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2018-08-25
Vaccinazioni, assunzioni e sicurezza prima dell’inizio, scuola già nel caos
Ansa
Presidi che mancano, assunzioni in ritardo, la metà degli edifici dove i ragazzi studiano da mettere in sicurezza. E poi, naturalmente, quell'obbligo vaccinale che il governo di Giuseppe Conte intende trasformare in «obbligo flessibile» e che lascia ancora nel limbo migliaia di famiglie. Manca ormai una manciata di giorni all'inizio del nuovo anno scolastico, che verrà ricordato come uno dei più difficili degli ultimi tempi. I primi a tornare sui banchi saranno gli alunni della provincia autonoma di Bolzano, per i quali la campanella suonerà il 5 settembre. Si parte invece cinque giorni dopo in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Basilicata e Abruzzo. Da segnare sul calendario è il 12 settembre per gli alunni di Campania, Sicilia, Valle d'Aosta, Veneto, Lombardia, Umbria e provincia autonoma di Trento. Che precedono di un giorno quelli del Molise. Al via il 17 settembre la scuola per Marche, Toscana, Lazio, Sardegna, Emilia Romagna, Calabria e Liguria. Gli ultimi saranno gli alunni pugliesi, per i quali l'inizio delle lezioni è stato fissato per il 20 settembre. Insomma, manca ormai davvero poco per i circa 8 milioni di studenti del nostro Paese. Ma la scuola, quest'anno più che mai, sembra non essere pronta per accoglierli. Sono due le incognite che, su tutte, rischiano di trasformare l'avvio dell'anno scolastico in una difficile corsa a ostacoli: il caos vaccini e quello delle nuove assunzioni.
In queste settimane migliaia di presidi e genitori sono alle prese con un rebus: i bambini che al primo giorno di scuola non presenteranno il certificato vaccinale potranno entrare in classe? Per il momento fra i dirigenti sembra prevalere la linea dura: «Allo stato delle cose, se non verrà presentato all'inizio dell'anno scolastico il certificato di avvenuta vaccinazione della Asl, non potremo permettere la frequenza dei bimbi a scuola, a nidi e materne». Insomma, per loro vale ancora quanto stabilito dalla legge dell'ex ministro Beatrice Lorenzin. In attesa che venga approvato l'11 settembre alla Camera il decreto milleproroghe che rinvia di un anno l'obbligo dei vaccini per l'iscrizione a materne e nidi. Insomma, se il nuovo governo non dovesse intervenire entro l'inizio del nuovo anno scolastico i bambini da zero a 6 anni senza le dieci vaccinazioni obbligatorie (polio, difterite, tetano, epatite b, pertosse, haemophilus influenzae di tipo b; morbillo, rosolia, parotite e varicella) resteranno fuori dai nidi e dalle materne fino all'ottemperamento dell'obbligo. Gli studenti da 6 a 16 anni potranno invece entrare, ma alle loro famiglie saranno elevate multe da 100 a 500 euro. Ma su questo scenario grava un'altra incognita, ovvero l'autocertificazione. Una misura già prevista dalla legge Lorenzin, prorogata da una circolare emessa dal nuovo ministro della Salute, Giulia Grillo, ma contestata dai dirigenti scolastici. Insomma, al momento a essere certi dell'inizio della scuola sono solo i genitori in possesso del certificato. Per tutti gli altri è ancora il caos a regnare sovrano.
