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2022-05-01
Londra avverte: sarà guerra totale: «Nuovo attacco di Putin il 9 maggio»
Ansa
Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona».
Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente.
Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».
La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini».
Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.
Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».
«Va evitato un conflitto nucleare»
La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato.
Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina.
Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
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Per gli inglesi, lo zar (che dovrebbe essere operato per un cancro) cerca la rivincita a Kiev. Intanto, Volodymyr Zelensky ammette: «Nel Donbass siamo in difficoltà». Evacuati 25 civili dalle Azovstal. Missili sull’aeroporto di Odessa.Mosca ridimensiona le minacce atomiche, ma accusa la Nato: «Sabota i negoziati di pace». Il presidente ucraino sente Emmanuel Macron e Boris Johnson, Antonio Guterres (Onu) chiama Recep Tayyip Erdogan.Lo speciale contiene due articoli.Arrivate al sessantottesimo giorno dall’inizio dell’invasione in Ucraina, le truppe di Mosca, secondo l’agenzia di stampa ucriana Ukrinform, «stanno progressivamente intensificando l’offensiva nell’Ucraina orientale contemporaneamente in tutte le direzioni». Inoltre, l’agenzia ha sottolineato: «L’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhansky e Donetsk. Inoltre, vi sono stati segni di preparazione dell’aggressore per un’intensificazione ancora maggiore delle ostilità». Anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ammesso le difficoltà nel Donbass: «La situazione nella regione di Kharkiv è difficile. Ma i nostri militari, i nostri servizi segreti, hanno ottenuto importanti successi tattici». Poi Zelensky ha anche aggiunto che ,nel Donbass, «gli occupanti stanno facendo di tutto per distruggere qualsiasi forma di vita. I continui bombardamenti brutali, i continui attacchi russi alle infrastrutture e alle aree residenziali mostrano che la Russia vuole rendere disabitata questa zona». Ma la notizia del giorno è certamente quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Secondo l’Independent, Vladimir Putin il prossimo 9 maggio, durante la parata militare per il Giorno della vittoria, potrebbe chiudere l’«operazione militare speciale» in Ucraina per annunciare esplicitamente la guerra totale contro Kiev. A tal proposito, il segretario alla Difesa inglese, Ben Wallace, intervenuto all’emittente radiofonica Lbc, ha detto che Putin affermerà che «siamo ora in guerra con i nazisti del mondo e abbiamo bisogno di mobilitare in massa il popolo russo». Ma allora perché farlo? La decisione, innanzitutto, consentirebbe al Cremlino di imporre la legge marziale, di richiamare i riservisti e chiamare la Russia alla mobilitazione di massa, ma la vera novità sarebbe che potrebbe coinvolgere i suoi alleati nella guerra in Ucraina. E chi sono? Quelli appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti: Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Si unirebbero tutti? Difficile fare previsioni, ma appare difficile, specie per gli ultimi tre, che si lascino trascinare nel conflitto. Ci sono poi le due autoproclamate Repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, peraltro riconosciute solo da sei membri dell’Onu, che con Mosca hanno siglato accordi in virtù dei quali le parti si impegnano a proteggersi reciprocamente. Non si ferma l’orrore che arriva dal distretto di Bucha: la polizia della regione ha reso noto che «il 29 aprile, una fossa con i corpi di tre uomini è stata trovata nel distretto di Bucha. Le mani delle vittime erano legate, dei vestiti coprivano i loro occhi e alcuni erano imbavagliati. Ci sono tracce di tortura sui cadaveri, così come ferite d’arma da fuoco in varie parti del corpo».La buona notizia è quella dell’agenzia Tass, che ha reso noto che 25 civili, tra cui 6 minori di 14 anni, sono usciti dall’acciaieria Azovstal, a Mariupol. Per le altre centinaia e per gli ultimi militari ucraini che si sono asserragliati all’interno, non c’è nessuna novità. Russi e ucraini ne discutono da settimane ma non c’è l’accordo per la completa evacuazione. A proposito dell’acciaieria Azovstal: nuove immagini satellitari di Maxar technologies, pubblicate ieri dalla Cnn, mostrano che molti degli edifici residenziali e governativi direttamente a Est dell’impianto sono stati completamente distrutti. La Cnn però precisa: «Non è chiaro dalle immagini satellitari scattate ieri se siano state distrutte anche strutture sotterranee dove si rifugiano soldati e civili ucraini». Mentre scriviamo, le bombe cadono su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sono stati colpiti due scuole, 20 palazzi e un furgone della polizia con aiuti sanitari nel Lugansk, dove i russi avrebbero sparato anche su due bus con civili in fuga dalla città di Popasna, nella parte orientale della regione. Bombe anche su Odessa, in particolare sull’aeroporto. Le esplosioni sono state udite subito dopo che le sirene dei raid aerei hanno suonato in tutta la città.Infine, sempre a proposito della salute di Vladimir Putin, l’edizione americana del quotidiano britannico The Sun ha pubblicato un’intervista a un «insider del Cremlino», che ha riferito: «Putin deve subire un’operazione per il cancro e per questo cederà il potere al segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il settantenne Nikolai Patrushev». Non è la prima volta che sulla salute del presidente russo vengono diffuse notizie di seguito puntualmente smentite, secondo cui lo zar, 69 anni, avrebbe un cancro e un inizio di morbo di Parkinson: «Sappiamo molto bene che ha il cancro e il morbo di Parkinson, come abbiamo detto molte volte. La fonte non ha rivelato quando Putin verrà operato ma ha aggiunto che la decisione di trasferire temporanente i poteri a Nikolai Patrushev è arrivata dopo un faccia a faccia di due ore tra i due uomini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-guerra-totale-9-maggio-2657244548.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="va-evitato-un-conflitto-nucleare" data-post-id="2657244548" data-published-at="1651394963" data-use-pagination="False"> «Va evitato un conflitto nucleare» La crisi ucraina sta continuando a compattare l’asse sinorusso. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha rilasciato ieri un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, attaccando la Nato e l’ordine internazionale occidentale. «Stiamo assistendo alla manifestazione del classico doppio standard e dell’ipocrisia dell’establishment occidentale in questo momento. Esprimendo pubblicamente sostegno al regime di Kiev, i Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il completamento dell’operazione attraverso il raggiungimento di accordi politici», ha detto. Il ministro ha inoltre esortato l’Occidente a fermare l’invio di armi all’Ucraina, accusandolo in secondo luogo di voler «soffocare l’economia russa» a suon di sanzioni. «Ci concentreremo su de-dollarizzazione, de-offshoring, sostituzione delle importazioni e rafforzamento dell’indipendenza tecnologica. Continueremo ad adattarci alle sfide esterne», ha proseguito il ministro, secondo cui i negoziati, pur tra le difficoltà, stanno proseguendo. Tra i punti necessari per un accordo, Lavrov ha in particolare citato «la revoca delle sanzioni». «Prima l’Occidente accetterà la nuova realtà geopolitica, meglio sarà per sé e per la comunità internazionale nel suo insieme», ha chiosato. Sempre ieri, probabilmente non a caso, il ministero degli Esteri russo ha comunicato che il volume degli scambi commerciali tra Mosca e Pechino dovrebbe arrivare a 200 miliardi di dollari entro il 2024. Insomma, l’invasione dell’Ucraina sta consolidando l’asse tra Cina e Russia. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti i recenti viaggi di Boris Johnson e Ursula von der Leyen in India: viaggi con cui Londra e Bruxelles hanno cercato di impedire che l’asse antioccidentale finisca con includere anche Nuova Delhi. Questa preoccupante situazione è in buona parte frutto della fallimentare politica estera di Joe Biden che, differentemente dal predecessore, ha smesso di incunearsi nelle relazioni Mosca-Pechino e, avviando un’improvvida distensione con l’Iran, si è alienato le simpatie di Paesi un tempo agganciati all’orbita americana (come l’Arabia saudita). La Cina, dal canto suo, punta a dividere il blocco transatlantico, oltre a rendere definitivamente Mosca il proprio junior partner. Uno scenario allarmante, perché - al di là della sua retorica dal sapore multipolare e terzomondista - Pechino