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2018-07-17
Con un colpo di spugna sul passato inizia il disgelo tra Usa e Russia
Ansa
La caldissima giornata di Helsinki (trenta gradi!) è iniziata con una lunga attesa per
Donald Trump, a causa di un ritardo aereo di Vladimir Putin. Ma The Donald aveva già incendiato gli animi, addossando ai suoi predecessori la responsabilità del pessimo stato dei rapporti tra Washington e Mosca. Puntuale, infatti, alle 8 di mattina di ieri, era arrivato il tweet presidenziale: «Le nostre relazioni con la Russia non sono mai state peggiori, grazie a molti anni di stupidità americana e ora a causa di una caccia alle streghe manipolata». E così, in un colpo solo, Trump aveva già sistemato Hillary Clinton, Obama e l'inchiesta sul Russiagate.
Ma veniamo al pomeriggio. Prima dell'avvio del faccia a faccia a porte chiuse, un'ampia sessione di stretta di mano e photo opportunity, con un
Trump ultradistensivo, che si è prodigato in complimenti per i Mondiali di calcio, ha ripetuto che «andar d'accordo con la Russia è cosa buona», e, in quell'introduzione pubblica, non ha evocato le interferenze russe nelle presidenziali Usa del 2016. Poi, a telecamere spente, il summit a due, durato un paio d'ore. A seguire, un pranzo trasformato in una sessione d'incontro allargata ai rispettivi staff (per Trump, tra gli altri, John Bolton, Mike Pompeo e John Kelly). Poi, poco dopo le sei (ora di Helsinki), la conferenza stampa congiunta, in una sala troppo piccola per contenere gli oltre 1.400 inviati americani, russi e dal resto del mondo.
Incontro «franco, ma fruttuoso», lo ha definito
Putin senza sbilanciarsi troppo. «Mai c'erano stati rapporti peggiori tra Usa e Russia: la cosa più facile sarebbe stata rifiutare di incontrarci. Ma credo che da quattro ore le cose siano cambiate», ha esordito più ottimista in conferenza stampa Trump.
Sarà banale dirlo, ma la vera notizia del vertice tra
Donald Trump e Vladimir Putin nel palazzo presidenziale di Helsinki sta proprio nel fatto che i due abbiano iniziato a parlarsi. Nessun risultato immediato, però, come ammette Trump: «È solo l'inizio di un lungo percorso. Ho assunto un rischio politico per perseguire la pace, anziché mettere a rischio la pace per perseguire un interesse politico».
Il presidente russo ha ringraziato
Trump per avere scelto il dialogo, e si è limitato a elencare l'ampio ventaglio delle questioni su cui le due maggiori potenze nucleari dovranno lavorare insieme: Siria, Iran (su cui fa intuire un largo dissenso), lotta al terrorismo, e gruppi di lavoro comuni su cybersicurezza e relazioni commerciali bilaterali. Putin ha anche ammesso onestamente un forte dissenso sulla Crimea («per Trump è stata un'annessione illegale da parte della Russia»), e, quanto alla vecchia storia secondo cui Mosca avrebbe materiale compromettente su Trump (foto e video - si disse mesi fa, con reazioni furenti della Casa Bianca - su un presunto incontro «bagnato» in un hotel con delle prostitute, ai tempi in cui Trump era semplicemente un imprenditore), Putin ha detto che all'epoca, come responsabile dei servizi di sicurezza, neppure sapeva della presenza di Trump in Russia.
La parte più calda della conferenza, prevedibilmente, è stata quella sulla (vera o presunta) interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016.
Putin è stato sferzante, ha parlato di «nonsense», ha liquidato qualunque collusione con il team Trump, ha invitato il procuratore Robert Mueller a Mosca, ma si è pure concesso il lusso di una provocazione: in quel caso - ha fatto capire - bisognerebbe parlare anche delle interferenze statunitensi in Russia.