Il secondo grande nodo riguarda le nuove assunzioni, già autorizzate ma ancora in pesante ritardo. Per questo molti studenti potrebbero veder arrivare un supplente al posto del docente di ruolo. La questione potrebbe infatti non sbloccarsi in tempo: benché gli uffici scolastici regionali abbiano dato il via libera ai nuovi insegnanti, molti di loro non hanno ancora completato i percorsi Fit, ovvero la formazione iniziale e tirocinio. Quindi non sono pronti né hanno i requisiti per salire in cattedra. E i problemi non finiscono qui, perché procede a singhiozzo anche la regolarizzazione degli insegnanti a tempo indeterminato. Ovvero l'immissione in ruolo dei vincitori del concorso 2016 e anche dei partecipanti ai Fit, cioè i docenti abilitati della scuola secondaria inferiore e superiore che sostengono il concorso non selettivo. In diverse regioni le procedure stanno andando a rilento per mancanza di personale. Se la situazione non si dovesse sbloccare entro il 31 agosto, le cattedre disponibili potrebbero essere coperte ancora una volta da supplenti annuali.
Sicurezza che manca
Specialmente dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, l'attenzione del governo è dedicata alla sicurezza degli edifici scolastici. In Italia c'è un patrimonio edilizio scolastico composto da circa 40.000 istituti che fa capo agli enti locali. In gran parte si tratta di edifici costruiti prima del 1970. Di questi, quasi il 40% non possiede il certificato di collaudo statico, più del 50% non ha quello di agibilità/abitabilità e di prevenzione incendi. Il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti, ha intenzione di partire subito: «Ancora prima della tragica vicenda di Genova, avevamo già stanziato 7 miliardi per la messa a norma degli edifici scolastici: li ho trovati e adesso li stiamo utilizzando. Dobbiamo innanzitutto mettere a norma gli edifici scolastici, con il documento valutazione dei rischi e la certificazione degli impianti elettrici e termici in maniera che siano sicuri. Questo deve essere il primo passo. Abbiamo scovato le risorse e saranno le prime; poi ne verranno altre».
Su un inizio anno già complicato grava infine un'altra tegola: l'assenza di un numero adeguato di dirigenti scolastici. Secondo il sindacato Udir, il primo settembre una scuola su quattro potrebbe riaprire senza il preside. Si tratta in totale di circa 2.000 istituti. I casi più eclatanti sono segnalati in Sardegna e Friuli Venezia Giulia dove sarà in servizio solo il 60% dei dirigenti. Da parte sua, il sindacato ribadisce che «la soluzione deve essere tempestiva: bisogna semplificare le procedure di selezione e formazione del nuovo concorso in atto e, inoltre, è necessario riaprire una procedura riservata ai ricorrenti del 2011, per evitare l'annullamento del corso riservato svoltosi nel 2015, quando si pronuncerà la Consulta in autunno sulla Buona Scuola». Insomma, i problemi da affrontare sono moltissimi. Come ammette lo stesso ministro Bussetti: «Dobbiamo rivedere tutto un sistema che in questo momento ha tante posizioni da chiarire. Sono in arrivo nuovi concorsi, sia per il reclutamento degli insegnanti sia per l'assunzione del personale amministrativo. Noi ce la stiamo mettendo tutta».
Lo Stato non conosce la sua stessa legge sugli istituti paritari e pagherà i danni
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Il 5 settembre suona la campanella nelle aule bolzanine, poi tocca alle altre regioni. Avvio d'anno difficile tra obblighi flessibili, corsi non fatti ed edifici a rischio. Per 8 milioni di studenti parte il valzer dei supplenti.Condannato il ministero che voleva chiudere quattro plessi scolastici basandosi sulla violazione di una norma abrogata.Lo speciale contiene due articoli.Presidi che mancano, assunzioni in ritardo, la metà degli edifici dove i ragazzi studiano da mettere in sicurezza. E poi, naturalmente, quell'obbligo vaccinale che il governo di Giuseppe Conte intende trasformare in «obbligo flessibile» e che lascia ancora