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2021-03-02
Ursula cela il suo fallimento dietro l’«era delle pandemie» e punta ad avere più poteri
Ursula von der Leyen (Ansa)
Domenica sera, ancora sotto choc per l'editoriale di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore - secondo il quale il rallentamento della Commissione nella trattativa sui vaccini «è costato vite umane, anche se ha prodotto vantaggi finanziari» - toccava leggere sul sito del Financial Times un'intervista alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che annunciava: dobbiamo prepararci a un'«epoca di pandemie». Il tutto servito con la rilassatezza con cui si annunciano le previsioni del tempo.
La von der Leyen, sottoposta a durissime critiche per la gestione delle trattative con le case farmaceutiche anche in Germania e costretta a una pubblica ammenda davanti all'Europarlamento, evidentemente forte della sua esperienza di ministro della Difesa, ritiene che sia sempre preferibile l'attacco. E allora non solo sorvola su quanto accaduto tra giugno e agosto del 2020 - quando lei era impantanata ancora con i leader dei 27 Stati membri mentre il Regno Unito aveva firmato il primo ordine ad Astrazeneca già il 17 maggio - ma rilancia e pretende un'altra possibilità. Dall'alto di non si sa quali evidenze scientifiche, sentenzia che «non ci si potrà permettere di rilassarsi nemmeno quando l'emergenza Covid sarà superata», poiché «stiamo entrando in un'epoca di pandemie e superato il Covid non sarà tutto finito. Il rischio resta presente», e allora sarà necessario attrezzarsi.
La sua soluzione è, in sigla, Hera (autorità per prevenzione e risposta all'emergenza sanitaria). Grazie a questo organismo sarà possibile in futuro reagire in modo più rapido a emergenze come il Covid, combinando ricerca, industria biotech e istituzioni pubbliche. «Dobbiamo rafforzare la scala di produzione dei vaccini», ha poi aggiunto. Intanto, per fronteggiare questa emergenza e la disastrosa performance rispetto alle altre aree economicamente avanzate del pianeta (con Usa e Uk ben oltre il 20% di vaccinati e i Paesi della Ue mestamente intorno al 6%), confida per il prossimo trimestre nel secondo contratto con Biontech-Pfizer e l'autorizzazione del vaccino di Johnson&Johnson.
«Aumentare la scala di produzione non è stato così rapido come credevamo all'inizio», ha sostenuto la von der Leyen, in un estremo tentativo di cercare alibi. Omettendo però di aggiungere che era solo una questione di «capacità decisionale e risorse finanziarie», come onestamente riconosce Fabbrini. Le industrie farmaceutiche del Regno Unito hanno lavorato sull'ampliamento della capacità produttiva sin da febbraio. Erano dei fenomeni? No, avevano solo il committente giusto: Boris Johnson. Anziché un'istituzione come la Commissione, strutturalmente incapace di prendere decisioni rapide e con budget limitato.
La von der Leyen non ha scrupoli nell'agitare il manganello della paura: «Temo molto le mutazioni, se il virus circola nelle nostre immediate vicinanze, è crescente la probabilità di mutazioni e di un loro ritorno in Europa». Stupisce la pervicacia con cui a Bruxelles si rifiuta di riconoscere che la gestione di emergenze di questo tipo richiede un'agilità decisionale e una capacità logistica che un'istituzione come la Ue non potrà mai avere. Anziché ritirarsi in buon ordine, e ammettere che dove serve capillarità di azione il gigante dai piedi di argilla si muove tardi e male, la von der Leyen conosce una sola risposta: più gigantismo. È lo schema logico ricorrente quando a Bruxelles si materializza un fallimento, che viene imputato paradossalmente all'insufficiente somministrazione della (spesso fatale) medicina dell'accentramento di tutte le scelte presso la burocrazia di Palazzo Berlaymont.
Non rifugge da questo schema nemmeno lo stesso Fabbrini, che descrive le difficoltà della Commissione nel mettere insieme le volontà di 27 Stati per poi infine approdare al disastroso risultato di allungare i tempi per ottenere «condizioni economiche più vantaggiose». Un primato di cui vergognarsi, in contropartita della perdita di vite umane, viene lasciato scivolare tra le righe come se nulla fosse. «In situazioni di emergenza, i sistemi di governo multilivello producono tensioni tra i vari livelli, non già cooperazione tra essi», spiega il giornalista del Sole. Che giunge alla scontata conclusione della formazione di una sovranità sanitaria sovranazionale. Si invoca la cessione di sovranità a livello locale proprio in un caso in cui il presidio capillare del territorio è un fattore critico di successo, come dimostrato da Israele e Regno Unito. Il famoso «pennello grande». Quando è un «grande pennello» che serve.
