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2025-05-14
Alla fine tutti i negoziati portano a Erdogan
Mark Rutte e Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
In queste ore l’attenzione della comunità internazionale è puntata tutta su Istanbul, dove a partire da giovedì si svolgeranno nuovi incontri negoziali tra Russia e Ucraina. L’iniziativa, specie se avrà successo, potrebbe rappresentare un passaggio decisivo nel tentativo di fermare una guerra che dura da oltre tre anni. In ogni caso, Recep Tayyip Erdogan - che ha mantenuto fin dall’inizio del conflitto un canale di comunicazione aperto sia con Mosca che con Kiev - è tra i pochi leader sulla scena internazionale a godere della fiducia di entrambe le parti in causa. Donald Trump ha definito l’appuntamento «di grande rilevanza» e ha espresso apprezzamento per l’impegno della Turchia e del suo leader nel facilitare il confronto. «Mi sono battuto affinché questo faccia a faccia si concretizzasse e credo che ne possano scaturire sviluppi promettenti», ha detto il presidente americano in una dichiarazione ai media. Le parole di Trump arrivano in un momento in cui Ankara rafforza la propria posizione come interlocutore centrale nei processi diplomatici internazionali. Inoltre, Ankara ha appena registrato la decisione del Comitato direttivo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), organizzazione armata curda attiva in Turchia, che ha annunciato lo scioglimento del gruppo. La decisione è maturata al termine di un congresso straordinario, convocato proprio per deliberare sulla fine delle attività del movimento. Lo scioglimento era atteso da settimane: lo scorso 27 febbraio, il leader storico del Pkk, Abdullah Öcalan, aveva inviato una lettera dal carcere chiedendo ufficialmente la cessazione della lotta armata e lo smantellamento del partito. A seguito di quell’appello, il comitato direttivo aveva proclamato un cessate il fuoco con lo Stato turco e fissato la convocazione del congresso per ratificare la svolta storica. Piaccia o meno, Erdogan sa giocare su tutti i tavoli, compreso quello della Nato, e in tal senso ieri ha ricevuto ad Ankara il segretario generale designato dell’Alleanza atlantica Mark Rutte al quale ha ribadito l’impegno della Turchia nel promuovere una soluzione diplomatica al conflitto tra Russia e Ucraina. Secondo quanto riportato dalla stampa turca, Erdogan ha sottolineato che Ankara ha intensificato «gli sforzi per favorire una pace duratura e giusta». Nel corso del colloquio il leader turco ha riferito di aver avuto contatti diretti con il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky, riaffermando il pieno sostegno della Turchia all’istituzione di un cessate il fuoco. Erdogan ha inoltre ribadito la sua posizione contraria a un coinvolgimento diretto della Nato nel conflitto, affermando che «non si deve perdere l’opportunità per la pace». Il presidente turco durante l’incontro ha anche informato Rutte che la Turchia riprenderà il comando della Kosovo Force della Nato. Negli ultimi anni Ankara ha assunto un ruolo sempre più attivo e riconosciuto nella mediazione delle crisi, spaziando dal Caucaso al Medio Oriente, dai Balcani al Corno d’Africa. La crescente centralità turca non è frutto del caso ma il risultato di una strategia perseguita nel tempo, fondata su quattro capisaldi: neutralità, profondità storica delle relazioni, abilità negoziale e una collocazione geografica di assoluto rilievo. A proposito di questo, nel 2001 uscì un libro scritto da Ahmet Davutoglu, all’epoca politologo quasi sconosciuto (che diventerà poi primo ministro della Turchia dal 28 agosto 2014 al 24 maggio 2016), intitolato La Posizione internazionale della Turchia. Nel volume Davutoglu teorizza la dottrina delle «profondità strategica» della Turchia che secondo il politologo non doveva accontentarsi del ruolo di media potenza regionale, ma puntare a una posizione di rilievo sulla scena globale. Davutoglu fonda la sua teoria su un presupposto considerato oggettivo: la centralità geografica della Turchia in una regione di straordinaria rilevanza strategica, che abbraccia i Balcani, il Mar Nero, il Caucaso, il Mediterraneo orientale, il Golfo Persico e l’Asia Centrale. Secondo questa visione, tale posizione conferisce ad Ankara un ruolo imprescindibile nella gestione delle crisi e nella promozione del dialogo tra i Paesi dell’area, rendendola un interlocutore chiave per qualunque tentativo di stabilire forme di cooperazione regionale. Tra le principali conquiste recenti della diplomazia turca figura l’«Iniziativa sul grano del Mar Nero», lanciata nel luglio 2022, che ha permesso la ripartenza delle esportazioni agricole ucraine, bloccate a causa della guerra, contribuendo a mitigare le pressioni internazionali sulla sicurezza alimentare. Nello stesso anno Istanbul è stata teatro di un importante scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, oltre che di un incontro diretto tra i ministri degli Esteri delle due nazioni. L’azione diplomatica di Ankara, però, si estende ben oltre i confini europei. Nel dicembre 2024, la Turchia ha avuto un ruolo determinante nella mediazione di un accordo storico tra Etiopia e Somalia, che ha posto fine a una crisi nata in seguito all’intesa tra Addis Abeba e il Somaliland.
