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2018-07-17
Con un colpo di spugna sul passato inizia il disgelo tra Usa e Russia
Ansa
La caldissima giornata di Helsinki (trenta gradi!) è iniziata con una lunga attesa per
Donald Trump, a causa di un ritardo aereo di Vladimir Putin. Ma The Donald aveva già incendiato gli animi, addossando ai suoi predecessori la responsabilità del pessimo stato dei rapporti tra Washington e Mosca. Puntuale, infatti, alle 8 di mattina di ieri, era arrivato il tweet presidenziale: «Le nostre relazioni con la Russia non sono mai state peggiori, grazie a molti anni di stupidità americana e ora a causa di una caccia alle streghe manipolata». E così, in un colpo solo, Trump aveva già sistemato Hillary Clinton, Obama e l'inchiesta sul Russiagate.
Ma veniamo al pomeriggio. Prima dell'avvio del faccia a faccia a porte chiuse, un'ampia sessione di stretta di mano e photo opportunity, con un
Trump ultradistensivo, che si è prodigato in complimenti per i Mondiali di calcio, ha ripetuto che «andar d'accordo con la Russia è cosa buona», e, in quell'introduzione pubblica, non ha evocato le interferenze russe nelle presidenziali Usa del 2016. Poi, a telecamere spente, il summit a due, durato un paio d'ore. A seguire, un pranzo trasformato in una sessione d'incontro allargata ai rispettivi staff (per Trump, tra gli altri, John Bolton, Mike Pompeo e John Kelly). Poi, poco dopo le sei (ora di Helsinki), la conferenza stampa congiunta, in una sala troppo piccola per contenere gli oltre 1.400 inviati americani, russi e dal resto del mondo.
Incontro «franco, ma fruttuoso», lo ha definito
Putin senza sbilanciarsi troppo. «Mai c'erano stati rapporti peggiori tra Usa e Russia: la cosa più facile sarebbe stata rifiutare di incontrarci. Ma credo che da quattro ore le cose siano cambiate», ha esordito più ottimista in conferenza stampa Trump.
Sarà banale dirlo, ma la vera notizia del vertice tra
Donald Trump e Vladimir Putin nel palazzo presidenziale di Helsinki sta proprio nel fatto che i due abbiano iniziato a parlarsi. Nessun risultato immediato, però, come ammette Trump: «È solo l'inizio di un lungo percorso. Ho assunto un rischio politico per perseguire la pace, anziché mettere a rischio la pace per perseguire un interesse politico».
Il presidente russo ha ringraziato
Trump per avere scelto il dialogo, e si è limitato a elencare l'ampio ventaglio delle questioni su cui le due maggiori potenze nucleari dovranno lavorare insieme: Siria, Iran (su cui fa intuire un largo dissenso), lotta al terrorismo, e gruppi di lavoro comuni su cybersicurezza e relazioni commerciali bilaterali. Putin ha anche ammesso onestamente un forte dissenso sulla Crimea («per Trump è stata un'annessione illegale da parte della Russia»), e, quanto alla vecchia storia secondo cui Mosca avrebbe materiale compromettente su Trump (foto e video - si disse mesi fa, con reazioni furenti della Casa Bianca - su un presunto incontro «bagnato» in un hotel con delle prostitute, ai tempi in cui Trump era semplicemente un imprenditore), Putin ha detto che all'epoca, come responsabile dei servizi di sicurezza, neppure sapeva della presenza di Trump in Russia.
La parte più calda della conferenza, prevedibilmente, è stata quella sulla (vera o presunta) interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016.
Putin è stato sferzante, ha parlato di «nonsense», ha liquidato qualunque collusione con il team Trump, ha invitato il procuratore Robert Mueller a Mosca, ma si è pure concesso il lusso di una provocazione: in quel caso - ha fatto capire - bisognerebbe parlare anche delle interferenze statunitensi in Russia.