Stesso disco rotto anche a opera di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di ieri. Parte dal «fallimento clamoroso dell'Europa sui vaccini» e ne individua le cause nell'assenza di flessibilità e reattività e nella consueta complessità burocratica della Ue. «La soluzione non è esautorare l'Europa. È quella opposta». Evidentemente Cazzullo è della stessa idea del comandante Schettino, convinto che la Costa Concordia avrebbe potuto manovrare agilmente tra gli scogli affioranti al largo del Giglio.
E allora ecco che, davanti al naufragio, scatta la mozione degli affetti: «Fare in modo che l'Europa funzioni meglio, resti unita». Sorvolando sull'uso di Europa anziché Ue, non riusciamo a comprendere come sia possibile cavare sangue da una rapa. Ma tant'è.
Quando la Ue sbaglia è perché non ce n'è stata abbastanza. Ce ne vuole sempre di più.
«Per i contratta capestro con le big Pharma ogni cittadino può far causa all'Ue»
I contratti vessatori, stipulati dall'Unione europea con le aziende farmaceutiche produttrici di vaccini, potrebbero essere dichiarati nulli anche su iniziativa del singolo cittadino. Altro che inerzia dello Stato nei confronti dell'operato della presidente, Ursula von der Leyen, come il secondo governo presieduto da Giuseppe Conte ci aveva fatto credere. «Siamo legittimati ad agire», sostiene l'avvocato Giancarlo Cipolla, esperto di diritto internazionale, commerciale e bancario. Dallo studio di Milano ha avviato cause con multinazionali come Ford o Google, ottenendo l'annullamento di contratti che imponevano clausole sopraffattorie per imprese e consumatori.
Lei afferma che l'Italia può assumere ogni azione nei confronti della Commissione europea, per chiedere che siano accertate violazioni negli accordi di acquisto preliminare. Con quale diritto?
«L'accordo sottoscritto dalla Ue “in nome e per conto dei Paesi membri" con i produttori di vaccino ha una valenza evidente. Significa che l'Europa ha agito come mandataria all'interno di un contratto di mandato con rappresentanza e che l'Italia ha piena legittimazione a muoversi, se non è soddisfatta del contratto».
Anche il cittadino può far valere le proprie ragioni?
«Certo. Una risoluzione del Consiglio d'Europa dello scorso 27 gennaio pone l'accento sulla necessità di “comunicare in modo trasparente il contenuto dei contratti con i produttori di vaccini e renderli pubblici al controllo parlamentare e pubblico". Quindi non solo gli Stati membri che sono stati impegnati negli accordi, ma tutti noi dobbiamo avere piena consapevolezza di che cosa è stato convenuto tra Ue e aziende produttrici di vaccini».
È ipotizzabile una richiesta di risarcimento danni?
«Credo proprio di sì. Nel contratto con Astrazeneca, l'unico che è stato possibile visionare malgrado i numerosi omissis, una delle clausole imposte - e supinamente accettate dall'Europa - prevede la responsabilità esclusiva dei singoli Stati rispetto ad azioni di risarcimento, avanzate dai vaccinati per eventuali effetti collaterali provocati dal farmaco somministrato. Per il produttore, invece, nessun rischio. Una clausola di tale portata è assolutamente nulla perché vessatoria e incontrollabile».
Condizioni sottoscritte in piena emergenza sanitaria, si giustifica la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
«L'Unione europea, perciò anche gli Stati membri, hanno accettato di assumere un rischio su qualche cosa di cui non hanno consapevolezza: non conoscono il contenuto di questo vaccino, così come ignorano quello degli altri farmaci anti Covid autorizzati e in commercio. L'Italia può chiedere l'annullamento di un contratto, stipulato con una casa farmaceutica, proprio perché sottoscritto in evidente grave “stato di bisogno" e palesemente vessatorio».
L'Unione europea accampa anche la scusa che ha cercato di farci pagare poco i vaccini.
