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2024-01-09
Ucciso un capo militare di Hezbollah. Blinken: «Il conflitto non va esteso»
Ansa
Ieri durante un raid israeliano nel Sud del Libano è stato ucciso Wissam Tawil comandante anziano dell’unità d’élite degli Hezbollah denominata Radwan. Tawil era uno dei responsabili delle operazioni nella regione meridionale del Libano; è stato assassinato a Kherbet Selem, una località libanese situata circa 20 chilometri a Nord della linea di demarcazione con Israele. Anche se le parti non lo dicono esplicitamente, tra gli Hezbollah e Israele è guerra aperta, visti i continui attacchi lanciati dal Libano e le risposte israeliane. Sempre nella giornata di ieri il gruppo libanese ha dichiarato di essere responsabile di due attacchi contro postazioni militari israeliane nell’Alta Galilea, vicino alla linea di demarcazione con il Libano.
Di Hezbollah e del Libano ha parlato il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, che in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che Israele non ha paura di entrare in guerra con il gruppo terroristico: «Se guardano a cosa sta succedendo a Gaza, sanno che possiamo fare copia-incolla a Beirut. Circa 80.000 persone devono poter tornare alle loro case in sicurezza e quindi, se tutto il resto fallisce, siamo disposti a sacrificarci». Pronta la risposta del capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Raad: «Non cerchiamo l’estensione della guerra, ma piuttosto la fine dell’aggressione israeliana. Tuttavia, è certo che, se Israele decide di ampliare il conflitto attaccando il nostro Paese, saremo pronti ad andare fino in fondo. Non temiamo le loro minacce». Sempre al Wsj Gallant ha detto che le forze israeliane «stanno passando da quella che ha definito come un’intensa fase di manovra bellica a diversi tipi di operazioni speciali», poi ha chiarito che la terza fase della guerra «durerà più a lungo», dato che Israele «non rinuncerà al suo obiettivo di smantellare Hamas, porre fine al suo controllo su Gaza e liberare gli ostaggi detenuti da Hamas».
A proposito di Hamas, secondo il giornale Israel Hayom e la radio Kan, citando l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin, le autorità israeliane sarebbero a conoscenza della posizione del leader di Hamas, Yahya Sinwar. Tuttavia, non sarebbero in grado di colpirlo «perché si è circondato di un grande numero di ostaggi israeliani vivi». Mentre la jihad islamica ha diffuso sui social un video dell’ostaggio Elad Katzir, 47 anni, rapito il 7 ottobre scorso nel kibbutz di Nir Oz. Per quanto riguarda l’Iraq, gli iraniani appoggiano l’iniziativa del governo iracheno volta a preparare la conclusione della missione nel Paese da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tale iniziativa è stata annunciata dal primo ministro Mohammed Shia al Sudani, in seguito al raid statunitense dello scorso 4 gennaio.
Il segretario di Stato americano Antony Blinken, durante il suo terzo giorno di missione diplomatica in Medio Oriente, ha incontrato ad Abu Dhabi lo sceicco Mohammed bin Zayed, leader degli Emirati arabi. Durante l’incontro, Blinken ha sottolineato l’importanza di prevenire un ulteriore diffondersi del conflitto e ha ribadito l’impegno continuo degli Stati Uniti per garantire una pace regionale duratura che assicuri la sicurezza di Israele e favorisca il progresso verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, come dichiarato dal Dipartimento di Stato. In precedenza, alla Cnn ha criticato «le dichiarazioni irresponsabili e incendiarie» fatte da ministri dell’estrema destra israeliana che vogliono il reinsediamento dei palestinesi fuori Gaza. Blinken è giunto ad Abu Dhabi dopo aver svolto incontri simili in Qatar, Giordania, Turchia e Grecia. In serata, il segretario di Stato si è recato nell’oasi saudita di al Ula, residenza invernale dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, il quale nelle scorse ore ha ottenuto il via libera dal ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock per l’acquisto di jet da guerra Eurofighter.
Infine, non si fermano in Israele le proteste dei sostenitori del movimento Changing direction della coalizione Elections now, che ieri hanno bloccato fino all’arrivo della polizia l’ingresso principale della Knesset a Gerusalemme. La richiesta principale del gruppo è quella «di elezioni anticipate e la sostituzione immediata del governo, con l’espulsione degli estremisti dall’esecutivo». Durissime le parole su Benyamin Netanyahu pronunciate da Roni Goren Ben-Zvi, il cui fratello Yonatan Richter è stato assassinato al Nova festival: «Mio fratello è stato ucciso a causa di un uomo che da otto anni conduce una guerra privata contro l’intero Paese solo per poter sopravvivere, eludere la giustizia e continuare a derubare i nostri fondi. Solo gli sciocchi seguono le sue bugie. È un narcisista che non ha mai pensato alla sicurezza del Paese e dei suoi cittadini». Mentre andiamo in stampa, l’Idf ha reso noto di aver eliminato in Siria un esponente di Hamas conosciuto come Hassan Akasha, ritenuto responsabile del lancio di razzi verso il Nord di Israele nelle ultime settimane.
