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2024-05-19
La pace all’occidentale fa infuriare Zelensky
Volodymyr Zelensky (Ansa)
«Noi vogliamo che la guerra finisca con una pace giusta. L’Occidente vuole che la guerra finisca, punto». Volodymyr Zelensky se n’è reso conto: sul negoziato con Mosca, lui e gli alleati ormai hanno idee diverse. «Ci troviamo in una situazione assurda», ha sbottato con Afp, «l’Occidente teme che la Russia perda la guerra e non vuole che sia l’Ucraina a perderla». Bella scoperta: l’Europa - e forse pure gli Usa - non hanno un’idea precisa degli obiettivi politici da perseguire con il conflitto per procura contro Vladimir Putin. Non possono mollare la resistenza, ma nemmeno arrivare all’Armageddon nucleare; non intendono subire uno smacco, ma nemmeno deporre lo zar. Il mondo libero ha oscillato tra fasi di disimpegno e momenti in cui sembrava imminente lo scontro diretto con la Russia. È una schizofrenia che la nazione invasa ha pagato cara. Il bilancio, umano e materiale, è tragico. E il servizio di frontiera di Kiev informa che almeno 300 persone sono morte tentando di attraversare il fiume Tibisco, per fuggire in Ungheria ed evitare l’arruolamento. Abbiamo combattuto davvero fino all’ultimo ucraino.
Visto che si trova in una posizione di forza, il leader del Cremlino manda segnali, non si sa quanto sinceri, di disponibilità alla trattativa. Ha aperto all’idea della tregua olimpica, lanciata da Emmanuel Macron in presenza di Xi Jinping, che piace a Washington, meno ai diffidenti baltici. Stavolta, è stato Zelensky a rifiutare l’offerta: farebbe «il gioco del nemico. Nessuno può garantire che la Russia non ne approfitterà per portare le sue forze sul nostro territorio». E benché Sergej Lavrov sostenga che i rapporti tra Russia e Occidente non torneranno alla normalità «per almeno una generazione», al «nuovo Churchill» tocca constatare che l’omologo dell’Eliseo è passato dalla tentazione di spedire al fronte le truppe francesi, alla decisione di invitare i russi in Francia, per le commemorazioni dello sbarco in Normandia. Delegati di Parigi si erano già recati a Mosca, il giorno dell’insediamento di Putin. Macron s’è fatto pochi scrupoli nello sfruttare la debolezza di Kiev per prenotare un posto da protagonista al tavolo postbellico. In ballo non c’è tanto la soluzione in cui confida l’élite ucraina, cioè la conferenza in Svizzera senza i russi (ma dove Zelensky vorrebbe i cinesi); semmai, quella che implicherà qualche sostanziosa concessione allo zar. Costui sarebbe pronto a ripartire dalla bozza di accordo del marzo 2022.
Domani, Lloyd Austin inaugurerà una sessione del gruppo di contatto di Ramstein. Il Pentagono, intanto, ha gelato la resistenza, che chiede di poter impiegare i missili a lunga gittata nei raid contro la Federazione: «Non abbiamo cambiato la nostra posizione», ha replicato Sabrina Singh, portavoce del quartier generale della Difesa Usa. «Crediamo che le attrezzature, le capacità che stiamo dando all’Ucraina, che altri Paesi le stanno dando, dovrebbero essere usate per riprendersi il proprio territorio sovrano. […] Le armi fornite sono per l’uso sul campo di battaglia. E il segretario, nelle sue conversazioni» con l’omologo di Kiev, Rustem Umerov, «discute su come utilizzare al meglio queste capacità e crediamo che ciò avvenga all’interno del territorio ucraino». Notare bene: la funzionaria ha alluso alle forniture di membri della Nato diversi dagli Stati Uniti. Probabilmente, era un segnale agli zelanti inglesi, che hanno autorizzato gli aggrediti a colpire la Russia con i loro Storm shadow. Inoltre, da settimane essi premono sulla Germania, affinché consegni i Taurus con cui bersagliare la Crimea. Non è un caso che il britannico Institute for the study of war abbia contestato i divieti americani: questi consentirebbero agli aerei degli aggressori di «condurre attacchi con bombe plananti e missili» e di far «sostare liberamente» i mezzi bellici alle frontiere. «Possono colpirci dal loro territorio», ha sospirato il presidente ucraino, «noi non possiamo fare nulla». Somigliano alle rimostranze di un uomo che non può sottrarsi al cinismo degli interessi di quanti promettevano di sostenerlo «fino alla vittoria». Il punto è che, a prescindere dalla minaccia atomica, nessun Paese europeo sarebbe in grado di sostenere una lunga guerra d’attrito. E con il vento a favore degli invasori, ogni momento per mettere fine alle ostilità è buono. O almeno, è migliore di quello che lo seguirà.