«Però ci siamo assunti una responsabilità incalcolabile. Una scommessa al buio. Altri Paesi che avranno acquistato i farmaci a prezzi più alti non hanno dovuto sottostare a condizioni capestro. Quindi quanto vale questa clausola? Un'enormità».
Si è giocato, male, sulla nostra salute.
«Chi ha rappresentato gli Stati membri nella campagna acquisti, cioè la Commissione europea, avrebbe dovuto tenere in conto gli interessi dei cittadini. Accettando queste clausole, non ha reso affatto un buon servizio al mandante, quindi a tutti noi. Clausole che, ricordiamolo, sono in conflitto con l'ordinamento dell'Unione stessa. Perciò sono nulle».
Ci faccia capire perché.
«Il contratto che è stato sottoscritto tra le parti è regolamentato dalla legge belga e, in caso di contenzioso, l'unico foro competente è quello di Bruxelles. Ma la direttiva 85/374/Cee del Consiglio d'Europa del 25 luglio 1985, recepita anche in Belgio, vieta esplicitamente che la responsabilità del produttore - in questo caso Astrazeneca - possa “essere limitata o esclusa nei confronti della vittima da una clausola di limitazione o esclusione della responsabilità". Non lo consente, proprio per preservare gli inderogabili diritti dei consumatori di avviare azioni risarcitorie nei loro singoli Paesi».
In questo modo, invece, la Commissione europea ha ignorato e calpestato diritti, recepiti proprio dal suo ordinamento.
«C'è da chiedersi quali competenze avesse chi ha firmato un contratto di tale portata, che doveva garantire la sopravvivenza dei cittadini e la ripresa economica dell'Ue. Un contratto da rabbrividire, ecco che cosa è. Comunque, basterebbe un giudice italiano a decretare la nullità della clausola di esonero della responsabilità del produttore del vaccino. Consentendo all'eventuale vittima di eventi avversi di poter esercitare l'azione di risarcimento in Italia».
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Parlando con il Financial Times, il capo della Commissione nasconde la debacle europea sulla profilassi. E usa la paura del futuro per ottenere più accentramento.L'esperto di diritto internazionale Giancarlo Cipolla: «La trasparenza degli accordi non è stata rispettata. Le clausole supinamente accettate dall'Europa sono vessatorie, per cui nulle. Chi ha firmato il patto forse non sapeva cosa stava facendo». Domenica sera, ancora sotto choc per l'editoriale di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore - secondo il quale il rallentamento della Commissione nella trattativa sui vaccini «è costato vite umane, anche se ha prodotto vantaggi finanziari» - toccava leggere sul sito del Financial Times un'intervista alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che annunciava: dobbiamo prepararci a un'«epoca di pandemie». Il tutto servito con la rilassatezza con cui si annunciano le previsioni del tempo.La von der Leyen, sottoposta a durissime critiche per la gestione delle trattative con le case farmaceutiche anche in Germania e costretta a una pubblica ammenda davanti all'Europarlamento, evidentemente forte della sua esperienza di ministro della Difesa, ritiene che sia sempre preferibile l'attacco. E allora non solo sorvola su quanto accaduto tra giugno e agosto del 2020 - quando lei era impantanata ancora con i leader dei 27 Stati membri mentre il Regno Unito aveva firmato il primo ordine ad Astrazeneca già il 17 maggio - ma rilancia e pretende un'altra possibilità. Dall'alto di non si sa quali evidenze scientifiche, sentenzia che «non ci si potrà permettere di rilassarsi nemmeno quando l'emergenza Covid sarà superata», poiché «stiamo entrando in un'epoca di pandemie e superato il Covid non sarà tutto finito. Il rischio resta presente», e allora sarà necessario attrezzarsi.La sua soluzione è, in sigla, Hera (autorità per prevenzione e risposta all'emergenza sanitaria). Grazie a questo organismo sarà possibile in futuro reagire in modo più rapido a emergenze come il Covid, combinando ricerca, industria biotech e istituzioni pubbliche. «Dobbiamo rafforzare la scala di produzione dei vaccini», ha poi aggiunto. Intanto, per fronteggiare questa emergenza e la disastrosa performance rispetto alle altre aree economicamente avanzate del pianeta (con Usa e Uk ben oltre il 20% di vaccinati e i Paesi della Ue mestamente intorno al 6%), confida per il prossimo trimestre nel secondo contratto con Biontech-Pfizer e l'autorizzazione del vaccino di Johnson&Johnson.