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2018-07-17
Con un colpo di spugna sul passato inizia il disgelo tra Usa e Russia
Ansa
La caldissima giornata di Helsinki (trenta gradi!) è iniziata con una lunga attesa per
Donald Trump, a causa di un ritardo aereo di Vladimir Putin. Ma The Donald aveva già incendiato gli animi, addossando ai suoi predecessori la responsabilità del pessimo stato dei rapporti tra Washington e Mosca. Puntuale, infatti, alle 8 di mattina di ieri, era arrivato il tweet presidenziale: «Le nostre relazioni con la Russia non sono mai state peggiori, grazie a molti anni di stupidità americana e ora a causa di una caccia alle streghe manipolata». E così, in un colpo solo, Trump aveva già sistemato Hillary Clinton, Obama e l'inchiesta sul Russiagate.
Ma veniamo al pomeriggio. Prima dell'avvio del faccia a faccia a porte chiuse, un'ampia sessione di stretta di mano e photo opportunity, con un
Trump ultradistensivo, che si è prodigato in complimenti per i Mondiali di calcio, ha ripetuto che «andar d'accordo con la Russia è cosa buona», e, in quell'introduzione pubblica, non ha evocato le interferenze russe nelle presidenziali Usa del 2016. Poi, a telecamere spente, il summit a due, durato un paio d'ore. A seguire, un pranzo trasformato in una sessione d'incontro allargata ai rispettivi staff (per Trump, tra gli altri, John Bolton, Mike Pompeo e John Kelly). Poi, poco dopo le sei (ora di Helsinki), la conferenza stampa congiunta, in una sala troppo piccola per contenere gli oltre 1.400 inviati americani, russi e dal resto del mondo.
Incontro «franco, ma fruttuoso», lo ha definito
Putin senza sbilanciarsi troppo. «Mai c'erano stati rapporti peggiori tra Usa e Russia: la cosa più facile sarebbe stata rifiutare di incontrarci. Ma credo che da quattro ore le cose siano cambiate», ha esordito più ottimista in conferenza stampa Trump.
Sarà banale dirlo, ma la vera notizia del vertice tra
Donald Trump e Vladimir Putin nel palazzo presidenziale di Helsinki sta proprio nel fatto che i due abbiano iniziato a parlarsi. Nessun risultato immediato, però, come ammette Trump: «È solo l'inizio di un lungo percorso. Ho assunto un rischio politico per perseguire la pace, anziché mettere a rischio la pace per perseguire un interesse politico».
Il presidente russo ha ringraziato
Trump per avere scelto il dialogo, e si è limitato a elencare l'ampio ventaglio delle questioni su cui le due maggiori potenze nucleari dovranno lavorare insieme: Siria, Iran (su cui fa intuire un largo dissenso), lotta al terrorismo, e gruppi di lavoro comuni su cybersicurezza e relazioni commerciali bilaterali. Putin ha anche ammesso onestamente un forte dissenso sulla Crimea («per Trump è stata un'annessione illegale da parte della Russia»), e, quanto alla vecchia storia secondo cui Mosca avrebbe materiale compromettente su Trump (foto e video - si disse mesi fa, con reazioni furenti della Casa Bianca - su un presunto incontro «bagnato» in un hotel con delle prostitute, ai tempi in cui Trump era semplicemente un imprenditore), Putin ha detto che all'epoca, come responsabile dei servizi di sicurezza, neppure sapeva della presenza di Trump in Russia.
La parte più calda della conferenza, prevedibilmente, è stata quella sulla (vera o presunta) interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016.
Putin è stato sferzante, ha parlato di «nonsense», ha liquidato qualunque collusione con il team Trump, ha invitato il procuratore Robert Mueller a Mosca, ma si è pure concesso il lusso di una provocazione: in quel caso - ha fatto capire - bisognerebbe parlare anche delle interferenze statunitensi in Russia.
