Così l’umanità distrugge il proprio futuro mentre cerca l’immortalità
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  • La denatalità colpisce ormai Paesi ricchi e poveri. Un saggio di Paul Morland contesta falsi miti (come il legame tra più istruzione e meno figli) e suggerisce idee innovative.
  • Nel suo «La terra al di là», il visionario autore americano Gene Wolfe presenta uno scrittore di guide turistiche rinchiuso senza motivo nella prigione di un Est totalitario. Ma le cose non sono sempre come sembrano.
  • Il fumettista Inio Asano immagina un mondo dove il capitalismo della sorveglianza ha trionfato e per accedere ai servizi serve una tessera. Ricorda qualcosa?

Lo speciale contiene tre articoli.

Quella di sconfiggere la morte è una antichissima ambizione dell’umanità che ultimamente ha preso una inaudita concretezza. Nella Silicon Valley e altrove ci sono fior di luminari e di aziende all’avanguardia che lavorano per garantire l’esistenza di quelli che il transumanista Yuval Harari ha chiamato «amortali». A che punto sia la ricerca lo spiega Venki Ramakrishnan in un suggestivo saggio appena pubblicato da Adelphi e intitolato Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità.

Il fatto, però, è che mentre ci si preoccupa di eliminare l’invecchiamento e allontanare la morte, si affronta solo superficialmente il vero dramma del tempo presente, ovvero la denatalità. Se ne discute molto, è vero, ma spesso con poca cognizione di causa e le soluzioni proposte di conseguenza sono per lo più blande. Un bel modo per rafforzare le convinzioni pro nataliste consiste nel leggere quello che finora è il libro più esaustivo è interessante sulla materia, ovvero Senza futuro. Il malessere demografico che minaccia l’umanità di Paul Morland, curato da Marco Valerio Lo Prete per Liberilibri, appena arrivato sugli scaffali. Morland, ricercatore presso il Birkbeck College della University of London, affronta il tema in una prospettiva finalmente globale, esamina i dati e soprattutto cerca di andare alla radice del problema.

«Sostenere l’idea di fare figli non è mai stato così urgente. Sostenere l’idea di fare figli non è mai stato così difficile», attacca Morland. «È urgente a causa del collasso imminente della popolazione che osserviamo in comunità dopo comunità, Paese dopo Paese, continente dopo continente. Nel complesso la popolazione mondiale continua a crescere, ma lo fa a un ritmo sempre più lento. […] È difficile a causa del mutamento delle preferenze e di una marea montante di attitudini che si combinano assieme per convincere sempre più persone ad avere sempre meno figli, o nessun figlio. Un tempo era il progresso materiale a far diminuire la natalità. Oggi, in buona parte del mondo, sono alcuni ideali e stili di vita a essere in contrasto con la formazione di una famiglia».

Il quadro generale è persino peggiore di come viene talvolta presentato dalla stampa. «Uno spettro si aggira per l’Europa. Come anche per l’Asia orientale e buona parte del Nord America, e a breve si aggirerà per la maggior parte del pianeta. È lo spettro dello spopolamento», dice Morland. «Per decenni ha intaccato le periferie, le zone rurali remote e le cittadine più piccole della Rust Belt, e noi l’abbiamo ampiamente ignorato. Non si tratta di luoghi dove di solito vivono quelli che fanno opinione come giornalisti, accademici o politici, o ai quali questi ultimi prestano molta attenzione. Ma adesso le conseguenze dello spopolamento sono finite sulle prime pagine dei giornali. Ed è solo l’inizio. Stiamo assistendo al travaglio del parto di una nuova epoca, di un’epoca – però – senza travagli di parto. Si può tracciare un grande arco che unisce i due estremi del continente eurasiatico, dallo Stretto di Gibilterra allo Stretto di Johor, e viaggiare soltanto attraverso Paesi che hanno di fronte a sé la prospettiva del declino della popolazione, in una vasta Mezzaluna infertile. Questa include Paesi con popolazioni a maggioranza protestante, cattolica, islamica e buddista, Paesi ricchi e Paesi poveri, regimi democratici e regimi autoritari. Per alcuni di essi il fenomeno è nuovo, per altri è vecchio di decenni. In questi Stati e nazioni, quasi indipendentemente dalle caratteristiche sociali, economiche o politiche, il declino della popolazione e le sue conseguenze ora diventano parte inevitabile del futuro. C’è la promessa di robot e altri strumenti tecnologici, ma se vogliamo riparare il nostro rubinetto che perde, se vogliamo che gli scaffali dei nostri supermercati siano riforniti e che qualcuno si prenda cura dei nostri genitori anziani, le macchine non sono ancora dietro l’angolo per salvarci. Per il momento abbiamo bisogno di esseri umani per fare le cose, così come sempre è stato».

