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2024-01-09
Ucciso un capo militare di Hezbollah. Blinken: «Il conflitto non va esteso»
Ansa
Ieri durante un raid israeliano nel Sud del Libano è stato ucciso Wissam Tawil comandante anziano dell’unità d’élite degli Hezbollah denominata Radwan. Tawil era uno dei responsabili delle operazioni nella regione meridionale del Libano; è stato assassinato a Kherbet Selem, una località libanese situata circa 20 chilometri a Nord della linea di demarcazione con Israele. Anche se le parti non lo dicono esplicitamente, tra gli Hezbollah e Israele è guerra aperta, visti i continui attacchi lanciati dal Libano e le risposte israeliane. Sempre nella giornata di ieri il gruppo libanese ha dichiarato di essere responsabile di due attacchi contro postazioni militari israeliane nell’Alta Galilea, vicino alla linea di demarcazione con il Libano.
Di Hezbollah e del Libano ha parlato il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, che in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che Israele non ha paura di entrare in guerra con il gruppo terroristico: «Se guardano a cosa sta succedendo a Gaza, sanno che possiamo fare copia-incolla a Beirut. Circa 80.000 persone devono poter tornare alle loro case in sicurezza e quindi, se tutto il resto fallisce, siamo disposti a sacrificarci». Pronta la risposta del capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Raad: «Non cerchiamo l’estensione della guerra, ma piuttosto la fine dell’aggressione israeliana. Tuttavia, è certo che, se Israele decide di ampliare il conflitto attaccando il nostro Paese, saremo pronti ad andare fino in fondo. Non temiamo le loro minacce». Sempre al Wsj Gallant ha detto che le forze israeliane «stanno passando da quella che ha definito come un’intensa fase di manovra bellica a diversi tipi di operazioni speciali», poi ha chiarito che la terza fase della guerra «durerà più a lungo», dato che Israele «non rinuncerà al suo obiettivo di smantellare Hamas, porre fine al suo controllo su Gaza e liberare gli ostaggi detenuti da Hamas».
A proposito di Hamas, secondo il giornale Israel Hayom e la radio Kan, citando l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin, le autorità israeliane sarebbero a conoscenza della posizione del leader di Hamas, Yahya Sinwar. Tuttavia, non sarebbero in grado di colpirlo «perché si è circondato di un grande numero di ostaggi israeliani vivi». Mentre la jihad islamica ha diffuso sui social un video dell’ostaggio Elad Katzir, 47 anni, rapito il 7 ottobre scorso nel kibbutz di Nir Oz. Per quanto riguarda l’Iraq, gli iraniani appoggiano l’iniziativa del governo iracheno volta a preparare la conclusione della missione nel Paese da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tale iniziativa è stata annunciata dal primo ministro Mohammed Shia al Sudani, in seguito al raid statunitense dello scorso 4 gennaio.
Il segretario di Stato americano Antony Blinken, durante il suo terzo giorno di missione diplomatica in Medio Oriente, ha incontrato ad Abu Dhabi lo sceicco Mohammed bin Zayed, leader degli Emirati arabi. Durante l’incontro, Blinken ha sottolineato l’importanza di prevenire un ulteriore diffondersi del conflitto e ha ribadito l’impegno continuo degli Stati Uniti per garantire una pace regionale duratura che assicuri la sicurezza di Israele e favorisca il progresso verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, come dichiarato dal Dipartimento di Stato. In precedenza, alla Cnn ha criticato «le dichiarazioni irresponsabili e incendiarie» fatte da ministri dell’estrema destra israeliana che vogliono il reinsediamento dei palestinesi fuori Gaza. Blinken è giunto ad Abu Dhabi dopo aver svolto incontri simili in Qatar, Giordania, Turchia e Grecia. In serata, il segretario di Stato si è recato nell’oasi saudita di al Ula, residenza invernale dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, il quale nelle scorse ore ha ottenuto il via libera dal ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock per l’acquisto di jet da guerra Eurofighter.