Trump ha fornito segnali diversificati sul tema: prima ha rivelato che la questione è stata ampiamente discussa e approfondita nel faccia a faccia, poi ha rivendicato il suo successo elettorale pieno («risultato di una campagna brillante»), e infine ha ribadito gli attacchi ai democratici e all'inchiesta Russiagate («una farsa senza prove»). Sganciando la bomba finale: «Voglio sapere che fine hanno fatto le 33.000 mail e i server della Clinton», alludendo alla strana sparizione di materiali potenzialmente compromettenti per Hillary sui suoi finanziamenti e le sue scelte di politica estera.
I toni di
Trump, come capita sempre, hanno suscitato reazioni furiose nel campo dei Never trumpers più scatenati. Su Twitter, già a conferenza in corso, è partita l'offensiva dei democratici e degli opinionisti a lui ostili (cioè quasi tutti). Capi d'accusa: aver attaccato gli avversari politici domestici in presenza di un leader straniero, e aver accettato una specie di equivalenza morale tra le colpe russe e quelle americane nel deterioramento dei rapporti bilaterali. Del resto, già prima che a Helsinki si facesse giorno, aveva cominciato una rediviva Hillary Clinton con un tweet al veleno: «Bella la coppa del mondo. Domanda per Trump mentre si prepara a incontrare Putin: sa in che squadra gioca?». Aveva proseguito il Washington Post, con un fuoco di fila di commenti sul rischio di un Trump-dilettante impreparato davanti al professionista-Putin. E aveva chiuso il cerchio il New York Times, altro giornale sistematicamente ostile a Trump, sparando ad alzo zero e sostenendo che l'incontro di per sé sarebbe stato un modo di far avanzare l'agenda Putin a spese degli alleati tradizionali degli Usa. Tutto abbastanza prevedibile. Per gli avversari di Trump, manca sempre poco alla fine del mondo.
Il nostro modesto consiglio, in sede di commento, è quello di non fidarsi delle «curve»: di chi dirà che ora
Trump e Putin sono due amiconi, o, all'opposto, di chi auspica un infinito secondo tempo della Guerra fredda. Le cose sono in divenire: il processo è appena iniziato, e ha esiti tutti da verificare. Putin ha certamente incassato un momento di clamorosa legittimazione internazionale, salendo sul podio alla pari con l'inquilino della Casa Bianca. Trump ha mostrato buona volontà verso Mosca e vuole un vero reset, ma si riserva di vedere i fatti. Altrimenti, gli basterà un tweet per riaprire le ostilità.
Daniele Capezzone
Bastone e carota, la Pax americana di Trump
L'incontro Putin-Trump segna l'avvio di una nuova fase negoziale. I dossier concordati e discussi dagli sherpa dei rispettivi campi hanno un certo rilievo, ma in realtà servono a coprire il tentativo dei due leader di trovare un accordo riservato che al momento non può essere reso pubblico. Senza microfoni in quella stanza è impossibile conoscerlo, ma un'ipotesi può essere formulata analizzando gli interessi reali dei due leader.
Le stranezze comportamentali di Donald Trump sono in parte dovute al carattere, ma in maggior parte alla situazione di estrema difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti. L'impegno militare americano nel globo resta superiore alla reale capacità di gestirlo. Da un lato, l'America non può rinunciare alla dissuasione via deterrenza, cioè perseguire la ritirata dal presidio mondiale avviata da Obama, perché destabilizzante. Dall'altro, se scoppiasse un vero conflitto l'America non potrebbe gestirlo senza distogliere capacità da altri possibili fronti, fatto che una potenza concorrente potrebbe usare per svelare che il re è nudo, cosa che aprirebbe lo spazio geopolitico a molteplici ambizioni di potenza sia regionale sia globale. L'America è ancora una superpotenza, ma il mondo si è «ingrandito» e un suo presidio implica risorse almeno cinque volte superiori a quelle disponibili. I costi della proiezione di potenza per eliminare il radicalismo islamico attuata da George W. Bush in 65 nazioni e in forma di guerra di occupazione in Afghanistan e Iraq hanno destabilizzato l'economia statunitense. Infatti Trump sta incrementando la spesa militare sotto la soglia di quanto sarebbe necessario per mantenere la capacità di poter combattere due guerre contemporaneamente. Questo è il motivo, per esempio, per cui ha cercato l'incontro con Kim Jong Un, probabilmente facendogli spiegare prima che l'America non poteva permettersi una guerra convenzionale e che quindi, in caso di necessità, avrebbe dovuto ricorrere a bombardamenti nucleari preventivi, inducendo Kim e una preoccupatissima Cina alla resa, pur finta.