«Aumentare la scala di produzione non è stato così rapido come credevamo all'inizio», ha sostenuto la von der Leyen, in un estremo tentativo di cercare alibi. Omettendo però di aggiungere che era solo una questione di «capacità decisionale e risorse finanziarie», come onestamente riconosce Fabbrini. Le industrie farmaceutiche del Regno Unito hanno lavorato sull'ampliamento della capacità produttiva sin da febbraio. Erano dei fenomeni? No, avevano solo il committente giusto: Boris Johnson. Anziché un'istituzione come la Commissione, strutturalmente incapace di prendere decisioni rapide e con budget limitato.La von der Leyen non ha scrupoli nell'agitare il manganello della paura: «Temo molto le mutazioni, se il virus circola nelle nostre immediate vicinanze, è crescente la probabilità di mutazioni e di un loro ritorno in Europa». Stupisce la pervicacia con cui a Bruxelles si rifiuta di riconoscere che la gestione di emergenze di questo tipo richiede un'agilità decisionale e una capacità logistica che un'istituzione come la Ue non potrà mai avere. Anziché ritirarsi in buon ordine, e ammettere che dove serve capillarità di azione il gigante dai piedi di argilla si muove tardi e male, la von der Leyen conosce una sola risposta: più gigantismo. È lo schema logico ricorrente quando a Bruxelles si materializza un fallimento, che viene imputato paradossalmente all'insufficiente somministrazione della (spesso fatale) medicina dell'accentramento di tutte le scelte presso la burocrazia di Palazzo Berlaymont.Non rifugge da questo schema nemmeno lo stesso Fabbrini, che descrive le difficoltà della Commissione nel mettere insieme le volontà di 27 Stati per poi infine approdare al disastroso risultato di allungare i tempi per ottenere «condizioni economiche più vantaggiose». Un primato di cui vergognarsi, in contropartita della perdita di vite umane, viene lasciato scivolare tra le righe come se nulla fosse. «In situazioni di emergenza, i sistemi di governo multilivello producono tensioni tra i vari livelli, non già cooperazione tra essi», spiega il giornalista del Sole. Che giunge alla scontata conclusione della formazione di una sovranità sanitaria sovranazionale. Si invoca la cessione di sovranità a livello locale proprio in un caso in cui il presidio capillare del territorio è un fattore critico di successo, come dimostrato da Israele e Regno Unito. Il famoso «pennello grande». Quando è un «grande pennello» che serve.Stesso disco rotto anche a opera di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di ieri. Parte dal «fallimento clamoroso dell'Europa sui vaccini» e ne individua le cause nell'assenza di flessibilità e reattività e nella consueta complessità burocratica della Ue. «La soluzione non è esautorare l'Europa. È quella opposta». Evidentemente Cazzullo è della stessa idea del comandante Schettino, convinto che la Costa Concordia avrebbe potuto manovrare agilmente tra gli scogli affioranti al largo del Giglio.E allora ecco che, davanti al naufragio, scatta la mozione degli affetti: «Fare in modo che l'Europa funzioni meglio, resti unita». Sorvolando sull'uso di Europa anziché Ue, non riusciamo a comprendere come sia possibile cavare sangue da una rapa. Ma tant'è.Quando la Ue sbaglia è perché non ce n'è stata abbastanza. 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Altro che inerzia dello Stato nei confronti dell'operato della presidente, Ursula von der Leyen, come il secondo governo presieduto da Giuseppe Conte ci aveva fatto credere. «Siamo legittimati ad agire», sostiene l'avvocato Giancarlo Cipolla, esperto di diritto internazionale, commerciale e bancario. Dallo studio di Milano ha avviato cause con multinazionali come Ford o Google, ottenendo l'annullamento di contratti che imponevano clausole sopraffattorie per imprese e consumatori. Lei afferma che l'Italia può assumere ogni azione nei confronti della Commissione europea, per chiedere che siano accertate violazioni negli accordi di acquisto preliminare. Con quale diritto? «L'accordo sottoscritto dalla Ue “in nome e per conto dei Paesi membri" con i produttori di vaccino ha una valenza evidente. Significa che l'Europa ha agito come mandataria all'interno di un contratto di mandato con rappresentanza e che l'Italia ha piena legittimazione a muoversi, se non è soddisfatta del contratto». Anche il cittadino può far valere le proprie