Trump ha fornito segnali diversificati sul tema: prima ha rivelato che la questione è stata ampiamente discussa e approfondita nel faccia a faccia, poi ha rivendicato il suo successo elettorale pieno («risultato di una campagna brillante»), e infine ha ribadito gli attacchi ai democratici e all'inchiesta Russiagate («una farsa senza prove»). Sganciando la bomba finale: «Voglio sapere che fine hanno fatto le 33.000 mail e i server della Clinton», alludendo alla strana sparizione di materiali potenzialmente compromettenti per Hillary sui suoi finanziamenti e le sue scelte di politica estera.
I toni di
Trump, come capita sempre, hanno suscitato reazioni furiose nel campo dei Never trumpers più scatenati. Su Twitter, già a conferenza in corso, è partita l'offensiva dei democratici e degli opinionisti a lui ostili (cioè quasi tutti). Capi d'accusa: aver attaccato gli avversari politici domestici in presenza di un leader straniero, e aver accettato una specie di equivalenza morale tra le colpe russe e quelle americane nel deterioramento dei rapporti bilaterali. Del resto, già prima che a Helsinki si facesse giorno, aveva cominciato una rediviva Hillary Clinton con un tweet al veleno: «Bella la coppa del mondo. Domanda per Trump mentre si prepara a incontrare Putin: sa in che squadra gioca?». Aveva proseguito il Washington Post, con un fuoco di fila di commenti sul rischio di un Trump-dilettante impreparato davanti al professionista-Putin. E aveva chiuso il cerchio il New York Times, altro giornale sistematicamente ostile a Trump, sparando ad alzo zero e sostenendo che l'incontro di per sé sarebbe stato un modo di far avanzare l'agenda Putin a spese degli alleati tradizionali degli Usa. Tutto abbastanza prevedibile. Per gli avversari di Trump, manca sempre poco alla fine del mondo.
Il nostro modesto consiglio, in sede di commento, è quello di non fidarsi delle «curve»: di chi dirà che ora
Trump e Putin sono due amiconi, o, all'opposto, di chi auspica un infinito secondo tempo della Guerra fredda. Le cose sono in divenire: il processo è appena iniziato, e ha esiti tutti da verificare. Putin ha certamente incassato un momento di clamorosa legittimazione internazionale, salendo sul podio alla pari con l'inquilino della Casa Bianca. Trump ha mostrato buona volontà verso Mosca e vuole un vero reset, ma si riserva di vedere i fatti. Altrimenti, gli basterà un tweet per riaprire le ostilità.
Daniele Capezzone
Bastone e carota, la Pax americana di Trump
L'incontro Putin-Trump segna l'avvio di una nuova fase negoziale. I dossier concordati e discussi dagli sherpa dei rispettivi campi hanno un certo rilievo, ma in realtà servono a coprire il tentativo dei due leader di trovare un accordo riservato che al momento non può essere reso pubblico. Senza microfoni in quella stanza è impossibile conoscerlo, ma un'ipotesi può essere formulata analizzando gli interessi reali dei due leader.
Le stranezze comportamentali di Donald Trump sono in parte dovute al carattere, ma in maggior parte alla situazione di estrema difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti. L'impegno militare americano nel globo resta superiore alla reale capacità di gestirlo. Da un lato, l'America non può rinunciare alla dissuasione via deterrenza, cioè perseguire la ritirata dal presidio mondiale avviata da Obama, perché destabilizzante. Dall'altro, se scoppiasse un vero conflitto l'America non potrebbe gestirlo senza distogliere capacità da altri possibili fronti, fatto che una potenza concorrente potrebbe usare per svelare che il re è nudo, cosa che aprirebbe lo spazio geopolitico a molteplici ambizioni di potenza sia regionale sia globale. L'America è ancora una superpotenza, ma il mondo si è «ingrandito» e un suo presidio implica risorse almeno cinque volte superiori a quelle disponibili. I costi della proiezione di potenza per eliminare il radicalismo islamico attuata da George W. Bush in 65 nazioni e in forma di guerra di occupazione in Afghanistan e Iraq hanno destabilizzato l'economia statunitense. Infatti Trump sta incrementando la spesa militare sotto la soglia di quanto sarebbe necessario per mantenere la capacità di poter combattere due guerre contemporaneamente. Questo è il motivo, per esempio, per cui ha cercato l'incontro con Kim Jong Un, probabilmente facendogli spiegare prima che l'America non poteva permettersi una guerra convenzionale e che quindi, in caso di necessità, avrebbe dovuto ricorrere a bombardamenti nucleari preventivi, inducendo Kim e una preoccupatissima Cina alla resa, pur finta.
