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2024-01-09
Ucciso un capo militare di Hezbollah. Blinken: «Il conflitto non va esteso»
Ansa
Ieri durante un raid israeliano nel Sud del Libano è stato ucciso Wissam Tawil comandante anziano dell’unità d’élite degli Hezbollah denominata Radwan. Tawil era uno dei responsabili delle operazioni nella regione meridionale del Libano; è stato assassinato a Kherbet Selem, una località libanese situata circa 20 chilometri a Nord della linea di demarcazione con Israele. Anche se le parti non lo dicono esplicitamente, tra gli Hezbollah e Israele è guerra aperta, visti i continui attacchi lanciati dal Libano e le risposte israeliane. Sempre nella giornata di ieri il gruppo libanese ha dichiarato di essere responsabile di due attacchi contro postazioni militari israeliane nell’Alta Galilea, vicino alla linea di demarcazione con il Libano.
Di Hezbollah e del Libano ha parlato il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, che in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che Israele non ha paura di entrare in guerra con il gruppo terroristico: «Se guardano a cosa sta succedendo a Gaza, sanno che possiamo fare copia-incolla a Beirut. Circa 80.000 persone devono poter tornare alle loro case in sicurezza e quindi, se tutto il resto fallisce, siamo disposti a sacrificarci». Pronta la risposta del capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Raad: «Non cerchiamo l’estensione della guerra, ma piuttosto la fine dell’aggressione israeliana. Tuttavia, è certo che, se Israele decide di ampliare il conflitto attaccando il nostro Paese, saremo pronti ad andare fino in fondo. Non temiamo le loro minacce». Sempre al Wsj Gallant ha detto che le forze israeliane «stanno passando da quella che ha definito come un’intensa fase di manovra bellica a diversi tipi di operazioni speciali», poi ha chiarito che la terza fase della guerra «durerà più a lungo», dato che Israele «non rinuncerà al suo obiettivo di smantellare Hamas, porre fine al suo controllo su Gaza e liberare gli ostaggi detenuti da Hamas».
A proposito di Hamas, secondo il giornale Israel Hayom e la radio Kan, citando l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin, le autorità israeliane sarebbero a conoscenza della posizione del leader di Hamas, Yahya Sinwar. Tuttavia, non sarebbero in grado di colpirlo «perché si è circondato di un grande numero di ostaggi israeliani vivi». Mentre la jihad islamica ha diffuso sui social un video dell’ostaggio Elad Katzir, 47 anni, rapito il 7 ottobre scorso nel kibbutz di Nir Oz. Per quanto riguarda l’Iraq, gli iraniani appoggiano l’iniziativa del governo iracheno volta a preparare la conclusione della missione nel Paese da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tale iniziativa è stata annunciata dal primo ministro Mohammed Shia al Sudani, in seguito al raid statunitense dello scorso 4 gennaio.
Il segretario di Stato americano Antony Blinken, durante il suo terzo giorno di missione diplomatica in Medio Oriente, ha incontrato ad Abu Dhabi lo sceicco Mohammed bin Zayed, leader degli Emirati arabi. Durante l’incontro, Blinken ha sottolineato l’importanza di prevenire un ulteriore diffondersi del conflitto e ha ribadito l’impegno continuo degli Stati Uniti per garantire una pace regionale duratura che assicuri la sicurezza di Israele e favorisca il progresso verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, come dichiarato dal Dipartimento di Stato. In precedenza, alla Cnn ha criticato «le dichiarazioni irresponsabili e incendiarie» fatte da ministri dell’estrema destra israeliana che vogliono il reinsediamento dei palestinesi fuori Gaza. Blinken è giunto ad Abu Dhabi dopo aver svolto incontri simili in Qatar, Giordania, Turchia e Grecia. In serata, il segretario di Stato si è recato nell’oasi saudita di al Ula, residenza invernale dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, il quale nelle scorse ore ha ottenuto il via libera dal ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock per l’acquisto di jet da guerra Eurofighter.
Infine, non si fermano in Israele le proteste dei sostenitori del movimento Changing direction della coalizione Elections now, che ieri hanno bloccato fino all’arrivo della polizia l’ingresso principale della Knesset a Gerusalemme. La richiesta principale del gruppo è quella «di elezioni anticipate e la sostituzione immediata del governo, con l’espulsione degli estremisti dall’esecutivo». Durissime le parole su Benyamin Netanyahu pronunciate da Roni Goren Ben-Zvi, il cui fratello Yonatan Richter è stato assassinato al Nova festival: «Mio fratello è stato ucciso a causa di un uomo che da otto anni conduce una guerra privata contro l’intero Paese solo per poter sopravvivere, eludere la giustizia e continuare a derubare i nostri fondi. Solo gli sciocchi seguono le sue bugie. È un narcisista che non ha mai pensato alla sicurezza del Paese e dei suoi cittadini». Mentre andiamo in stampa, l’Idf ha reso noto di aver eliminato in Siria un esponente di Hamas conosciuto come Hassan Akasha, ritenuto responsabile del lancio di razzi verso il Nord di Israele nelle ultime settimane.