ragioni? «Certo. Una risoluzione del Consiglio d'Europa dello scorso 27 gennaio pone l'accento sulla necessità di “comunicare in modo trasparente il contenuto dei contratti con i produttori di vaccini e renderli pubblici al controllo parlamentare e pubblico". Quindi non solo gli Stati membri che sono stati impegnati negli accordi, ma tutti noi dobbiamo avere piena consapevolezza di che cosa è stato convenuto tra Ue e aziende produttrici di vaccini». È ipotizzabile una richiesta di risarcimento danni? «Credo proprio di sì. Nel contratto con Astrazeneca, l'unico che è stato possibile visionare malgrado i numerosi omissis, una delle clausole imposte - e supinamente accettate dall'Europa - prevede la responsabilità esclusiva dei singoli Stati rispetto ad azioni di risarcimento, avanzate dai vaccinati per eventuali effetti collaterali provocati dal farmaco somministrato. Per il produttore, invece, nessun rischio. Una clausola di tale portata è assolutamente nulla perché vessatoria e incontrollabile». Condizioni sottoscritte in piena emergenza sanitaria, si giustifica la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. «L'Unione europea, perciò anche gli Stati membri, hanno accettato di assumere un rischio su qualche cosa di cui non hanno consapevolezza: non conoscono il contenuto di questo vaccino, così come ignorano quello degli altri farmaci anti Covid autorizzati e in commercio. L'Italia può chiedere l'annullamento di un contratto, stipulato con una casa farmaceutica, proprio perché sottoscritto in evidente grave “stato di bisogno" e palesemente vessatorio». L'Unione europea accampa anche la scusa che ha cercato di farci pagare poco i vaccini. «Però ci siamo assunti una responsabilità incalcolabile. Una scommessa al buio. Altri Paesi che avranno acquistato i farmaci a prezzi più alti non hanno dovuto sottostare a condizioni capestro. Quindi quanto vale questa clausola? Un'enormità». Si è giocato, male, sulla nostra salute. «Chi ha rappresentato gli Stati membri nella campagna acquisti, cioè la Commissione europea, avrebbe dovuto tenere in conto gli interessi dei cittadini. Accettando queste clausole, non ha reso affatto un buon servizio al mandante, quindi a tutti noi. Clausole che, ricordiamolo, sono in conflitto con l'ordinamento dell'Unione stessa. Perciò sono nulle». Ci faccia capire perché. «Il contratto che è stato sottoscritto tra le parti è regolamentato dalla legge belga e, in caso di contenzioso, l'unico foro competente è quello di Bruxelles. Ma la direttiva 85/374/Cee del Consiglio d'Europa del 25 luglio 1985, recepita anche in Belgio, vieta esplicitamente che la responsabilità del produttore - in questo caso Astrazeneca - possa “essere limitata o esclusa nei confronti della vittima da una clausola di limitazione o esclusione della responsabilità". Non lo consente, proprio per preservare gli inderogabili diritti dei consumatori di avviare azioni risarcitorie nei loro singoli Paesi». In questo modo, invece, la Commissione europea ha ignorato e calpestato diritti, recepiti proprio dal suo ordinamento. «C'è da chiedersi quali competenze avesse chi ha firmato un contratto di tale portata, che doveva garantire la sopravvivenza dei cittadini e la ripresa economica dell'Ue. Un contratto da rabbrividire, ecco che cosa è. Comunque, basterebbe un giudice italiano a decretare la nullità della clausola di esonero della responsabilità del produttore del vaccino. Consentendo all'eventuale vittima di eventi avversi di poter esercitare l'azione di risarcimento in Italia».
Ursula von der Leyen (Ansa)
Con una decisione di esecuzione firmata da Ursula von der Leyen e comparsa nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 9 febbraio scorso, la Commissione ha abolito i dazi del 20,7% sulle auto Cupra Tavascan prodotte nello stabilimento cinese di Anhui e importate in Ue. Il modello sarà soggetto a prezzo minimo di importazione e a quote di volumi annuali limitate.
Il Suv elettrico del marchio Cupra (appartenente alla casa automobilistica spagnola Seat, a sua volta parte della galassia Volkswagen) è prodotto in Cina e come tale avrebbe dovuto pagare un dazio all’ingresso in Unione europea. Ma qualche giorno fa la Commissione aveva pubblicato un documento che apriva la porta agli esportatori cinesi: proporre un accordo per tenere il prezzo più alto rispetto al listino, così da non spiazzare i produttori europei.