Infine, non si fermano in Israele le proteste dei sostenitori del movimento Changing direction della coalizione Elections now, che ieri hanno bloccato fino all’arrivo della polizia l’ingresso principale della Knesset a Gerusalemme. La richiesta principale del gruppo è quella «di elezioni anticipate e la sostituzione immediata del governo, con l’espulsione degli estremisti dall’esecutivo». Durissime le parole su Benyamin Netanyahu pronunciate da Roni Goren Ben-Zvi, il cui fratello Yonatan Richter è stato assassinato al Nova festival: «Mio fratello è stato ucciso a causa di un uomo che da otto anni conduce una guerra privata contro l’intero Paese solo per poter sopravvivere, eludere la giustizia e continuare a derubare i nostri fondi. Solo gli sciocchi seguono le sue bugie. È un narcisista che non ha mai pensato alla sicurezza del Paese e dei suoi cittadini». Mentre andiamo in stampa, l’Idf ha reso noto di aver eliminato in Siria un esponente di Hamas conosciuto come Hassan Akasha, ritenuto responsabile del lancio di razzi verso il Nord di Israele nelle ultime settimane.
Il «piano B» di Kiev è Viktor Orbán
Il futuro della guerra in Ucraina molto probabilmente dipenderà dal premier ungherese Viktor Orbán. Una serie di eventi lo hanno fatto diventare la pedina più importante di questo conflitto e ad accorgersene è soprattutto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che, in un’intervista a El Paìs, ha rivelato che non esiste un piano B all’invio di aiuti militari da parte di Stati Uniti e Unione europea. Kuleba ha cercato così di persuadere gli alleati occidentali a inviare rifornimenti adesso, prima che diventi troppo tardi. «Se si decide di sospendere o negare» ora gli aiuti all’Ucraina, «a causa della mancanza di risorse la Russia potrebbe avere successo sul campo di battaglia e rompere le linee» e a quel punto «ci sarà una reazione pubblica molto forte» a favore del sostegno a Kiev «e gli stessi politici che hanno deciso di negare gli aiuti decideranno di fornirli, ma in circostanze estreme. Quindi, anche da una prospettiva razionale, ha più senso fornire assistenza ora per evitare una crisi in futuro», ha spiegato il titolare degli esteri ucraino. Ma se da un lato Kiev teme Orbán, responsabile dell’interruzione di rifornimenti a causa del veto posto lo scorso dicembre, dall’altro ha intenzione di tentare una mediazione. L’idea è quella di fissare un incontro tra il premier ungherese e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per «esaminare l’agenda e risolvere tutti i problemi». Insomma la strada è obbligata: bisogna trattare con Orbán e convincerlo a far cadere il veto, soprattutto adesso che dopo l’annuncio della candidatura del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, rischia di andare a coprire il ruolo di presidente. Intanto il primo febbraio si terrà un vertice straordinario per parlare del dossier della revisione del bilancio europeo, con la previsione di un’assistenza finanziaria da 50 miliardi a favore dell’Ucraina. «La prima opzione è che sulla revisione del bilancio comune si arrivi a una intesa a 27 ma un piano B c’è», ha detto il ministro delle Finanze belga, Vincent van Peteghem, lasciando intendere che si potrebbe arrivare a un modo di fornire aiuti a Kiev aggirando il veto di Orbán.
Nel frattempo il capo dell’Ufficio del presidente ucraino, Andriy Yermak, ha avuto un colloquio telefonico con l’inviato speciale di papa Francesco per la missione di pace in Ucraina, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Yermak ha informato il cardinale Zuppi «sulla situazione dei massicci attacchi missilistici effettuati dalla Russia contro l’Ucraina negli ultimi dieci giorni». Poco prima, sempre Yermak aveva avuto un colloquio telefonico anche con il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
Sul campo la mancanza di armi si fa sentire. Le forze aeree ucraine non sono in grado di coprire tutti i cieli con i sistemi di difesa. A dirlo lo stesso portavoce delle forze aeree, Yurii Ihnat, e Mosca ne approfitta per intensificare i suoi attacchi. Ieri l’esercito russo ha lanciato contro l’Ucraina 59 tra missili di diverso tipo e droni, la difesa ucraina ne ha abbattuti meno della metà: 18 missili e 8 velivoli senza pilota. Mosca ha affermato di aver colpito siti industriali e militari, sottolineando di avere impiegato anche missili ipersonici Kinzhal. Allo stesso tempo, però, le forze ucraine sono riuscite a distruggere un ponte ferroviario strategico costruito dai russi vicino alla città occupata di Mariupol, che serviva per il progetto di ferrovia fra la Russia e la Crimea occupata. Mentre la guerra va avanti il Wall Street Journal rivela nuove indiscrezioni circa il sabotaggio del Nord Stream. Secondo il quotidiano americano, la Polonia avrebbe cercato di ostacolare le indagini rifiutandosi di collaborare e nascondendo prove chiave.