Trump ha fornito segnali diversificati sul tema: prima ha rivelato che la questione è stata ampiamente discussa e approfondita nel faccia a faccia, poi ha rivendicato il suo successo elettorale pieno («risultato di una campagna brillante»), e infine ha ribadito gli attacchi ai democratici e all'inchiesta Russiagate («una farsa senza prove»). Sganciando la bomba finale: «Voglio sapere che fine hanno fatto le 33.000 mail e i server della Clinton», alludendo alla strana sparizione di materiali potenzialmente compromettenti per Hillary sui suoi finanziamenti e le sue scelte di politica estera.
I toni di
Trump, come capita sempre, hanno suscitato reazioni furiose nel campo dei Never trumpers più scatenati. Su Twitter, già a conferenza in corso, è partita l'offensiva dei democratici e degli opinionisti a lui ostili (cioè quasi tutti). Capi d'accusa: aver attaccato gli avversari politici domestici in presenza di un leader straniero, e aver accettato una specie di equivalenza morale tra le colpe russe e quelle americane nel deterioramento dei rapporti bilaterali. Del resto, già prima che a Helsinki si facesse giorno, aveva cominciato una rediviva Hillary Clinton con un tweet al veleno: «Bella la coppa del mondo. Domanda per Trump mentre si prepara a incontrare Putin: sa in che squadra gioca?». Aveva proseguito il Washington Post, con un fuoco di fila di commenti sul rischio di un Trump-dilettante impreparato davanti al professionista-Putin. E aveva chiuso il cerchio il New York Times, altro giornale sistematicamente ostile a Trump, sparando ad alzo zero e sostenendo che l'incontro di per sé sarebbe stato un modo di far avanzare l'agenda Putin a spese degli alleati tradizionali degli Usa. Tutto abbastanza prevedibile. Per gli avversari di Trump, manca sempre poco alla fine del mondo.
Il nostro modesto consiglio, in sede di commento, è quello di non fidarsi delle «curve»: di chi dirà che ora
Trump e Putin sono due amiconi, o, all'opposto, di chi auspica un infinito secondo tempo della Guerra fredda. Le cose sono in divenire: il processo è appena iniziato, e ha esiti tutti da verificare. Putin ha certamente incassato un momento di clamorosa legittimazione internazionale, salendo sul podio alla pari con l'inquilino della Casa Bianca. Trump ha mostrato buona volontà verso Mosca e vuole un vero reset, ma si riserva di vedere i fatti. Altrimenti, gli basterà un tweet per riaprire le ostilità.
Daniele Capezzone
Bastone e carota, la Pax americana di Trump
L'incontro Putin-Trump segna l'avvio di una nuova fase negoziale. I dossier concordati e discussi dagli sherpa dei rispettivi campi hanno un certo rilievo, ma in realtà servono a coprire il tentativo dei due leader di trovare un accordo riservato che al momento non può essere reso pubblico. Senza microfoni in quella stanza è impossibile conoscerlo, ma un'ipotesi può essere formulata analizzando gli interessi reali dei due leader.
Le stranezze comportamentali di Donald Trump sono in parte dovute al carattere, ma in maggior parte alla situazione di estrema difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti. L'impegno militare americano nel globo resta superiore alla reale capacità di gestirlo. Da un lato, l'America non può rinunciare alla dissuasione via deterrenza, cioè perseguire la ritirata dal presidio mondiale avviata da Obama, perché destabilizzante. Dall'altro, se scoppiasse un vero conflitto l'America non potrebbe gestirlo senza distogliere capacità da altri possibili fronti, fatto che una potenza concorrente potrebbe usare per svelare che il re è nudo, cosa che aprirebbe lo spazio geopolitico a molteplici ambizioni di potenza sia regionale sia globale. L'America è ancora una superpotenza, ma il mondo si è «ingrandito» e un suo presidio implica risorse almeno cinque volte superiori a quelle disponibili. I costi della proiezione di potenza per eliminare il radicalismo islamico attuata da George W. Bush in 65 nazioni e in forma di guerra di occupazione in Afghanistan e Iraq hanno destabilizzato l'economia statunitense. Infatti Trump sta incrementando la spesa militare sotto la soglia di quanto sarebbe necessario per mantenere la capacità di poter combattere due guerre contemporaneamente. Questo è il motivo, per esempio, per cui ha cercato l'incontro con Kim Jong Un, probabilmente facendogli spiegare prima che l'America non poteva permettersi una guerra convenzionale e che quindi, in caso di necessità, avrebbe dovuto ricorrere a bombardamenti nucleari preventivi, inducendo Kim e una preoccupatissima Cina alla resa, pur finta.
