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2022-05-01
Londra avverte: sarà guerra totale: «Nuovo attacco di Putin il 9 maggio»
Ansa
Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona».
Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente.
Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».
La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini».
Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.
Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».
«Va evitato un conflitto nucleare»
La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato.
Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina.
Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
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Per gli inglesi, lo zar (che dovrebbe essere operato per un cancro) cerca la rivincita a Kiev. Intanto, Volodymyr Zelensky ammette: «Nel Donbass siamo in difficoltà». Evacuati 25 civili dalle Azovstal. Missili sull’aeroporto di Odessa.Mosca ridimensiona le minacce atomiche, ma accusa la Nato: «Sabota i negoziati di pace». Il presidente ucraino sente Emmanuel Macron e Boris Johnson, Antonio Guterres (Onu) chiama Recep Tayyip Erdogan.Lo speciale contiene due articoli.Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona». Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente. Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini». Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-guerra-totale-9-maggio-2657244548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="va-evitato-un-conflitto-nucleare" data-post-id="2657244548" data-published-at="1651394963" data-use-pagination="False"> «Va evitato un conflitto nucleare» La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato. Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina. Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, spiega che cosa sta succedendo: il Qatar sospende la produzione di Gnl e il prezzo del gas vola al Ttf di Amsterdam.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 marzo 2026. Il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba ci racconta la sua odissea da vittima di dossieraggio.
Dal 2008 le nascite sono diminuite del 35,8% e nel 2024 il tasso di fertilità è sceso a 1,18 figli per donna, minimo storico. Numeri che descrivono un trend strutturale di lungo periodo e che proiettano l'Italia verso il cosiddetto «inverno demografico»: entro il 2050 meno residenti, più anziani e un sistema pensionistico a rischio.
Gli italiani non fanno più figli, una frase che ormai da qualche anno sentiamo ripetere quasi meccanicamente nei servizi dei vari telegiornali. Ci sono però diversi aspetti, al di là della magnitudine del calo della popolazione, che meriterebbero un approfondimento. Permetteteci un’anticipazione: la situazione è molto grave.
L'Italia sta attraversando una crisi demografica senza precedenti nella sua storia, un vero e proprio «inverno demografico» che rischia di lasciare il Paese in un gigantesco museo a cielo aperto, dove i visitatori ammireranno bellezze artistiche custodite da una popolazione sempre più anziana e meno numerosa. I dati dell'Istat per il 2024 sono piuttosto evidenti al riguardo.
Il tasso di fertilità, indicatore di riferimento in merito alla salute riproduttiva della popolazione, è crollato a 1,18 figli per donna, il minimo storico assoluto, mentre le proiezioni per il 2025 indicano un ulteriore crollo a 1,13. Per comprendere l'entità del disastro basta confrontare questi numeri con il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, necessario per mantenere stabile una popolazione senza apporto migratorio. L'Italia, anche prendendo in considerazione l’immigrazione, si trova ormai a metà di quel traguardo, e la tendenza è inesorabilmente discendente.
Nel 2024 le nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto all'anno precedente, con una contrazione del 2,6% che conferma la media annua del -2,7% registrata dal 2008. Rispetto al picco di quell’anno, quando nacquero oltre 576.000 bambini, il Paese ha perso più di un terzo delle nascite, con una diminuzione complessiva del 35,8%. Ma i dati provvisori relativi ai primi sette mesi del 2025 sono ancora più allarmanti: le nascite sono diminuite di circa 13.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2024, con un crollo del 6,3%.
Molti dei danni non sono più recuperabili, le donne in età riproduttiva (15-49 anni), ad esempio, che oggi ammontano a 11,5 milioni, si ridurranno a 9,1 milioni nel 2050. Anche ipotizzando un recupero della fecondità, il numero assoluto di nascite continuerà a calare per la semplice mancanza di potenziali madri.
Entro il 2050 la popolazione residente scenderà da 59 a 54,7 milioni, con un'età media record che arriverà ai 51 anni. Gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre i giovani fino ai 14 anni scenderanno all'11,2%. Anche per questo dato le conseguenze sono autoevidenti: il rapporto tra popolazione attiva (15-64 anni) e anziani diventerà insostenibile, con i lavoratori attivi che diminuiranno da 37,4 a 29,7 milioni, mentre gli ultra-sessantacinquenni cresceranno considerevolmente. L'INPS ha già lanciato l’allarme sul fatto che il sistema pensionistico non sarà più finanziabile senza deficit, con un rapporto attivi/pensionati che diventerà matematicamente ingestibile.