In sintesi, Trump è consapevole che non può né ridurre il presidio dissuasivo, come tentato da Obama, né farsi intrappolare in conflitti convenzionali come successo a Bush. Per questo ha bisogno di mettersi d'accordo con i possibili nemici dopo averli spaventati con la minaccia nucleare e ammorbiditi con quella di sanzioni economiche. Per inciso, avendo preso questa linea d'azione per necessità, Trump non ha ancora determinato quale vero valore abbiano gli alleati della vecchia Pax Americana in relazione alla linea stessa. Ciò spiega sia la contraddittorietà delle relazioni correnti sia la decisione, per intanto, di non farsi condizionare da loro nel gioco di dissuasione nucleare-economica per poi ottenere risultati diplomatici nel confronto con i veri possibili nemici.
Putin è consapevole dell'estrema difficoltà di Trump. Xi Jinping anche. Il secondo ha impostato una strategia di non confronto diretto con l'America, a parte qualche risposta nominale per evitare di essere defenestrato dai militari nazionalisti, convinto che alla fine il potere americano imploderà, stando solo attento a staccare con passi prudenti gli europei dall'America perché una loro riconvergenza avrebbe la forza di far svanire l'ambizione globale di Pechino, che deve passare per il dominio dell'Eurasia. In sintesi, Xi Jinping non ha interesse ad accordi veri con Trump, ma solo finti. Putin ha l'interesse di espandere e consolidare un'area di influenza russa grande abbastanza per evitare di essere assorbita dalla Cina, destabilizzata da un'Ue in espansione verso Est e contenuta dall'America, facendosi riconoscere come impero, fatto essenziale per aggregare il consenso interno influenzato da una cultura (e una chiesa) ipernazionalista. Probabilmente Putin ha interesse a fare un accordo vero con Trump, di cui un punto è la resa dell'Iran, se questi gli riconoscerà lo status di impero alla pari con reciproche sfere di presidio concordate. Quando Trump gli ha offerto il rientro nel G7 + 1, Putin ha rifiutato perché non può permettersi una divergenza con la Cina che al momento sta compensando il business perso dalla Russia a causa delle sanzioni. Probabilmente accetterà se si troverà un modo di toglierle, tentativo ostacolato da un gap di fiducia tra gli interlocutori, dalla russofobia di parte della burocrazia imperiale statunitense, forse anche incentivata dalla Cina che teme di perdere il controllo su Mosca, e dall'ostilità di alcuni europei. Ma penso che il tentativo ci sarà. Se così, la politica estera italiana dovrebbe ingaggiarsi per facilitarlo in quanto un buon rapporto con gli imperi americano e russo, tra loro collaborativi, ci difenderebbe meglio da quello francotedesco e aumenterebbe il potenziale per l'Italia esportatrice. La convergenza fra le tre Rome sarebbe un affare per la prima.
