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2023-03-05
Toga inchioda la Consulta sui vaccini: «Tradito lo spirito dei costituenti»
Palazzo della Consulta (Imagoeconomica)
Fa sempre scalpore, quando un giudice ne randella un altro. È l’effetto che suscita la lunga disamina firmata da Alessandra Chiavegatti, magistrato di Cassazione, sui pronunciamenti con i quali la Consulta ha «assolto» l’obbligo vaccinale per i sanitari. Il saggio è stato pubblicato sul portale Studio Cataldi, un sito noto nell’ambiente dei giuristi.
«Ritengo», scrive la toga, «che la Corte, con queste decisioni, abbia perso un’importante occasione per riaffermare i pilastri su cui poggia il nostro ordinamento, tradendo lo spirito che ha animato i Padri costituenti». A cominciare dal modo sbrigativo in cui ha liquidato la presenza, nel collegio chiamato a esaminare i ricorsi sulle punture coatte, di Marco D’Alberti, appena nominato da Sergio Mattarella e, fino a poco tempo prima, consulente giuridico di Mario Draghi. «I giudici dovrebbero dare garanzie di indipendenza e imparzialità anche sul piano formale», lamenta l’esperta, ma «per la Corte costituzionale questo principio non vale». Al contrario, la risposta alle obiezioni sul ruolo di D’Alberti «è stata che, in base al regolamento interno, i motivi ordinari di astensione e ricusazione non hanno rilevanza per quest’organo».
L’ermellino accusa la Corte di essersi limitata ad «avallare le scelte attuate dal legislatore, che poi, durante tutto il periodo della pandemia, è sostanzialmente coinciso con l’esecutivo», vista la sovrabbondanza di dpcm e, in seguito, di decreti legge. Convertiti sì, dal Parlamento, ma da un Parlamento negletto, messo sotto pressione, addirittura tacciato dal giudice di avere «più a cuore il raggiungimento del tempo minimo per garantirsi il vitalizio che il bene dei cittadini». Chiavegatti conferma, quindi, il sospetto che avevamo espresso anche sulle colonne di questo giornale: che la Consulta abbia cercato «la via per giustificare l’operato di una politica attuata attraverso norme […] votate principalmente dall’esecutivo e meramente ratificate a posteriori» dall’Aula; in sostanza, il pretesto per salvare la faccia a Supermario.
Le rimostranze della toga sono molto circostanziate. La Consulta, basando le proprie valutazioni sui pareri delle autorità sanitarie, ha ignorato «che nella società scientifica internazionale vi era un acceso dibattito documentato da studi, dati, ricerche ufficiali, addirittura basato su documenti delle stesse case produttrici» dei vaccini, a proposito della sicurezza e dell’efficacia dei farmaci anti Covid.
A parole, quindi, ha «ammesso la transitorietà della scienza», poiché si è proposta di valutare ragionevolezza e proporzionalità della norma in rapporto alle conoscenze disponibili quando quella è stata introdotta. Possibilmente, una gabola per aggirare il problema principale dell’imposizione dell’obbligo di iniezione: il decreto specificava, infatti, che il vaccino serviva alla «prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2». Tuttavia, se non quando venne introdotta l’inoculazione forzata, già pochi mesi dopo era divenuto chiaro che il medicinale non impediva il contagio. E, nonostante le evidenze, l’esecutivo ha prorogato a oltranza la legge. Dall’altro lato, aggiunge Chiavegatti, la Consulta ha «rifiutato la dialettica e il metodo scientifico», respingendo ogni obiezione sulle performance dei vaccini, sulla valutazione dei rischi e dei benefici in rapporto alle fasce d’età (sono stati somministrati anche a medici e infermieri giovanissimi), nonché sugli effetti avversi. I giudici capitanati da Silvana Sciarra hanno sposato «le tesi di una delle parti in causa (in questo caso lo Stato) […], abdicando, con la rinuncia a un’analisi critica e imparziale degli elementi e argomentazioni» loro sottoposti, «a quella posizione di terzietà che dovrebbe caratterizzare il potere giurisdizionale».
La Corte, per di più, si è disinteressata «all’inadeguatezza del triage pre vaccinale», appoggiandosi all’orientamento di organismi internazionali, quali Oms e Cdc, i quali non raccomandavano «l’esecuzione di alcun test» prima delle inoculazioni. Il commento del magistrato è lapidario: «Per la Corte […], evidentemente, i cittadini non meritano cautele».
La «stessa fredda indifferenza», Chiavegatti la rimprovera alla Consulta per l’esclusione dei tamponi come alternativa al vaccino, mentre parla di «mancanza di rispetto per la dignità umana», menzionata dall’articolo 32 della Costituzione sui trattamenti sanitari obbligatori, di «mancanza di empatia» e «distacco emotivo», riferendosi al rifiuto di concedere, ai lavoratori sospesi, assegni di mantenimento e diritto al repechage.