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L’Idf minaccia le milizie libanesi: «Avete visto Gaza, faremo copia e incolla a Beirut». Fonti vicine ai servizi rivelano che l’esercito sa dov’è il leader di Hamas, ma non può colpirlo: «Usa ostaggi israeliani come scudo».L’Ucraina lavora a un incontro con il premier ungherese per sbloccare gli aiuti della Ue. E il «Wsj» rivela: «La Polonia ha ostacolato le indagini sul sabotaggio al Nord Stream».Lo speciale contiene due articoli. Ieri durante un raid israeliano nel Sud del Libano è stato ucciso Wissam Tawil comandante anziano dell’unità d’élite degli Hezbollah denominata Radwan. Tawil era uno dei responsabili delle operazioni nella regione meridionale del Libano; è stato assassinato a Kherbet Selem, una località libanese situata circa 20 chilometri a Nord della linea di demarcazione con Israele. Anche se le parti non lo dicono esplicitamente, tra gli Hezbollah e Israele è guerra aperta, visti i continui attacchi lanciati dal Libano e le risposte israeliane. Sempre nella giornata di ieri il gruppo libanese ha dichiarato di essere responsabile di due attacchi contro postazioni militari israeliane nell’Alta Galilea, vicino alla linea di demarcazione con il Libano. Di Hezbollah e del Libano ha parlato il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, che in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che Israele non ha paura di entrare in guerra con il gruppo terroristico: «Se guardano a cosa sta succedendo a Gaza, sanno che possiamo fare copia-incolla a Beirut. Circa 80.000 persone devono poter tornare alle loro case in sicurezza e quindi, se tutto il resto fallisce, siamo disposti a sacrificarci». Pronta la risposta del capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Raad: «Non cerchiamo l’estensione della guerra, ma piuttosto la fine dell’aggressione israeliana. Tuttavia, è certo che, se Israele decide di ampliare il conflitto attaccando il nostro Paese, saremo pronti ad andare fino in fondo. Non temiamo le loro minacce». Sempre al Wsj Gallant ha detto che le forze israeliane «stanno passando da quella che ha definito come un’intensa fase di manovra bellica a diversi tipi di operazioni speciali», poi ha chiarito che la terza fase della guerra «durerà più a lungo», dato che Israele «non rinuncerà al suo obiettivo di smantellare Hamas, porre fine al suo controllo su Gaza e liberare gli ostaggi detenuti da Hamas». A proposito di Hamas, secondo il giornale Israel Hayom e la radio Kan, citando l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin, le autorità israeliane sarebbero a conoscenza della posizione del leader di Hamas, Yahya Sinwar. Tuttavia, non sarebbero in grado di colpirlo «perché si è circondato di un grande numero di ostaggi israeliani vivi». Mentre la jihad islamica ha diffuso sui social un video dell’ostaggio Elad Katzir, 47 anni, rapito il 7 ottobre scorso nel kibbutz di Nir Oz. Per quanto riguarda l’Iraq, gli iraniani appoggiano l’iniziativa del governo iracheno volta a preparare la conclusione della missione nel Paese da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tale iniziativa è stata annunciata dal primo ministro Mohammed Shia al Sudani, in seguito al raid statunitense dello scorso 4 gennaio. Il segretario di Stato americano Antony Blinken, durante il suo terzo giorno di missione diplomatica in Medio Oriente, ha incontrato ad Abu Dhabi lo sceicco Mohammed bin Zayed, leader degli Emirati arabi. Durante l’incontro, Blinken ha sottolineato l’importanza di prevenire un ulteriore diffondersi del conflitto e ha ribadito l’impegno continuo degli Stati Uniti per garantire una pace regionale duratura che assicuri la sicurezza di Israele e favorisca il progresso verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, come dichiarato dal Dipartimento di Stato. In precedenza, alla Cnn ha criticato «le dichiarazioni irresponsabili e incendiarie» fatte da ministri dell’estrema destra israeliana che vogliono il reinsediamento dei palestinesi fuori Gaza. Blinken è giunto ad Abu Dhabi dopo aver svolto incontri simili in Qatar, Giordania, Turchia e Grecia. In serata, il segretario di Stato si è recato nell’oasi saudita di al Ula, residenza invernale dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, il quale nelle scorse ore ha ottenuto il via libera dal ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock per l’acquisto di jet da guerra Eurofighter. Infine, non si fermano in Israele le proteste dei sostenitori del movimento Changing direction della coalizione Elections now, che ieri hanno bloccato fino all’arrivo della polizia l’ingresso principale della Knesset a Gerusalemme. La richiesta principale del gruppo è quella «di elezioni anticipate e la sostituzione immediata del governo, con