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2022-05-01
Londra avverte: sarà guerra totale: «Nuovo attacco di Putin il 9 maggio»
Ansa
Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona».
Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente.
Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».
La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini».
Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.
Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».
«Va evitato un conflitto nucleare»
La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato.
Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina.
Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
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Per gli inglesi, lo zar (che dovrebbe essere operato per un cancro) cerca la rivincita a Kiev. Intanto, Volodymyr Zelensky ammette: «Nel Donbass siamo in difficoltà». Evacuati 25 civili dalle Azovstal. Missili sull’aeroporto di Odessa.Mosca ridimensiona le minacce atomiche, ma accusa la Nato: «Sabota i negoziati di pace». Il presidente ucraino sente Emmanuel Macron e Boris Johnson, Antonio Guterres (Onu) chiama Recep Tayyip Erdogan.Lo speciale contiene due articoli.Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona». Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente. Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini». Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-guerra-totale-9-maggio-2657244548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="va-evitato-un-conflitto-nucleare" data-post-id="2657244548" data-published-at="1651394963" data-use-pagination="False"> «Va evitato un conflitto nucleare» La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato. Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina. Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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