L’ultima stoccata, la toga la riserva alle «campagne vaccinali» e agli «obblighi conseguenti», «costruiti sull’inganno», con un «consenso non realmente informato», strappato grazie alla «propaganda» e alle «informazioni istituzionali ingannevoli». Si vede che qualche giudice la ricorda ancora, la conferenza stampa in cui Draghi giurava che i vaccinati erano persone non contagiose. Alla Consulta, invece, sono stati tutti colpiti da amnesia selettiva.
L’Oms continua a proteggere la Cina
E niente. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, non ce la fa proprio a mostrarsi quantomeno dubbioso, per non dire contrariato, con la Cina. Nonostante i tre anni di pandemia che hanno sconvolto il mondo, l’Organizzazione mondiale della sanità, che l’etiope dirige, non riesce proprio a pretendere dal Dragone chiarezza e collaborazione per capire le origini del virus. Attirandosi ancora addosso i dubbi, e le accuse, di essere una sorta di quinta colonna di Pechino.
Anzi, parlando in una conferenza stampa a Ginevra, nelle ultime ore è arrivato a criticare «la continua politicizzazione della “caccia” alle origini del virus che ha originato la pandemia di Covid-19», che «ha trasformato quello che dovrebbe essere un processo puramente scientifico in un “gioco a calcio” geopolitico, che rende solo più difficile il compito di arrivare alla verità».
Per questa sua presa di posizione, che si erge a mo’ di Grande muraglia, Tedros ha utilizzato, come punto di partenza, le ultime notizie sull’origine del virus che sono arrivate, negli ultimi giorni, dagli Stati di Uniti d’America. In particolare, un articolo del New York Times che, giusto una settimana fa, spiegava come il dipartimento dell’Energia americano abbia identificato nell’Istituto di virologia di Wuhan la probabile fonte d’origine del coronavirus. Un’accusa ribadita, nello stretto giro di qualche giorno, anche dal direttore dell’Fbi, Christopher Wray, che ha confermato come la pandemia sia stata probabilmente causata da una fuga di laboratorio. Un fatto, quest’ultimo, sempre seccamente smentito da Pechino. Altro che la teoria del salto di specie. Certo, in questo periodo di rapporti tesi con la Cina, agli Stati Uniti fa comodo utilizzare l’origine del virus come un bazooka nei confronti di Xi Jinping. Ma si tratta, in ogni caso, di rivelazioni che l’Oms non può ignorare facendo semplicemente spallucce.
Dopo essersi lamentato che questa politicizzazione delle origine della pandemia «rende il mondo meno sicuro” (tra l’altro, utilizzando parole praticamente identiche a quelle usate della Cina per respingere le accuse al mittente: «Smettete di politicizzare la questione», hanno intimato dal governo cinese verso Washington), Tedros Ghebreyesus non può, comunque, escludere la possibilità di eventuali responsabilità cinesi: «L’Organizzazione mondiale della sanità continua a chiedere alla Cina di essere trasparente nella condivisione dei dati, di condurre le indagini necessarie a far luce sulle origini di Covid 19 e di condividere i risultati. Ne ho scritto e ne ho parlato con leader cinesi ad alti livelli in più occasioni, anche solo poche settimane fa. Fino ad allora tutte le ipotesi sulle origini del virus rimangono sul tavolo», ha detto.
Il direttore ha sottolineato come l’Oms non intenda attribuire alcuna responsabilità, ma «ampliare la nostra comprensione su come abbia avuto inizio questa pandemia, in modo da prevenire e pianificare la risposta a future epidemie e pandemie». Insomma, il vecchio adagio napoletano «Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Scurdámmoce ‘o ppassato» calza a pennello per l’Oms. Che proprio poco meno di un mese, come anticipato dalla rivista Nature, aveva deciso di abbandonare la seconda fase dell’indagine scientifica sulle origini del virus. Le motivazioni alla base della decisione dell’Oms di gettare la spugna risiederebbero nella difficoltà di condurre le indagini in Cina. Indagini, è bene dirlo, in cui l’Oms non ha certo brillato per intraprendenza e coraggio, visto che, stando ai resoconti degli stessi partecipanti, non si è mai prodigata in un pressing asfissiante, e necessario, per ottenere informazioni preferendo, piuttosto, una forma più blanda investigazione. Tanto che il segretario di Stato americano, Antony Blinken, si premurò di avanzare dubbi sul resoconto finale dio quella missione, visto che che il governo cinese «apparentemente ha aiutato a scriverlo», tuonò Blinken.