nel limbo migliaia di famiglie. Manca ormai una manciata di giorni all'inizio del nuovo anno scolastico, che verrà ricordato come uno dei più difficili degli ultimi tempi. I primi a tornare sui banchi saranno gli alunni della provincia autonoma di Bolzano, per i quali la campanella suonerà il 5 settembre. Si parte invece cinque giorni dopo in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Basilicata e Abruzzo. Da segnare sul calendario è il 12 settembre per gli alunni di Campania, Sicilia, Valle d'Aosta, Veneto, Lombardia, Umbria e provincia autonoma di Trento. Che precedono di un giorno quelli del Molise. Al via il 17 settembre la scuola per Marche, Toscana, Lazio, Sardegna, Emilia Romagna, Calabria e Liguria. Gli ultimi saranno gli alunni pugliesi, per i quali l'inizio delle lezioni è stato fissato per il 20 settembre. Insomma, manca ormai davvero poco per i circa 8 milioni di studenti del nostro Paese. Ma la scuola, quest'anno più che mai, sembra non essere pronta per accoglierli. Sono due le incognite che, su tutte, rischiano di trasformare l'avvio dell'anno scolastico in una difficile corsa a ostacoli: il caos vaccini e quello delle nuove assunzioni.In queste settimane migliaia di presidi e genitori sono alle prese con un rebus: i bambini che al primo giorno di scuola non presenteranno il certificato vaccinale potranno entrare in classe? Per il momento fra i dirigenti sembra prevalere la linea dura: «Allo stato delle cose, se non verrà presentato all'inizio dell'anno scolastico il certificato di avvenuta vaccinazione della Asl, non potremo permettere la frequenza dei bimbi a scuola, a nidi e materne». Insomma, per loro vale ancora quanto stabilito dalla legge dell'ex ministro Beatrice Lorenzin. In attesa che venga approvato l'11 settembre alla Camera il decreto milleproroghe che rinvia di un anno l'obbligo dei vaccini per l'iscrizione a materne e nidi. Insomma, se il nuovo governo non dovesse intervenire entro l'inizio del nuovo anno scolastico i bambini da zero a 6 anni senza le dieci vaccinazioni obbligatorie (polio, difterite, tetano, epatite b, pertosse, haemophilus influenzae di tipo b; morbillo, rosolia, parotite e varicella) resteranno fuori dai nidi e dalle materne fino all'ottemperamento dell'obbligo. Gli studenti da 6 a 16 anni potranno invece entrare, ma alle loro famiglie saranno elevate multe da 100 a 500 euro. Ma su questo scenario grava un'altra incognita, ovvero l'autocertificazione. Una misura già prevista dalla legge Lorenzin, prorogata da una circolare emessa dal nuovo ministro della Salute, Giulia Grillo, ma contestata dai dirigenti scolastici. Insomma, al momento a essere certi dell'inizio della scuola sono solo i genitori in possesso del certificato. Per tutti gli altri è ancora il caos a regnare sovrano.Il secondo grande nodo riguarda le nuove assunzioni, già autorizzate ma ancora in pesante ritardo. Per questo molti studenti potrebbero veder arrivare un supplente al posto del docente di ruolo. La questione potrebbe infatti non sbloccarsi in tempo: benché gli uffici scolastici regionali abbiano dato il via libera ai nuovi insegnanti, molti di loro non hanno ancora completato i percorsi Fit, ovvero la formazione iniziale e tirocinio. Quindi non sono pronti né hanno i requisiti per salire in cattedra. E i problemi non finiscono qui, perché procede a singhiozzo anche la regolarizzazione degli insegnanti a tempo indeterminato. Ovvero l'immissione in ruolo dei vincitori del concorso 2016 e anche dei partecipanti ai Fit, cioè i docenti abilitati della scuola secondaria inferiore e superiore che sostengono il concorso non selettivo. In diverse regioni le procedure stanno andando a rilento per mancanza di personale. Se la situazione non si dovesse sbloccare entro il 31 agosto, le cattedre disponibili potrebbero essere coperte ancora una volta da supplenti annuali.Sicurezza che mancaSpecialmente dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, l'attenzione del governo è dedicata alla sicurezza degli