In sintesi, Trump è consapevole che non può né ridurre il presidio dissuasivo, come tentato da Obama, né farsi intrappolare in conflitti convenzionali come successo a Bush. Per questo ha bisogno di mettersi d'accordo con i possibili nemici dopo averli spaventati con la minaccia nucleare e ammorbiditi con quella di sanzioni economiche. Per inciso, avendo preso questa linea d'azione per necessità, Trump non ha ancora determinato quale vero valore abbiano gli alleati della vecchia Pax Americana in relazione alla linea stessa. Ciò spiega sia la contraddittorietà delle relazioni correnti sia la decisione, per intanto, di non farsi condizionare da loro nel gioco di dissuasione nucleare-economica per poi ottenere risultati diplomatici nel confronto con i veri possibili nemici.
Putin è consapevole dell'estrema difficoltà di Trump. Xi Jinping anche. Il secondo ha impostato una strategia di non confronto diretto con l'America, a parte qualche risposta nominale per evitare di essere defenestrato dai militari nazionalisti, convinto che alla fine il potere americano imploderà, stando solo attento a staccare con passi prudenti gli europei dall'America perché una loro riconvergenza avrebbe la forza di far svanire l'ambizione globale di Pechino, che deve passare per il dominio dell'Eurasia. In sintesi, Xi Jinping non ha interesse ad accordi veri con Trump, ma solo finti. Putin ha l'interesse di espandere e consolidare un'area di influenza russa grande abbastanza per evitare di essere assorbita dalla Cina, destabilizzata da un'Ue in espansione verso Est e contenuta dall'America, facendosi riconoscere come impero, fatto essenziale per aggregare il consenso interno influenzato da una cultura (e una chiesa) ipernazionalista. Probabilmente Putin ha interesse a fare un accordo vero con Trump, di cui un punto è la resa dell'Iran, se questi gli riconoscerà lo status di impero alla pari con reciproche sfere di presidio concordate. Quando Trump gli ha offerto il rientro nel G7 + 1, Putin ha rifiutato perché non può permettersi una divergenza con la Cina che al momento sta compensando il business perso dalla Russia a causa delle sanzioni. Probabilmente accetterà se si troverà un modo di toglierle, tentativo ostacolato da un gap di fiducia tra gli interlocutori, dalla russofobia di parte della burocrazia imperiale statunitense, forse anche incentivata dalla Cina che teme di perdere il controllo su Mosca, e dall'ostilità di alcuni europei. Ma penso che il tentativo ci sarà. Se così, la politica estera italiana dovrebbe ingaggiarsi per facilitarlo in quanto un buon rapporto con gli imperi americano e russo, tra loro collaborativi, ci difenderebbe meglio da quello francotedesco e aumenterebbe il potenziale per l'Italia esportatrice. La convergenza fra le tre Rome sarebbe un affare per la prima.
