True
2024-05-19
La pace all’occidentale fa infuriare Zelensky
Volodymyr Zelensky (Ansa)
«Noi vogliamo che la guerra finisca con una pace giusta. L’Occidente vuole che la guerra finisca, punto». Volodymyr Zelensky se n’è reso conto: sul negoziato con Mosca, lui e gli alleati ormai hanno idee diverse. «Ci troviamo in una situazione assurda», ha sbottato con Afp, «l’Occidente teme che la Russia perda la guerra e non vuole che sia l’Ucraina a perderla». Bella scoperta: l’Europa - e forse pure gli Usa - non hanno un’idea precisa degli obiettivi politici da perseguire con il conflitto per procura contro Vladimir Putin. Non possono mollare la resistenza, ma nemmeno arrivare all’Armageddon nucleare; non intendono subire uno smacco, ma nemmeno deporre lo zar. Il mondo libero ha oscillato tra fasi di disimpegno e momenti in cui sembrava imminente lo scontro diretto con la Russia. È una schizofrenia che la nazione invasa ha pagato cara. Il bilancio, umano e materiale, è tragico. E il servizio di frontiera di Kiev informa che almeno 300 persone sono morte tentando di attraversare il fiume Tibisco, per fuggire in Ungheria ed evitare l’arruolamento. Abbiamo combattuto davvero fino all’ultimo ucraino.
Visto che si trova in una posizione di forza, il leader del Cremlino manda segnali, non si sa quanto sinceri, di disponibilità alla trattativa. Ha aperto all’idea della tregua olimpica, lanciata da Emmanuel Macron in presenza di Xi Jinping, che piace a Washington, meno ai diffidenti baltici. Stavolta, è stato Zelensky a rifiutare l’offerta: farebbe «il gioco del nemico. Nessuno può garantire che la Russia non ne approfitterà per portare le sue forze sul nostro territorio». E benché Sergej Lavrov sostenga che i rapporti tra Russia e Occidente non torneranno alla normalità «per almeno una generazione», al «nuovo Churchill» tocca constatare che l’omologo dell’Eliseo è passato dalla tentazione di spedire al fronte le truppe francesi, alla decisione di invitare i russi in Francia, per le commemorazioni dello sbarco in Normandia. Delegati di Parigi si erano già recati a Mosca, il giorno dell’insediamento di Putin. Macron s’è fatto pochi scrupoli nello sfruttare la debolezza di Kiev per prenotare un posto da protagonista al tavolo postbellico. In ballo non c’è tanto la soluzione in cui confida l’élite ucraina, cioè la conferenza in Svizzera senza i russi (ma dove Zelensky vorrebbe i cinesi); semmai, quella che implicherà qualche sostanziosa concessione allo zar. Costui sarebbe pronto a ripartire dalla bozza di accordo del marzo 2022.
Domani, Lloyd Austin inaugurerà una sessione del gruppo di contatto di Ramstein. Il Pentagono, intanto, ha gelato la resistenza, che chiede di poter impiegare i missili a lunga gittata nei raid contro la Federazione: «Non abbiamo cambiato la nostra posizione», ha replicato Sabrina Singh, portavoce del quartier generale della Difesa Usa. «Crediamo che le attrezzature, le capacità che stiamo dando all’Ucraina, che altri Paesi le stanno dando, dovrebbero essere usate per riprendersi il proprio territorio sovrano. […] Le armi fornite sono per l’uso sul campo di battaglia. E il segretario, nelle sue conversazioni» con l’omologo di Kiev, Rustem Umerov, «discute su come utilizzare al meglio queste capacità e crediamo che ciò avvenga all’interno del territorio ucraino». Notare bene: la funzionaria ha alluso alle forniture di membri della Nato diversi dagli Stati Uniti. Probabilmente, era un segnale agli zelanti inglesi, che hanno autorizzato gli aggrediti a colpire la Russia con i loro Storm shadow. Inoltre, da settimane essi premono sulla Germania, affinché consegni i Taurus con cui bersagliare la Crimea. Non è un caso che il britannico Institute for the study of war abbia contestato i divieti americani: questi consentirebbero agli aerei degli aggressori di «condurre attacchi con bombe plananti e missili» e di far «sostare liberamente» i mezzi bellici alle frontiere. «Possono colpirci dal loro territorio», ha sospirato il presidente ucraino, «noi non possiamo fare nulla». Somigliano alle rimostranze di un uomo che non può sottrarsi al cinismo degli interessi di quanti promettevano di sostenerlo «fino alla vittoria». Il punto è che, a prescindere dalla minaccia atomica, nessun Paese europeo sarebbe in grado di sostenere una lunga guerra d’attrito. E con il vento a favore degli invasori, ogni momento per mettere fine alle ostilità è buono. O almeno, è migliore di quello che lo seguirà.