Il «piano B» di Kiev è Viktor Orbán
Il futuro della guerra in Ucraina molto probabilmente dipenderà dal premier ungherese Viktor Orbán. Una serie di eventi lo hanno fatto diventare la pedina più importante di questo conflitto e ad accorgersene è soprattutto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che, in un’intervista a El Paìs, ha rivelato che non esiste un piano B all’invio di aiuti militari da parte di Stati Uniti e Unione europea. Kuleba ha cercato così di persuadere gli alleati occidentali a inviare rifornimenti adesso, prima che diventi troppo tardi. «Se si decide di sospendere o negare» ora gli aiuti all’Ucraina, «a causa della mancanza di risorse la Russia potrebbe avere successo sul campo di battaglia e rompere le linee» e a quel punto «ci sarà una reazione pubblica molto forte» a favore del sostegno a Kiev «e gli stessi politici che hanno deciso di negare gli aiuti decideranno di fornirli, ma in circostanze estreme. Quindi, anche da una prospettiva razionale, ha più senso fornire assistenza ora per evitare una crisi in futuro», ha spiegato il titolare degli esteri ucraino. Ma se da un lato Kiev teme Orbán, responsabile dell’interruzione di rifornimenti a causa del veto posto lo scorso dicembre, dall’altro ha intenzione di tentare una mediazione. L’idea è quella di fissare un incontro tra il premier ungherese e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per «esaminare l’agenda e risolvere tutti i problemi». Insomma la strada è obbligata: bisogna trattare con Orbán e convincerlo a far cadere il veto, soprattutto adesso che dopo l’annuncio della candidatura del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, rischia di andare a coprire il ruolo di presidente. Intanto il primo febbraio si terrà un vertice straordinario per parlare del dossier della revisione del bilancio europeo, con la previsione di un’assistenza finanziaria da 50 miliardi a favore dell’Ucraina. «La prima opzione è che sulla revisione del bilancio comune si arrivi a una intesa a 27 ma un piano B c’è», ha detto il ministro delle Finanze belga, Vincent van Peteghem, lasciando intendere che si potrebbe arrivare a un modo di fornire aiuti a Kiev aggirando il veto di Orbán.
Nel frattempo il capo dell’Ufficio del presidente ucraino, Andriy Yermak, ha avuto un colloquio telefonico con l’inviato speciale di papa Francesco per la missione di pace in Ucraina, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Yermak ha informato il cardinale Zuppi «sulla situazione dei massicci attacchi missilistici effettuati dalla Russia contro l’Ucraina negli ultimi dieci giorni». Poco prima, sempre Yermak aveva avuto un colloquio telefonico anche con il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
Sul campo la mancanza di armi si fa sentire. Le forze aeree ucraine non sono in grado di coprire tutti i cieli con i sistemi di difesa. A dirlo lo stesso portavoce delle forze aeree, Yurii Ihnat, e Mosca ne approfitta per intensificare i suoi attacchi. Ieri l’esercito russo ha lanciato contro l’Ucraina 59 tra missili di diverso tipo e droni, la difesa ucraina ne ha abbattuti meno della metà: 18 missili e 8 velivoli senza pilota. Mosca ha affermato di aver colpito siti industriali e militari, sottolineando di avere impiegato anche missili ipersonici Kinzhal. Allo stesso tempo, però, le forze ucraine sono riuscite a distruggere un ponte ferroviario strategico costruito dai russi vicino alla città occupata di Mariupol, che serviva per il progetto di ferrovia fra la Russia e la Crimea occupata. Mentre la guerra va avanti il Wall Street Journal rivela nuove indiscrezioni circa il sabotaggio del Nord Stream. Secondo il quotidiano americano, la Polonia avrebbe cercato di ostacolare le indagini rifiutandosi di collaborare e nascondendo prove chiave.