Il «piano B» di Kiev è Viktor Orbán
Il futuro della guerra in Ucraina molto probabilmente dipenderà dal premier ungherese Viktor Orbán. Una serie di eventi lo hanno fatto diventare la pedina più importante di questo conflitto e ad accorgersene è soprattutto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che, in un’intervista a El Paìs, ha rivelato che non esiste un piano B all’invio di aiuti militari da parte di Stati Uniti e Unione europea. Kuleba ha cercato così di persuadere gli alleati occidentali a inviare rifornimenti adesso, prima che diventi troppo tardi. «Se si decide di sospendere o negare» ora gli aiuti all’Ucraina, «a causa della mancanza di risorse la Russia potrebbe avere successo sul campo di battaglia e rompere le linee» e a quel punto «ci sarà una reazione pubblica molto forte» a favore del sostegno a Kiev «e gli stessi politici che hanno deciso di negare gli aiuti decideranno di fornirli, ma in circostanze estreme. Quindi, anche da una prospettiva razionale, ha più senso fornire assistenza ora per evitare una crisi in futuro», ha spiegato il titolare degli esteri ucraino. Ma se da un lato Kiev teme Orbán, responsabile dell’interruzione di rifornimenti a causa del veto posto lo scorso dicembre, dall’altro ha intenzione di tentare una mediazione. L’idea è quella di fissare un incontro tra il premier ungherese e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per «esaminare l’agenda e risolvere tutti i problemi». Insomma la strada è obbligata: bisogna trattare con Orbán e convincerlo a far cadere il veto, soprattutto adesso che dopo l’annuncio della candidatura del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, rischia di andare a coprire il ruolo di presidente. Intanto il primo febbraio si terrà un vertice straordinario per parlare del dossier della revisione del bilancio europeo, con la previsione di un’assistenza finanziaria da 50 miliardi a favore dell’Ucraina. «La prima opzione è che sulla revisione del bilancio comune si arrivi a una intesa a 27 ma un piano B c’è», ha detto il ministro delle Finanze belga, Vincent van Peteghem, lasciando intendere che si potrebbe arrivare a un modo di fornire aiuti a Kiev aggirando il veto di Orbán.
Nel frattempo il capo dell’Ufficio del presidente ucraino, Andriy Yermak, ha avuto un colloquio telefonico con l’inviato speciale di papa Francesco per la missione di pace in Ucraina, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Yermak ha informato il cardinale Zuppi «sulla situazione dei massicci attacchi missilistici effettuati dalla Russia contro l’Ucraina negli ultimi dieci giorni». Poco prima, sempre Yermak aveva avuto un colloquio telefonico anche con il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
Sul campo la mancanza di armi si fa sentire. Le forze aeree ucraine non sono in grado di coprire tutti i cieli con i sistemi di difesa. A dirlo lo stesso portavoce delle forze aeree, Yurii Ihnat, e Mosca ne approfitta per intensificare i suoi attacchi. Ieri l’esercito russo ha lanciato contro l’Ucraina 59 tra missili di diverso tipo e droni, la difesa ucraina ne ha abbattuti meno della metà: 18 missili e 8 velivoli senza pilota. Mosca ha affermato di aver colpito siti industriali e militari, sottolineando di avere impiegato anche missili ipersonici Kinzhal. Allo stesso tempo, però, le forze ucraine sono riuscite a distruggere un ponte ferroviario strategico costruito dai russi vicino alla città occupata di Mariupol, che serviva per il progetto di ferrovia fra la Russia e la Crimea occupata. Mentre la guerra va avanti il Wall Street Journal rivela nuove indiscrezioni circa il sabotaggio del Nord Stream. Secondo il quotidiano americano, la Polonia avrebbe cercato di ostacolare le indagini rifiutandosi di collaborare e nascondendo prove chiave.
