- Cessate il fuoco valido per altre 48 ore, pronti nuovi rilasci di ostaggi. Screzi Iran-Nato. E Josep Borrell accusa i coloni «illegali».
- Il tycoon, in Israele dopo le critiche per antisemitismo, offre Starlink nella Strisciae sposa il programma di Netanyahu: «Fare con Hamas come coi nazisti e il Giappone».
Lo speciale contiene due articoli.
Dopo i problemi intervenuti ieri in merito al rilascio degli ostaggi nel tardo pomeriggio, è arrivato l’accordo sulla liberazione di altri ostaggi e le loro famiglie sono state informate. In serata fonti israeliane, citate da Ynet, hanno fatto sapere che l’intesa sul quarto rilascio è stata chiusa positivamente: due madri saranno liberate assieme a 9 bambini. Secondo BfmT vi sarebbero anche tre bambini in possesso di passaporto francese fra gli 11 ostaggi che Hamas libererà oggi. Si tratta di Eitan Yahalomi, (12 anni), Sahar Calderon (16 anni) e Erez Calderon (12 anni). La nonna di Eitan ha confermato ai media francesi che il bambino si trova sulla lista, mentre Hamas ha reso noto che ci sono tre donne e 30 minori palestinesi nella lista dei detenuti palestinesi scarcerati ieri sera da Israele in cambio della liberazione di 11 ostaggi. Mentre scriviamo Reuters riferisce che un funzionario che ha partecipato ai colloqui ha affermato: «Il Qatar ha lavorato con entrambe le parti per risolvere la questione ed evitare ritardi».
Su X, il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha annunciato nel tardo pomeriggio di ieri che è stato raggiunto l’accordo per prorogare di altri due giorni la tregua tra Israele e Hamas a Gaza. Hamas ha confermato in una nota, nella quale afferma che «il cessate il fuoco proseguirà alle stesse condizioni». Hamas ha informato i mediatori «di avere le prove che ci sono dei rapiti nelle mani della Jihad islamica, con la quale sarà possibile prolungare la tregua di altri quattro giorni». Lo riferisce il quotidiano del Qatar al-Arabi al-Jadid, citando una fonte secondo la quale «comunque la vicenda è soggetta a ulteriori garanzie». Hamas ha fatto anche sapere che «sta lavorando a una nuova lista di ostaggi da liberare per estendere la tregua con Israele» e tra loro ci sarebbero anche dei soldati.
Secondo quanto scrive il media qatariota, una fonte egiziana ha detto che nello stesso momento «sono in corso trattative sulle garanzie richieste da Hamas nei confronti di Israele per consentire l’ingresso di camion di carburante e il loro arrivo negli ospedali del Nord della Striscia di Gaza». La stessa fonte ha inoltre affermato che «i mediatori hanno chiesto che la tregua includa anche la Cisgiordania e Gerusalemme Est, in modo che le violazioni dell’occupazione cessino per tutta la durata dell’accordo».
I problemi incontrati ieri sulla liberazione degli ostaggi erano dovuti al fatto che Hamas, ogni volta, deve stilare una lista di dieci ostaggi da rilasciare (al giorno), ma il gruppo terroristico sostiene che non può dire immediatamente chi può rilasciare; inoltre, sostiene che i rimanenti «ostaggi idonei» sono tenuti dalla Jihad islamica palestinese, l’altra fazione militante, e da altri gruppi palestinesi nella Striscia di Gaza. Circostanza che La Verità aveva sottolineato come problematica non appena era stato siglato l’accordo per la tregua: chi può dare ordini alla Jihad islamica? Hamas? Oppure l’Iran? Forse nessuno? In tal senso non è da escludere che a un certo punto Hamas (sempre che non l’abbia già fatto) sposti degli ostaggi nelle mani degli altri jihadisti della Striscia di Gaza, per prolungare la tregua oppure per provare a spuntare accordi migliori.
Ma quanti sono gli ostaggi che attendono la liberazione? Un portavoce del governo israeliano ha affermato che il numero totale di quelli ancora nelle mani di Hamas ammonta a 184, compresi 14 stranieri e 80 israeliani in possesso della doppia nazionalità. Secondo il Wall Street Journal, le parti starebbero lavorando a una nuova proposta di accordo che prevederebbe il rilascio di 20 ostaggi israeliani in cambio di una ulteriore proroga di quattro giorni di cessate il fuoco. Il Segretario generale dell’Onu, Antònio Guterres, attraverso il suo portavoce, Stephane Dujarric, ha chiesto il prolungamento del cessate il fuoco e il riconoscimento della soluzione «due Stati». «Sette settimane di ostilità a Gaza e in Israele hanno portato un orribile bilancio che ha sconvolto il mondo. Negli ultimi quattro giorni le armi hanno taciuto. Ora abbiamo il rilascio di ostaggi israeliani e stranieri tenuti da Hamas e il rilascio di prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane», afferma Guterres. Sempre a proposito di personaggi sgraditi a Gerusalemme, in un post su X, l’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, ha affermato: «Sono sconvolto nell’apprendere che mentre c’è guerra, il governo israeliano è pronto a stanziare nuovi fondi per costruire nuovi insediamenti illegali. Questa non è legittima difesa e non renderà Israele più sicuro. Gli insediamenti rappresentano una grave violazione del diritto internazionale umanitario e rappresentano il più grande problema di sicurezza di Israele».
A proposito dell’Iran, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, durante la conferenza stampa prima della riunione dei ministri degli Esteri di oggi e domani, ha dichiarato: «Gli alleati della Nato sono presenti nella regione del Medio Oriente, attraverso la nostra missione di rafforzamento delle capacità in Iraq. Abbiamo assistito ad attacchi con droni e razzi contro le postazioni statunitensi in Siria e in Iraq e ad attacchi a navi commerciali. Questo sottolinea il rischio di un’escalation. L’Iran deve porre un freno ai suoi gruppi affiliati». Pronta la risposta di Teheran, che attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, Nasser Kanani, ha fatto sapere che se Israele riprenderà l’operazione militare non resterà con le mani in mano: «Il ritorno del regime sionista a un approccio militare ovviamente non rimarrà senza risposta. I gruppi di resistenza fanno riferimento a una rete di gruppi militanti regionali sostenuti dall’Iran che hanno dimostrato che non rimarranno inattivi, che non esiteranno a sostenere la nazione palestinese oppressa e che vedono il governo degli Stati Uniti come parte della crisi».
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