Sul campo, l’inerzia premi a i soldati dello zar, i quali avrebbero occupato Rabotino, uno dei pochi villaggi liberati dalla controffensiva ucraina del 2023. I russi catturano civili a Vovchansk e starebbero provando a sfondare - finora senza successo - in un’area situata a soli 40 chilometri da Kharkiv. Putin assicura di non volerla assediare: il suo scopo sarebbe creare una zona cuscinetto, per ridare respiro all’oblast di Belgorod - e alle raffinerie danneggiate dai droni. Secondo il comandante in capo di Kiev, la situazione «è sotto controllo, ma non stabile».
Deve aver fiutato la malaparata Donald Tusk. Varsavia, ha annunciato il premier, spenderà circa 2,34 miliardi di euro rafforzando le fortificazioni ai confini. Porte blindate, qualora l’Ucraina crolli o venga smembrata. Nel frattempo, il presidente polacco, Andrzej Duda, è andato con Sergio Mattarella a Cassino per celebrare gli 80 anni della battaglia. Lì, il nostro capo dello Stato ha implorato «un rinnovato impegno a difesa della pace» - quella giusta o quella possibile? - e «contro le dittature». L’obiettivo è scalzare il numero uno del Cremlino? Oppure contenerlo?
Zelensky, alle corde, riprova a compilare la lista della spesa: vuole il quadruplo dei Patriot e 130 caccia F-16. Addirittura, bluffa sull’ipotesi di un’ennesima controffensiva: «So quando avverrà, ma non posso dirlo». Una volta era un comico. Ora non fa più ridere.
Gantz minaccia Bibi: «Piano per Gaza o dovremo lasciare il governo»
Il ministro del gabinetto di guerra Benny Gantz, capo del partito di Unità nazionale, ieri sera ha tenuto una conferenza stampa che era molto attesa, dato il contrasto tra lui e Benjamin Netanyahu sulla strategia di guerra e in particolare sul post conflitto. Gantz ha affermato: «Il gabinetto di guerra deve predisporre un piano d’azione sulla guerra entro l’8 giugno. Devi scegliere, se non sceglierai usciremo dal governo». Netanyahu fino a oggi non lo ha fatto, ribattendo che «non è disposto a passare da Hamastan a Fatahstan», riferendosi all’Autorità palestinese dominata da Fatah che in molti vedono come il futuro nella Striscia di Gaza. Ora però per Netanyahu è il momento delle scelte perché Gantz, forte del consenso popolare, fa sul serio.
Ieri mattina il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che mercoledì il Consiglio dei ministri si appresterà a riconoscere lo Stato palestinese, ma si tratterà di un riconoscimento puramente simbolico, dato che mancano la sovranità piena, il controllo territoriale, una struttura democratica riconosciuta pienamente dai cittadini palestinesi e molto altro ancora.
Sempre sul fronte diplomatico, i colloqui tra Israele e Hamas per raggiungere un accordo per cessare il fuoco a Gaza e per la liberazione di ostaggi si trovano attualmente in una situazione di stallo, senza alcun progresso. Secondo quanto riferito agli ambasciatori stranieri da Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale, gli Stati Uniti sono convinti che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, «si sia ritirato dai colloqui la settimana scorsa con l’obiettivo di aumentare la pressione su Israele per porre fine alla guerra». Sullivan è arrivato ieri in Arabia Saudita per un incontro con l’erede al trono Mohammed bin Salman, mentre oggi incontrerà a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Negli Usa, Per la prima volta, l’ex consigliere generale dell’Unrwa, James Lindsay, che ha testimoniato davanti al Congresso, ha confermato l’incapacità dell’agenzia di controllare i legami del personale con i terroristi.