Carlo Pelanda
Leggi la trascrizione della conferenza stampa giunta
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A Helsinki Donald Trump porge la mano allo zar dopo aver archiviato con un tweet i veleni sulle presunte interferenze. Il leader russo lo segue: «Incontro franco, ma fruttuoso». Sulla Crimea però rimangono i contrasti. Il presidente americano non può permettersi conflitti e deve completare la ritirata iniziata da Barack Obama. Per questo, dopo le minacce, Washington ha teso la mano a Mosca, Pechino e Pyongyang, spiazzando i vecchi alleati. Uno schema che non dispiace al Cremlino. Lo speciale contiene due articoli La caldissima giornata di Helsinki (trenta gradi!) è iniziata con una lunga attesa per Donald Trump, a causa di un ritardo aereo di Vladimir Putin. Ma The Donald aveva già incendiato gli animi, addossando ai suoi predecessori la responsabilità del pessimo stato dei rapporti tra Washington e Mosca. Puntuale, infatti, alle 8 di mattina di ieri, era arrivato il tweet presidenziale: «Le nostre relazioni con la Russia non sono mai state peggiori, grazie a molti anni di stupidità americana e ora a causa di una caccia alle streghe manipolata». E così, in un colpo solo, Trump aveva già sistemato Hillary Clinton, Obama e l'inchiesta sul Russiagate. Ma veniamo al pomeriggio. Prima dell'avvio del faccia a faccia a porte chiuse, un'ampia sessione di stretta di mano e photo opportunity, con un Trump ultradistensivo, che si è prodigato in complimenti per i Mondiali di calcio, ha ripetuto che «andar d'accordo con la Russia è cosa buona», e, in quell'introduzione pubblica, non ha evocato le interferenze russe nelle presidenziali Usa del 2016. Poi, a telecamere spente, il summit a due, durato un paio d'ore. A seguire, un pranzo trasformato in una sessione d'incontro allargata ai rispettivi staff (per Trump, tra gli altri, John Bolton, Mike Pompeo e John Kelly). Poi, poco dopo le sei (ora di Helsinki), la conferenza stampa congiunta, in una sala troppo piccola per contenere gli oltre 1.400 inviati americani, russi e dal resto del mondo. Incontro «franco, ma fruttuoso», lo ha definito Putin senza sbilanciarsi troppo. «Mai c'erano stati rapporti peggiori tra Usa e Russia: la cosa più facile sarebbe stata rifiutare di incontrarci. Ma credo che da quattro ore le cose siano cambiate», ha esordito più ottimista in conferenza stampa Trump. Sarà banale dirlo, ma la vera notizia del vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin nel palazzo presidenziale di Helsinki sta proprio nel fatto che i due abbiano iniziato a parlarsi. Nessun risultato immediato, però, come ammette Trump: «È solo l'inizio di un lungo percorso. Ho assunto un rischio politico per perseguire la pace, anziché mettere a rischio la pace per perseguire un interesse politico». Il presidente russo ha ringraziato Trump per avere scelto il dialogo, e si è limitato a elencare l'ampio ventaglio delle questioni su cui le due maggiori potenze nucleari dovranno lavorare insieme: Siria, Iran (su cui fa intuire un largo dissenso), lotta al terrorismo, e gruppi di lavoro comuni su cybersicurezza e relazioni commerciali bilaterali. Putin ha anche ammesso onestamente un forte dissenso sulla Crimea («per Trump è stata un'annessione illegale da parte della Russia»), e, quanto alla vecchia storia secondo cui Mosca avrebbe materiale compromettente su Trump (foto e video - si disse mesi fa, con reazioni furenti della Casa Bianca - su un presunto incontro «bagnato» in un hotel con delle prostitute, ai tempi in cui Trump era semplicemente un imprenditore), Putin ha detto che all'epoca, come responsabile dei servizi di sicurezza, neppure sapeva della presenza di Trump in Russia. La parte più calda della conferenza, prevedibilmente, è stata quella sulla (vera o presunta) interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Putin è stato sferzante, ha parlato di «nonsense», ha liquidato qualunque collusione con il team Trump, ha invitato il procuratore Robert Mueller a