In sintesi, Trump è consapevole che non può né ridurre il presidio dissuasivo, come tentato da Obama, né farsi intrappolare in conflitti convenzionali come successo a Bush. Per questo ha bisogno di mettersi d'accordo con i possibili nemici dopo averli spaventati con la minaccia nucleare e ammorbiditi con quella di sanzioni economiche. Per inciso, avendo preso questa linea d'azione per necessità, Trump non ha ancora determinato quale vero valore abbiano gli alleati della vecchia Pax Americana in relazione alla linea stessa. Ciò spiega sia la contraddittorietà delle relazioni correnti sia la decisione, per intanto, di non farsi condizionare da loro nel gioco di dissuasione nucleare-economica per poi ottenere risultati diplomatici nel confronto con i veri possibili nemici.
Putin è consapevole dell'estrema difficoltà di Trump. Xi Jinping anche. Il secondo ha impostato una strategia di non confronto diretto con l'America, a parte qualche risposta nominale per evitare di essere defenestrato dai militari nazionalisti, convinto che alla fine il potere americano imploderà, stando solo attento a staccare con passi prudenti gli europei dall'America perché una loro riconvergenza avrebbe la forza di far svanire l'ambizione globale di Pechino, che deve passare per il dominio dell'Eurasia. In sintesi, Xi Jinping non ha interesse ad accordi veri con Trump, ma solo finti. Putin ha l'interesse di espandere e consolidare un'area di influenza russa grande abbastanza per evitare di essere assorbita dalla Cina, destabilizzata da un'Ue in espansione verso Est e contenuta dall'America, facendosi riconoscere come impero, fatto essenziale per aggregare il consenso interno influenzato da una cultura (e una chiesa) ipernazionalista. Probabilmente Putin ha interesse a fare un accordo vero con Trump, di cui un punto è la resa dell'Iran, se questi gli riconoscerà lo status di impero alla pari con reciproche sfere di presidio concordate. Quando Trump gli ha offerto il rientro nel G7 + 1, Putin ha rifiutato perché non può permettersi una divergenza con la Cina che al momento sta compensando il business perso dalla Russia a causa delle sanzioni. Probabilmente accetterà se si troverà un modo di toglierle, tentativo ostacolato da un gap di fiducia tra gli interlocutori, dalla russofobia di parte della burocrazia imperiale statunitense, forse anche incentivata dalla Cina che teme di perdere il controllo su Mosca, e dall'ostilità di alcuni europei. Ma penso che il tentativo ci sarà. Se così, la politica estera italiana dovrebbe ingaggiarsi per facilitarlo in quanto un buon rapporto con gli imperi americano e russo, tra loro collaborativi, ci difenderebbe meglio da quello francotedesco e aumenterebbe il potenziale per l'Italia esportatrice. La convergenza fra le tre Rome sarebbe un affare per la prima.