Sul campo, l’inerzia premi a i soldati dello zar, i quali avrebbero occupato Rabotino, uno dei pochi villaggi liberati dalla controffensiva ucraina del 2023. I russi catturano civili a Vovchansk e starebbero provando a sfondare - finora senza successo - in un’area situata a soli 40 chilometri da Kharkiv. Putin assicura di non volerla assediare: il suo scopo sarebbe creare una zona cuscinetto, per ridare respiro all’oblast di Belgorod - e alle raffinerie danneggiate dai droni. Secondo il comandante in capo di Kiev, la situazione «è sotto controllo, ma non stabile».
Deve aver fiutato la malaparata Donald Tusk. Varsavia, ha annunciato il premier, spenderà circa 2,34 miliardi di euro rafforzando le fortificazioni ai confini. Porte blindate, qualora l’Ucraina crolli o venga smembrata. Nel frattempo, il presidente polacco, Andrzej Duda, è andato con Sergio Mattarella a Cassino per celebrare gli 80 anni della battaglia. Lì, il nostro capo dello Stato ha implorato «un rinnovato impegno a difesa della pace» - quella giusta o quella possibile? - e «contro le dittature». L’obiettivo è scalzare il numero uno del Cremlino? Oppure contenerlo?
Zelensky, alle corde, riprova a compilare la lista della spesa: vuole il quadruplo dei Patriot e 130 caccia F-16. Addirittura, bluffa sull’ipotesi di un’ennesima controffensiva: «So quando avverrà, ma non posso dirlo». Una volta era un comico. Ora non fa più ridere.
Gantz minaccia Bibi: «Piano per Gaza o dovremo lasciare il governo»
Il ministro del gabinetto di guerra Benny Gantz, capo del partito di Unità nazionale, ieri sera ha tenuto una conferenza stampa che era molto attesa, dato il contrasto tra lui e Benjamin Netanyahu sulla strategia di guerra e in particolare sul post conflitto. Gantz ha affermato: «Il gabinetto di guerra deve predisporre un piano d’azione sulla guerra entro l’8 giugno. Devi scegliere, se non sceglierai usciremo dal governo». Netanyahu fino a oggi non lo ha fatto, ribattendo che «non è disposto a passare da Hamastan a Fatahstan», riferendosi all’Autorità palestinese dominata da Fatah che in molti vedono come il futuro nella Striscia di Gaza. Ora però per Netanyahu è il momento delle scelte perché Gantz, forte del consenso popolare, fa sul serio.
Ieri mattina il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che mercoledì il Consiglio dei ministri si appresterà a riconoscere lo Stato palestinese, ma si tratterà di un riconoscimento puramente simbolico, dato che mancano la sovranità piena, il controllo territoriale, una struttura democratica riconosciuta pienamente dai cittadini palestinesi e molto altro ancora.
Sempre sul fronte diplomatico, i colloqui tra Israele e Hamas per raggiungere un accordo per cessare il fuoco a Gaza e per la liberazione di ostaggi si trovano attualmente in una situazione di stallo, senza alcun progresso. Secondo quanto riferito agli ambasciatori stranieri da Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale, gli Stati Uniti sono convinti che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, «si sia ritirato dai colloqui la settimana scorsa con l’obiettivo di aumentare la pressione su Israele per porre fine alla guerra». Sullivan è arrivato ieri in Arabia Saudita per un incontro con l’erede al trono Mohammed bin Salman, mentre oggi incontrerà a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Negli Usa, Per la prima volta, l’ex consigliere generale dell’Unrwa, James Lindsay, che ha testimoniato davanti al Congresso, ha confermato l’incapacità dell’agenzia di controllare i legami del personale con i terroristi.