Mosca, ma si è pure concesso il lusso di una provocazione: in quel caso - ha fatto capire - bisognerebbe parlare anche delle interferenze statunitensi in Russia. Trump ha fornito segnali diversificati sul tema: prima ha rivelato che la questione è stata ampiamente discussa e approfondita nel faccia a faccia, poi ha rivendicato il suo successo elettorale pieno («risultato di una campagna brillante»), e infine ha ribadito gli attacchi ai democratici e all'inchiesta Russiagate («una farsa senza prove»). Sganciando la bomba finale: «Voglio sapere che fine hanno fatto le 33.000 mail e i server della Clinton», alludendo alla strana sparizione di materiali potenzialmente compromettenti per Hillary sui suoi finanziamenti e le sue scelte di politica estera. I toni di Trump, come capita sempre, hanno suscitato reazioni furiose nel campo dei Never trumpers più scatenati. Su Twitter, già a conferenza in corso, è partita l'offensiva dei democratici e degli opinionisti a lui ostili (cioè quasi tutti). Capi d'accusa: aver attaccato gli avversari politici domestici in presenza di un leader straniero, e aver accettato una specie di equivalenza morale tra le colpe russe e quelle americane nel deterioramento dei rapporti bilaterali. Del resto, già prima che a Helsinki si facesse giorno, aveva cominciato una rediviva Hillary Clinton con un tweet al veleno: «Bella la coppa del mondo. Domanda per Trump mentre si prepara a incontrare Putin: sa in che squadra gioca?». Aveva proseguito il Washington Post, con un fuoco di fila di commenti sul rischio di un Trump-dilettante impreparato davanti al professionista-Putin. E aveva chiuso il cerchio il New York Times, altro giornale sistematicamente ostile a Trump, sparando ad alzo zero e sostenendo che l'incontro di per sé sarebbe stato un modo di far avanzare l'agenda Putin a spese degli alleati tradizionali degli Usa. Tutto abbastanza prevedibile. Per gli avversari di Trump, manca sempre poco alla fine del mondo. Il nostro modesto consiglio, in sede di commento, è quello di non fidarsi delle «curve»: di chi dirà che ora Trump e Putin sono due amiconi, o, all'opposto, di chi auspica un infinito secondo tempo della Guerra fredda. Le cose sono in divenire: il processo è appena iniziato, e ha esiti tutti da verificare. Putin ha certamente incassato un momento di clamorosa legittimazione internazionale, salendo sul podio alla pari con l'inquilino della Casa Bianca. Trump ha mostrato buona volontà verso Mosca e vuole un vero reset, ma si riserva di vedere i fatti. Altrimenti, gli basterà un tweet per riaprire le ostilità. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-incontra-putin-capezzone-pelanda-2587322936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bastone-e-carota-la-pax-americana-di-trump" data-post-id="2587322936" data-published-at="1770327647" data-use-pagination="False"> Bastone e carota, la Pax americana di Trump L'incontro Putin-Trump segna l'avvio di una nuova fase negoziale. I dossier concordati e discussi dagli sherpa dei rispettivi campi hanno un certo rilievo, ma in realtà servono a coprire il tentativo dei due leader di trovare un accordo riservato che al momento non può essere reso pubblico. Senza microfoni in quella stanza è impossibile conoscerlo, ma un'ipotesi può essere formulata analizzando gli interessi reali dei due leader. Le stranezze comportamentali di Donald Trump sono in parte dovute al carattere, ma in maggior parte alla situazione di estrema difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti. L'impegno militare americano nel globo resta superiore alla reale capacità di gestirlo. Da un lato, l'America non può rinunciare alla dissuasione via deterrenza, cioè perseguire la ritirata dal presidio mondiale avviata da Obama, perché destabilizzante. Dall'altro, se scoppiasse un vero conflitto l'America non potrebbe gestirlo senza distogliere capacità da altri possibili fronti, fatto che una potenza concorrente potrebbe usare per svelare che il re è nudo, cosa che aprirebbe