Questo è il dramma vero. Nonostante la questione demografica non sia più ignorata da media e politici come in passato, la via di uscita non sembra essere a portata di mano. «È vero, il numero degli abitanti della Terra sta ancora crescendo ma il tasso di crescita si è dimezzato dagli anni Settanta e continua a calare. E mentre il numero complessivo di persone sta gradualmente raggiungendo il picco […] l’umanità invecchia rapidamente. Una parte sempre maggiore della crescita del numero di esseri umani si deve al ritardo della morte, mentre sempre meno alla creazione di nuove vite».

Ma quali sono le cause che ci hanno condotto fino a qui? Almeno per quanto riguarda l’Europa, la secolarizzazione è stato un fattore determinante. «Una volta che tra le persone si sono diffuse le modalità di controllo della propria fecondità, inizia a manifestarsi la differenza che fa la religione», dice Morland. «Sembra che i francesi siano stati tra i primi utilizzatori delle tecniche di pianificazione familiare, e la differenza dei tassi di fecondità tra le aree dove il cattolicesimo era forte e tutte le altre poteva già essere osservata nel XIX secolo. Secondo uno studio piuttosto originale, la regione cattolica della Bretagna ha sperimentato un declino della natalità dopo un secolo o più rispetto alla regione relativamente secolarizzata della Provenza, una testimonianza dell’effetto ritardante della religione sul calo della natalità. Nella Francia del XIX secolo e dell’inizio del XX, la religione sembra aver fatto la differenza per quasi 1 figlio o tre quarti di figlio per donna. Per quanto riguarda il mondo contemporaneo, negli Stati Uniti il tasso di fecondità di quanti frequentano servizi religiosi ogni settimana si è mantenuto costantemente al di sopra del tasso di sostituzione negli ultimi quarant’anni, mentre per quanti si considerano non religiosi la fecondità è diminuita a tal punto che adesso il gap tra i due gruppi è di circa quattro quinti di figlio pro capite».

Molti dei dati e delle tendenze che Morland descrive sono tutto sommato conosciuti, per quanto difficili da affrontare. Ma ce ne sono anche altri leggermente meno noti. Ad esempio il legame fra istruzione e natalità. Si tende a pensare che più le donne sono istruite meno vogliano e facciano figli. Ma non è del tutto vero.

«Negli Stati Uniti», dice lo studioso, «le ragazze che abbandonano la scuola superiore senza diplomarsi hanno quasi 2,75 figli ciascuna. Quelle che smettono di studiare dopo il diploma di scuola superiore ne hanno appena più di 2, mentre quelle che entrano all’università ma non si laureano ne hanno poco meno di 2. Le laureate hanno appena 1,3 figli. Ma l’aspetto interessante è che nella fascia superiore c’è una sorta di svolta verso l’alto. Le donne con un master hanno 1,4 figli e quelle con un dottorato 1,5». Soprattutto in certe fasce esiste una maggiore propensione delle donne istruite per la procreazione, anche se poi in quel caso il problema è la difficoltà a trovare compagni adeguati.

Come se ne esce? Lo abbiamo ripetuto spesso: il problema è culturale. Lo dimostra la comparazione fra Israele e Corea: a parità di condizioni, le donne israeliane hanno molti più figli. Perché? Perché è differente la cultura in cui sono immerse. «Qualunque cosa faccia il governo in termini di aiuto alle persone, se la cultura è sfavorevole a questo riguardo e non cambia, il governo continuerà a premere su una porta chiusa», dice Morland. «Il governo dovrebbe spingere, da parte sua, ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte come società. Il compito del governo sarebbe quello di plasmare la nostra cultura in modo da garantire che la porta sia aperta per coloro che desiderano famiglie più numerose». La speranza di invertire la rotta, dunque, esiste. Ma comporta un notevole impegno. Se la cultura dominante non smetterà di essere nemica della famiglia, al nostro futuro possiamo dire addio.

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