La guerra, intanto, procede. Le attività operative dell’esercito israeliano (Idf) continuano nelle aree di Rafah Est, Jabalya e Gaza centrale. Ieri mattina, l’Idf ha comunicato che, nella parte orientale di Rafah, i suoi soldati hanno eliminato un agente armato con un lanciagranate in un complesso vicino alle truppe. L’esercito israeliano ha confermato che l’altra notte è stato eliminato il terrorista Islam Khamayseh, durante un raid a Jenin, nel Nord della Cisgiordania. La Brigata Al-Quds, il braccio armato del gruppo militante della Jihad islamica palestinese, ha spiegato che Khamayseh è stato ucciso e altri otto terroristi sono rimasti feriti nel raid. Mentre scriviamo, le sirene di allarme stanno suonando nel Nord di Israele per una sospetta infiltrazione di droni provenienti dal Libano. Secondo i media locali, l’allarme è scattato a Kiryat Shmona, Metulla e in decine di altre comunità circostanti. Nel pomeriggio, invece, c’è stato un pesante attacco missilistico degli Hezbollah sul Golan e la Galilea e una raffica di circa dieci razzi è stata lanciata dal Nord della Striscia di Gaza verso la zona di Ashkelon, in Israele. L’Idf ha dichiarato che cinque razzi sono stati intercettati, mentre gli altri hanno colpito aree aperte ma non ci sono segnalazioni di feriti o danni. Infine, il portavoce dell’Idf, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha affermato che i militari hanno recuperato il corpo di Ron Benjamin, 53 anni, rapito da Hamas la mattina del 7 ottobre, che si credeva fosse ancora in vita.
Continua a leggereRiduci
I russi avanzano verso Kharkiv e ora Macron, che ciarlava di truppe al fronte, li invita al memoriale dello sbarco in Normandia. Gli Usa gelano Kiev: «Niente raid sulla Federazione con le nostre armi». Il leader di Kiev sbotta: «Con gli alleati situazione assurda».Mossa anti Israele di Sánchez: «Mercoledì riconoscerò lo Stato di Palestina».Lo speciale contiene due articoli.«Noi vogliamo che la guerra finisca con una pace giusta. L’Occidente vuole che la guerra finisca, punto». Volodymyr Zelensky se n’è reso conto: sul negoziato con Mosca, lui e gli alleati ormai hanno idee diverse. «Ci troviamo in una situazione assurda», ha sbottato con Afp, «l’Occidente teme che la Russia perda la guerra e non vuole che sia l’Ucraina a perderla». Bella scoperta: l’Europa - e forse pure gli Usa - non hanno un’idea precisa degli obiettivi politici da perseguire con il conflitto per procura contro Vladimir Putin. Non possono mollare la resistenza, ma nemmeno arrivare all’Armageddon nucleare; non intendono subire uno smacco, ma nemmeno deporre lo zar. Il mondo libero ha oscillato tra fasi di disimpegno e momenti in cui sembrava imminente lo scontro diretto con la Russia. È una schizofrenia che la nazione invasa ha pagato cara. Il bilancio, umano e materiale, è tragico. E il servizio di frontiera di Kiev informa che almeno 300 persone sono morte tentando di attraversare il fiume Tibisco, per fuggire in Ungheria ed evitare l’arruolamento. Abbiamo combattuto davvero fino all’ultimo ucraino.Visto che si trova in una posizione di forza, il leader del Cremlino manda segnali, non si sa quanto sinceri, di disponibilità alla trattativa. Ha aperto all’idea della tregua olimpica, lanciata da Emmanuel Macron in presenza di Xi Jinping, che piace a Washington, meno ai diffidenti baltici. Stavolta, è stato Zelensky a rifiutare l’offerta: farebbe «il gioco del nemico. Nessuno può garantire che la Russia non ne approfitterà per portare le sue forze sul nostro territorio». E benché Sergej Lavrov sostenga che i rapporti tra Russia e Occidente non torneranno alla normalità «per almeno una generazione», al «nuovo Churchill» tocca constatare che l’omologo dell’Eliseo è passato dalla tentazione di spedire al fronte le truppe francesi, alla decisione di invitare i russi in Francia, per le commemorazioni dello sbarco in Normandia. Delegati di Parigi si erano già recati a Mosca, il giorno dell’insediamento di Putin. Macron s’è fatto pochi scrupoli nello sfruttare la debolezza di Kiev per prenotare un posto da protagonista al tavolo postbellico. In ballo non c’è tanto la soluzione in cui confida l’élite ucraina, cioè la conferenza in Svizzera senza i russi (ma dove Zelensky vorrebbe i cinesi); semmai, quella che implicherà qualche sostanziosa concessione allo zar. Costui sarebbe pronto a ripartire dalla bozza di accordo del marzo 2022. Domani, Lloyd Austin inaugurerà una sessione del gruppo di contatto di Ramstein. Il Pentagono, intanto, ha gelato la resistenza, che chiede di poter impiegare i missili a lunga gittata nei raid contro la Federazione: «Non abbiamo cambiato la nostra posizione», ha replicato