La guerra, intanto, procede. Le attività operative dell’esercito israeliano (Idf) continuano nelle aree di Rafah Est, Jabalya e Gaza centrale. Ieri mattina, l’Idf ha comunicato che, nella parte orientale di Rafah, i suoi soldati hanno eliminato un agente armato con un lanciagranate in un complesso vicino alle truppe. L’esercito israeliano ha confermato che l’altra notte è stato eliminato il terrorista Islam Khamayseh, durante un raid a Jenin, nel Nord della Cisgiordania. La Brigata Al-Quds, il braccio armato del gruppo militante della Jihad islamica palestinese, ha spiegato che Khamayseh è stato ucciso e altri otto terroristi sono rimasti feriti nel raid. Mentre scriviamo, le sirene di allarme stanno suonando nel Nord di Israele per una sospetta infiltrazione di droni provenienti dal Libano. Secondo i media locali, l’allarme è scattato a Kiryat Shmona, Metulla e in decine di altre comunità circostanti. Nel pomeriggio, invece, c’è stato un pesante attacco missilistico degli Hezbollah sul Golan e la Galilea e una raffica di circa dieci razzi è stata lanciata dal Nord della Striscia di Gaza verso la zona di Ashkelon, in Israele. L’Idf ha dichiarato che cinque razzi sono stati intercettati, mentre gli altri hanno colpito aree aperte ma non ci sono segnalazioni di feriti o danni. Infine, il portavoce dell’Idf, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha affermato che i militari hanno recuperato il corpo di Ron Benjamin, 53 anni, rapito da Hamas la mattina del 7 ottobre, che si credeva fosse ancora in vita.
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I russi avanzano verso Kharkiv e ora Macron, che ciarlava di truppe al fronte, li invita al memoriale dello sbarco in Normandia. Gli Usa gelano Kiev: «Niente raid sulla Federazione con le nostre armi». Il leader di Kiev sbotta: «Con gli alleati situazione assurda».Mossa anti Israele di Sánchez: «Mercoledì riconoscerò lo Stato di Palestina».Lo speciale contiene due articoli.«Noi vogliamo che la guerra finisca con una pace giusta. L’Occidente vuole che la guerra finisca, punto». Volodymyr Zelensky se n’è reso conto: sul negoziato con Mosca, lui e gli alleati ormai hanno idee diverse. «Ci troviamo in una situazione assurda», ha sbottato con Afp, «l’Occidente teme che la Russia perda la guerra e non vuole che sia l’Ucraina a perderla». Bella scoperta: l’Europa - e forse pure gli Usa - non hanno un’idea precisa degli obiettivi politici da perseguire con il conflitto per procura contro Vladimir Putin. Non possono mollare la resistenza, ma nemmeno arrivare all’Armageddon nucleare; non intendono subire uno smacco, ma nemmeno deporre lo zar. Il mondo libero ha oscillato tra fasi di disimpegno e momenti in cui sembrava imminente lo scontro diretto con la Russia. È una schizofrenia che la nazione invasa ha pagato cara. Il bilancio, umano e materiale, è tragico. E il servizio di frontiera di Kiev informa che almeno 300 persone sono morte tentando di attraversare il fiume Tibisco, per fuggire in Ungheria ed evitare l’arruolamento. Abbiamo combattuto davvero fino all’ultimo ucraino.Visto che si trova in una posizione di forza, il leader del Cremlino manda segnali, non si sa quanto sinceri, di disponibilità alla trattativa. Ha aperto all’idea della tregua olimpica, lanciata da Emmanuel Macron in presenza di Xi Jinping, che piace a Washington, meno ai diffidenti baltici. Stavolta, è stato Zelensky a rifiutare l’offerta: farebbe «il gioco del nemico. Nessuno può garantire che la Russia non ne approfitterà per portare le sue forze sul nostro territorio». E benché Sergej Lavrov sostenga che i rapporti tra Russia e Occidente non torneranno alla normalità «per almeno una generazione», al «nuovo Churchill» tocca constatare che l’omologo dell’Eliseo è passato dalla tentazione di spedire al fronte le truppe francesi, alla decisione di invitare i russi in Francia, per le commemorazioni dello sbarco in Normandia. Delegati di Parigi si erano già recati a Mosca, il giorno dell’insediamento di Putin. Macron s’è fatto pochi