Un portavoce della Commissione aveva affermato che si trattava di una proposta ipotetica, ma nel giro di pochi giorni l’accordo con Volkswagen, che in questo caso figura come un esportatore cinese, ha reso reale la cosa.
La Camera di commercio cinese in Europa ha fatto sapere che gli altri produttori cinesi di veicoli elettrici stanno valutando se presentare le proprie proposte di impegno sui prezzi, che per i cinesi presentano l’indubbio vantaggio di lasciare nelle loro tasche margini di profitto che non avrebbero se pagassero i dazi.
Pechino ieri ha risposto fissando i dazi sulle importazioni di prodotti lattiero-caseari europei all’11,7%, dopo una indagine anti sovvenzioni avviata nel 2024. Una indagine aperta dopo la decisione della Commissione di imporre dazi sulle auto elettriche cinesi fino al 45%. Lo scorso dicembre il governo cinese aveva annunciato dazi cautelativi del 43% su formaggi freschi e fusi e su alcuni tipi di panna provenienti dall’Europa, riscossi tramite depositi. Ora la decisione di stabilire l’aliquota definitiva dell’11,7% può essere motivata come risposta di distensione da parte di Pechino dopo le concessioni a Cupra.
L’intreccio di questa vicenda mostra ancora una volta il fallimento dell’Unione europea. Mentre Ursula von der Leyen davanti al Parlamento due giorni fa ha parlato di «preferenza europea» per salvare il mercato unico dalle esportazioni cinesi e i 27 si sono riuniti ieri in Belgio per un ritiro al capezzale dell’industria europea, la Commissione apre le porte alla Cina.
Soprattutto, le follie regolatorie dell’Unione sono diventate ingestibili. La storia di questi ultimi anni è costellata di norme disastrose che vengono poi riviste, corrette, rallentate, ritrattate. Bruxelles partorisce la direttiva sulla responsabilità sociale e poi si rende conto che è inapplicabile, così come la legge sulla deforestazione. Mette in pista il sistema Ets 2 per poi frenarne l’applicazione quando ci si rende conto degli oneri che comporterà. Lancia il bando delle auto con motore a combustione interna al 2035 e poi lo ammorbidisce generando una confusione peggiore. Introduce il Cbam per tassare il carbonio poi lo elimina per l’80% degli obbligati. Lo stesso Cbam non tiene conto dei semilavorati e così genera un danno per i produttori europei. L’Ue ora sta considerando l’idea di limitare il sistema Ets 1, dopo che questo per anni ha appesantito di costi il sistema industriale, minandone la celeberrima competitività. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Ciò che sembra impossibile a Bruxelles è generare una regolazione ben fatta, che non causi danni e non costringa a continue marce indietro. La malagestione europea di questi anni è una grave concausa della crisi industriale in cui l’Europa è precipitata e qualsiasi vertice tra leader dovrebbe cominciare da questo semplice punto di partenza.
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La leggenda di San Valentino nasce agli albori quasi del cristianesimo. La alimenta Papa Gelasio che alla fine del quinto secolo volle porre fine all’ultimo rito pagano di massa rimasto a Roma: i Lupercalia. Erano i tre giorni – tra il 13 e il 15 febbraio - dedicati al dio Fauno in richiesta di protezione dai lupi e di fertilità delle greggi e delle donne che imponevano sacrifici animali, corse rituali e promesse d’amore per facilitare le gravidanze. Il Papa pensò che il martirio di Valentino da Terni, che si era prodigato per l’unione di una giovane a cui aveva fatto la dote e aveva guarito con l’amore il figlio epilettico del filosofo Cratone, si prestasse a interpretare questo afflato d’amore e di fertilità che i Lupercalia interpretavano. E pure il giorno era giusto, così il Santo le cui spoglie riposano dal 14 febbraio 273 a Terni è divenuto il protettore degli innamorati quanto degli epilettici (le chiavi di San Valentino in ricordo di quando il religioso si chiuse nella stanza per guarire il figlio di Cratone venivano donati come protezione ai neonati).