Sabrina Singh, portavoce del quartier generale della Difesa Usa. «Crediamo che le attrezzature, le capacità che stiamo dando all’Ucraina, che altri Paesi le stanno dando, dovrebbero essere usate per riprendersi il proprio territorio sovrano. […] Le armi fornite sono per l’uso sul campo di battaglia. E il segretario, nelle sue conversazioni» con l’omologo di Kiev, Rustem Umerov, «discute su come utilizzare al meglio queste capacità e crediamo che ciò avvenga all’interno del territorio ucraino». Notare bene: la funzionaria ha alluso alle forniture di membri della Nato diversi dagli Stati Uniti. Probabilmente, era un segnale agli zelanti inglesi, che hanno autorizzato gli aggrediti a colpire la Russia con i loro Storm shadow. Inoltre, da settimane essi premono sulla Germania, affinché consegni i Taurus con cui bersagliare la Crimea. Non è un caso che il britannico Institute for the study of war abbia contestato i divieti americani: questi consentirebbero agli aerei degli aggressori di «condurre attacchi con bombe plananti e missili» e di far «sostare liberamente» i mezzi bellici alle frontiere. «Possono colpirci dal loro territorio», ha sospirato il presidente ucraino, «noi non possiamo fare nulla». Somigliano alle rimostranze di un uomo che non può sottrarsi al cinismo degli interessi di quanti promettevano di sostenerlo «fino alla vittoria». Il punto è che, a prescindere dalla minaccia atomica, nessun Paese europeo sarebbe in grado di sostenere una lunga guerra d’attrito. E con il vento a favore degli invasori, ogni momento per mettere fine alle ostilità è buono. O almeno, è migliore di quello che lo seguirà. Sul campo, l’inerzia premi a i soldati dello zar, i quali avrebbero occupato Rabotino, uno dei pochi villaggi liberati dalla controffensiva ucraina del 2023. I russi catturano civili a Vovchansk e starebbero provando a sfondare - finora senza successo - in un’area situata a soli 40 chilometri da Kharkiv. Putin assicura di non volerla assediare: il suo scopo sarebbe creare una zona cuscinetto, per ridare respiro all’oblast di Belgorod - e alle raffinerie danneggiate dai droni. Secondo il comandante in capo di Kiev, la situazione «è sotto controllo, ma non stabile».Deve aver fiutato la malaparata Donald Tusk. Varsavia, ha annunciato il premier, spenderà circa 2,34 miliardi di euro rafforzando le fortificazioni ai confini. Porte blindate, qualora l’Ucraina crolli o venga smembrata. Nel frattempo, il presidente polacco, Andrzej Duda, è andato con Sergio Mattarella a Cassino per celebrare gli 80 anni della battaglia. Lì, il nostro capo dello Stato ha implorato «un rinnovato impegno a difesa della pace» - quella giusta o quella possibile? - e «contro le dittature». L’obiettivo è scalzare il numero uno del Cremlino? Oppure contenerlo? Zelensky, alle corde, riprova a compilare la lista della spesa: vuole il quadruplo dei Patriot e 130 caccia F-16. Addirittura, bluffa sull’ipotesi di un’ennesima controffensiva: «So quando avverrà, ma non posso dirlo». Una volta era un comico. Ora non fa più ridere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-zelensky-pace-2668309623.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gantz-minaccia-bibi-piano-per-gaza-o-dovremo-lasciare-il-governo" data-post-id="2668309623" data-published-at="1716073148" data-use-pagination="False"> Gantz minaccia Bibi: «Piano per Gaza o dovremo lasciare il governo» Il ministro del gabinetto di guerra Benny Gantz, capo del partito di Unità nazionale, ieri sera ha tenuto una conferenza stampa che era molto attesa, dato il contrasto tra lui e Benjamin Netanyahu sulla strategia di guerra e in particolare sul post conflitto. Gantz ha affermato: «Il gabinetto di guerra deve predisporre un piano d’azione sulla guerra entro l’8 giugno. Devi scegliere, se non sceglierai usciremo dal governo». Netanyahu fino a oggi non lo ha fatto, ribattendo che «non è disposto a passare da Hamastan a Fatahstan», riferendosi all’Autorità palestinese dominata da Fatah che in molti vedono come il futuro nella Striscia di Gaza. Ora però per Netanyahu è il momento delle scelte perché Gantz, forte del consenso popolare, fa sul serio. Ieri mattina il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha dichiarato che mercoledì il Consiglio dei ministri si appresterà a riconoscere lo Stato palestinese, ma si tratterà di un riconoscimento puramente simbolico, dato che mancano la sovranità piena, il controllo territoriale, una struttura democratica riconosciuta pienamente dai cittadini palestinesi e molto altro ancora. Sempre sul fronte diplomatico, i colloqui tra Israele e Hamas per raggiungere un accordo per cessare il fuoco a Gaza e per la