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2023-03-05
Toga inchioda la Consulta sui vaccini: «Tradito lo spirito dei costituenti»
Palazzo della Consulta (Imagoeconomica)
Fa sempre scalpore, quando un giudice ne randella un altro. È l’effetto che suscita la lunga disamina firmata da Alessandra Chiavegatti, magistrato di Cassazione, sui pronunciamenti con i quali la Consulta ha «assolto» l’obbligo vaccinale per i sanitari. Il saggio è stato pubblicato sul portale Studio Cataldi, un sito noto nell’ambiente dei giuristi.
«Ritengo», scrive la toga, «che la Corte, con queste decisioni, abbia perso un’importante occasione per riaffermare i pilastri su cui poggia il nostro ordinamento, tradendo lo spirito che ha animato i Padri costituenti». A cominciare dal modo sbrigativo in cui ha liquidato la presenza, nel collegio chiamato a esaminare i ricorsi sulle punture coatte, di Marco D’Alberti, appena nominato da Sergio Mattarella e, fino a poco tempo prima, consulente giuridico di Mario Draghi. «I giudici dovrebbero dare garanzie di indipendenza e imparzialità anche sul piano formale», lamenta l’esperta, ma «per la Corte costituzionale questo principio non vale». Al contrario, la risposta alle obiezioni sul ruolo di D’Alberti «è stata che, in base al regolamento interno, i motivi ordinari di astensione e ricusazione non hanno rilevanza per quest’organo».
L’ermellino accusa la Corte di essersi limitata ad «avallare le scelte attuate dal legislatore, che poi, durante tutto il periodo della pandemia, è sostanzialmente coinciso con l’esecutivo», vista la sovrabbondanza di dpcm e, in seguito, di decreti legge. Convertiti sì, dal Parlamento, ma da un Parlamento negletto, messo sotto pressione, addirittura tacciato dal giudice di avere «più a cuore il raggiungimento del tempo minimo per garantirsi il vitalizio che il bene dei cittadini». Chiavegatti conferma, quindi, il sospetto che avevamo espresso anche sulle colonne di questo giornale: che la Consulta abbia cercato «la via per giustificare l’operato di una politica attuata attraverso norme […] votate principalmente dall’esecutivo e meramente ratificate a posteriori» dall’Aula; in sostanza, il pretesto per salvare la faccia a Supermario.
Le rimostranze della toga sono molto circostanziate. La Consulta, basando le proprie valutazioni sui pareri delle autorità sanitarie, ha ignorato «che nella società scientifica internazionale vi era un acceso dibattito documentato da studi, dati, ricerche ufficiali, addirittura basato su documenti delle stesse case produttrici» dei vaccini, a proposito della sicurezza e dell’efficacia dei farmaci anti Covid.
A parole, quindi, ha «ammesso la transitorietà della scienza», poiché si è proposta di valutare ragionevolezza e proporzionalità della norma in rapporto alle conoscenze disponibili quando quella è stata introdotta. Possibilmente, una gabola per aggirare il problema principale dell’imposizione dell’obbligo di iniezione: il decreto specificava, infatti, che il vaccino serviva alla «prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2». Tuttavia, se non quando venne introdotta l’inoculazione forzata, già pochi mesi dopo era divenuto chiaro che il medicinale non impediva il contagio. E, nonostante le evidenze, l’esecutivo ha prorogato a oltranza la legge. Dall’altro lato, aggiunge Chiavegatti, la Consulta ha «rifiutato la dialettica e il metodo scientifico», respingendo ogni obiezione sulle performance dei vaccini, sulla valutazione dei rischi e dei benefici in rapporto alle fasce d’età (sono stati somministrati anche a medici e infermieri giovanissimi), nonché sugli effetti avversi. I giudici capitanati da Silvana Sciarra hanno sposato «le tesi di una delle parti in causa (in questo caso lo Stato) […], abdicando, con la rinuncia a un’analisi critica e imparziale degli elementi e argomentazioni» loro sottoposti, «a quella posizione di terzietà che dovrebbe caratterizzare il potere giurisdizionale».
La Corte, per di più, si è disinteressata «all’inadeguatezza del triage pre vaccinale», appoggiandosi all’orientamento di organismi internazionali, quali Oms e Cdc, i quali non raccomandavano «l’esecuzione di alcun test» prima delle inoculazioni. Il commento del magistrato è lapidario: «Per la Corte […], evidentemente, i cittadini non meritano cautele».