Nel Caucaso, Ankara ha offerto sostegno politico e militare all’Azerbaigian nella riconquista del Nagorno-Karabakh, per poi favorire l’avvio di un processo di dialogo con l’Armenia. A livello globale, nell’agosto 2024, l’intelligence turca (Mit) ha orchestrato uno scambio multilaterale di detenuti che ha coinvolto sette Paesi, tra cui Stati Uniti, Russia, Germania e Bielorussia.
L’Idf colpisce l’ospedale di Khan Yunis. I media israeliani: «Ucciso Sinwar»
Secondo fonti israeliane, il leader di Hamas, Mohammed Sinwar, è stato ucciso. Ieri pomeriggio un raid dell’Idf ha colpito l’ospedale di Khan Yunis con l’obiettivo, dichiarato, di eliminare il terrorista, nonché fratello di Yahya Sinwar, precedente capo dell’organizzazione terroristica.
Stando a quanto ha riportato una fonte israeliana a Yinet, il primo bombardamento sarebbe stato condotto senza informare Washington, anche perché la decisione è stata presa in fretta, cogliendo «un’opportunità improvvisa». Poco dopo ci sarebbe stato un altro raid sempre vicino allo stesso ospedale del Sud di Gaza. L’Idf e lo Shin bet hanno dichiarato di aver condotto l’attacco contro i terroristi di Hamas in un centro di comando sotterraneo, al di sotto quindi dell’ospedale.
Mohammed Sinwar ha assunto le redini di Hamas dopo l’uccisione del fratello e come lui è «capace di uccidere senza esitazione», secondo i racconti di chi lo ha conosciuto. Considerato uno degli architetti della strage del 7 ottobre, è stato tra i primi a essere reclutato nell’organizzazione terroristica. Nel 2006 aveva organizzato il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit per ottenere lo scambio dei prigionieri e liberare così il fratello Yahya, al tempo detenuto in Israele.
Poche ore prima dal raid israeliano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato: «Non ci sarà alcuna situazione in cui fermeremo la guerra». Bibi ha anche fatto presente che l’esercito israeliano è pronto a entrare «con tutta la sua forza» a Gaza nei prossimi giorni «per completare l’operazione e sconfiggere Hamas». Ieri il premier israeliano ha anche dichiarato che è alla ricerca di Paesi disposti ad accogliere i gazawi.
A tal fine, ha reso noto che è stato creato «un istituto che permetterà loro di andarsene», stimando che «oltre il 50 per cento» dei residenti di Gaza sarebbero pronti a lasciare la Striscia.
Intanto ieri il presidente americano Donald Trump, la cui agenda non prevede una sosta in Israele, ha iniziato la sua missione in Medio Oriente. Ieri è stato accolto all’aeroporto di Riad dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman. «Credo davvero che ci piacciamo molto» ha detto il tycoon rivolgendosi al principe, con le parole che hanno trovato conferma nei fatti. «Il più grande accordo di vendita per la difesa della storia, del valore di 142 miliardi di dollari» è stato firmato ieri tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita e prevede la fornitura a Riad di «attrezzature e servizi bellici all’avanguardia da oltre una dozzina di aziende statunitensi del settore». Dall’altra parte, l’Arabia Saudita si impegna «a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti» con l’obiettivo di «rafforzare la sicurezza energetica, l’industria della difesa, la leadership tecnologica e l’accesso alle infrastrutture globali e ai minerali essenziali».
Nel pomeriggio, dal forum di investimenti Usa-Arabia Saudita, il tycoon ha annunciato di voler offrire all’Iran «una nuova e migliore strada verso un futuro molto più promettente», ricordando però che quest’opportunità «non dura per sempre». Tra l’altro allo stesso evento hanno partecipato anche i ceo delle big tech americane.
Se ieri il presidente degli Stati Uniti ha celebrato gli 80 anni dei rapporti tra Washington e Riad, oggi Trump saluterà il leader di un Paese con cui la Casa Bianca non si incontra da 25 anni: il presidente della Siria, al-Jolani. Già ieri il tycoon ha annunciato che ordinerà «la fine delle sanzioni contro la Siria».
