuga da laboratorio. Anche Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di malattie infettive e consigliere della Casa Bianca sul Covid-19, ha affermato di non essere convinto che il coronavirus si sia sviluppato per vie naturali. E forse non è un caso il passo indietro di Daszak dopo le polemiche sui suoi possibili conflitti d'interesse e il recente pressing statunitense per appurare la verità.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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