La «stessa fredda indifferenza», Chiavegatti la rimprovera alla Consulta per l’esclusione dei tamponi come alternativa al vaccino, mentre parla di «mancanza di rispetto per la dignità umana», menzionata dall’articolo 32 della Costituzione sui trattamenti sanitari obbligatori, di «mancanza di empatia» e «distacco emotivo», riferendosi al rifiuto di concedere, ai lavoratori sospesi, assegni di mantenimento e diritto al repechage.
L’ultima stoccata, la toga la riserva alle «campagne vaccinali» e agli «obblighi conseguenti», «costruiti sull’inganno», con un «consenso non realmente informato», strappato grazie alla «propaganda» e alle «informazioni istituzionali ingannevoli». Si vede che qualche giudice la ricorda ancora, la conferenza stampa in cui Draghi giurava che i vaccinati erano persone non contagiose. Alla Consulta, invece, sono stati tutti colpiti da amnesia selettiva.
L’Oms continua a proteggere la Cina
E niente. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, non ce la fa proprio a mostrarsi quantomeno dubbioso, per non dire contrariato, con la Cina. Nonostante i tre anni di pandemia che hanno sconvolto il mondo, l’Organizzazione mondiale della sanità, che l’etiope dirige, non riesce proprio a pretendere dal Dragone chiarezza e collaborazione per capire le origini del virus. Attirandosi ancora addosso i dubbi, e le accuse, di essere una sorta di quinta colonna di Pechino.
Anzi, parlando in una conferenza stampa a Ginevra, nelle ultime ore è arrivato a criticare «la continua politicizzazione della “caccia” alle origini del virus che ha originato la pandemia di Covid-19», che «ha trasformato quello che dovrebbe essere un processo puramente scientifico in un “gioco a calcio” geopolitico, che rende solo più difficile il compito di arrivare alla verità».
Per questa sua presa di posizione, che si erge a mo’ di Grande muraglia, Tedros ha utilizzato, come punto di partenza, le ultime notizie sull’origine del virus che sono arrivate, negli ultimi giorni, dagli Stati di Uniti d’America. In particolare, un articolo del New York Times che, giusto una settimana fa, spiegava come il dipartimento dell’Energia americano abbia identificato nell’Istituto di virologia di Wuhan la probabile fonte d’origine del coronavirus. Un’accusa ribadita, nello stretto giro di qualche giorno, anche dal direttore dell’Fbi, Christopher Wray, che ha confermato come la pandemia sia stata probabilmente causata da una fuga di laboratorio. Un fatto, quest’ultimo, sempre seccamente smentito da Pechino. Altro che la teoria del salto di specie. Certo, in questo periodo di rapporti tesi con la Cina, agli Stati Uniti fa comodo utilizzare l’origine del virus come un bazooka nei confronti di Xi Jinping. Ma si tratta, in ogni caso, di rivelazioni che l’Oms non può ignorare facendo semplicemente spallucce.
Dopo essersi lamentato che questa politicizzazione delle origine della pandemia «rende il mondo meno sicuro” (tra l’altro, utilizzando parole praticamente identiche a quelle usate della Cina per respingere le accuse al mittente: «Smettete di politicizzare la questione», hanno intimato dal governo cinese verso Washington), Tedros Ghebreyesus non può, comunque, escludere la possibilità di eventuali responsabilità cinesi: «L’Organizzazione mondiale della sanità continua a chiedere alla Cina di essere trasparente nella condivisione dei dati, di condurre le indagini necessarie a far luce sulle origini di Covid 19 e di condividere i risultati. Ne ho scritto e ne ho parlato con leader cinesi ad alti livelli in più occasioni, anche solo poche settimane fa. Fino ad allora tutte le ipotesi sulle origini del virus rimangono sul tavolo», ha detto.
Il direttore ha sottolineato come l’Oms non intenda attribuire alcuna responsabilità, ma «ampliare la nostra comprensione su come abbia avuto inizio questa pandemia, in modo da prevenire e pianificare la risposta a future epidemie e pandemie». Insomma, il vecchio adagio napoletano «Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Scurdámmoce ‘o ppassato» calza a pennello per l’Oms. Che proprio poco meno di un mese, come anticipato dalla rivista Nature, aveva deciso di abbandonare la seconda fase dell’indagine scientifica sulle origini del virus. Le motivazioni alla base della decisione dell’Oms di gettare la spugna risiederebbero nella difficoltà di condurre le indagini in Cina. Indagini, è bene dirlo, in cui l’Oms non ha certo brillato per intraprendenza e coraggio, visto che, stando ai resoconti degli stessi partecipanti, non si è mai prodigata in un pressing asfissiante, e necessario, per ottenere informazioni preferendo, piuttosto, una forma più blanda investigazione. Tanto che il segretario di Stato americano, Antony Blinken, si premurò di avanzare dubbi sul resoconto finale dio quella missione, visto che che il governo cinese «apparentemente ha aiutato a scriverlo», tuonò Blinken.