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L’Idf minaccia le milizie libanesi: «Avete visto Gaza, faremo copia e incolla a Beirut». Fonti vicine ai servizi rivelano che l’esercito sa dov’è il leader di Hamas, ma non può colpirlo: «Usa ostaggi israeliani come scudo».L’Ucraina lavora a un incontro con il premier ungherese per sbloccare gli aiuti della Ue. E il «Wsj» rivela: «La Polonia ha ostacolato le indagini sul sabotaggio al Nord Stream».Lo speciale contiene due articoli. Ieri durante un raid israeliano nel Sud del Libano è stato ucciso Wissam Tawil comandante anziano dell’unità d’élite degli Hezbollah denominata Radwan. Tawil era uno dei responsabili delle operazioni nella regione meridionale del Libano; è stato assassinato a Kherbet Selem, una località libanese situata circa 20 chilometri a Nord della linea di demarcazione con Israele. Anche se le parti non lo dicono esplicitamente, tra gli Hezbollah e Israele è guerra aperta, visti i continui attacchi lanciati dal Libano e le risposte israeliane. Sempre nella giornata di ieri il gruppo libanese ha dichiarato di essere responsabile di due attacchi contro postazioni militari israeliane nell’Alta Galilea, vicino alla linea di demarcazione con il Libano. Di Hezbollah e del Libano ha parlato il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, che in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che Israele non ha paura di entrare in guerra con il gruppo terroristico: «Se guardano a cosa sta succedendo a Gaza, sanno che possiamo fare copia-incolla a Beirut. Circa 80.000 persone devono poter tornare alle loro case in sicurezza e quindi, se tutto il resto fallisce, siamo disposti a sacrificarci». Pronta la risposta del capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Raad: «Non cerchiamo l’estensione della guerra, ma piuttosto la fine dell’aggressione israeliana. Tuttavia, è certo che, se Israele decide di ampliare il conflitto attaccando il nostro Paese, saremo pronti ad andare fino in fondo. Non temiamo le loro minacce». Sempre al Wsj Gallant ha detto che le forze israeliane «stanno passando da quella che ha definito come un’intensa fase di manovra bellica a diversi tipi di operazioni speciali», poi ha chiarito che la terza fase della guerra «durerà più a lungo», dato che Israele «non rinuncerà al suo obiettivo di smantellare Hamas, porre fine al suo controllo su Gaza e liberare gli ostaggi detenuti da Hamas». A proposito di Hamas, secondo il giornale Israel Hayom e la radio Kan, citando l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin, le autorità israeliane sarebbero a conoscenza della posizione del leader di Hamas, Yahya Sinwar. Tuttavia, non sarebbero in grado di colpirlo «perché si è circondato di un grande numero di ostaggi israeliani vivi». Mentre la jihad islamica ha diffuso sui social un video dell’ostaggio Elad Katzir, 47 anni, rapito il 7 ottobre scorso nel kibbutz di Nir Oz. Per quanto riguarda l’Iraq, gli iraniani appoggiano l’iniziativa del governo iracheno volta a preparare la conclusione della missione nel Paese da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tale iniziativa è stata annunciata dal primo ministro Mohammed Shia al Sudani, in seguito al raid statunitense dello scorso 4 gennaio. Il segretario di Stato americano Antony Blinken, durante il suo terzo giorno di missione diplomatica in Medio Oriente, ha incontrato ad Abu Dhabi lo sceicco Mohammed bin Zayed, leader degli Emirati arabi. Durante l’incontro, Blinken ha sottolineato l’importanza di prevenire un ulteriore diffondersi del conflitto e ha ribadito l’impegno continuo degli Stati Uniti per garantire una pace regionale duratura che assicuri la sicurezza di Israele e favorisca il progresso verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, come dichiarato dal Dipartimento di Stato. In precedenza, alla Cnn ha criticato «le dichiarazioni irresponsabili e incendiarie» fatte da ministri dell’estrema destra israeliana che vogliono il reinsediamento dei palestinesi fuori Gaza. Blinken è giunto ad Abu Dhabi dopo aver svolto incontri simili in Qatar, Giordania, Turchia e Grecia. In serata, il segretario di Stato si è recato nell’oasi saudita di al Ula, residenza invernale dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, il quale nelle scorse ore ha ottenuto il via libera dal ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock per l’acquisto di jet da guerra Eurofighter. Infine, non si fermano in Israele le proteste dei sostenitori del movimento Changing direction della coalizione Elections now, che ieri hanno bloccato fino all’arrivo della polizia l’ingresso principale della Knesset a Gerusalemme. La richiesta principale del gruppo è quella «di elezioni anticipate e la sostituzione immediata del governo, con l’espulsione degli estremisti dall’esecutivo». Durissime