La trasformazione demografica riguarderà anche le famiglie italiane, o forse sarebbe più corretto dire le «non-famiglie», visto che le proiezioni ISTAT per il 2050 indicano che solo famiglia su cinque sarà composta da una coppia con figli (oggi sono tre su dieci). Mentre il 41,1% sarà formata da persone sole, rispetto al 36,8% attuale. La dimensione media familiare si ridurrà da 2,21 a 2,03 componenti, con un incremento del 13% delle persone sole che porterà il loro numero da 9,7 a 11 milioni. Tra queste, gli anziani soli cresceranno da 4,6 a 6,5 milioni, persone che in molti casi dovranno affrontare la vecchiaia senza rete familiare di supporto.
Le conseguenze economiche e sociali si faranno sentire; un Paese con meno consumatori, meno domanda interna, meno innovazione e una popolazione lavorativa in contrazione, vedrà giocoforza la propria competitività globale diminuire. L'economia italiana dovrà fare i conti con una spirale «deflattiva» permanente: meno giovani significano meno imprese innovative, meno startup, meno dinamismo imprenditoriale e, più banalmente, meno forza lavoro disponibile.
L'Italia rischia quindi di diventare un «Paese museo» non solo metaforicamente ma anche nella realtà. Ci vengano perdonati i toni allarmistici, ma di allarme si tratta. Senza interventi strutturali radicali il 2050 potrebbe simbolicamente segnare l'ingresso definitivo dell'Italia in una nuova era demografica, quella di una civiltà che ha smesso di riprodursi e che contempla il proprio declino con la rassegnazione di chi osserva un reperto archeologico.
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Uno specialista del 4° Reggimento Alpini paracadutisti in Alaska (Esercito Italiano)
L’esercitazione, che si è sviluppata in uno scenario warfighting con confronto tra forze contrapposte di pari livello tecnologico (peer-to-peer) in ambiente artico, è stata caratterizzata da un forte realismo ed un elevato grado di complessità, con il coinvolgimento di assetti di varie nazioni, un rilevante numero di personale e mezzi operativi e di supporto nella vasta area addestrativa di Fort Wainwright.
Nel corso dell’attività si è strutturato il confronto sul terreno di due unità di livello Brigata (Infrantry Brigade Combat Team) e i Ranger hanno operato in stretto collegamento con i Berretti Verdi del 10° Special Forces Group dello United States Army Special Operations Command (USASOC), costituendo distaccamenti operativi, per la condotta di Operazioni Speciali nelle aree assegnate e a supporto delle rispettive Forze di manovra.
Durante le tre settimane di esercitazione, il focus addestrativo ha riguardato la condotta di tutto lo spettro delle Operazioni Speciali con specifico riferimento alle attività cinetiche in ambiente artico innevato. Sono state svolte ricognizioni speciali anche a lungo raggio grazie all’impiego di motoslitte, azioni dirette di varia tipologia (sia stand off con guida terminale di munizionamento, raid con l’utilizzo di droni FPV, sia hands on con demolizione di manufatti, recupero di materiali o imboscate) e anche attività di assistenza a favore di possibili forze irregolari.
A conclusione dell’attività addestrativa, il Comandante del COMFOSE, il Generale di Brigata Carmine Vizzuso e il Comandante del 4° reggimento Alpini Paracadutisti, il Colonnello Paolo Rocchi, si sono recati in visita a Fort Wainwright per visionare alcune delle attività condotte dai Ranger e partecipare all’attività dimostrativa organizzata dal JPMRC-AK.
L’esercitazione ha rappresentato un’opportunità addestrativa molto proficua ed unica nel suo genere, permettendo ai membri delle Forze Speciali di operare in uno scenario ad alta intensità e con ritmi operativi serrati, in un ambiente naturale estremo e permettendo ai Ranger di incrementare ulteriormente l’interoperabilità con le forze speciali e le forze convenzionali di altri Paesi.
I Ranger dell’Esercito, preparati a condurre tutto lo spettro delle Operazioni Speciali (Military Assistance, Special Reconnaissance e Direct Action), sono particolarmente addestrati ed equipaggiati per operare in contesti ad alta intensità e complessità, con uno specifico focus sul combattimento in ambiente montano artico.
Il 4° reggimento Alpini paracadutisti rappresenta un’eccellenza assoluta, i cui operatori, apprezzati anche a livello internazionale, sono in grado di intervenire sempre con la massima prontezza e tempestività in ogni situazione.
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