l’espulsione degli estremisti dall’esecutivo». Durissime le parole su Benyamin Netanyahu pronunciate da Roni Goren Ben-Zvi, il cui fratello Yonatan Richter è stato assassinato al Nova festival: «Mio fratello è stato ucciso a causa di un uomo che da otto anni conduce una guerra privata contro l’intero Paese solo per poter sopravvivere, eludere la giustizia e continuare a derubare i nostri fondi. Solo gli sciocchi seguono le sue bugie. È un narcisista che non ha mai pensato alla sicurezza del Paese e dei suoi cittadini». Mentre andiamo in stampa, l’Idf ha reso noto di aver eliminato in Siria un esponente di Hamas conosciuto come Hassan Akasha, ritenuto responsabile del lancio di razzi verso il Nord di Israele nelle ultime settimane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucciso-capo-militare-hezbolla-2666901916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-b-di-kiev-e-viktor-orban" data-post-id="2666901916" data-published-at="1704748527" data-use-pagination="False"> Il «piano B» di Kiev è Viktor Orbán Il futuro della guerra in Ucraina molto probabilmente dipenderà dal premier ungherese Viktor Orbán. Una serie di eventi lo hanno fatto diventare la pedina più importante di questo conflitto e ad accorgersene è soprattutto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che, in un’intervista a El Paìs, ha rivelato che non esiste un piano B all’invio di aiuti militari da parte di Stati Uniti e Unione europea. Kuleba ha cercato così di persuadere gli alleati occidentali a inviare rifornimenti adesso, prima che diventi troppo tardi. «Se si decide di sospendere o negare» ora gli aiuti all’Ucraina, «a causa della mancanza di risorse la Russia potrebbe avere successo sul campo di battaglia e rompere le linee» e a quel punto «ci sarà una reazione pubblica molto forte» a favore del sostegno a Kiev «e gli stessi politici che hanno deciso di negare gli aiuti decideranno di fornirli, ma in circostanze estreme. Quindi, anche da una prospettiva razionale, ha più senso fornire assistenza ora per evitare una crisi in futuro», ha spiegato il titolare degli esteri ucraino. Ma se da un lato Kiev teme Orbán, responsabile dell’interruzione di rifornimenti a causa del veto posto lo scorso dicembre, dall’altro ha intenzione di tentare una mediazione. L’idea è quella di fissare un incontro tra il premier ungherese e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per «esaminare l’agenda e risolvere tutti i problemi». Insomma la strada è obbligata: bisogna trattare con Orbán e convincerlo a far cadere il veto, soprattutto adesso che dopo l’annuncio della candidatura del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, rischia di andare a coprire il ruolo di presidente. Intanto il primo febbraio si terrà un vertice straordinario per parlare del dossier della revisione del bilancio europeo, con la previsione di un’assistenza finanziaria da 50 miliardi a favore dell’Ucraina. «La prima opzione è che sulla revisione del bilancio comune si arrivi a una intesa a 27 ma un piano B c’è», ha detto il ministro delle Finanze belga, Vincent van Peteghem, lasciando intendere che si potrebbe arrivare a un modo di fornire aiuti a Kiev aggirando il veto di Orbán.Nel frattempo il capo dell’Ufficio del presidente ucraino, Andriy Yermak, ha avuto un colloquio telefonico con l’inviato speciale di papa Francesco per la missione di pace in Ucraina, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Yermak ha informato il cardinale Zuppi «sulla situazione dei massicci attacchi missilistici effettuati dalla Russia contro l’Ucraina negli ultimi dieci giorni». Poco prima, sempre Yermak aveva avuto un colloquio telefonico anche con il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Sul campo la mancanza di armi si fa sentire. Le forze aeree ucraine non sono in grado di coprire tutti i cieli con i sistemi di difesa. A dirlo lo stesso portavoce delle forze aeree, Yurii Ihnat, e Mosca ne approfitta per intensificare i suoi attacchi. Ieri l’esercito russo ha lanciato contro l’Ucraina 59 tra missili di diverso tipo e droni, la difesa ucraina ne ha abbattuti meno della metà: 18 missili e 8 velivoli senza pilota. Mosca ha affermato di aver colpito siti industriali e militari, sottolineando di avere impiegato anche missili ipersonici Kinzhal. Allo stesso tempo, però, le forze ucraine sono riuscite a distruggere un ponte ferroviario strategico costruito dai russi vicino alla città occupata di Mariupol, che serviva per il progetto di ferrovia fra la Russia e la Crimea occupata. Mentre la guerra va avanti il Wall Street Journal rivela nuove indiscrezioni circa il sabotaggio del Nord Stream. Secondo il quotidiano americano, la Polonia avrebbe cercato di ostacolare le indagini rifiutandosi di collaborare e nascondendo prove chiave.