liberazione di ostaggi si trovano attualmente in una situazione di stallo, senza alcun progresso. Secondo quanto riferito agli ambasciatori stranieri da Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale, gli Stati Uniti sono convinti che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, «si sia ritirato dai colloqui la settimana scorsa con l’obiettivo di aumentare la pressione su Israele per porre fine alla guerra». Sullivan è arrivato ieri in Arabia Saudita per un incontro con l’erede al trono Mohammed bin Salman, mentre oggi incontrerà a Gerusalemme il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Negli Usa, Per la prima volta, l’ex consigliere generale dell’Unrwa, James Lindsay, che ha testimoniato davanti al Congresso, ha confermato l’incapacità dell’agenzia di controllare i legami del personale con i terroristi. La guerra, intanto, procede. Le attività operative dell’esercito israeliano (Idf) continuano nelle aree di Rafah Est, Jabalya e Gaza centrale. Ieri mattina, l’Idf ha comunicato che, nella parte orientale di Rafah, i suoi soldati hanno eliminato un agente armato con un lanciagranate in un complesso vicino alle truppe. L’esercito israeliano ha confermato che l’altra notte è stato eliminato il terrorista Islam Khamayseh, durante un raid a Jenin, nel Nord della Cisgiordania. La Brigata Al-Quds, il braccio armato del gruppo militante della Jihad islamica palestinese, ha spiegato che Khamayseh è stato ucciso e altri otto terroristi sono rimasti feriti nel raid. Mentre scriviamo, le sirene di allarme stanno suonando nel Nord di Israele per una sospetta infiltrazione di droni provenienti dal Libano. Secondo i media locali, l’allarme è scattato a Kiryat Shmona, Metulla e in decine di altre comunità circostanti. Nel pomeriggio, invece, c’è stato un pesante attacco missilistico degli Hezbollah sul Golan e la Galilea e una raffica di circa dieci razzi è stata lanciata dal Nord della Striscia di Gaza verso la zona di Ashkelon, in Israele. L’Idf ha dichiarato che cinque razzi sono stati intercettati, mentre gli altri hanno colpito aree aperte ma non ci sono segnalazioni di feriti o danni. Infine, il portavoce dell’Idf, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha affermato che i militari hanno recuperato il corpo di Ron Benjamin, 53 anni, rapito da Hamas la mattina del 7 ottobre, che si credeva fosse ancora in vita.
Un recente incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud (Getty Images)
Chiaramente il progetto ha varie implicazioni di natura geopolitica. La prima, forse la più ovvia, è la volontà di ridurre l’importanza dello Stretto di Hormuz. La guerra degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran ha portato al blocco di questo passaggio: il che ha causato un deciso incremento dei prezzi dell’energia. Non dimentichiamo d’altronde che da Hormuz passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
In secondo luogo, la Turchia punta a marginalizzare sia gli Emirati arabi uniti sia Israele. «La riduzione dell'influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in Medio Oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia», ha dichiarato il ministro del Commercio di Ankara Ömer Bolat. Ricordiamo del resto che, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023, i rapporti tra Turchia e Israele sono tornati a farsi particolarmente tesi. La settimana scorsa, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è addirittura arrivato a paragonare Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler.
In terzo luogo, la realizzazione di questa nuova via commerciale potrebbe complicare ulteriormente i già difficili rapporti dell’Arabia Saudita tanto con Abu Dhabi quanto con Gerusalemme. Riad è ai ferri corti con gli emiratini su vari dossier: Yemen, Sudan, Opec e Somaliland. Al contempo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sta resistendo alle pressioni di Donald Trump che vorrebbero spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Riad ha infatti fatto sapere che aderirà agli Accordi di Abramo soltanto se sarà prima avviato un percorso concreto volto all’istituzione di uno Stato palestinese.
Alla luce di tutto questo, è chiaro come l’ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Turchia aumenterà le tensioni tra Riad e Gerusalemme. Senza poi trascurare che l’accordo della scorsa settimana valorizza la Siria, in cui attualmente vige un regime appoggiato da Ankara: un regime a cui Netanyahu guarda storicamente con sospetto.
Continua a leggereRiduci
Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
Continua a leggereRiduci
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
Continua a leggereRiduci