Carlo Pelanda
Leggi la trascrizione della conferenza stampa giunta
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A Helsinki Donald Trump porge la mano allo zar dopo aver archiviato con un tweet i veleni sulle presunte interferenze. Il leader russo lo segue: «Incontro franco, ma fruttuoso». Sulla Crimea però rimangono i contrasti. Il presidente americano non può permettersi conflitti e deve completare la ritirata iniziata da Barack Obama. Per questo, dopo le minacce, Washington ha teso la mano a Mosca, Pechino e Pyongyang, spiazzando i vecchi alleati. Uno schema che non dispiace al Cremlino. Lo speciale contiene due articoli La caldissima giornata di Helsinki (trenta gradi!) è iniziata con una lunga attesa per Donald Trump, a causa di un ritardo aereo di Vladimir Putin. Ma The Donald aveva già incendiato gli animi, addossando ai suoi predecessori la responsabilità del pessimo stato dei rapporti tra Washington e Mosca. Puntuale, infatti, alle 8 di mattina di ieri, era arrivato il tweet presidenziale: «Le nostre relazioni con la Russia non sono mai state peggiori, grazie a molti anni di stupidità americana e ora a causa di una caccia alle streghe manipolata». E così, in un colpo solo, Trump aveva già sistemato Hillary Clinton, Obama e l'inchiesta sul Russiagate. Ma veniamo al pomeriggio. Prima dell'avvio del faccia a faccia a porte chiuse, un'ampia sessione di stretta di mano e photo opportunity, con un Trump ultradistensivo, che si è prodigato in complimenti per i Mondiali di calcio, ha ripetuto che «andar d'accordo con la Russia è cosa buona», e, in quell'introduzione pubblica, non ha evocato le interferenze russe nelle presidenziali Usa del 2016. Poi, a telecamere spente, il summit a due, durato un paio d'ore. A seguire, un pranzo trasformato in una sessione d'incontro allargata ai rispettivi staff (per Trump, tra gli altri, John Bolton, Mike Pompeo e John Kelly). Poi, poco dopo le sei (ora di Helsinki), la conferenza stampa congiunta, in una sala troppo piccola per contenere gli oltre 1.400 inviati americani, russi e dal resto del mondo. Incontro «franco, ma fruttuoso», lo ha definito Putin senza sbilanciarsi troppo. «Mai c'erano stati rapporti peggiori tra Usa e Russia: la cosa più facile sarebbe stata rifiutare di incontrarci. Ma credo che da quattro ore le cose siano cambiate», ha esordito più ottimista in conferenza stampa Trump. Sarà banale dirlo, ma la vera notizia del vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin nel palazzo presidenziale di Helsinki sta proprio nel fatto che i due abbiano iniziato a parlarsi. Nessun risultato immediato, però, come ammette Trump: «È solo l'inizio di un lungo percorso. Ho assunto un rischio politico per perseguire la pace, anziché mettere a rischio la pace per perseguire un interesse politico». Il presidente russo ha ringraziato Trump per avere scelto il dialogo, e si è limitato a elencare l'ampio ventaglio delle questioni su cui le due maggiori potenze nucleari dovranno lavorare insieme: Siria, Iran (su cui fa intuire un largo dissenso), lotta al terrorismo, e gruppi di lavoro comuni su cybersicurezza e relazioni commerciali bilaterali. Putin ha anche ammesso onestamente un forte dissenso sulla Crimea («per Trump è stata un'annessione illegale da parte della Russia»), e, quanto alla vecchia storia secondo cui Mosca avrebbe materiale compromettente su Trump (foto e video - si disse mesi fa, con reazioni furenti della Casa Bianca - su un presunto incontro «bagnato» in un hotel con delle prostitute, ai tempi in cui Trump era semplicemente un imprenditore), Putin ha detto che all'epoca, come responsabile dei servizi di sicurezza, neppure sapeva della presenza di Trump in Russia. La parte più calda della conferenza, prevedibilmente, è stata quella sulla (vera o presunta) interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Putin è stato sferzante, ha parlato di «nonsense», ha liquidato qualunque collusione con il team Trump, ha invitato il procuratore Robert Mueller a