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Un magistrato di Cassazione critica la sentenza sulle iniezioni obbligatorie per i sanitari: «La Corte ha solo avallato le scelte della politica, rifiutando il metodo scientifico. Violata la dignità della persona».Il direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus commenta le accuse americane sull’origine del virus: «Basta con la politicizzazione delle indagini». E così fa l’ennesimo favore a Pechino.Lo speciale contiene due articoli.Fa sempre scalpore, quando un giudice ne randella un altro. È l’effetto che suscita la lunga disamina firmata da Alessandra Chiavegatti, magistrato di Cassazione, sui pronunciamenti con i quali la Consulta ha «assolto» l’obbligo vaccinale per i sanitari. Il saggio è stato pubblicato sul portale Studio Cataldi, un sito noto nell’ambiente dei giuristi.«Ritengo», scrive la toga, «che la Corte, con queste decisioni, abbia perso un’importante occasione per riaffermare i pilastri su cui poggia il nostro ordinamento, tradendo lo spirito che ha animato i Padri costituenti». A cominciare dal modo sbrigativo in cui ha liquidato la presenza, nel collegio chiamato a esaminare i ricorsi sulle punture coatte, di Marco D’Alberti, appena nominato da Sergio Mattarella e, fino a poco tempo prima, consulente giuridico di Mario Draghi. «I giudici dovrebbero dare garanzie di indipendenza e imparzialità anche sul piano formale», lamenta l’esperta, ma «per la Corte costituzionale questo principio non vale». Al contrario, la risposta alle obiezioni sul ruolo di D’Alberti «è stata che, in base al regolamento interno, i motivi ordinari di astensione e ricusazione non hanno rilevanza per quest’organo».L’ermellino accusa la Corte di essersi limitata ad «avallare le scelte attuate dal legislatore, che poi, durante tutto il periodo della pandemia, è sostanzialmente coinciso con l’esecutivo», vista la sovrabbondanza di dpcm e, in seguito, di decreti legge. Convertiti sì, dal Parlamento, ma da un Parlamento negletto, messo sotto pressione, addirittura tacciato dal giudice di avere «più a cuore il raggiungimento del tempo minimo per garantirsi il vitalizio che il bene dei cittadini». Chiavegatti conferma, quindi, il sospetto che avevamo espresso anche sulle colonne di questo giornale: che la Consulta abbia cercato «la via per giustificare l’operato di una politica attuata attraverso norme […] votate principalmente dall’esecutivo e meramente ratificate a posteriori» dall’Aula; in sostanza, il pretesto per salvare la faccia a Supermario.Le rimostranze della toga sono molto circostanziate. La Consulta, basando le proprie valutazioni sui pareri delle autorità sanitarie, ha ignorato «che nella società scientifica internazionale vi era un acceso dibattito documentato da studi, dati, ricerche ufficiali, addirittura basato su documenti delle stesse case produttrici» dei vaccini, a proposito della sicurezza e dell’efficacia dei farmaci anti Covid.A parole, quindi, ha «ammesso la transitorietà della scienza», poiché si è proposta di valutare ragionevolezza e proporzionalità della norma in rapporto alle conoscenze disponibili quando quella è stata introdotta. Possibilmente, una gabola per aggirare il problema principale dell’imposizione dell’obbligo di iniezione: il decreto specificava, infatti, che il vaccino serviva alla «prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2». Tuttavia, se non quando venne introdotta l’inoculazione forzata, già pochi mesi dopo era divenuto chiaro che il medicinale non impediva il contagio. E, nonostante le evidenze, l’esecutivo ha prorogato a oltranza la legge. Dall’altro lato, aggiunge Chiavegatti, la Consulta ha «rifiutato la dialettica e il metodo scientifico», respingendo ogni obiezione sulle performance dei vaccini, sulla valutazione dei rischi e dei benefici in rapporto alle fasce d’età (sono stati somministrati anche a medici e infermieri giovanissimi), nonché sugli effetti avversi. I giudici capitanati da Silvana Sciarra hanno sposato «le tesi di una delle parti in causa (in questo caso lo Stato) […], abdicando, con la rinuncia a un’analisi critica e imparziale degli elementi e argomentazioni» loro sottoposti, «a quella posizione di terzietà che dovrebbe caratterizzare il potere giurisdizionale».La Corte, per di più, si è disinteressata «all’inadeguatezza del triage pre vaccinale», appoggiandosi all’orientamento di organismi internazionali, quali Oms e Cdc, i quali non raccomandavano «l’esecuzione di alcun test» prima delle inoculazioni. Il commento del magistrato è lapidario: «Per la Corte […], evidentemente, i cittadini non meritano cautele».La «stessa fredda indifferenza», Chiavegatti la rimprovera alla Consulta per l’esclusione dei tamponi come alternativa al vaccino, mentre parla di «mancanza di rispetto per la dignità umana», menzionata dall’articolo 32 della Costituzione sui trattamenti sanitari obbligatori, di «mancanza di empatia» e «distacco emotivo», riferendosi al rifiuto di concedere, ai lavoratori sospesi, assegni di mantenimento e diritto al repechage. L’ultima stoccata, la toga la riserva alle «campagne vaccinali» e agli «obblighi conseguenti», «costruiti sull’inganno», con un «consenso non realmente informato», strappato grazie alla «propaganda» e alle «informazioni istituzionali ingannevoli». Si vede che qualche giudice la ricorda ancora, la conferenza stampa in cui Draghi giurava che i vaccinati erano persone non contagiose. Alla Consulta, invece, sono stati tutti colpiti da amnesia selettiva.