edifici scolastici. In Italia c'è un patrimonio edilizio scolastico composto da circa 40.000 istituti che fa capo agli enti locali. In gran parte si tratta di edifici costruiti prima del 1970. Di questi, quasi il 40% non possiede il certificato di collaudo statico, più del 50% non ha quello di agibilità/abitabilità e di prevenzione incendi. Il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti, ha intenzione di partire subito: «Ancora prima della tragica vicenda di Genova, avevamo già stanziato 7 miliardi per la messa a norma degli edifici scolastici: li ho trovati e adesso li stiamo utilizzando. Dobbiamo innanzitutto mettere a norma gli edifici scolastici, con il documento valutazione dei rischi e la certificazione degli impianti elettrici e termici in maniera che siano sicuri. Questo deve essere il primo passo. Abbiamo scovato le risorse e saranno le prime; poi ne verranno altre».Su un inizio anno già complicato grava infine un'altra tegola: l'assenza di un numero adeguato di dirigenti scolastici. Secondo il sindacato Udir, il primo settembre una scuola su quattro potrebbe riaprire senza il preside. Si tratta in totale di circa 2.000 istituti. I casi più eclatanti sono segnalati in Sardegna e Friuli Venezia Giulia dove sarà in servizio solo il 60% dei dirigenti. Da parte sua, il sindacato ribadisce che «la soluzione deve essere tempestiva: bisogna semplificare le procedure di selezione e formazione del nuovo concorso in atto e, inoltre, è necessario riaprire una procedura riservata ai ricorrenti del 2011, per evitare l'annullamento del corso riservato svoltosi nel 2015, quando si pronuncerà la Consulta in autunno sulla Buona Scuola». Insomma, i problemi da affrontare sono moltissimi. Come ammette lo stesso ministro Bussetti: «Dobbiamo rivedere tutto un sistema che in questo momento ha tante posizioni da chiarire. Sono in arrivo nuovi concorsi, sia per il reclutamento degli insegnanti sia per l'assunzione del personale amministrativo. Noi ce la stiamo mettendo tutta».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccinazioni-assunzioni-e-sicurezza-prima-dellinizio-scuola-gia-nel-caos-2598737960.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-stato-non-conosce-la-sua-stessa-legge-sugli-istituti-paritari-e-paghera-i-danni" data-post-id="2598737960" data-published-at="1774145513" data-use-pagination="False"> Lo Stato non conosce la sua stessa legge sugli istituti paritari e pagherà i danni L'Ufficio scolastico della Lombardia, con un provvedimento del 2015, ha provato a revocargli la parità scolastica. Un articolo del febbraio 2016 del Corriere della Sera li ha aveva definiti «diplomifici» avviati «verso la chiusura» in conseguenza dei «blitz degli ispettori del ministero». Eppure, alla fine, i 16 istituti coinvolti nella vicenda, suddivisi in 4 plessi scolastici tra Milano, Como, Magenta e Pavia, hanno visto riconoscere le loro ragioni e, insieme, il loro diritto a continuare l'attività di scuole paritarie. A stabilirlo, la magistratura che, con quattro sentenze del Tar della Lombardia a cui ha fatto seguito il definitivo pronunciamento del Consiglio di Stato, da poco passato in giudicato, ha condannato il ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, ingiungendo allo stesso il pagamento delle spese processuali sostenute dalla Leonardo da Vinci srl, società cui queste scuole fanno riferimento. Ma come e da cosa è originata questa storia al termine della quale lo Stato, ancora una volta, non ha rimediato esattamente una bella figura? In sintesi, tutto ha avuto inizio qualche anno fa con dei blitz degli ispettori del ministero effettuati in diversi istituti superiori, fra cui quelli della Leonardo da Vinci. Controlli che avrebbero rilevato tutta una serie di irregolarità in ordine alla gestione scrutini, agli esami, alle iscrizioni da altre scuole nonché al passaggio di un indirizzo all'altro da parte degli studenti. In realtà, come si è poi avuto modo di appurare, la sola cosa irrituale, allora, furono le modalità