Carlo Pelanda
Leggi la trascrizione della conferenza stampa giunta
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A Helsinki Donald Trump porge la mano allo zar dopo aver archiviato con un tweet i veleni sulle presunte interferenze. Il leader russo lo segue: «Incontro franco, ma fruttuoso». Sulla Crimea però rimangono i contrasti. Il presidente americano non può permettersi conflitti e deve completare la ritirata iniziata da Barack Obama. Per questo, dopo le minacce, Washington ha teso la mano a Mosca, Pechino e Pyongyang, spiazzando i vecchi alleati. Uno schema che non dispiace al Cremlino. Lo speciale contiene due articoli La caldissima giornata di Helsinki (trenta gradi!) è iniziata con una lunga attesa per Donald Trump, a causa di un ritardo aereo di Vladimir Putin. Ma The Donald aveva già incendiato gli animi, addossando ai suoi predecessori la responsabilità del pessimo stato dei rapporti tra Washington e Mosca. Puntuale, infatti, alle 8 di mattina di ieri, era arrivato il tweet presidenziale: «Le nostre relazioni con la Russia non sono mai state peggiori, grazie a molti anni di stupidità americana e ora a causa di una caccia alle streghe manipolata». E così, in un colpo solo, Trump aveva già sistemato Hillary Clinton, Obama e l'inchiesta sul Russiagate. Ma veniamo al pomeriggio. Prima dell'avvio del faccia a faccia a porte chiuse, un'ampia sessione di stretta di mano e photo opportunity, con un Trump ultradistensivo, che si è prodigato in complimenti per i Mondiali di calcio, ha ripetuto che «andar d'accordo con la Russia è cosa buona», e, in quell'introduzione pubblica, non ha evocato le interferenze russe nelle presidenziali Usa del 2016. Poi, a telecamere spente, il summit a due, durato un paio d'ore. A seguire, un pranzo trasformato in una sessione d'incontro allargata ai rispettivi staff (per Trump, tra gli altri, John Bolton, Mike Pompeo e John Kelly). Poi, poco dopo le sei (ora di Helsinki), la conferenza stampa congiunta, in una sala troppo piccola per contenere gli oltre 1.400 inviati americani, russi e dal resto del mondo. Incontro «franco, ma fruttuoso», lo ha definito Putin senza sbilanciarsi troppo. «Mai c'erano stati rapporti peggiori tra Usa e Russia: la cosa più facile sarebbe stata rifiutare di incontrarci. Ma credo che da quattro ore le cose siano cambiate», ha esordito più ottimista in conferenza stampa Trump. Sarà banale dirlo, ma la vera notizia del vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin nel palazzo presidenziale di Helsinki sta proprio nel fatto che i due abbiano iniziato a parlarsi. Nessun risultato immediato, però, come ammette Trump: «È solo l'inizio di un lungo percorso. Ho assunto un rischio politico per perseguire la pace, anziché mettere a rischio la pace per perseguire un interesse politico». Il presidente russo ha ringraziato Trump per avere scelto il dialogo, e si è limitato a elencare l'ampio ventaglio delle questioni su cui le due maggiori potenze nucleari dovranno lavorare insieme: Siria, Iran (su cui fa intuire un largo dissenso), lotta al terrorismo, e gruppi di lavoro comuni su cybersicurezza e relazioni commerciali bilaterali. Putin ha anche ammesso onestamente un forte dissenso sulla Crimea («per Trump è stata un'annessione illegale da parte della Russia»), e, quanto alla vecchia storia secondo cui Mosca avrebbe materiale compromettente su Trump (foto e video - si disse mesi fa, con reazioni furenti della Casa Bianca - su un presunto incontro «bagnato» in un hotel con delle prostitute, ai tempi in cui Trump era semplicemente un imprenditore), Putin ha detto che all'epoca, come responsabile dei servizi di sicurezza, neppure sapeva della presenza di Trump in Russia. La parte più calda della conferenza, prevedibilmente, è stata quella sulla (vera o presunta) interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Putin è stato sferzante, ha parlato di «nonsense», ha liquidato qualunque collusione con il team Trump, ha invitato il procuratore Robert Mueller a Mosca, ma si è pure concesso il lusso di una provocazione: in quel caso - ha fatto capire - bisognerebbe parlare anche delle interferenze statunitensi in Russia. Trump ha fornito segnali diversificati sul tema: prima ha rivelato che