scrupoli nello sfruttare la debolezza di Kiev per prenotare un posto da protagonista al tavolo postbellico. In ballo non c’è tanto la soluzione in cui confida l’élite ucraina, cioè la conferenza in Svizzera senza i russi (ma dove Zelensky vorrebbe i cinesi); semmai, quella che implicherà qualche sostanziosa concessione allo zar. Costui sarebbe pronto a ripartire dalla bozza di accordo del marzo 2022. Domani, Lloyd Austin inaugurerà una sessione del gruppo di contatto di Ramstein. Il Pentagono, intanto, ha gelato la resistenza, che chiede di poter impiegare i missili a lunga gittata nei raid contro la Federazione: «Non abbiamo cambiato la nostra posizione», ha replicato Sabrina Singh, portavoce del quartier generale della Difesa Usa. «Crediamo che le attrezzature, le capacità che stiamo dando all’Ucraina, che altri Paesi le stanno dando, dovrebbero essere usate per riprendersi il proprio territorio sovrano. […] Le armi fornite sono per l’uso sul campo di battaglia. E il segretario, nelle sue conversazioni» con l’omologo di Kiev, Rustem Umerov, «discute su come utilizzare al meglio queste capacità e crediamo che ciò avvenga all’interno del territorio ucraino». Notare bene: la funzionaria ha alluso alle forniture di membri della Nato diversi dagli Stati Uniti. Probabilmente, era un segnale agli zelanti inglesi, che hanno autorizzato gli aggrediti a colpire la Russia con i loro Storm shadow. Inoltre, da settimane essi premono sulla Germania, affinché consegni i Taurus con cui bersagliare la Crimea. Non è un caso che il britannico Institute for the study of war abbia contestato i divieti americani: questi consentirebbero agli aerei degli aggressori di «condurre attacchi con bombe plananti e missili» e di far «sostare liberamente» i mezzi bellici alle frontiere. «Possono colpirci dal loro territorio», ha sospirato il presidente ucraino, «noi non possiamo fare nulla». Somigliano alle rimostranze di un uomo che non può sottrarsi al cinismo degli interessi di quanti promettevano di sostenerlo «fino alla vittoria». Il punto è che, a prescindere dalla minaccia atomica, nessun Paese europeo sarebbe in grado di sostenere una lunga guerra d’attrito. E con il vento a favore degli invasori, ogni momento per mettere fine alle ostilità è buono. O almeno, è migliore di quello che lo seguirà. Sul campo, l’inerzia premi a i soldati dello zar, i quali avrebbero occupato Rabotino, uno dei pochi villaggi liberati dalla controffensiva ucraina del 2023. I russi catturano civili a Vovchansk e starebbero provando a sfondare - finora senza successo - in un’area situata a soli 40 chilometri da Kharkiv. Putin assicura di non volerla assediare: il suo scopo sarebbe creare una zona cuscinetto, per ridare respiro all’oblast di Belgorod - e alle raffinerie danneggiate dai droni. Secondo il comandante in capo di Kiev, la situazione «è sotto controllo, ma non stabile».Deve aver fiutato la malaparata Donald Tusk. Varsavia, ha annunciato il premier, spenderà circa 2,34 miliardi di euro rafforzando le fortificazioni ai confini. Porte blindate, qualora l’Ucraina crolli o venga smembrata. Nel frattempo, il presidente polacco, Andrzej Duda, è andato con Sergio Mattarella a Cassino per celebrare gli 80 anni della battaglia. Lì, il nostro capo dello Stato ha implorato «un rinnovato impegno a difesa della pace» - quella giusta o quella possibile? - e «contro le dittature». L’obiettivo è scalzare il numero uno del Cremlino? Oppure contenerlo? Zelensky, alle corde, riprova a compilare la lista della spesa: vuole il quadruplo dei Patriot e 130 caccia F-16. Addirittura, bluffa sull’ipotesi di un’ennesima controffensiva: «So quando avverrà, ma non posso dirlo». Una volta era un comico. Ora non fa più ridere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-zelensky-pace-2668309623.