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La comunità internazionale guarda ancora al Sultano per il suo ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina. Ma questo tavolo è solo l’ultimo che vede la Turchia come perno nelle mediazioni delle crisi, dal Caucaso al Medio Oriente, dai Balcani fino al Corno d’Africa.Il leader di Hamas era in un bunker sotterraneo. Netanyahu: «Presto entreremo a Gaza».Lo speciale contiene due articoli.In queste ore l’attenzione della comunità internazionale è puntata tutta su Istanbul, dove a partire da giovedì si svolgeranno nuovi incontri negoziali tra Russia e Ucraina. L’iniziativa, specie se avrà successo, potrebbe rappresentare un passaggio decisivo nel tentativo di fermare una guerra che dura da oltre tre anni. In ogni caso, Recep Tayyip Erdogan - che ha mantenuto fin dall’inizio del conflitto un canale di comunicazione aperto sia con Mosca che con Kiev - è tra i pochi leader sulla scena internazionale a godere della fiducia di entrambe le parti in causa. Donald Trump ha definito l’appuntamento «di grande rilevanza» e ha espresso apprezzamento per l’impegno della Turchia e del suo leader nel facilitare il confronto. «Mi sono battuto affinché questo faccia a faccia si concretizzasse e credo che ne possano scaturire sviluppi promettenti», ha detto il presidente americano in una dichiarazione ai media. Le parole di Trump arrivano in un momento in cui Ankara rafforza la propria posizione come interlocutore centrale nei processi diplomatici internazionali. Inoltre, Ankara ha appena registrato la decisione del Comitato direttivo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), organizzazione armata curda attiva in Turchia, che ha annunciato lo scioglimento del gruppo. La decisione è maturata al termine di un congresso straordinario, convocato proprio per deliberare sulla fine delle attività del movimento. Lo scioglimento era atteso da settimane: lo scorso 27 febbraio, il leader storico del Pkk, Abdullah Öcalan, aveva inviato una lettera dal carcere chiedendo ufficialmente la cessazione della lotta armata e lo smantellamento del partito. A seguito di quell’appello, il comitato direttivo aveva proclamato un cessate il fuoco con lo Stato turco e fissato la convocazione del congresso per ratificare la svolta storica. Piaccia o meno, Erdogan sa giocare su tutti i tavoli, compreso quello della Nato, e in tal senso ieri ha ricevuto ad Ankara il segretario generale designato dell’Alleanza atlantica Mark Rutte al quale ha ribadito l’impegno della Turchia nel promuovere una soluzione diplomatica al conflitto tra Russia e Ucraina. Secondo quanto riportato dalla stampa turca, Erdogan ha sottolineato che Ankara ha intensificato «gli sforzi per favorire una pace duratura e giusta». Nel corso del colloquio il leader turco ha riferito di aver avuto contatti diretti con il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky, riaffermando il pieno sostegno della Turchia all’istituzione di un cessate il fuoco. Erdogan ha inoltre ribadito la sua posizione contraria a un coinvolgimento diretto della Nato nel conflitto, affermando che «non si deve perdere l’opportunità per la pace». Il presidente turco durante l’incontro ha anche informato Rutte che la Turchia riprenderà il comando della Kosovo Force della Nato. Negli ultimi anni Ankara ha assunto un ruolo sempre più attivo e riconosciuto nella mediazione delle crisi, spaziando dal Caucaso al Medio Oriente, dai Balcani al Corno d’Africa. La crescente centralità turca non è frutto del caso ma il risultato di una strategia perseguita nel tempo, fondata su quattro capisaldi: neutralità, profondità storica delle relazioni, abilità negoziale e una collocazione geografica di assoluto rilievo. A proposito di questo, nel 2001 uscì un libro scritto da Ahmet Davutoglu, all’epoca politologo quasi sconosciuto (che diventerà poi primo ministro della Turchia dal 28 agosto 2014 al 24 maggio 2016), intitolato La Posizione internazionale della Turchia. Nel volume Davutoglu teorizza la dottrina delle «profondità strategica» della Turchia che secondo il politologo non doveva accontentarsi del ruolo di media potenza regionale, ma puntare a una posizione di rilievo sulla scena globale. Davutoglu fonda la sua teoria su un presupposto considerato oggettivo: la centralità geografica della Turchia in una regione di straordinaria rilevanza strategica, che abbraccia i Balcani, il Mar Nero, il Caucaso, il Mediterraneo orientale, il Golfo Persico e l’Asia Centrale. Secondo questa