di quelle verifiche, con le comunicazioni inerenti le visite ispettive inviate a ispezioni già avviate, a dispetto del fatto che gli incarichi fossero stati conferiti giorni prima. Ad ogni modo, le iniziali risultanze ispettive furono ritenute tante e tali da far emanare ben quattro decreti da parte dell'Ufficio scolastico regionale della Lombardia, datati 29 dicembre 2015, tutti volti a revocare ad altrettanti plessi scolastici la fino ad allora riconosciuta parità scolastica. Tradotto dal burocratese, secondo il Ministero quelle scuole avrebbero sostanzialmente dovuto chiudere i battenti, con gli immaginabili disagi per gli studenti i quali si sarebbero dovuti arrangiare, insieme alle loro famiglie, a trovare al volo nuovi istituti cui iscriversi. Per difendere le proprie ragioni la Leonardo da Vinci, che ha alle spalle un'esperienza che dura dal 1966, non ha così avuto altra via che quella processuale, nell'ambito della quale lo scenario iniziale è decisamente mutato. Una volta che la palla è passata alla magistratura, sono infatti emersi elementi che né le iniziali ispezioni né gli articoli di stampa al riguardo, non sempre equilibratissimi, avevano messo in luce. E che sono stati definitivamente confermate da una sentenza del Consiglio di Stato pubblicata il 21 marzo scorso con cui i giudici, tanto per cominciare, hanno sottolineato che «le deduzioni relative alla gestione scrutini, esami e iscrizioni da altre scuole sono prive della esatta individuazione delle condotte contestate e delle norme violate». In altre parole, la gran parte delle irregolarità rilevate negli istituti della Leonardo da Vinci, semplicemente, tali non erano. Il bello, si fa per dire, si riscontra leggendo cosa la magistratura ha rimarcato rispetto al passaggio di un indirizzo all'altro da parte degli studenti, che le ispezioni avevano censurato parificandole un passaggio di classe, da un anno all'altro. «L'assunto da cui muove l'Amministrazione», ha puntualizzato al riguardo il Consiglio di Stato, «che vorrebbe identificare i passaggi orizzontali fra diversi tipi e indirizzi di studio con gli esami di promozione e idoneità (che riguardano il passaggio da una classe inferiore a una superiore), si scontra altresì con l'abrogazione - disposta dall'articolo 31 comma 2, del citato decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226 - dell'articolo 192 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297». L'Ufficio scolastico della Lombardia, il ministero dell'Istruzione, insomma lo Stato, ha cioè dimostrato di non conoscere la legge, rilevando la violazione di una norma abrogata, non più in vigore. Non si trattasse di materia giudiziaria e dunque inevitabilmente seria, verrebbe da ridere. Tanto più che i passaggi orizzontali contestati alle scuole lombarde come passibili di revoca della parità sono sempre regolarmente avvenuti in istituti analoghi, per esempio nel vicino Piemonte, senza che nessuno abbia mai avuto alcunché da obiettare. In questo modo la Leonardo da Vinci, incassati i successi al Tar, l'ha spuntata anche col Consiglio di Stato. «Siamo molto contenti che le nostre ragioni siano state definitivamente riconosciute», dichiara alla Verità Giovanni Previde Prato, rappresentante della società, «e lo siamo in particolare per le famiglie dei nostri studenti». Già, gli studenti. Un aspetto che vale la pena puntualizzare dal momento che tutta questa storia non è stata indolore per le scuole lombarde, che si sono ritrovate a fare i conti, sottolinea Prato, con 200 iscrizioni in meno, in pratica la riduzione di un terzo della popolazione scolastica. Danni, questi, per i quali alla Leonardo da Vinci ora sono intenzionati a chiedere un risarcimento di milioni di euro. Comunque andrà a finire, resta tuttavia l'amarezza per una vicenda evitabile, che oltre alla magra figura avrebbe fatto risparmiare allo stesso Stato spese significative.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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