le parole su Benyamin Netanyahu pronunciate da Roni Goren Ben-Zvi, il cui fratello Yonatan Richter è stato assassinato al Nova festival: «Mio fratello è stato ucciso a causa di un uomo che da otto anni conduce una guerra privata contro l’intero Paese solo per poter sopravvivere, eludere la giustizia e continuare a derubare i nostri fondi. Solo gli sciocchi seguono le sue bugie. È un narcisista che non ha mai pensato alla sicurezza del Paese e dei suoi cittadini». Mentre andiamo in stampa, l’Idf ha reso noto di aver eliminato in Siria un esponente di Hamas conosciuto come Hassan Akasha, ritenuto responsabile del lancio di razzi verso il Nord di Israele nelle ultime settimane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucciso-capo-militare-hezbolla-2666901916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-b-di-kiev-e-viktor-orban" data-post-id="2666901916" data-published-at="1704748527" data-use-pagination="False"> Il «piano B» di Kiev è Viktor Orbán Il futuro della guerra in Ucraina molto probabilmente dipenderà dal premier ungherese Viktor Orbán. Una serie di eventi lo hanno fatto diventare la pedina più importante di questo conflitto e ad accorgersene è soprattutto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che, in un’intervista a El Paìs, ha rivelato che non esiste un piano B all’invio di aiuti militari da parte di Stati Uniti e Unione europea. Kuleba ha cercato così di persuadere gli alleati occidentali a inviare rifornimenti adesso, prima che diventi troppo tardi. «Se si decide di sospendere o negare» ora gli aiuti all’Ucraina, «a causa della mancanza di risorse la Russia potrebbe avere successo sul campo di battaglia e rompere le linee» e a quel punto «ci sarà una reazione pubblica molto forte» a favore del sostegno a Kiev «e gli stessi politici che hanno deciso di negare gli aiuti decideranno di fornirli, ma in circostanze estreme. Quindi, anche da una prospettiva razionale, ha più senso fornire assistenza ora per evitare una crisi in futuro», ha spiegato il titolare degli esteri ucraino. Ma se da un lato Kiev teme Orbán, responsabile dell’interruzione di rifornimenti a causa del veto posto lo scorso dicembre, dall’altro ha intenzione di tentare una mediazione. L’idea è quella di fissare un incontro tra il premier ungherese e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per «esaminare l’agenda e risolvere tutti i problemi». Insomma la strada è obbligata: bisogna trattare con Orbán e convincerlo a far cadere il veto, soprattutto adesso che dopo l’annuncio della candidatura del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, rischia di andare a coprire il ruolo di presidente. Intanto il primo febbraio si terrà un vertice straordinario per parlare del dossier della revisione del bilancio europeo, con la previsione di un’assistenza finanziaria da 50 miliardi a favore dell’Ucraina. «La prima opzione è che sulla revisione del bilancio comune si arrivi a una intesa a 27 ma un piano B c’è», ha detto il ministro delle Finanze belga, Vincent van Peteghem, lasciando intendere che si potrebbe arrivare a un modo di fornire aiuti a Kiev aggirando il veto di Orbán.Nel frattempo il capo dell’Ufficio del presidente ucraino, Andriy Yermak, ha avuto un colloquio telefonico con l’inviato speciale di papa Francesco per la missione di pace in Ucraina, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Yermak ha informato il cardinale Zuppi «sulla situazione dei massicci attacchi missilistici effettuati dalla Russia contro l’Ucraina negli ultimi dieci giorni». Poco prima, sempre Yermak aveva avuto un colloquio telefonico anche con il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Sul campo la mancanza di armi si fa sentire. Le forze aeree ucraine non sono in grado di coprire tutti i cieli con i sistemi di difesa. A dirlo lo stesso portavoce delle forze aeree, Yurii Ihnat, e Mosca ne approfitta per intensificare i suoi attacchi. Ieri l’esercito russo ha lanciato contro l’Ucraina 59 tra missili di diverso tipo e droni, la difesa ucraina ne ha abbattuti meno della metà: 18 missili e 8 velivoli senza pilota. Mosca ha affermato di aver colpito siti industriali e militari, sottolineando di avere impiegato anche missili ipersonici Kinzhal. Allo stesso tempo, però, le forze ucraine sono riuscite a distruggere un ponte ferroviario strategico costruito dai russi vicino alla città occupata di Mariupol, che serviva per il progetto di ferrovia fra la Russia e la Crimea occupata. Mentre la guerra va avanti il Wall Street Journal rivela nuove indiscrezioni circa il sabotaggio del Nord Stream. Secondo il quotidiano americano, la Polonia avrebbe cercato di ostacolare le indagini rifiutandosi di collaborare e nascondendo prove chiave.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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