visione, tale posizione conferisce ad Ankara un ruolo imprescindibile nella gestione delle crisi e nella promozione del dialogo tra i Paesi dell’area, rendendola un interlocutore chiave per qualunque tentativo di stabilire forme di cooperazione regionale. Tra le principali conquiste recenti della diplomazia turca figura l’«Iniziativa sul grano del Mar Nero», lanciata nel luglio 2022, che ha permesso la ripartenza delle esportazioni agricole ucraine, bloccate a causa della guerra, contribuendo a mitigare le pressioni internazionali sulla sicurezza alimentare. Nello stesso anno Istanbul è stata teatro di un importante scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina, oltre che di un incontro diretto tra i ministri degli Esteri delle due nazioni. L’azione diplomatica di Ankara, però, si estende ben oltre i confini europei. Nel dicembre 2024, la Turchia ha avuto un ruolo determinante nella mediazione di un accordo storico tra Etiopia e Somalia, che ha posto fine a una crisi nata in seguito all’intesa tra Addis Abeba e il Somaliland. Nel Caucaso, Ankara ha offerto sostegno politico e militare all’Azerbaigian nella riconquista del Nagorno-Karabakh, per poi favorire l’avvio di un processo di dialogo con l’Armenia. 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Stando a quanto ha riportato una fonte israeliana a Yinet, il primo bombardamento sarebbe stato condotto senza informare Washington, anche perché la decisione è stata presa in fretta, cogliendo «un’opportunità improvvisa». Poco dopo ci sarebbe stato un altro raid sempre vicino allo stesso ospedale del Sud di Gaza. L’Idf e lo Shin bet hanno dichiarato di aver condotto l’attacco contro i terroristi di Hamas in un centro di comando sotterraneo, al di sotto quindi dell’ospedale. Mohammed Sinwar ha assunto le redini di Hamas dopo l’uccisione del fratello e come lui è «capace di uccidere senza esitazione», secondo i racconti di chi lo ha conosciuto. Considerato uno degli architetti della strage del 7 ottobre, è stato tra i primi a essere reclutato nell’organizzazione terroristica. Nel 2006 aveva organizzato il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit per ottenere lo scambio dei prigionieri e liberare così il fratello Yahya, al tempo detenuto in Israele. Poche ore prima dal raid israeliano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato: «Non ci sarà alcuna situazione in cui fermeremo la guerra». Bibi ha anche fatto presente che l’esercito israeliano è pronto a entrare «con tutta la sua forza» a Gaza nei prossimi giorni «per completare l’operazione e sconfiggere Hamas». Ieri il premier israeliano ha anche dichiarato che è alla ricerca di Paesi disposti ad accogliere i gazawi. A tal fine, ha reso noto che è stato creato «un istituto che permetterà loro di andarsene», stimando che «oltre il 50 per cento» dei residenti di Gaza sarebbero pronti a lasciare la Striscia. Intanto ieri il presidente americano Donald Trump, la cui agenda non prevede una sosta in Israele, ha iniziato la sua missione in Medio Oriente. Ieri è stato accolto all’aeroporto di Riad dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman. «Credo davvero che ci piacciamo molto» ha detto il tycoon rivolgendosi al principe, con le parole che hanno trovato conferma nei fatti. «Il più grande accordo di vendita per la difesa della storia, del valore di 142 miliardi di dollari» è stato firmato ieri tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita e prevede la fornitura a Riad di «attrezzature e servizi bellici all’avanguardia da oltre una dozzina di aziende statunitensi del settore». Dall’altra parte, l’Arabia Saudita si impegna «a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti» con l’obiettivo di «rafforzare la sicurezza energetica, l’industria della difesa, la leadership tecnologica e l’accesso alle infrastrutture globali e ai minerali essenziali». Nel pomeriggio, dal forum di investimenti Usa-Arabia Saudita, il tycoon ha annunciato di voler offrire all’Iran «una nuova e migliore strada verso un futuro molto più promettente», ricordando però che quest’opportunità «non dura per sempre». Tra l’altro allo stesso evento hanno partecipato anche i ceo delle big tech americane. Se ieri il presidente degli Stati Uniti ha celebrato gli 80 anni dei rapporti tra Washington e Riad, oggi Trump saluterà il leader di un Paese con cui la Casa Bianca non si incontra da 25 anni: il presidente della Siria, al-Jolani. Già ieri il tycoon ha annunciato che ordinerà «la fine delle sanzioni contro la Siria».