la questione è stata ampiamente discussa e approfondita nel faccia a faccia, poi ha rivendicato il suo successo elettorale pieno («risultato di una campagna brillante»), e infine ha ribadito gli attacchi ai democratici e all'inchiesta Russiagate («una farsa senza prove»). Sganciando la bomba finale: «Voglio sapere che fine hanno fatto le 33.000 mail e i server della Clinton», alludendo alla strana sparizione di materiali potenzialmente compromettenti per Hillary sui suoi finanziamenti e le sue scelte di politica estera. I toni di Trump, come capita sempre, hanno suscitato reazioni furiose nel campo dei Never trumpers più scatenati. Su Twitter, già a conferenza in corso, è partita l'offensiva dei democratici e degli opinionisti a lui ostili (cioè quasi tutti). Capi d'accusa: aver attaccato gli avversari politici domestici in presenza di un leader straniero, e aver accettato una specie di equivalenza morale tra le colpe russe e quelle americane nel deterioramento dei rapporti bilaterali. Del resto, già prima che a Helsinki si facesse giorno, aveva cominciato una rediviva Hillary Clinton con un tweet al veleno: «Bella la coppa del mondo. Domanda per Trump mentre si prepara a incontrare Putin: sa in che squadra gioca?». Aveva proseguito il Washington Post, con un fuoco di fila di commenti sul rischio di un Trump-dilettante impreparato davanti al professionista-Putin. E aveva chiuso il cerchio il New York Times, altro giornale sistematicamente ostile a Trump, sparando ad alzo zero e sostenendo che l'incontro di per sé sarebbe stato un modo di far avanzare l'agenda Putin a spese degli alleati tradizionali degli Usa. Tutto abbastanza prevedibile. Per gli avversari di Trump, manca sempre poco alla fine del mondo. Il nostro modesto consiglio, in sede di commento, è quello di non fidarsi delle «curve»: di chi dirà che ora Trump e Putin sono due amiconi, o, all'opposto, di chi auspica un infinito secondo tempo della Guerra fredda. Le cose sono in divenire: il processo è appena iniziato, e ha esiti tutti da verificare. Putin ha certamente incassato un momento di clamorosa legittimazione internazionale, salendo sul podio alla pari con l'inquilino della Casa Bianca. Trump ha mostrato buona volontà verso Mosca e vuole un vero reset, ma si riserva di vedere i fatti. Altrimenti, gli basterà un tweet per riaprire le ostilità. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-incontra-putin-capezzone-pelanda-2587322936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bastone-e-carota-la-pax-americana-di-trump" data-post-id="2587322936" data-published-at="1767426994" data-use-pagination="False"> Bastone e carota, la Pax americana di Trump L'incontro Putin-Trump segna l'avvio di una nuova fase negoziale. I dossier concordati e discussi dagli sherpa dei rispettivi campi hanno un certo rilievo, ma in realtà servono a coprire il tentativo dei due leader di trovare un accordo riservato che al momento non può essere reso pubblico. Senza microfoni in quella stanza è impossibile conoscerlo, ma un'ipotesi può essere formulata analizzando gli interessi reali dei due leader. Le stranezze comportamentali di Donald Trump sono in parte dovute al carattere, ma in maggior parte alla situazione di estrema difficoltà in cui si trovano gli Stati Uniti. L'impegno militare americano nel globo resta superiore alla reale capacità di gestirlo. Da un lato, l'America non può rinunciare alla dissuasione via deterrenza, cioè perseguire la ritirata dal presidio mondiale avviata da Obama, perché destabilizzante. Dall'altro, se scoppiasse un vero conflitto l'America non potrebbe gestirlo senza distogliere capacità da altri possibili fronti, fatto che una potenza concorrente potrebbe usare per svelare che il re è nudo, cosa che aprirebbe lo spazio geopolitico a molteplici ambizioni di potenza sia regionale sia globale. L'America è ancora una superpotenza, ma il mondo si è «ingrandito» e un suo presidio implica risorse almeno cinque volte superiori a quelle disponibili. I costi della proiezione di potenza per eliminare il radicalismo islamico attuata da George W. Bush in 65 nazioni e in forma di guerra di occupazione in Afghanistan e Iraq hanno destabilizzato l'economia statunitense. Infatti Trump