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2018-06-12
Trump ha suonato i tromboni faziosi
ANSA
Donald Trump meriterebbe il Nobel: ma non solo quello per la pace, se andasse a buon fine il suo colloquio di oggi con il dittatore nordoreano. Anche un altro Nobel, a prescindere, solo per aver fatto impazzire gli «esperti», i parrucconi, i vecchi tromboni, le vedove di Barack Obama e di «, le Botteri di quasi tutti i canali tv, e naturalmente il Corrispondente unico, quello che firma con cognomi diversi sui giornaloni ma scrive sempre lo stesso articolo.
Sono tutti in analisi o sotto psicofarmaci. Se li incontrate, siate gentili: da due anni, vivono dentro un incubo. Sono traumatizzati. Non hanno capito niente ma vorrebbero continuare a spiegare tutto. Stanno sempre in tv (e chi li schioda…), ma, sotto il velo di trucco e parrucco, potete intuire un'insicurezza, la fragilità di chi ha visto evaporare tutte le certezze, di chi ha visto saltare come birilli tutti gli schemini che (secondo loro) funzionavano da decenni.
Come si dice in questi casi, ricapitoliamo in pochi punti essenziali.
Primo: «Hillary ha già vinto». Ne erano straconvinti alla vigilia delle presidenziali del 2016. Prendetevi una mezz'ora di divertimento. Andatevi a recuperare i tweet di direttori e inviati nelle notti dei tre dibattiti televisivi tra la
Clinton e Trump. Per loro non c'era partita: Hillary aveva stracciato Trump. Basta, partita chiusa. Oppure tornate alla notte di novembre dell'elezione di Trump: ancora c'era chi non si dava per vinto, direttori che pateticamente esibivano copertine già pronte su «come sarà il mondo con Hillary».
Secondo: «L'economia americana collasserà». Con le ricette di
Trump - gli «esperti» ne erano sicuri - sarà il disastro. Risultato? Una crescita che non si vedeva dai tempi di Ronald Reagan, e andamento dell'occupazione sensazionale: disoccupazione al 4%, e, nell'ultimo periodo, più posti di lavoro offerti di quanti lavoratori siano effettivamente disponibili per essere assunti.
Terzo: «L'impeachment è sicuro». È rimasta l'ultima speranza del Corrispondente unico: che gli apparati, l'Fbi, il «deep state», il procuratore
Robert Mueller possano «risolvere il problema». Ma ogni settimana Trump sembra più forte anche di inchieste che, su di lui, non hanno trovato niente.
Quarto: «
Trump è un fottuto isolazionista». I nostri «esperti» non avevano capito che «America first» non vuol dire «America alone». E dunque, una volta di più, sono stati spiazzati dal protagonismo di Trump in tutti i teatri mondiali. Tanto Obama aveva scelto un arretramento militare e morale pressoché ovunque, tanto Trump sta dimostrando che l'America c'è e intende essere protagonista.
Quinto: «Il protezionismo di
Trump ci rovinerà». Qui i nostri «esperti» giocavano sul sicuro (pensavano). Effettivamente la mossa trumpiana sui dazi era molto eterodossa rispetto alle abitudini liberoscambiste dei repubblicani. Ma non avevano calcolato lo spariglio al G7, dove Trump, per vedere il bluff di Angela Merkel e compari, ha proposto lui di abbattere tutti i dazi e tutte le tariffe tra alleati. Parliamoci chiaro: perché le auto Usa devono pagare il 15% per arrivare in Europa, e quelle tedesche solo il 2,5 per arrivare in America?
Sesto: «Fallirà con l'Arabia Saudita». E invece no:
Trump ha stabilito un filo diretto con il principe Mohammad Bin Salman, e ha favorito una storica apertura di quest'ultimo verso Israele. Una rivoluzione in Medio Oriente.
Settimo: «Fallirà con l'Iran». Al contrario: tanto
Obama si era fatto prendere in giro da Hassan Rouhani, tanto Trump ha messo all'angolo Teheran. Iran deal stracciato, regime isolato, impossibilità per l'Iran di continuare a usare la Siria come piattaforma logistica per attaccare Israele.
Ottavo: «Fallirà con la Corea del Nord». Lo vedremo in queste ore, tutto è possibile, per carità. Certo, per il momento
Trump è il primo leader occidentale che sia riuscito a stanare il regime comunista di Pyongyang, che da anni procedeva indisturbato con il suo programma nucleare.