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa)
La formula è quella ormai nota: tutti e trenta i Campioni tornano a esibirsi e il voto viene ripartito tra televoto (34%), sala stampa, tv e web (33%) e giuria delle radio (33%). Al termine delle esibizioni verrà stilata una classifica complessiva che terrà conto anche delle serate precedenti. I primi cinque, annunciati senza ordine di piazzamento, si sfideranno un’ultima volta davanti alle tre giurie. Solo allora si conoscerà il vincitore, chiamato a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026 in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio.
La gara prende il via alle 20.45 con Francesco Renga e Il meglio di me. Subito dopo è il turno di Chiello con Ti penso sempre e di Raf con Ora e per sempre. La prima parte della serata prosegue con le Bambole di pezza (Resta con me), Leo Gassmann (Naturale), Malika Ayane (Animali notturni) e Tommaso Paradiso (I romantici). Spazio poi a J-Ax con Italia starter pack, al duo formato da LDA e Aka 7even con Poesie clandestine e a Serena Brancale con Qui con me. La scaletta continua con Patty Pravo (Opera), Sal Da Vinci (Per sempre sì), Elettra Lamborghini (Voilà) ed Ermal Meta (Stella stellina).
Nella seconda parte della maratona si alternano Ditonellapiaga (Che fastidio!), Nayt (Prima che), Arisa (Magica favola) e Sayf (Tu mi piaci tanto). Dalla nave Costa Toscana è previsto il collegamento con Max Pezzali, mentre sul palco dell’Ariston arrivano Levante con Sei tu e il duo Fedez e Marco Masini con Male necessario.
Dopo la mezzanotte si entra nell’ultima parte della competizione con Samurai Jay (Ossessione), Michele Bravi (Prima o poi), Fulminacci (Stupida fortuna) e Luchè (Labirinto). Nel finale si esibiscono Tredici Pietro (Uomo che cade), Mara Sattei (Le cose che non sai di me), Dargen D'Amico (AI AI), Enrico Nigiotti (Ogni volta che non so volare), il duo Maria Antonietta e Colombre con La felicità e basta e, a chiudere la gara, Eddie Brock con Avvoltoi.
La finale non è solo competizione. All’Ariston è atteso Andrea Bocelli, che propone Il mare calmo della sera e Con te partirò, in un passaggio che richiama anche la figura di Pippo Baudo, tra i primi a credere nel tenore toscano. In piazza Colombo, al Suzuki Stage, i Pooh celebrano sessant’anni di carriera con Uomini soli. È previsto anche un momento di raccoglimento con l’intervento di Gino Cecchettin, che porterà un messaggio contro il femminicidio.
Quando il televoto verrà chiuso, inizierà la lettura della classifica dal trentesimo al sesto posto. Poi l’annuncio dei cinque finalisti, il nuovo voto e la consegna dei premi collaterali, dal Mia Martini al riconoscimento per il miglior testo e per la miglior composizione musicale, fino al Premio Tim. Infine resteranno in due. A quel punto il nome del vincitore della 76ª edizione sarà pronunciato e l’Ariston ascolterà ancora una volta la canzone che ha conquistato il Festival, prima dei saluti finali e dei titoli di coda, ben oltre la mezzanotte.
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Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.
Donald Trump (Ansa)
Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
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«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.