Mosca, ma si è pure concesso il lusso di una provocazione: in quel caso - ha fatto capire - bisognerebbe parlare anche delle interferenze statunitensi in Russia. Trump ha fornito segnali diversificati sul tema: prima ha rivelato che la questione è stata ampiamente discussa e approfondita nel faccia a faccia, poi ha rivendicato il suo successo elettorale pieno («risultato di una campagna brillante»), e infine ha ribadito gli attacchi ai democratici e all'inchiesta Russiagate («una farsa senza prove»). Sganciando la bomba finale: «Voglio sapere che fine hanno fatto le 33.000 mail e i server della Clinton», alludendo alla strana sparizione di materiali potenzialmente compromettenti per Hillary sui suoi finanziamenti e le sue scelte di politica estera. I toni di Trump, come capita sempre, hanno suscitato reazioni furiose nel campo dei Never trumpers più scatenati. Su Twitter, già a conferenza in corso, è partita l'offensiva dei democratici e degli opinionisti a lui ostili (cioè quasi tutti). Capi d'accusa: aver attaccato gli avversari politici domestici in presenza di un leader straniero, e aver accettato una specie di equivalenza morale tra le colpe russe e quelle americane nel deterioramento dei rapporti bilaterali. Del resto, già prima che a Helsinki si facesse giorno, aveva cominciato una rediviva Hillary Clinton con un tweet al veleno: «Bella la coppa del mondo. Domanda per Trump mentre si prepara a incontrare Putin: sa in che squadra gioca?». Aveva proseguito il Washington Post, con un fuoco di fila di commenti sul rischio di un Trump-dilettante impreparato davanti al professionista-Putin. E aveva chiuso il cerchio il New York Times, altro giornale sistematicamente ostile a Trump, sparando ad alzo zero e sostenendo che l'incontro di per sé sarebbe stato un modo di far avanzare l'agenda Putin a spese degli alleati tradizionali degli Usa. Tutto abbastanza prevedibile. Per gli avversari di Trump, manca sempre poco alla fine del mondo. Il nostro modesto consiglio, in sede di commento, è quello di non fidarsi delle «curve»: di chi dirà che ora Trump e Putin sono due amiconi, o, all'opposto, di chi auspica un infinito secondo tempo della Guerra fredda. Le cose sono in divenire: il processo è appena iniziato, e ha esiti tutti da verificare. Putin ha certamente incassato un momento di clamorosa legittimazione internazionale, salendo sul podio alla pari con l'inquilino della Casa Bianca. Trump ha mostrato buona volontà verso Mosca e vuole un vero reset, ma si riserva di vedere i fatti. Altrimenti, gli basterà un tweet per riaprire le ostilità. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-incontra-putin-capezzone-pelanda-2587322936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bastone-e-carota-la-pax-americana-di-trump" data-post-id="2587322936" data-published-at="1774144976" data-use-pagination="False"> Bastone e carota, la Pax americana di Trump L'incontro Putin-Trump segna l'avvio di una nuova fase negoziale. I dossier concordati e discussi dagli sherpa dei rispettivi campi hanno un certo rilievo, ma in realtà servono a coprire il tentativo dei due leader di trovare un accordo riservato che al momento non può essere reso pubblico. Senza microfoni in quella stanza è impossibile conoscerlo, ma un'ipotesi può essere formulata analizzando gli interessi reali dei due leader. Le stranezze comportamentali di Donald Trump sono in parte dovute al carattere, ma in maggior parte alla situazione di estrema difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti. L'impegno militare americano nel globo resta superiore alla reale capacità di gestirlo. Da un lato, l'America non può rinunciare alla dissuasione via deterrenza, cioè perseguire la ritirata dal presidio mondiale avviata da Obama, perché destabilizzante. Dall'altro, se scoppiasse un vero conflitto l'America non potrebbe gestirlo senza distogliere capacità da altri possibili fronti, fatto che una potenza concorrente potrebbe usare per svelare che il re è nudo, cosa che aprirebbe