non è affatto esente da ambizioni imperialiste ed egemoniche (si pensi solo alle sue mosse in Africa o nel Mar cinese meridionale). Purtroppo l’amministrazione Biden non ha una linea chiara: appena l’altro ieri Axios riferiva di sue spaccature sul futuro dei dazi di Donald Trump alla Cina. Oltre a sentire l’omologo svizzero Ignazio Cassis, Volodymyr Zelensky ha avuto ieri una telefonata con Emmanuel Macron. Il presidente francese ha garantito un incremento dell’assistenza militare e umanitaria, oltre al sostegno nelle indagini sui crimini contro l’umanità. Macron ha espresso anche preoccupazione per la situazione a Mariupol, non escludendo una mediazione in vista di «un accordo che fornisca garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Il presidente ucraino ha avuto poi un colloquio con Johnson. «Abbiamo parlato della situazione sul campo di battaglia e nella bloccata Mariupol. Abbiamo discusso del sostegno difensivo all’Ucraina e degli sforzi diplomatici per raggiungere la pace», ha twittato Zelensky, mentre il suo consigliere, Mykhailo Podolyak, ha accusato il Cremlino di rifiutare le proposte per un corridoio umanitario a Mariupol. Frattanto Mosca ha dichiarato che il rischio di un conflitto nucleare deve essere ridotto al minimo, mentre si è tenuto un nuovo scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sempre ieri, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sentito Recep Tayyip Erdogan: i due hanno detto di essere impegnati nel perseguire la pace.
Danni causati dal maltempo a San Giovanni Li Cuti, Catania (Ansa)
I danni hanno aperto anche il problema del turismo che rischia di essere compromesso. Le aree colpite sono tradizionalmente di grande interesse e meta estiva per le vacanze. Il governo ha destinato 5 milioni alla promozione internazionale di Sicilia, Calabria e Sardegna, perché, come ha spiegato il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, «dobbiamo partire subito con una contro-narrazione. I turisti possono andare in queste regioni e verranno ospitati nel migliore dei modi. La campagna la presenteremo a Berlino visto che la Germania è il primo mercato di riferimento per tutte e tre le regioni. Bisogna evitare che ai danni già ingenti, si aggiunga un danno di immagine che comprometta il turismo. Il nostro obiettivo è di sostenere il turismo in queste aree, lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali e le associazioni di categoria creando una sinergia vincente».
Nel 2025 le tre regioni hanno segnato un aumento record dei flussi turistici: le presenze in Sardegna sono aumentate del 15,6% sul 2024, in Sicilia del 2,8% e in Calabria del 10,5%.
Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, ha firmato una nuova ordinanza che integra analogo provvedimento adottato lo scorso 30 gennaio e include altri 55 Comuni calabresi ai 119 già in precedenza deliberati a seguito della dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo.
Soddisfatto per i provvedimenti del consiglio dei ministri, il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. «È un segnale concreto di attenzione e vicinanza alle nostre comunità, che stanno affrontando con grande dignità e senso di responsabilità una fase complessa e dolorosa», ha detto il governatore che ha evidenziato «la sinergia istituzionale che si è creata tra il governo nazionale e quello regionale». Schifani poi ha ricordato i 680 milioni di euro di risorse proprie già destinate per far fronte all’emergenza e per sostenere la ricostruzione. «Inoltre, abbiamo istituito a Palazzo d’Orleans un’apposita cabina di regia, composta dagli assessori e dai dirigenti generali dei dipartimenti interessati, che si riunisce una volta a settimana per garantire coordinamento, rapidità decisionale e monitoraggio costante degli interventi». Intanto una circolare congiunta dei dipartimenti dell’Ambiente, dei Beni culturali e Tecnico della Regione Sicilia, stabilisce procedure più snelle per la ricostruzione delle strutture balneari danneggiate. Il provvedimento rende più semplice l’iter burocratico per effettuare gli interventi di ripristino dei manufatti ricadenti in concessioni demaniali marittime che hanno subito danni o siano stati distrutti in conseguenza del maltempo del 19-21 gennaio scorso. Sono state istituite due procedure semplificate: una per la ricostruzione fedele e l’altra per la ricostruzione con variazioni sostanziali.