sta incrementando la spesa militare sotto la soglia di quanto sarebbe necessario per mantenere la capacità di poter combattere due guerre contemporaneamente. Questo è il motivo, per esempio, per cui ha cercato l'incontro con Kim Jong Un, probabilmente facendogli spiegare prima che l'America non poteva permettersi una guerra convenzionale e che quindi, in caso di necessità, avrebbe dovuto ricorrere a bombardamenti nucleari preventivi, inducendo Kim e una preoccupatissima Cina alla resa, pur finta. In sintesi, Trump è consapevole che non può né ridurre il presidio dissuasivo, come tentato da Obama, né farsi intrappolare in conflitti convenzionali come successo a Bush. Per questo ha bisogno di mettersi d'accordo con i possibili nemici dopo averli spaventati con la minaccia nucleare e ammorbiditi con quella di sanzioni economiche. Per inciso, avendo preso questa linea d'azione per necessità, Trump non ha ancora determinato quale vero valore abbiano gli alleati della vecchia Pax Americana in relazione alla linea stessa. Ciò spiega sia la contraddittorietà delle relazioni correnti sia la decisione, per intanto, di non farsi condizionare da loro nel gioco di dissuasione nucleare-economica per poi ottenere risultati diplomatici nel confronto con i veri possibili nemici. Putin è consapevole dell'estrema difficoltà di Trump. Xi Jinping anche. Il secondo ha impostato una strategia di non confronto diretto con l'America, a parte qualche risposta nominale per evitare di essere defenestrato dai militari nazionalisti, convinto che alla fine il potere americano imploderà, stando solo attento a staccare con passi prudenti gli europei dall'America perché una loro riconvergenza avrebbe la forza di far svanire l'ambizione globale di Pechino, che deve passare per il dominio dell'Eurasia. In sintesi, Xi Jinping non ha interesse ad accordi veri con Trump, ma solo finti. Putin ha l'interesse di espandere e consolidare un'area di influenza russa grande abbastanza per evitare di essere assorbita dalla Cina, destabilizzata da un'Ue in espansione verso Est e contenuta dall'America, facendosi riconoscere come impero, fatto essenziale per aggregare il consenso interno influenzato da una cultura (e una chiesa) ipernazionalista. Probabilmente Putin ha interesse a fare un accordo vero con Trump, di cui un punto è la resa dell'Iran, se questi gli riconoscerà lo status di impero alla pari con reciproche sfere di presidio concordate. Quando Trump gli ha offerto il rientro nel G7 + 1, Putin ha rifiutato perché non può permettersi una divergenza con la Cina che al momento sta compensando il business perso dalla Russia a causa delle sanzioni. Probabilmente accetterà se si troverà un modo di toglierle, tentativo ostacolato da un gap di fiducia tra gli interlocutori, dalla russofobia di parte della burocrazia imperiale statunitense, forse anche incentivata dalla Cina che teme di perdere il controllo su Mosca, e dall'ostilità di alcuni europei. Ma penso che il tentativo ci sarà. Se così, la politica estera italiana dovrebbe ingaggiarsi per facilitarlo in quanto un buon rapporto con gli imperi americano e russo, tra loro collaborativi, ci difenderebbe meglio da quello francotedesco e aumenterebbe il potenziale per l'Italia esportatrice. La convergenza fra le tre Rome sarebbe un affare per la prima.Carlo Pelanda Leggi la trascrizione della conferenza stampa giunta Conferenza stampa Trump-Putin from La Verità
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
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Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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Il sindaco di New York Zohran Mamdani parla durante la sua cerimonia di inaugurazione (Ansa)
Le mosse di Mamdani, che ha giurato sul Corano al momento del suo insediamento (accompagnato dalla consorte Rama Duwaji, pizzicata dai tabloid con stivali da 630 dollari ai piedi) hanno irritato Gerusalemme. «Nel suo primo giorno da sindaco di New York, Mamdani mostra il suo vero volto: rigetta la definizione di antisemitismo dell’Ihra e revoca le restrizioni al boicottaggio di Israele. Questa non è leadership. È benzina antisemita sul fuoco», ha dichiarato il ministero degli Esteri israeliano.