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L’Idf minaccia le milizie libanesi: «Avete visto Gaza, faremo copia e incolla a Beirut». Fonti vicine ai servizi rivelano che l’esercito sa dov’è il leader di Hamas, ma non può colpirlo: «Usa ostaggi israeliani come scudo».L’Ucraina lavora a un incontro con il premier ungherese per sbloccare gli aiuti della Ue. E il «Wsj» rivela: «La Polonia ha ostacolato le indagini sul sabotaggio al Nord Stream».Lo speciale contiene due articoli. Ieri durante un raid israeliano nel Sud del Libano è stato ucciso Wissam Tawil comandante anziano dell’unità d’élite degli Hezbollah denominata Radwan. Tawil era uno dei responsabili delle operazioni nella regione meridionale del Libano; è stato assassinato a Kherbet Selem, una località libanese situata circa 20 chilometri a Nord della linea di demarcazione con Israele. Anche se le parti non lo dicono esplicitamente, tra gli Hezbollah e Israele è guerra aperta, visti i continui attacchi lanciati dal Libano e le risposte israeliane. Sempre nella giornata di ieri il gruppo libanese ha dichiarato di essere responsabile di due attacchi contro postazioni militari israeliane nell’Alta Galilea, vicino alla linea di demarcazione con il Libano. Di Hezbollah e del Libano ha parlato il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, che in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che Israele non ha paura di entrare in guerra con il gruppo terroristico: «Se guardano a cosa sta succedendo a Gaza, sanno che possiamo fare copia-incolla a Beirut. Circa 80.000 persone devono poter tornare alle loro case in sicurezza e quindi, se tutto il resto fallisce, siamo disposti a sacrificarci». Pronta la risposta del capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Raad: «Non cerchiamo l’estensione della guerra, ma piuttosto la fine dell’aggressione israeliana. Tuttavia, è certo che, se Israele decide di ampliare il conflitto attaccando il nostro Paese, saremo pronti ad andare fino in fondo. Non temiamo le loro minacce». Sempre al Wsj Gallant ha detto che le forze israeliane «stanno passando da quella che ha definito come un’intensa fase di manovra bellica a diversi tipi di operazioni speciali», poi ha chiarito che la terza fase della guerra «durerà più a lungo», dato che Israele «non rinuncerà al suo obiettivo di smantellare Hamas, porre fine al suo controllo su Gaza e liberare gli ostaggi detenuti da Hamas». A proposito di Hamas, secondo il giornale Israel Hayom e la radio Kan, citando l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin, le autorità israeliane sarebbero a conoscenza della posizione del leader di Hamas, Yahya Sinwar. Tuttavia, non sarebbero in grado di colpirlo «perché si è circondato di un grande numero di ostaggi israeliani vivi». Mentre la jihad islamica ha diffuso sui social un video dell’ostaggio Elad Katzir, 47 anni, rapito il 7 ottobre scorso nel kibbutz di Nir Oz. Per quanto riguarda l’Iraq, gli iraniani appoggiano l’iniziativa del governo iracheno volta a preparare la conclusione della missione nel Paese da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tale iniziativa è stata annunciata dal primo ministro Mohammed Shia al Sudani, in seguito al raid statunitense dello scorso 4 gennaio. Il segretario di Stato americano Antony Blinken, durante il suo terzo giorno di missione diplomatica in Medio Oriente, ha incontrato ad Abu Dhabi lo sceicco Mohammed bin Zayed, leader degli Emirati arabi. Durante l’incontro, Blinken ha sottolineato l’importanza di prevenire un ulteriore diffondersi del conflitto e ha ribadito l’impegno continuo degli Stati Uniti per garantire una pace regionale duratura che assicuri la sicurezza di Israele e favorisca il progresso verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, come dichiarato dal Dipartimento di Stato. In precedenza, alla Cnn ha criticato «le dichiarazioni irresponsabili e incendiarie» fatte da ministri dell’estrema destra israeliana che vogliono il reinsediamento dei palestinesi fuori Gaza. Blinken è giunto ad Abu Dhabi dopo aver svolto incontri simili in Qatar, Giordania, Turchia e Grecia. In serata, il segretario di Stato si è recato nell’oasi saudita di al Ula, residenza invernale dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, il quale nelle scorse ore ha ottenuto il via libera dal ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock per l’acquisto di jet da guerra Eurofighter. Infine, non si fermano in Israele le proteste dei sostenitori del movimento Changing direction della coalizione Elections now, che ieri hanno bloccato fino all’arrivo della polizia l’ingresso principale della Knesset a Gerusalemme. La richiesta principale del gruppo è quella «di elezioni anticipate e la sostituzione immediata del governo, con l’espulsione degli estremisti dall’esecutivo». Durissime le parole su Benyamin Netanyahu pronunciate da Roni Goren Ben-Zvi, il cui fratello Yonatan Richter è stato assassinato al Nova festival: «Mio fratello è stato ucciso a causa di un uomo che da otto anni conduce una guerra privata contro l’intero Paese solo per poter sopravvivere, eludere la giustizia e continuare a derubare i nostri fondi. Solo gli sciocchi seguono le sue bugie. È un narcisista che non ha mai pensato alla sicurezza del Paese e dei suoi cittadini». Mentre andiamo in stampa, l’Idf ha reso noto di aver eliminato in Siria un esponente di Hamas conosciuto come Hassan Akasha, ritenuto responsabile del lancio di razzi verso il Nord di Israele nelle ultime settimane. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucciso-capo-militare-hezbolla-2666901916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-b-di-kiev-e-viktor-orban" data-post-id="2666901916" data-published-at="1704748527" data-use-pagination="False"> Il «piano B» di Kiev è Viktor Orbán Il futuro della guerra in Ucraina molto probabilmente dipenderà dal premier ungherese Viktor Orbán. Una serie di eventi lo hanno fatto diventare la pedina più importante di questo conflitto e ad accorgersene è soprattutto il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba che, in un’intervista a El Paìs, ha rivelato che non esiste un piano B all’invio di aiuti militari da parte di Stati Uniti e Unione europea. Kuleba ha cercato così di persuadere gli alleati occidentali a inviare rifornimenti adesso, prima che diventi troppo tardi. «Se si decide di sospendere o negare» ora gli aiuti all’Ucraina, «a causa della mancanza di risorse la Russia potrebbe avere successo sul campo di battaglia e rompere le linee» e a quel punto «ci sarà una reazione pubblica molto forte» a favore del sostegno a Kiev «e gli stessi politici che hanno deciso di negare gli aiuti decideranno di fornirli, ma in circostanze estreme. Quindi, anche da una prospettiva razionale, ha più senso fornire assistenza ora per evitare una crisi in futuro», ha spiegato il titolare degli esteri ucraino. Ma se da un lato Kiev teme Orbán, responsabile dell’interruzione di rifornimenti a causa del veto posto lo scorso dicembre, dall’altro ha intenzione di tentare una mediazione. L’idea è quella di fissare un incontro tra il premier ungherese e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per «esaminare l’agenda e risolvere tutti i problemi». Insomma la strada è obbligata: bisogna trattare con Orbán e convincerlo a far cadere il veto, soprattutto adesso che dopo l’annuncio della candidatura del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, rischia di andare a coprire il ruolo di presidente. Intanto il primo febbraio si terrà un vertice straordinario per parlare del dossier della revisione del bilancio europeo, con la previsione di un’assistenza finanziaria da 50 miliardi a favore dell’Ucraina. «La prima opzione è che sulla revisione del bilancio comune si arrivi a una intesa a 27 ma un piano B c’è», ha detto il ministro delle Finanze belga, Vincent van Peteghem, lasciando intendere che si potrebbe arrivare a un modo di fornire aiuti a Kiev aggirando il veto di Orbán.Nel frattempo il capo dell’Ufficio del presidente ucraino, Andriy Yermak, ha avuto un colloquio telefonico con l’inviato speciale di papa Francesco per la missione di pace in Ucraina, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Yermak ha informato il cardinale Zuppi «sulla situazione dei massicci attacchi missilistici effettuati dalla Russia contro l’Ucraina negli ultimi dieci giorni». Poco prima, sempre Yermak aveva avuto un colloquio telefonico anche con il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Sul campo la mancanza di armi si fa sentire. Le forze aeree ucraine non sono in grado di coprire tutti i cieli con i sistemi di difesa. A dirlo lo stesso portavoce delle forze aeree, Yurii Ihnat, e Mosca ne approfitta per intensificare i suoi attacchi. Ieri l’esercito russo ha lanciato contro l’Ucraina 59 tra missili di diverso tipo e droni, la difesa ucraina ne ha abbattuti meno della metà: 18 missili e 8 velivoli senza pilota. Mosca ha affermato di aver colpito siti industriali e militari, sottolineando di avere impiegato anche missili ipersonici Kinzhal. Allo stesso tempo, però, le forze ucraine sono riuscite a distruggere un ponte ferroviario strategico costruito dai russi vicino alla città occupata di Mariupol, che serviva per il progetto di ferrovia fra la Russia e la Crimea occupata. Mentre la guerra va avanti il Wall Street Journal rivela nuove indiscrezioni circa il sabotaggio del Nord Stream. Secondo il quotidiano americano, la Polonia avrebbe cercato di ostacolare le indagini rifiutandosi di collaborare e nascondendo prove chiave.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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