«Lo stanziamento complessivo di oltre un miliardo di euro, rappresenta una risposta concreta e tempestiva a sostegno delle comunità colpite dal ciclone», ha commentato la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro. «Ancora una volta sono stati mantenuti gli impegni assunti. Il governo ha agito con rapidità».
Dall’opposizione, il segretario del Pd, Elly Schlein, propone «di sospendere i tributi alle famiglie e alle imprese delle zone colpite».
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Ricostruzione del primo camion Daimler del 1896 (Daimler Media)
Aveva una potenza di soli 4 cavalli, più o meno come uno scooter odierno di bassa cilindrata. E le ruote piene in ferro. Ma il Daimler è stato il primo camion del mondo e oggi compie 130 anni. Una pietra miliare nel mondo dei trasporti a motore, fu presentato nel 1896 dai suoi progettisti (e fondatori della casa tedesca) Gottlieb Daimler e Wihelm Maybach. Il motore posteriore a due cilindri «Phoenix», applicato anche alle prime vetture della casa di Stoccarda, erogava 4 Cv con una cilindrata di 1,06 litri e azionava l’asse posteriore tramite trasmissione a cinghia. Le molle elicoidali proteggevano il motore contro le vibrazioni e l’asse anteriore era sterzante per mezzo di catena. Il telaio era interamente in legno rinforzato. Il conducente sedeva su una panca rialzata come su una carrozza a cavalli, mentre il motore era posizionato inizialmente al posteriore. Daimler aveva già applicato al primo esemplare di mezzo commerciale un principio ancora oggi utilizzato negli autocarri pesanti: l’asse a gruppi epicicloidali esterni. Il Daimler poteva trasportare circa 1.500 chilogrammi di carico nel cassone dalle sponde di legno e raggiungeva una velocità massima di circa 12 km/h. Nel 1898 Daimler apportò la prima sostanziale modifica, spostando il motore dall’originaria posizione all’asse posteriore all’anteriore. Nel 1900 il primo camion fu presentato all’Esposizione Internazionale di Parigi, dove riscosse un grande successo soprattutto tra gli operatori del nascente settore automobilistico. Già due anni prima Daimler aveva fondato in Inghilterra la prima filiale estera con licenza di produzione a Coventry e nello stesso anno il marchio tedesco solcò l’Atlantico per approdare a Long Island, New York, dove Daimler iniziò una joint venture con il prestigioso produttore di pianoforti Steinway, con il quale condivideva gli spazi produttivi di Astoria.
La produzione rimase inizialmente di tipo artigianale, con pochi esemplari prodotti. Ma l’evoluzione tecnica dei camion Daimler fu rapidissima e nel 1905 già fu presentato un autocarro da 20 Cv di potenza, con telaio metallico e capacità di carico di ben 5 tonnellate. La produzione diventò presto standardizzata e i veicoli commerciali di Stoccarda furono impiegati da birrifici (Löwenbräu) e dal servizio postale. Il primo Daimler militare da 20 Cv fu presentato alla vigilia della Grande Guerra ed entrò subito in servizio meno di 10 anni dopo la prima piccola produzione di serie.
Un esemplare fedelmente ricostruito del primo prototipo di camion al mondo è visibile dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Stoccarda, la città dove 130 anni fa vide la luce il Daimler, in occasione della fiera «Retro Classics 2026». In questa edizione, la casa tedesca celebra i 30 anni di una pietra miliare della produzione di veicoli pesanti, il Mercedes «Actros» e gli 80 anni dei mezzi speciali prodotti con il marchio Unimog, oltre ai 75 degli autobus Setra.
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MIchele De Pascale (Imagoeconomica)
Se poi si dice sì anche alle espulsioni e ai Cpr, pur con tutte le sfumature del caso, allora si rischia l’intervento della Santa Inquisizione dem: «Io penso che sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto Michele De Pascale dopo aver sentito al telefono il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «le istituzioni si debbano parlare e l’Emilia-Romagna si deve sedere al tavolo con il governo portando tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica. Perché oggi i Cpr hanno un problema di umanità e di efficacia: si può rendere umano ed efficace? Ma non dico un no secco, abbiamo tanti dubbi e perplessità ma siamo disponibili a discutere, perché vogliamo entrare nel merito».