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Un magistrato di Cassazione critica la sentenza sulle iniezioni obbligatorie per i sanitari: «La Corte ha solo avallato le scelte della politica, rifiutando il metodo scientifico. Violata la dignità della persona».Il direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus commenta le accuse americane sull’origine del virus: «Basta con la politicizzazione delle indagini». E così fa l’ennesimo favore a Pechino.Lo speciale contiene due articoli.Fa sempre scalpore, quando un giudice ne randella un altro. È l’effetto che suscita la lunga disamina firmata da Alessandra Chiavegatti, magistrato di Cassazione, sui pronunciamenti con i quali la Consulta ha «assolto» l’obbligo vaccinale per i sanitari. Il saggio è stato pubblicato sul portale Studio Cataldi, un sito noto nell’ambiente dei giuristi.«Ritengo», scrive la toga, «che la Corte, con queste decisioni, abbia perso un’importante occasione per riaffermare i pilastri su cui poggia il nostro ordinamento, tradendo lo spirito che ha animato i Padri costituenti». A cominciare dal modo sbrigativo in cui ha liquidato la presenza, nel collegio chiamato a esaminare i ricorsi sulle punture coatte, di Marco D’Alberti, appena nominato da Sergio Mattarella e, fino a poco tempo prima, consulente giuridico di Mario Draghi. «I giudici dovrebbero dare garanzie di indipendenza e imparzialità anche sul piano formale», lamenta l’esperta, ma «per la Corte costituzionale questo principio non vale». Al contrario, la risposta alle obiezioni sul ruolo di D’Alberti «è stata che, in base al regolamento interno, i motivi ordinari di astensione e ricusazione non hanno rilevanza per quest’organo».L’ermellino accusa la Corte di essersi limitata ad «avallare le scelte attuate dal legislatore, che poi, durante tutto il periodo della pandemia, è sostanzialmente coinciso con l’esecutivo», vista la sovrabbondanza di dpcm e, in seguito, di decreti legge. Convertiti sì, dal Parlamento, ma da un Parlamento negletto, messo sotto pressione, addirittura tacciato dal giudice di avere «più a cuore il raggiungimento del tempo minimo per garantirsi il vitalizio che il bene dei cittadini». Chiavegatti conferma, quindi, il sospetto che avevamo espresso anche sulle colonne di questo giornale: che la Consulta abbia cercato «la via per giustificare l’operato di una politica attuata attraverso norme […] votate principalmente dall’esecutivo e meramente ratificate a posteriori» dall’Aula; in sostanza, il pretesto per salvare la faccia a Supermario.Le rimostranze della toga sono molto circostanziate. La Consulta, basando le proprie valutazioni sui pareri delle autorità sanitarie, ha ignorato «che nella società scientifica internazionale vi era un acceso dibattito documentato da studi, dati, ricerche ufficiali, addirittura basato su documenti delle stesse case produttrici» dei vaccini, a proposito della sicurezza e dell’efficacia dei farmaci anti Covid.A parole, quindi, ha «ammesso la transitorietà della scienza», poiché si è proposta di valutare ragionevolezza e proporzionalità della norma in rapporto alle conoscenze disponibili quando quella è stata introdotta. Possibilmente, una gabola per aggirare il problema principale dell’imposizione dell’obbligo di iniezione: il decreto specificava, infatti, che il vaccino serviva alla «prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2». Tuttavia, se non quando venne introdotta l’inoculazione forzata, già pochi mesi dopo era divenuto chiaro che il medicinale non impediva il contagio. E, nonostante le evidenze, l’esecutivo ha prorogato a oltranza la legge. Dall’altro lato, aggiunge Chiavegatti, la Consulta ha «rifiutato la dialettica e il metodo scientifico», respingendo ogni obiezione sulle performance dei vaccini, sulla valutazione dei rischi e dei benefici in rapporto alle fasce d’età (sono stati somministrati anche a medici e infermieri giovanissimi), nonché sugli effetti avversi. I giudici capitanati da Silvana Sciarra hanno sposato «le tesi di una delle parti in causa (in questo caso lo Stato) […], abdicando, con la rinuncia a un’analisi critica e imparziale degli elementi e argomentazioni» loro sottoposti, «a quella posizione di terzietà che dovrebbe caratterizzare il potere giurisdizionale».La Corte, per di più, si è disinteressata «all’inadeguatezza del triage pre vaccinale», appoggiandosi all’orientamento di organismi internazionali, quali Oms e Cdc, i quali non raccomandavano «l’esecuzione di alcun test» prima delle inoculazioni. Il commento del magistrato è lapidario: «Per la Corte […], evidentemente, i