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gantz-minaccia-bibi-piano-per-gaza-o-dovremo-lasciare-il-governo" data-post-id="2668309623" data-published-at="1716073148" data-use-pagination="False"> Gantz minaccia Bibi: «Piano per Gaza o dovremo lasciare il governo» Il ministro del gabinetto di guerra Benny Gantz, capo del partito di Unità nazionale, ieri sera ha tenuto una conferenza stampa che era molto attesa, dato il contrasto tra lui e Benjamin Netanyahu sulla strategia di guerra e in particolare sul post conflitto. Gantz ha affermato: «Il gabinetto di guerra deve predisporre un piano d’azione sulla guerra entro l’8 giugno. Devi scegliere, se non sceglierai usciremo dal governo». Netanyahu fino a oggi non lo ha fatto, ribattendo che «non è disposto a passare da Hamastan a Fatahstan», riferendosi all’Autorità palestinese dominata da Fatah che in molti vedono come il futuro nella Striscia di Gaza. Ora però per Netanyahu è il momento delle scelte perché Gantz, forte del consenso popolare, fa sul serio. Ieri mattina il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che mercoledì il Consiglio dei ministri si appresterà a riconoscere lo Stato palestinese, ma si tratterà di un riconoscimento puramente simbolico, dato che mancano la sovranità piena, il controllo territoriale, una struttura democratica riconosciuta pienamente dai cittadini palestinesi e molto altro ancora. Sempre sul fronte diplomatico, i colloqui tra Israele e Hamas per raggiungere un accordo per cessare il fuoco a Gaza e per la liberazione di ostaggi si trovano attualmente in una situazione di stallo, senza alcun progresso. Secondo quanto riferito agli ambasciatori stranieri da Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale, gli Stati Uniti sono convinti che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, «si sia ritirato dai colloqui la settimana scorsa con l’obiettivo di aumentare la pressione su Israele per porre fine alla guerra». Sullivan è arrivato ieri in Arabia Saudita per un incontro con l’erede al trono Mohammed bin Salman, mentre oggi incontrerà a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Negli Usa, Per la prima volta, l’ex consigliere generale dell’Unrwa, James Lindsay, che ha testimoniato davanti al Congresso, ha confermato l’incapacità dell’agenzia di controllare i legami del personale con i terroristi. La guerra, intanto, procede. Le attività operative dell’esercito israeliano (Idf) continuano nelle aree di Rafah Est, Jabalya e Gaza centrale. Ieri mattina, l’Idf ha comunicato che, nella parte orientale di Rafah, i suoi soldati hanno eliminato un agente armato con un lanciagranate in un complesso vicino alle truppe. L’esercito israeliano ha confermato che l’altra notte è stato eliminato il terrorista Islam Khamayseh, durante un raid a Jenin, nel Nord della Cisgiordania. La Brigata Al-Quds, il braccio armato del gruppo militante della Jihad islamica palestinese, ha spiegato che Khamayseh è stato ucciso e altri otto terroristi sono rimasti feriti nel raid. Mentre scriviamo, le sirene di allarme stanno suonando nel Nord di Israele per una sospetta infiltrazione di droni provenienti dal Libano. Secondo i media locali, l’allarme è scattato a Kiryat Shmona, Metulla e in decine di altre comunità circostanti. Nel pomeriggio, invece, c’è stato un pesante attacco missilistico degli Hezbollah sul Golan e la Galilea e una raffica di circa dieci razzi è stata lanciata dal Nord della Striscia di Gaza verso la zona di Ashkelon, in Israele. L’Idf ha dichiarato che cinque razzi sono stati intercettati, mentre gli altri hanno colpito aree aperte ma non ci sono segnalazioni di feriti o danni. Infine, il portavoce dell’Idf, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha affermato che i militari hanno recuperato il corpo di Ron Benjamin, 53 anni, rapito da Hamas la mattina del 7 ottobre, che si credeva fosse ancora in vita.
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.
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Isis Mozambico devasta la missione di Meza: chiesa, casa dei religiosi e asilo dati alle fiamme, fedeli costretti a giurare al Califfato. Dal 2017 oltre 300 cattolici uccisi e 117 chiese distrutte, mentre i jihadisti mantengono il controllo dell’entroterra.