Nono: «Fallirà con la Cina». Questo lo dirà la storia. Il mix di militarismo cinese, autoritarismo e crescita economica impetuosa (favorita da tecniche commerciali predatorie e furto di proprietà intellettuale su larga scala) è inquietante. Ma se l'Occidente ha una speranza di ritardare l'ascesa cinese, questa speranza si chiama
Trump.
Il decimo punto lo scriviamo nei prossimi giorni: la materia non mancherà, c'è da esserne certi. E i motivi di panico e disperazione per i nostri «esperti» nemmeno.
Per l’Italia nella Nato garantisce Conte: «Ma su Russia e Sud è ora di cambiare»
Quello che si è svolto ieri a Palazzo Chigi era il primo incontro del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Un faccia a faccia dai toni cordiali, sul quale però pesavano le posizioni filorusse del governo italiano e i tweet infuocati del presidente americano Donald Trump, che a margine del turbolento G7 di Charlevoix, è tornato ad accusare i Paesi europei di non spendere abbastanza per la difesa comune.
Conte ha confermato che l'Italia «crede fermamente nell'Alleanza Atlantica», la quale rimane «il pilastro della sicurezza europea e internazionale». Il premier si è detto d'accordo anche con «l'approccio a doppio binario» adottato dalla Nato con Mosca, cioè la fermezza sui principi accompagnata dalla disponibilità al dialogo. Il premier ha quindi confermato che il nostro Paese osserverà tutti gli obblighi previsti dal Patto atlantico: «L'Italia è riconosciuta come un Paese fornitore di sicurezza sul piano globale», ha spiegato Conte. «Non intendiamo sottrarci a questa responsabilità e ai nostri impegni di solidarietà e lealtà atlantica». Dunque, fugati i timori di uno strappo netto, che lo stesso Stoltenberg aveva maturato dopo le dichiarazioni del nostro primo ministro sull'opportunità di riammettere la Russia nel G8. Accolto, come da prassi, dal picchetto d'onore, il Segretario della Nato ha pertanto giudicato «molto buono» il suo incontro con Conte, ribadendo che «l'Italia è un membro stimato» dell'Alleanza atlantica e che il suo è un «ruolo essenziale per la nostra sicurezza comune».
Il presidente del Consiglio ha comunque colto l'occasione per sollevare la questione della protezione delle frontiere esterne dell'Unione europea alla luce dei flussi migratori. «Non si può prescindere da una più intensa cooperazione tra Nato e Ue nel Mediterraneo e altrove», ha commentato Conte. «Il rafforzamento della dimensione europea sulla sicurezza, che consideriamo una priorità, perderebbe di senso ed efficacia al di fuori di un quadro di piena sinergia e complementarietà con le forze di cui è dotata» la Nato. La strategia del premier, in sostanza, è improntata alla moderazione, che tuttavia non vuole trasformarsi in arrendevolezza. In tal senso, un asse con Trump potrebbe spingere gli alleati a prendere in più seria considerazione l'ipotesi di una distensione con la Russia, costringendoli al contempo a non ignorare le loro responsabilità sul fronte mediterraneo, che per i mesi estivi si annuncia caldissimo.
Cercare sponde a Washington, dove Conte ha in programma di recarsi a breve, potrebbe comunque implicare un costo. Quello dei contributi alla sicurezza comune è uno dei capitoli sui quali Trump sta insistendo maggiormente, nell'ambito della sua partita con l'Europa sui dazi. In uno degli ultimi tweet, l'inquilino della Casa Bianca ha criticato aspramente i concorrenti tedeschi, rei di spendere solo l'1% del Pil per la Nato, contro il 4% degli Stati Uniti. Un paio di giorni prima, Stoltenberg sembrava aver voluto stemperare sul nascere eventuali polemiche, osservando che la spesa di Canada e Paesi Ue per l'Alleanza Atlantica, nel 2017, è cresciuta «per il quarto anno consecutivo», trend che si confermerebbe anche nel 2018, con un +3.8% complessivo. Se l'Italia volesse fare leva sui pruriti di The Donald, allora, non si può escludere che debba poi accontentare gli Usa sull'incremento delle risorse destinate alla Nato, un punto chiave della retorica neo-isolazionista del tycoon.