cittadini non meritano cautele».La «stessa fredda indifferenza», Chiavegatti la rimprovera alla Consulta per l’esclusione dei tamponi come alternativa al vaccino, mentre parla di «mancanza di rispetto per la dignità umana», menzionata dall’articolo 32 della Costituzione sui trattamenti sanitari obbligatori, di «mancanza di empatia» e «distacco emotivo», riferendosi al rifiuto di concedere, ai lavoratori sospesi, assegni di mantenimento e diritto al repechage. L’ultima stoccata, la toga la riserva alle «campagne vaccinali» e agli «obblighi conseguenti», «costruiti sull’inganno», con un «consenso non realmente informato», strappato grazie alla «propaganda» e alle «informazioni istituzionali ingannevoli». Si vede che qualche giudice la ricorda ancora, la conferenza stampa in cui Draghi giurava che i vaccinati erano persone non contagiose. 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Anzi, parlando in una conferenza stampa a Ginevra, nelle ultime ore è arrivato a criticare «la continua politicizzazione della “caccia” alle origini del virus che ha originato la pandemia di Covid-19», che «ha trasformato quello che dovrebbe essere un processo puramente scientifico in un “gioco a calcio” geopolitico, che rende solo più difficile il compito di arrivare alla verità». Per questa sua presa di posizione, che si erge a mo’ di Grande muraglia, Tedros ha utilizzato, come punto di partenza, le ultime notizie sull’origine del virus che sono arrivate, negli ultimi giorni, dagli Stati di Uniti d’America. In particolare, un articolo del New York Times che, giusto una settimana fa, spiegava come il dipartimento dell’Energia americano abbia identificato nell’Istituto di virologia di Wuhan la probabile fonte d’origine del coronavirus. Un’accusa ribadita, nello stretto giro di qualche giorno, anche dal direttore dell’Fbi, Christopher Wray, che ha confermato come la pandemia sia stata probabilmente causata da una fuga di laboratorio. Un fatto, quest’ultimo, sempre seccamente smentito da Pechino. Altro che la teoria del salto di specie. Certo, in questo periodo di rapporti tesi con la Cina, agli Stati Uniti fa comodo utilizzare l’origine del virus come un bazooka nei confronti di Xi Jinping. Ma si tratta, in ogni caso, di rivelazioni che l’Oms non può ignorare facendo semplicemente spallucce. Dopo essersi lamentato che questa politicizzazione delle origine della pandemia «rende il mondo meno sicuro” (tra l’altro, utilizzando parole praticamente identiche a quelle usate della Cina per respingere le accuse al mittente: «Smettete di politicizzare la questione», hanno intimato dal governo cinese verso Washington), Tedros Ghebreyesus non può, comunque, escludere la possibilità di eventuali responsabilità cinesi: «L’Organizzazione mondiale della sanità continua a chiedere alla Cina di essere trasparente nella condivisione dei dati, di condurre le indagini necessarie a far luce sulle origini di Covid 19 e di condividere i risultati. Ne ho scritto e ne ho parlato con leader cinesi ad alti livelli in più occasioni, anche solo poche settimane fa. Fino ad allora tutte le ipotesi sulle origini del virus rimangono sul tavolo», ha detto. Il direttore ha sottolineato come l’Oms non intenda attribuire alcuna responsabilità, ma «ampliare la nostra comprensione su come abbia avuto inizio questa pandemia, in modo da prevenire e pianificare la risposta a future epidemie e pandemie». Insomma, il vecchio adagio napoletano «Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Scurdámmoce ‘o ppassato» calza a pennello per l’Oms. Che proprio poco meno di un mese, come anticipato dalla rivista Nature, aveva deciso di abbandonare la seconda fase dell’indagine scientifica sulle origini del virus. Le motivazioni alla base della decisione dell’Oms di gettare la spugna risiederebbero nella difficoltà di condurre le indagini in Cina. Indagini, è bene dirlo, in cui l’Oms non ha certo brillato per intraprendenza e coraggio, visto che, stando ai resoconti degli stessi partecipanti, non si è mai prodigata in un pressing asfissiante, e necessario, per ottenere informazioni preferendo, piuttosto, una forma più blanda investigazione. Tanto che il segretario di Stato americano, Antony Blinken, si premurò di avanzare dubbi sul resoconto finale dio quella missione, visto che che il governo cinese «apparentemente ha aiutato a scriverlo», tuonò Blinken.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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iStock
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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