lo spazio geopolitico a molteplici ambizioni di potenza sia regionale sia globale. L'America è ancora una superpotenza, ma il mondo si è «ingrandito» e un suo presidio implica risorse almeno cinque volte superiori a quelle disponibili. I costi della proiezione di potenza per eliminare il radicalismo islamico attuata da George W. Bush in 65 nazioni e in forma di guerra di occupazione in Afghanistan e Iraq hanno destabilizzato l'economia statunitense. Infatti Trump sta incrementando la spesa militare sotto la soglia di quanto sarebbe necessario per mantenere la capacità di poter combattere due guerre contemporaneamente. Questo è il motivo, per esempio, per cui ha cercato l'incontro con Kim Jong Un, probabilmente facendogli spiegare prima che l'America non poteva permettersi una guerra convenzionale e che quindi, in caso di necessità, avrebbe dovuto ricorrere a bombardamenti nucleari preventivi, inducendo Kim e una preoccupatissima Cina alla resa, pur finta. In sintesi, Trump è consapevole che non può né ridurre il presidio dissuasivo, come tentato da Obama, né farsi intrappolare in conflitti convenzionali come successo a Bush. Per questo ha bisogno di mettersi d'accordo con i possibili nemici dopo averli spaventati con la minaccia nucleare e ammorbiditi con quella di sanzioni economiche. Per inciso, avendo preso questa linea d'azione per necessità, Trump non ha ancora determinato quale vero valore abbiano gli alleati della vecchia Pax Americana in relazione alla linea stessa. Ciò spiega sia la contraddittorietà delle relazioni correnti sia la decisione, per intanto, di non farsi condizionare da loro nel gioco di dissuasione nucleare-economica per poi ottenere risultati diplomatici nel confronto con i veri possibili nemici. Putin è consapevole dell'estrema difficoltà di Trump. Xi Jinping anche. Il secondo ha impostato una strategia di non confronto diretto con l'America, a parte qualche risposta nominale per evitare di essere defenestrato dai militari nazionalisti, convinto che alla fine il potere americano imploderà, stando solo attento a staccare con passi prudenti gli europei dall'America perché una loro riconvergenza avrebbe la forza di far svanire l'ambizione globale di Pechino, che deve passare per il dominio dell'Eurasia. In sintesi, Xi Jinping non ha interesse ad accordi veri con Trump, ma solo finti. Putin ha l'interesse di espandere e consolidare un'area di influenza russa grande abbastanza per evitare di essere assorbita dalla Cina, destabilizzata da un'Ue in espansione verso Est e contenuta dall'America, facendosi riconoscere come impero, fatto essenziale per aggregare il consenso interno influenzato da una cultura (e una chiesa) ipernazionalista. Probabilmente Putin ha interesse a fare un accordo vero con Trump, di cui un punto è la resa dell'Iran, se questi gli riconoscerà lo status di impero alla pari con reciproche sfere di presidio concordate. Quando Trump gli ha offerto il rientro nel G7 + 1, Putin ha rifiutato perché non può permettersi una divergenza con la Cina che al momento sta compensando il business perso dalla Russia a causa delle sanzioni. Probabilmente accetterà se si troverà un modo di toglierle, tentativo ostacolato da un gap di fiducia tra gli interlocutori, dalla russofobia di parte della burocrazia imperiale statunitense, forse anche incentivata dalla Cina che teme di perdere il controllo su Mosca, e dall'ostilità di alcuni europei. Ma penso che il tentativo ci sarà. Se così, la politica estera italiana dovrebbe ingaggiarsi per facilitarlo in quanto un buon rapporto con gli imperi americano e russo, tra loro collaborativi, ci difenderebbe meglio da quello francotedesco e aumenterebbe il potenziale per l'Italia esportatrice. La convergenza fra le tre Rome sarebbe un affare per la prima.Carlo Pelanda Leggi la trascrizione della conferenza stampa giunta Conferenza stampa Trump-Putin from La Verità
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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