Roma, certo, non si sta limitando a osservare passivamente gli eventi. Domenica, Soltenberg aveva incontrato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ha incassato i ringraziamenti per il contributo del nostro Paese nelle missioni internazionali in Afghanistan e Kosovo, ma ha pure ottenuto «un accordo sull'importanza dell'approccio dualistico con la Russia», ovvero del dialogo quale alternativa all'escalation militare. Secondo Conte, «che la Russia abbia un ruolo essenziale in molti dei teatri di crisi internazionali è un dato di fatto. Senza un suo coinvolgimento», ha concluso il presidente del Consiglio, «riteniamo che sia molto difficile, se non impossibile, giungere a quelle soluzioni politiche che di tali crisi rappresentano l'unica via d'uscita realistica e durevole». Non bisogna dimenticare, d'altronde, che Conte e Stoltenberg hanno discusso altresì del vertice dell'Alleanza in programma per l'11 e 12 luglio prossimi, che all'ordine del giorno prevede «il rafforzamento degli sforzi della Nato per proiettare la stabilità e combattere il terrorismo attraverso il lancio di una nuova missione di addestramento in Iraq e un maggiore sostegno a Giordania e Tunisia».
Il Patto atlantico, perciò, sembra tutt'altro che disposto al disimpegno. È tuttavia evidente che la presidenza Trump sta mettendo in discussione i fondamenti dell'ordine internazionale che l'Occidente aveva dato per assodato, ma che, dai summit dei Paesi industrializzati alle alleanze militari ereditate dalla guerra fredda, oggi appare scricchiolante. In fondo, quella stessa «collocazione internazionale» che l'ex premier Paolo Gentiloni ha esortato il suo successore a conservare, ha prodotto le sanzioni alla Russia, dannosissime per il nostro export, e la crisi libica. Sicuro che per noi lo status quo sia un grande affare?
Alessandro Rico
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Il dramma dei presunti esperti che da due anni rischiano l'esaurimento nervoso a causa di The Donald. Da Hillary Clinton vincente, all'economia, alla politica internazionale degli Stati Uniti: non ne hanno azzeccata una. Nell'incontro con Jens Stoltenberg fugati i timori di uno strappo «La cooperazione con l'Ue va rafforzata nel Mediterraneo». Lo speciale contiene due articoli Donald Trump meriterebbe il Nobel: ma non solo quello per la pace, se andasse a buon fine il suo colloquio di oggi con il dittatore nordoreano. Anche un altro Nobel, a prescindere, solo per aver fatto impazzire gli «esperti», i parrucconi, i vecchi tromboni, le vedove di Barack Obama e di «, le Botteri di quasi tutti i canali tv, e naturalmente il Corrispondente unico, quello che firma con cognomi diversi sui giornaloni ma scrive sempre lo stesso articolo. Sono tutti in analisi o sotto psicofarmaci. Se li incontrate, siate gentili: da due anni, vivono dentro un incubo. Sono traumatizzati. Non hanno capito niente ma vorrebbero continuare a spiegare tutto. Stanno sempre in tv (e chi li schioda…), ma, sotto il velo di trucco e parrucco, potete intuire un'insicurezza, la fragilità di chi ha visto evaporare tutte le certezze, di chi ha visto saltare come birilli tutti gli schemini che (secondo loro) funzionavano da decenni. Come si dice in questi casi, ricapitoliamo in pochi punti essenziali. Primo: «Hillary ha già vinto». Ne erano straconvinti alla vigilia delle presidenziali del 2016. Prendetevi una mezz'ora di divertimento. Andatevi a recuperare i tweet di direttori e inviati nelle notti dei tre dibattiti televisivi tra la Clinton e Trump. Per loro non c'era partita: Hillary aveva stracciato Trump. Basta, partita chiusa. Oppure tornate alla notte di novembre dell'elezione di Trump: ancora c'era chi non si dava per vinto, direttori che pateticamente esibivano copertine già pronte su «come sarà il mondo con Hillary». Secondo: «L'economia americana collasserà». Con le ricette di Trump - gli «esperti» ne erano sicuri - sarà il disastro. Risultato? Una crescita che non si vedeva dai tempi di Ronald Reagan, e andamento dell'occupazione sensazionale: disoccupazione al 4%, e, nell'ultimo periodo, più posti di lavoro offerti di quanti lavoratori siano effettivamente