Non solo. Già giovedì, il National Jewish Advocacy Center aveva chiesto conto a Mamdani del fatto che fossero stati cancellati dall’account X ufficiale del municipio alcuni post contro l’antisemitismo, risalenti all’amministrazione Adams. «È difficile esagerare quanto sia inquietante che uno dei tuoi primi atti come sindaco di New York, nel tuo primo giorno in carica, sia quello di cancellare i tweet ufficiali dell’account del municipio che parlavano della protezione degli ebrei newyorchesi», ha affermato l’organizzazione in una lettera inviata al primo cittadino. La portavoce di Mamdani ha replicato sostenendo che i post sarebbero stati semplicemente archiviati e che il neo sindaco «resta fermo nel suo impegno a sradicare il flagello dell’antisemitismo nella nostra città». Ciononostante, i primi atti di Mamdani hanno suscitato inquietudine. A maggior ragione, tenendo presente alcune delle posizioni che il diretto interessato aveva espresso nel recente passato. A giugno, era stato criticato per non aver preso inequivocabilmente le distanze dallo slogan «globalizzare l’Intifada». Inoltre, durante la campagna elettorale, aveva accusato Israele di genocidio e si era anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu, in caso quest’ultimo si fosse recato nella Grande Mela. Senza poi trascurare che, il mese scorso, un’esponente del team di Mamdani, Catherine Almonte Da Costa, si era dovuta dimettere, dopo che l’Anti-Defamation League aveva denunciato alcuni suoi vecchi post, in cui parlava di «ebrei affamati di soldi». Era inoltre fine ottobre quando l’attivista iraniano-americana Masih Alinejad accusò Mamdani di non essere abbastanza duro nel condannare Hamas.
Parliamo di quella stessa Hamas che è notoriamente uno dei principali proxy dell’Iran. E proprio in Iran, lo abbiamo detto, sono da giorni in corso proteste contro il regime khomeinista: proteste a cui la Casa Bianca ha dato de facto il suo appoggio. «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato ieri Donald Trump, innescando la reazione piccata del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’inquilino della Casa Bianca, che pure ha irritato parte della base Maga per la sua distensione con l’attuale governo siriano, ha inoltre recentemente designato alcune realtà connesse alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». Insomma, il paradosso è evidente: Trump, dipinto spesso alla stregua di un «tiranno», sta cercando di arginare il fondamentalismo islamico; Mamdani, elogiato come un paladino progressista, flirta invece con posizioni non poi così distanti dall’islamismo. D’altronde, un certo strabismo è stato evidenziato anche da Elon Musk, che ha sottolineato come il saluto fatto dal neo sindaco durante l’insediamento di giovedì non fosse poi troppo dissimile da quello per cui lui stesso fu accusato, a gennaio scorso, di apologia del nazismo.
E attenzione: che Mamdani sia una figura controversa è testimoniato anche dalle spaccature interne alla base e ai vertici del Partito democratico americano. Secondo la Cnn, alle elezioni municipali newyorchesi di novembre il 64% degli elettori ebrei ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Inoltre, se ha avuto l’endorsement della deputata di estrema sinistra Alexandria Ocasio-Cortez, Mamdani non ha invece ricevuto quello del capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, che oltre a essere ebreo è su posizioni (relativamente) centriste. L’Asinello, insomma, è finito in testacoda.
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