True
2022-05-01
Londra avverte: sarà guerra totale: «Nuovo attacco di Putin il 9 maggio»
Ansa
Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona».
Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente.
Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».
La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini».
Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.
Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».
«Va evitato un conflitto nucleare»
La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato.
Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina.
Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
Continua a leggereRiduci
Per gli inglesi, lo zar (che dovrebbe essere operato per un cancro) cerca la rivincita a Kiev. Intanto, Volodymyr Zelensky ammette: «Nel Donbass siamo in difficoltà». Evacuati 25 civili dalle Azovstal. Missili sull’aeroporto di Odessa.Mosca ridimensiona le minacce atomiche, ma accusa la Nato: «Sabota i negoziati di pace». Il presidente ucraino sente Emmanuel Macron e Boris Johnson, Antonio Guterres (Onu) chiama Recep Tayyip Erdogan.Lo speciale contiene due articoli.Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona». Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente. Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini». Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-guerra-totale-9-maggio-2657244548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="va-evitato-un-conflitto-nucleare" data-post-id="2657244548" data-published-at="1651394963" data-use-pagination="False"> «Va evitato un conflitto nucleare» La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato. Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina. Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
Continua a leggereRiduci
Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
Continua a leggereRiduci
Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.