Parole di semplice buon senso che hanno scatenato nell’ordine: una protesta contro De Pascale al grido di «Emilia-Romagna ribelle, mai più Cpr», che ha portato alla sospensione della seduta del consiglio regionale; l’indignazione del sindaco pd di Bologna, Matteo Lepore (che ovviamente non lo vuole nella sua città); la scomunica del responsabile organizzazione della segreteria nazionale del Pd, Igor Taruffi, che ha tuonato: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr»; la vibrante presa di posizione dei vertici dem bolognesi, che hanno ribadito «la propria contrarietà ai Cpr come strumento delle politiche su sicurezza e migrazioni», oltre ovviamente agli anatemi di Avs e compagnia strepitante.
A Lepore, De Pascale ha risposto malizioso: «La campagna elettorale del Comune di Bologna (si vota l’anno prossimo, ndr) interessa ai cittadini di Bologna. Questa Regione è un po’ più grande». Le accuse di «favorire la destra» e tutto il florilegio di critiche arrivate dalla «sua» parte politica, però, non intimidiscono il presidente dell’Emilia-Romagna: «Il problema più odioso per i cittadini», dice De Pascale a Calibro 9, programma condotto da Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, «riguarda le persone irregolari che commettono reati e che non vengono espulse: oggi spesso lo Stato si limita a consegnare un foglio di carta con l’ordine di lasciare l’Italia. Con numeri così alti di persone senza permesso di soggiorno e poche espulsioni disponibili, bisogna essere selettivi e concentrare le risorse sui soggetti socialmente pericolosi». E i Cpr? «Oggi i centri tengono insieme persone che hanno commesso reati e persone che non li hanno commessi. Non sono strutture nate per la sicurezza e infatti registrano evasioni, tensioni e critiche anche sul piano dei diritti umani. È necessario discutere e riformare questo sistema. La detenzione amministrativa», aggiunge De Pascale, «dovrebbe riguardare solo chi rappresenta un pericolo per la comunità. Su sicurezza e immigrazione bisogna sedersi a discutere senza ideologie: lo Stato ha la competenza, ma il confronto istituzionale è un dovere. Servono soluzioni efficaci e rispettose dei diritti umani».
De Pascale ha pure proposto al Pd di organizzare gli Stati generali sulla sicurezza, «anche per ascoltare i sindacati delle forze di polizia, utili per capire come migliorare la nostra proposta. Ci sono tante voci da ascoltare e sono certo che il Pd lo farà».
Macchè: Taruffi ha liquidato la proposta come «semplificazione e spot propagandistico». È un riflesso condizionato: chiunque nel Pd parli di sicurezza viene scomunicato dai vertici nazionali. È quanto accade all’ex presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che sull’argomento randella il suo partito a più non posso, con frasi lapidarie, e che Elly e i suoi stanno cercando di ostacolare nella corsa a sindaco di Salerno (sarebbe la quinta volta): «Le forze politiche che si autodefiniscono di sinistra», ha detto tra l’altro De Luca, «non hanno ancora capito che la sicurezza è oggi un bisogno umano fondamentale».
Tornando all’Emilia-Romagna, La Verità ha chiesto un commento alla capogruppo di Fdi in Consiglio regionale, Marta Evangelisti: «Il 76% degli italiani e la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra chiedono l’espulsione di chi delinque. Non parliamo di lavoratori integrati, ma di soggetti con precedenti penali gravi. Ignorare questa realtà significa tradire il mandato dei cittadini. La posizione della giunta oscilla», sottolinea la Evangelisti, «si apre, si arretra, si mescolano gli argomenti. Questa non è cattiva comunicazione, è la dimostrazione di una coalizione di sinistra dilaniata che non sa offrire soluzioni concrete. I cittadini emiliano-romagnoli chiedono sicurezza, responsabilità e trasparenza. Da una parte c’è chi sta con la legalità, dall’altra chi accetta l’impunità. De Pascale», conclude la Evangelisti, «non può più ignorare questa richiesta di concretezza».
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