@20thCenturyFox
Attenzione, non tratto dal seguito letterario che la Weisberger aveva poi mandato in libreria nel 2013, Revenge wears Prada, che evidentemente non piacque tanto da farne cinema, ma sviluppato poco prima di girare da regista e sceneggiatrice del primo film. Sequel dunque nato non per far cassa o egotismo, ma con l’intenzione di parlare al mondo come fece il primo. Ha spiegato il regista David Frankel: «Il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito solo un anno dopo il primo film e quello è stato l’inizio della fine. Vedevamo il giornalismo cartaceo sempre più in declino, anno dopo anno. Ci è parso sensato esplorare questo cambiamento sviluppandoci una storia in cui far interagire ancora i personaggi».
Altra condizione per un seguito era la presenza di Meryl Streep, Miranda Priestley nel film, la direttrice della rivista Runway, versione artistica di Anna Wintour di Vogue. Meryl, a sua volta, aveva detto che sarebbe stata della squadra solo con una sceneggiatura grandiosa. Che, in effetti, tale è. Ancora la Streep: «Miranda è un po’ più libera, ma anche in posizione più precaria nel suo mondo, e lo sa. È comunque ancora astuta e mantiene un controllo rigoroso su sé e sul suo team. Ciò che non è cambiato è la sua voglia di lavorare, di fare ciò che ama e in cui è davvero brava. Fisicamente, però, ha 76 anni, non 56, quindi è diverso». Invecchiano gli attori e invecchiano i doppiatori: il volto quasi ottantenne di Meryl Streep occulta l’età anche dietro gli occhiali da sole sovente su, come da consuetudine prima fashionista, ora di chiunque. La sua voce italiana, la grande doppiatrice ottantaseienne Maria Pia Di Meo, ogni tanto tradisce un tremolio. L’evidenza del tempo passato (anche per noi spettatori) intenerisce, emoziona ed è tema del plot. Il lavoro è uno dei pochi contesti sociali in cui il «vecchio» si può salvare dalla furia destruens di tanti, l’anzianità, se di servizio, è esperienza, non consunzione. Com’è per abiti e accessori griffati, che non si buttano mai perché da vintage valgono ancora di più. Lo sa bene Andy (Anne Hathaway) che ha pagato solo 11 dollari una giacca vintage Margiela al mercatino.
Dietro lo specifico della moda e dell’estetica, oggi connotate da fast fashion, fashion icons, patch occhi, beauty routine, inclusività, politically correct, collabs coi cantanti, i nuovi modelli già Vip di loro (qui c’è Lady Gaga), che in questo ventennio sono divenuti dogmi impeccabilmente registrati da questo certosino saggio socio-antropologico-economico travestito da commedia, questo capolavoro, anche, di cinema americano leggero e tecnicamente perfetto (una cifra degli stelleestrisce) racconta in primo luogo l’etica del lavoro, unico settore della vita perfetto di molti mentre il resto, famiglia, Stato, Chiesa, valori ecc. si è liquefatto, per dirla con Bauman. I colleghi sono la nuova famiglia e la famiglia vera non può esser tale se non capisce la vocazione per il lavoro (finalmente Miranda e Andy hanno trovato il compagno giusto, dopo i maschi incapaci di stare accanto a donne con personalità del primo film).
Poi c’è, centrale, trasformata in godibile elemento di trama alla ricerca del lieto fine, la crisi del giornalismo cartaceo causata dal digitale e ben riassunta da Nigel (Stanely Tucci): «Diventare contenuti che le persone scrollano mentre fanno pipì…». Crisi favorita anche dal delirio «futurista» di troppi. Compresi imprenditori ex nerdoni miracolati dal turbocapitalismo e convinti dalla compagna gold digger, che li ha sottoposti a un glow up testosteronico per averli accanto senza vergognarsi, di essere dei geni. Quando il compagno di Emily (Emily Blunt) tenta di filosofeggiare, guardando il Cenacolo Vinciano, che i giornali saranno presto fatti dall’AI ed è sciocco opporsi difendendo il vecchio (povero Leonardo) ogni riferimento a Jeff Bezos - che con Amazon ha distrutto il commercio in carne e ossa e favorito l’invasione della paccottiglia esotica al posto della produzione locale di qualità - e simili non è puramente casuale.
Bella la citazione di Eva contro Eva nel colpo di scena finale che contrappone Emily a Miranda. C’è tanta Milano (e il lago di Como) e tante icone milanesi food, da Giacomo Bulleri ad Adolfo Stefanelli, passando per una Galleria Vittorio Emanuele II piena solo di Miranda talmente suggestiva da commuovere. Come fa il film.
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Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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