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/toga-inchioda-consulta-vaccini-2659501793.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loms-continua-a-proteggere-la-cina" data-post-id="2659501793" data-published-at="1677997254" data-use-pagination="False"> L’Oms continua a proteggere la Cina E niente. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, non ce la fa proprio a mostrarsi quantomeno dubbioso, per non dire contrariato, con la Cina. Nonostante i tre anni di pandemia che hanno sconvolto il mondo, l’Organizzazione mondiale della sanità, che l’etiope dirige, non riesce proprio a pretendere dal Dragone chiarezza e collaborazione per capire le origini del virus. Attirandosi ancora addosso i dubbi, e le accuse, di essere una sorta di quinta colonna di Pechino. Anzi, parlando in una conferenza stampa a Ginevra, nelle ultime ore è arrivato a criticare «la continua politicizzazione della “caccia” alle origini del virus che ha originato la pandemia di Covid-19», che «ha trasformato quello che dovrebbe essere un processo puramente scientifico in un “gioco a calcio” geopolitico, che rende solo più difficile il compito di arrivare alla verità». Per questa sua presa di posizione, che si erge a mo’ di Grande muraglia, Tedros ha utilizzato, come punto di partenza, le ultime notizie sull’origine del virus che sono arrivate, negli ultimi giorni, dagli Stati di Uniti d’America. In particolare, un articolo del New York Times che, giusto una settimana fa, spiegava come il dipartimento dell’Energia americano abbia identificato nell’Istituto di virologia di Wuhan la probabile fonte d’origine del coronavirus. Un’accusa ribadita, nello stretto giro di qualche giorno, anche dal direttore dell’Fbi, Christopher Wray, che ha confermato come la pandemia sia stata probabilmente causata da una fuga di laboratorio. Un fatto, quest’ultimo, sempre seccamente smentito da Pechino. Altro che la teoria del salto di specie. Certo, in questo periodo di rapporti tesi con la Cina, agli Stati Uniti fa comodo utilizzare l’origine del virus come un bazooka nei confronti di Xi Jinping. Ma si tratta, in ogni caso, di rivelazioni che l’Oms non può ignorare facendo semplicemente spallucce. Dopo essersi lamentato che questa politicizzazione delle origine della pandemia «rende il mondo meno sicuro” (tra l’altro, utilizzando parole praticamente identiche a quelle usate della Cina per respingere le accuse al mittente: «Smettete di politicizzare la questione», hanno intimato dal governo cinese verso Washington), Tedros Ghebreyesus non può, comunque, escludere la possibilità di eventuali responsabilità cinesi: «L’Organizzazione mondiale della sanità continua a chiedere alla Cina di essere trasparente nella condivisione dei dati, di condurre le indagini necessarie a far luce sulle origini di Covid 19 e di condividere i risultati. Ne ho scritto e ne ho parlato con leader cinesi ad alti livelli in più occasioni, anche solo poche settimane fa. Fino ad allora tutte le ipotesi sulle origini del virus rimangono sul tavolo», ha detto. Il direttore ha sottolineato come l’Oms non intenda attribuire alcuna responsabilità, ma «ampliare la nostra comprensione su come abbia avuto inizio questa pandemia, in modo da prevenire e pianificare la risposta a future epidemie e pandemie». Insomma, il vecchio adagio napoletano «Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Scurdámmoce ‘o ppassato» calza a pennello per l’Oms. Che proprio poco meno di un mese, come anticipato dalla rivista Nature, aveva deciso di abbandonare la seconda fase dell’indagine scientifica sulle origini del virus. Le motivazioni alla base della decisione dell’Oms di gettare la spugna risiederebbero nella difficoltà di condurre le indagini in Cina. Indagini, è bene dirlo, in cui l’Oms non ha certo brillato per intraprendenza e coraggio, visto che, stando ai resoconti degli stessi partecipanti, non si è mai prodigata in un pressing asfissiante, e necessario, per ottenere informazioni preferendo, piuttosto, una forma più blanda investigazione. Tanto che il segretario di Stato americano, Antony Blinken, si premurò di avanzare dubbi sul resoconto finale dio quella missione, visto che che il governo cinese «apparentemente ha aiutato a scriverlo», tuonò Blinken.
Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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