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2022-05-01
Londra avverte: sarà guerra totale: «Nuovo attacco di Putin il 9 maggio»
Ansa
Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona».
Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente.
Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».
La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini».
Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.
Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».
«Va evitato un conflitto nucleare»
La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato.
Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina.
Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
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Per gli inglesi, lo zar (che dovrebbe essere operato per un cancro) cerca la rivincita a Kiev. Intanto, Volodymyr Zelensky ammette: «Nel Donbass siamo in difficoltà». Evacuati 25 civili dalle Azovstal. Missili sull’aeroporto di Odessa.Mosca ridimensiona le minacce atomiche, ma accusa la Nato: «Sabota i negoziati di pace». Il presidente ucraino sente Emmanuel Macron e Boris Johnson, Antonio Guterres (Onu) chiama Recep Tayyip Erdogan.Lo speciale contiene due articoli.Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona». Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente. Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini». Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-guerra-totale-9-maggio-2657244548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="va-evitato-un-conflitto-nucleare" data-post-id="2657244548" data-published-at="1651394963" data-use-pagination="False"> «Va evitato un conflitto nucleare» La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato. Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina. Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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