Il gruppo terroristico Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, conosciuto anche come Isis Mozambico, nei giorni scorsi ha attaccato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado, appiccando il fuoco alla chiesa, alla casa dei padri scolopi e all’asilo gestito dai missionari. Questo ennesimo assalto è avvenuto nel pomeriggio del 30 aprile ed i religiosi si sono potuti mettere in salvo perché i movimenti dei miliziani erano tenuti sotto controllo.
La parrocchia di São Luís de Monfort rappresenta il simbolo dell’impegno missionario in questa area da quasi ottant’anni e la sua distruzione è stata festeggiata con decine di colpi d’arma da fuoco sparati in aria dagli islamisti. Tutti gli abitanti del villaggio sono stati radunati nella piazza centrale per giurare fedeltà allo Stato Islamico e festeggiare la distruzione dei simboli del cristianesimo.
Questa volta non ci sono state vittime, ma quattro persone sono state rapite e rilasciate poche ore dopo nella boscaglia. Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, localmente noto come al Shaabab, ma che non ha niente a che vedere con gli al Shaabab della Somalia affiliati con al Qaeda, dal 2017 ha decretato la nascita di un califfato nella Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico (ISCAP) che va dal Congo fino alle coste del Mozambico. In meno di dieci anni i fondamentalisti hanno ucciso più di 300 cattolici, la maggior parte decapitandoli, compresi diversi parroci. In questi anni sono state distrutte 117 chiese, di cui 23 soltanto nel 2025 e nonostante gli sforzi del governo mozambicano le aree interne della provincia di Cabo Delgado restano nelle mani di questi terroristi. Alla fine di aprile un commando ha assaltato una piazzaforte dell’esercito di Maputo nel distretto di Mocìmboa da Praia, dove sono stati uccisi sette soldati e catturato un deposito di armi. Questa caserma era stata aperta per garantire la sicurezza della popolazione locale e adesso è stata distrutta ed i soldati supersiti sono scappati.
Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a è nato nel 2007 con gli insegnamenti di alcuni predicatori estremisti provenienti da Kenya e Tanzania, ma ottenuto il riconoscimento dell’Isis soltanto una decina di anni più tardi. Nel marzo del 2021 questo gruppo terrorista è arrivato a conquistare la città di Palma, costringendo gli occidentali a fuggire via mare e a minacciare l’enorme giacimento di gas della penisola di Afungi dove lavorano Total ed Eni. Per riprendere la città erano stati necessari diversi giorni e l’aiuto dei mercenari sudafricani del Dick Advisory Group, che avevano affiancato l’esercito mozambicano prendendo il posto del Wagner Group russo che era stato sonoramente sconfitto.
La situazione rimase estremamente precaria fino all’estate del 2021 quando intervenne l’Operazione Samin della SADC (Southern Africa Development Community), composta da militari provenienti da Sud Africa, Botswana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Malawi, Tanzania e Zambia e soprattutto delle forze speciali del Ruanda chiamate dalla Francia per difendere gli interessi di Total. Le forze di Kigali, forti di 4mila uomini, avevano rapidamente ripreso il controllo della costa, lasciando però le zone interne in mano al terrorismo. Il Mozambico conta 6500 morti in questi anni di guerra e circa 1,3 milioni di sfollati che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per non finire sotto la legge islamica. Gli ultimi attacchi si sono concentrati in un’area piuttosto ristretta ed hanno causato 9 vittime e una trentina di persone sequestrate a scopo di estorsione. Nel settembre del 2022 qui era stata assassinata la suora italiana Maria De Coppi, di 84 anni e da 60 residente in Mozambico.
La situazione rimane precaria ed il governo del Ruanda ha dichiarato che è pronto a ritirare il proprio contingente se non riceverà le risorse finanziarie promesse. Ad oggi l’Unione Europea avrebbe versato nelle casse di Kigali 23 milioni di dollari, un decimo, di quanto realmente necessario. Cabo Delgado è l’unica provincia del Mozambico a maggioranza musulmana ed è la più povera di una nazione fra le più povere del mondo. Il giacimento di Afungi è però stimato in 2.800 miliardi di metri cubi di gas, facendone uno dei maggiori al mondo e sono previsti circa 20 miliardi di dollari di investimenti.
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