disponibili per essere assunti. Terzo: «L'impeachment è sicuro». È rimasta l'ultima speranza del Corrispondente unico: che gli apparati, l'Fbi, il «deep state», il procuratore Robert Mueller possano «risolvere il problema». Ma ogni settimana Trump sembra più forte anche di inchieste che, su di lui, non hanno trovato niente. Quarto: « Trump è un fottuto isolazionista». I nostri «esperti» non avevano capito che «America first» non vuol dire «America alone». E dunque, una volta di più, sono stati spiazzati dal protagonismo di Trump in tutti i teatri mondiali. Tanto Obama aveva scelto un arretramento militare e morale pressoché ovunque, tanto Trump sta dimostrando che l'America c'è e intende essere protagonista. Quinto: «Il protezionismo di Trump ci rovinerà». Qui i nostri «esperti» giocavano sul sicuro (pensavano). Effettivamente la mossa trumpiana sui dazi era molto eterodossa rispetto alle abitudini liberoscambiste dei repubblicani. Ma non avevano calcolato lo spariglio al G7, dove Trump, per vedere il bluff di Angela Merkel e compari, ha proposto lui di abbattere tutti i dazi e tutte le tariffe tra alleati. Parliamoci chiaro: perché le auto Usa devono pagare il 15% per arrivare in Europa, e quelle tedesche solo il 2,5 per arrivare in America? Sesto: «Fallirà con l'Arabia Saudita». E invece no: Trump ha stabilito un filo diretto con il principe Mohammad Bin Salman, e ha favorito una storica apertura di quest'ultimo verso Israele. Una rivoluzione in Medio Oriente. Settimo: «Fallirà con l'Iran». Al contrario: tanto Obama si era fatto prendere in giro da Hassan Rouhani, tanto Trump ha messo all'angolo Teheran. Iran deal stracciato, regime isolato, impossibilità per l'Iran di continuare a usare la Siria come piattaforma logistica per attaccare Israele. Ottavo: «Fallirà con la Corea del Nord». Lo vedremo in queste ore, tutto è possibile, per carità. Certo, per il momento Trump è il primo leader occidentale che sia riuscito a stanare il regime comunista di Pyongyang, che da anni procedeva indisturbato con il suo programma nucleare. Nono: «Fallirà con la Cina». Questo lo dirà la storia. Il mix di militarismo cinese, autoritarismo e crescita economica impetuosa (favorita da tecniche commerciali predatorie e furto di proprietà intellettuale su larga scala) è inquietante. Ma se l'Occidente ha una speranza di ritardare l'ascesa cinese, questa speranza si chiama Trump. Il decimo punto lo scriviamo nei prossimi giorni: la materia non mancherà, c'è da esserne certi. E i motivi di panico e disperazione per i nostri «esperti» nemmeno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-ha-suonato-i-tromboni-faziosi-2577227995.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-litalia-nella-nato-garantisce-conte-ma-su-russia-e-sud-e-ora-di-cambiare" data-post-id="2577227995" data-published-at="1774144978" data-use-pagination="False"> Per l’Italia nella Nato garantisce Conte: «Ma su Russia e Sud è ora di cambiare» Quello che si è svolto ieri a Palazzo Chigi era il primo incontro del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Un faccia a faccia dai toni cordiali, sul quale però pesavano le posizioni filorusse del governo italiano e i tweet infuocati del presidente americano Donald Trump, che a margine del turbolento G7 di Charlevoix, è tornato ad accusare i Paesi europei di non spendere abbastanza per la difesa comune. Conte ha confermato che l'Italia «crede fermamente nell'Alleanza Atlantica», la quale rimane «il pilastro della sicurezza europea e internazionale». Il premier si è detto d'accordo anche con «l'approccio a doppio binario» adottato dalla Nato con Mosca, cioè la fermezza sui principi accompagnata dalla disponibilità al dialogo. Il premier ha quindi confermato che il nostro Paese osserverà tutti gli obblighi previsti dal Patto atlantico: «L'Italia è riconosciuta come un Paese fornitore di sicurezza sul piano globale», ha spiegato Conte. «Non intendiamo sottrarci a questa responsabilità e ai nostri impegni di solidarietà e lealtà atlantica». Dunque, fugati i timori di uno strappo netto, che lo stesso Stoltenberg aveva maturato dopo le dichiarazioni del nostro primo ministro sull'opportunità di