Ma la cosa singolare è che questo culto si è sviluppato più nei paesi nordici e nelle chiese riformate che non nel cattolicesimo. Saranno operazioni di marketing – come quella inventata da Federico Seneca che infila nei cioccolatini messaggi d’amore in ricordo di quelli che Luisa Spagnoli si scambiava con Giovanni Buitoni – che partono con i bigliettini profumati di Valentina Heter a sancire a cavallo tra Ottocento e Novecento la festa di San Valentino come ode all’amore. E l’idea dei bigliettini è ripresa alla grande visto che oggi alla cattedrale di Terni arrivano migliaia di lettere con le promesse d’amore: particolare curioso è che quasi un terzo di questa «corrispondenza del cuore» arriva dal Giappone dove la ricorrenza di San Valentino è sentitissima.
I regali? Non siate invadenti. Meglio i cioccolatini accompagnati però da un biglietto scritto con sentimento o i fiori. Non siate banali con le solite rose rosse. Ci sono altre essenze che indicano la passione: i tulipani di colore rosso, la ginestra indica intimità, ma se la passione è già scoppiata. Volete fare una proposta osè? Allora affidatevi alle orchidee. Desiderate invece comunicare che siete un po’ gelosi? Andate sul giallo, se invece il rapporto è solo all’inizio e volete dimostrare ammirazione: rose blu o rose bianche o anche dei lisiantus che comunicano determinazione, ma con dolcezza. Se invece l’intimità è forte un dono per San Valentino che funziona è scegliere il profumo preferito dall’amata o dal partner. Allora proviamo a fare un viaggio sentimentale in cucina e in cantina alla ricerca del regalino giusto. Partiamo.
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I piati dell’amore – Da sempre si è cercata la pozione magica, il filtro d’amore, ma anche il corroborante alimentare dei sentimenti. Allora proviamo a metter insieme un po’ d’ingredienti che fanno bene all’amore, avvertendo che tutte le cosiddette pietanze afrodisiache non hanno alcun effetto fisiologico, ma possono influenzare la psiche che è fondamentale per esprimere i sentimenti. Partiamo dalla Valnerina che «sfocia» a Terni e qui non si può non parlare di tartufi. In antico si pensava che avessero virtù eccitanti al punto che la Chiesa li proibiva a conversi e suore. Un pizzico di verità c’è perché il tartufo emana feromoni che anno a che fare con i richiami sessuali: dunque farrotto (il farro era il cereale della fertilità e del matrimonio in antico) al tartufo, tagliatele col nero pregiato e un succulento filetto ricoperto di scaglie di tartufo fanno al caso nostro. Nelle acque del Nera guizzano le trote e i trovano i gamberi di fiume, dunque sotto col pesce e segnatamente i crostacei che sono considerati egualmente molto coadiuvanti n’l'amore. Per esempio dei gamberoni flambè fanno tanta scena e molta atmosfera.
Tra i cibi afrodisiaci per eccellenza vanno messi i frutti di mare e le ostriche in particolare. Si usa accompagnarle con lo Champagne o anche con un ottimo Metodo classico italiano, ma è gastronomicamente un errore. Le ostriche vogliono vini «salati» dunque uno dei nostri grandi bianchi fermi va assai meglio. Tra i cibi afrodisiaci ci sono le fragole: stupite il/la vostra commensale con un risotto alle fragole (sono una primizia adesso e anche questo fa sorpresa) questo sì tirato con un vino che spuma. Un piatto afrodisiaco per eccellenza sono gli asparagi, fatti in involtino con pancetta al forno sono perfetti. Anche i carciofi hanno un forte potere afrodisiaco: si possono fare fritti, ma anche in insalata con scaglie di Parmigiano Reggiano o Grana sono perfetti (in questi caso occhio all’abbinamento col vino perché problematico).
Le carni non sono indicatissime come cibi dell’amore, potete fare un eccezione per dei medaglioni di filetti bardati abbondando col rosmarino, oppure per degli spiedini con pane croccante, salvia e funghi. Per i dolci non possono mancare il cioccolato (il bonnet o un morbido sono perfetti, ma anche la vecchia zuppa inglese fa la sua figura) e soprattutto le mandorle che sono il simbolo, anche sacro, della fertilità. Anche un po’ di cioccolatini al liquore, come pure il babà aiutano. Però il piatto afrodisiaco per eccellenza sarebbero gli spaghetti aglio, olio e peperoncino. Laglio magari disturba l’alito, ma insieme al peperoncino fluidifica ed è quello che ci vuole!