lo spazio geopolitico a molteplici ambizioni di potenza sia regionale sia globale. L'America è ancora una superpotenza, ma il mondo si è «ingrandito» e un suo presidio implica risorse almeno cinque volte superiori a quelle disponibili. I costi della proiezione di potenza per eliminare il radicalismo islamico attuata da George W. Bush in 65 nazioni e in forma di guerra di occupazione in Afghanistan e Iraq hanno destabilizzato l'economia statunitense. Infatti Trump sta incrementando la spesa militare sotto la soglia di quanto sarebbe necessario per mantenere la capacità di poter combattere due guerre contemporaneamente. Questo è il motivo, per esempio, per cui ha cercato l'incontro con Kim Jong Un, probabilmente facendogli spiegare prima che l'America non poteva permettersi una guerra convenzionale e che quindi, in caso di necessità, avrebbe dovuto ricorrere a bombardamenti nucleari preventivi, inducendo Kim e una preoccupatissima Cina alla resa, pur finta. In sintesi, Trump è consapevole che non può né ridurre il presidio dissuasivo, come tentato da Obama, né farsi intrappolare in conflitti convenzionali come successo a Bush. Per questo ha bisogno di mettersi d'accordo con i possibili nemici dopo averli spaventati con la minaccia nucleare e ammorbiditi con quella di sanzioni economiche. Per inciso, avendo preso questa linea d'azione per necessità, Trump non ha ancora determinato quale vero valore abbiano gli alleati della vecchia Pax Americana in relazione alla linea stessa. Ciò spiega sia la contraddittorietà delle relazioni correnti sia la decisione, per intanto, di non farsi condizionare da loro nel gioco di dissuasione nucleare-economica per poi ottenere risultati diplomatici nel confronto con i veri possibili nemici. Putin è consapevole dell'estrema difficoltà di Trump. Xi Jinping anche. Il secondo ha impostato una strategia di non confronto diretto con l'America, a parte qualche risposta nominale per evitare di essere defenestrato dai militari nazionalisti, convinto che alla fine il potere americano imploderà, stando solo attento a staccare con passi prudenti gli europei dall'America perché una loro riconvergenza avrebbe la forza di far svanire l'ambizione globale di Pechino, che deve passare per il dominio dell'Eurasia. In sintesi, Xi Jinping non ha interesse ad accordi veri con Trump, ma solo finti. Putin ha l'interesse di espandere e consolidare un'area di influenza russa grande abbastanza per evitare di essere assorbita dalla Cina, destabilizzata da un'Ue in espansione verso Est e contenuta dall'America, facendosi riconoscere come impero, fatto essenziale per aggregare il consenso interno influenzato da una cultura (e una chiesa) ipernazionalista. Probabilmente Putin ha interesse a fare un accordo vero con Trump, di cui un punto è la resa dell'Iran, se questi gli riconoscerà lo status di impero alla pari con reciproche sfere di presidio concordate. Quando Trump gli ha offerto il rientro nel G7 + 1, Putin ha rifiutato perché non può permettersi una divergenza con la Cina che al momento sta compensando il business perso dalla Russia a causa delle sanzioni. Probabilmente accetterà se si troverà un modo di toglierle, tentativo ostacolato da un gap di fiducia tra gli interlocutori, dalla russofobia di parte della burocrazia imperiale statunitense, forse anche incentivata dalla Cina che teme di perdere il controllo su Mosca, e dall'ostilità di alcuni europei. Ma penso che il tentativo ci sarà. Se così, la politica estera italiana dovrebbe ingaggiarsi per facilitarlo in quanto un buon rapporto con gli imperi americano e russo, tra loro collaborativi, ci difenderebbe meglio da quello francotedesco e aumenterebbe il potenziale per l'Italia esportatrice. La convergenza fra le tre Rome sarebbe un affare per la prima.Carlo Pelanda Leggi la trascrizione della conferenza stampa giunta Conferenza stampa Trump-Putin from La Verità
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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