riammettere la Russia nel G8. Accolto, come da prassi, dal picchetto d'onore, il Segretario della Nato ha pertanto giudicato «molto buono» il suo incontro con Conte, ribadendo che «l'Italia è un membro stimato» dell'Alleanza atlantica e che il suo è un «ruolo essenziale per la nostra sicurezza comune». Il presidente del Consiglio ha comunque colto l'occasione per sollevare la questione della protezione delle frontiere esterne dell'Unione europea alla luce dei flussi migratori. «Non si può prescindere da una più intensa cooperazione tra Nato e Ue nel Mediterraneo e altrove», ha commentato Conte. «Il rafforzamento della dimensione europea sulla sicurezza, che consideriamo una priorità, perderebbe di senso ed efficacia al di fuori di un quadro di piena sinergia e complementarietà con le forze di cui è dotata» la Nato. La strategia del premier, in sostanza, è improntata alla moderazione, che tuttavia non vuole trasformarsi in arrendevolezza. In tal senso, un asse con Trump potrebbe spingere gli alleati a prendere in più seria considerazione l'ipotesi di una distensione con la Russia, costringendoli al contempo a non ignorare le loro responsabilità sul fronte mediterraneo, che per i mesi estivi si annuncia caldissimo. Cercare sponde a Washington, dove Conte ha in programma di recarsi a breve, potrebbe comunque implicare un costo. Quello dei contributi alla sicurezza comune è uno dei capitoli sui quali Trump sta insistendo maggiormente, nell'ambito della sua partita con l'Europa sui dazi. In uno degli ultimi tweet, l'inquilino della Casa Bianca ha criticato aspramente i concorrenti tedeschi, rei di spendere solo l'1% del Pil per la Nato, contro il 4% degli Stati Uniti. Un paio di giorni prima, Stoltenberg sembrava aver voluto stemperare sul nascere eventuali polemiche, osservando che la spesa di Canada e Paesi Ue per l'Alleanza Atlantica, nel 2017, è cresciuta «per il quarto anno consecutivo», trend che si confermerebbe anche nel 2018, con un +3.8% complessivo. Se l'Italia volesse fare leva sui pruriti di The Donald, allora, non si può escludere che debba poi accontentare gli Usa sull'incremento delle risorse destinate alla Nato, un punto chiave della retorica neo-isolazionista del tycoon. Roma, certo, non si sta limitando a osservare passivamente gli eventi. Domenica, Soltenberg aveva incontrato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ha incassato i ringraziamenti per il contributo del nostro Paese nelle missioni internazionali in Afghanistan e Kosovo, ma ha pure ottenuto «un accordo sull'importanza dell'approccio dualistico con la Russia», ovvero del dialogo quale alternativa all'escalation militare. Secondo Conte, «che la Russia abbia un ruolo essenziale in molti dei teatri di crisi internazionali è un dato di fatto. Senza un suo coinvolgimento», ha concluso il presidente del Consiglio, «riteniamo che sia molto difficile, se non impossibile, giungere a quelle soluzioni politiche che di tali crisi rappresentano l'unica via d'uscita realistica e durevole». Non bisogna dimenticare, d'altronde, che Conte e Stoltenberg hanno discusso altresì del vertice dell'Alleanza in programma per l'11 e 12 luglio prossimi, che all'ordine del giorno prevede «il rafforzamento degli sforzi della Nato per proiettare la stabilità e combattere il terrorismo attraverso il lancio di una nuova missione di addestramento in Iraq e un maggiore sostegno a Giordania e Tunisia». Il Patto atlantico, perciò, sembra tutt'altro che disposto al disimpegno. È tuttavia evidente che la presidenza Trump sta mettendo in discussione i fondamenti dell'ordine internazionale che l'Occidente aveva dato per assodato, ma che, dai summit dei Paesi industrializzati alle alleanze militari ereditate dalla guerra fredda, oggi appare scricchiolante. In fondo, quella stessa «collocazione internazionale» che l'ex premier Paolo Gentiloni ha esortato il suo successore a conservare, ha prodotto le sanzioni alla Russia, dannosissime per il nostro export, e la crisi libica. Sicuro che per noi lo status quo sia un grande affare? Alessandro Rico
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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