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Innamorarsi in cantina – È fuor di dubbio che gli spumanti siano i vini degli innamorati. Si può scegliere per avere i grandi metodo classico dalle quattro zone a più alta concentrazione di cantine specializzate anche se ormai tutta Italia spuma. Partendo dall’Alta Langa per fare il botto si può scegliere da Enrico Serafino rifermentazioni che passano gli 8 anni. In Oltrepò il Rosato di Monsupello di Angelo Boatti è stupendo. In Franciacorta c’è un presidio straordinario. Le bottiglie come la Vittorio Moretti Riserva di Terre Moretti o la Cuvée Anna Maria Clementi di Cà del Bosco sfidano i grandi francesi, ma siccome il rosa funziona ecco che si può affidarsi all’Assemblage due sempre di Terra Moretti in Rosa, al Rosato di Monterossa, oppure per bere più leggero un Saten come quello di Contadi Castaldi, un rosato come quello del Mosnel o il Saten di Ferghetina, sono perfetti. In Trentino si può fare un pas des deux con Madame Martis grandissimo Chardonnay e il suo «compagno» Monsieur Martis Pinot Meunier di grande suggestione entrambi di Maso Martis. Il Campione rimane il Giulio Ferrari riserva del Fondatore delle Cantine Ferrari da cui attingere anche il Perlè Rosè, mentre per uno Chardonnay d’impronta nobile il Conte Federigo di Bossi Fedrigotti è impeccabile. Andando al Sud gli spumanti di Daraprì sono di grande classe.
Tra i metodo Martinotti un rosato inimitabile sono il Rosa del Fae e il Casa Canevel Cuvée Rosa entrambi da Marzemini di Canevel. Ottimo in rosato Il Matia Vezzola di Costaripa e venendo verso il Centro Italia il Rosato di Fontezoppa va benissimo, ma qui nelle Marche una bottiglia suadente, affascinate, sbarazzina è La Passerina di Velenosi, come tra i Prosecco l’Asolo di Aneri. Da applausi il rosato di Donnafugata con l’etichetta di Dolce e Gabbana che scelta di classe. Se ha da essere festa di gran classe e allora sfidiamo il prezzo. In sequenza dal Toscana: Badia Passignano di Antinori, Il Castello di Nipozzano di Frescobaldi, il Paleo di Campolmi, un vino tutto al femminile come il Brunello di Montalcino Casato Prime Donne di Donatella Cinelli Colombini, il Guidalberto della Tenuta San Guido (quella del Sassicaia) firmato da Grazia Grassini, l’Insoglio del Cinghiale di Tenuta di Biserno, i grandi rossi di Monteverro. E poi Villa Gresti il grandissimo Merlot di Guerrieri Gonzaga in Trentino, con in Alto Adige il Pinot Nero Meczan di Hofstatter in Piemonte il Barolo di Gagliardo. In Veneto lascitevi conquistare dal Costasera di Masi o il Vajo Amaron di Serego Alighieri: il primo parla di Romeo e Giulietta, il secondo di Palo e Francesca nei versi del loro avo Dante Alighieri. C’è una grande bottiglia come il Promis di Camarcanda – il tenimento bolgherese di Angelo Gaja oggi affidato ai tre figli Gaia, Rossana e Giovanni – che vale davvero la pena.
Un vino che affascina per potenza, equilibrio e stile è il Sagrantino di Montefalco Collepiano dell’Arnaldo Caprai. Bere un Falesco Montiano di Famiglia Cotarella è arrivare a vette eccelse. Andando al Sud come non lasciarsi incantare dal Radici di Mastroberardino o dal Terre Brune di Santadi e siamo in Sardegna. Tra i bianchi un posto assoluto tutte le bottiglie di Roberto di Di Meo (il Fiano è spettacolare), poi il Verdicchio Utopia di Montecappone nelle Marche dove s’incontrano grandissimi bianchi come il 25 ani della Monacesca, il Cambugiano di Bellisario, il Villa Bucci, il Casal di Serra di Umani Ronchi. Un posto speciale va riservato a tre bianchi assoluti: il Ronco delle Mele di Venica, il Terre Alte di Livio Felluga e il Pinot Bianco di Elena Walch. Questo è solo un modesto campionario di ciò che a San Valentino può scaldarvi il cuore.
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