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2023-12-29
«Attacco robot»: Tesla sotto accusa. L’Ia stravolge la sicurezza sul lavoro
Ansa
Le nuove tecnologie sempre più sofisticate nelle fabbriche automobilistiche stanno cambiando non solo le modalità produttive ma anche il tipo di incidenti. È quanto è accaduto nella Gigafactory Tesla vicino a Austin, in Texas, un enorme stabilimento dove l’azienda di Elon Musk punta a costruire un’auto elettrica da meno di 25.000 dollari. L’incidente, riportato dal Daily Mail che ha avuto accesso ai documenti e dall’agenzia di stampa tecnologica The Information, si è verificato due anni fa e ha coinvolto un ingegnere «attaccato» da un robot. Questo lo ha colpito alla schiena e al braccio sinistro, ferendolo alla mano. Immediatamente i siti hanno parlato di rivolta delle macchine sull’uomo, una sorta di nemesi storica; piuttosto, in modo meno fantascientifico, è l’evoluzione degli incidenti sul lavoro per come li abbiamo conosciuti fino ad ora. Non c’è dubbio comunque che il fatto apre diversi interrogativi su come potrebbe essere in futuro la realtà nelle fabbriche, con la robotizzazione spinta della produzione industriale e la completa automatizzazione delle catene di montaggio.
L’agenzia The Information, raccogliendo alcune testimonianze, ha fatto un racconto dettagliato non privo di particolari quasi cinematografici sulle modalità dell’incidente. L’ingegnere, stava programmando un software per il controllo dei robot che tagliano parti di automobili da lastre di alluminio. Aveva iniziato a lavorare su tre robot ma non si era accorto che solo due erano stati spenti. Il terzo ha continuato a muoversi e «l’ha immobilizzato contro una superficie, spingendo i suoi «artigli» nel corpo e facendo uscire sangue dalla sua schiena e dal suo braccio», ha scritto l’agenzia. I dipendenti che hanno assistito alla scena hanno raccontato di essere intervenuti a schiacciare il pulsante di blocco di emergenza, per allentare la «presa» del robot. Dopo che il meccanismo è stato spento, l’uomo, ferito, è caduto «per un paio di metri lungo uno scivolo progettato per raccogliere rottami di alluminio, lasciando dietro di sé una scia di sangue». The Information ha precisato che l’incidente è venuto alla luce attraverso un record di infortuni depositato alle autorità di regolamentazione. Secondo la testata specializzata, nel 2022, quasi un lavoratore su 21 nella fabbrica Tesla in Texas, è rimasto ferito sul posto di lavoro, rispetto a un tasso medio del settore automobilistico statunitense di un lavoratore su oltre 30. Un avvocato interpellato dal Daily Mail ha detto che il numero di incidenti avvenuti nelle Gigafactory sarebbe superiore a quanto indicato dall’azienda e a questa conclusione è arrivato dopo diversi colloqui avuti direttamente con i lavoratori.
Non è la prima volta che succedono incidenti che vedono coinvolti processi automatizzati anche se con modalità diverse. L’8 novembre scorso, in Corea del Sud, un operaio è stato schiacciato da un braccio robotico e nel 1981, un dipendente della Kawasaki Heavy Industries, Kenji Urada è morto per aver ostacolato il percorso di un robot malfunzionante.
La replica di Elon Musk alla notizia diffusa dai media, non si è fatta attendere. Su X ha definito gli articoli come un’aggressione. «È davvero vergognoso che tirino fuori un incidente di due anni fa, dovuto a un semplice braccio robotico industriale Kuka, presente in tutte le fabbriche e insinuino che ora sia dovuto a Optimus». Secondo Tesla, inoltre, l’incidente non ha provocato giorni di assenza dal lavoro da parte del dipendente.
Musk ha fatto riferimento a Optimus, il robot umanoide progettato da Tesla, presentato nel 2021, che, nella sua nuova versione più avanzata, è sempre più simile a un umano, si muove più rapidamente e maneggia oggetti fragili come un uovo con grande dimestichezza, anche grazie ai sensori sulle articolazioni che rendono i movimenti più precisi. Musk è convinto che gli automi possano in futuro sostituire gli essere umani in una vasta gamma di applicazioni. Un’idea che finora ha lasciato perplessi analisti e investitori.
Inoltre anche se la notizia della fabbrica in Texas è vecchia di due anni ed è stata ridimensionata da Musk, resta il fatto che l’incidente si va ad aggiungere all’elenco di brutte notizie legate alle auto elettriche, tra incidenti e problemi alla guida.
Le docce fredde per il miliardario non finiscono qui. Secondo un’indiscrezione di Bloomberg, il colosso cinese Byd avrebbe superato Tesla nelle vendite del quarto e ultimo trimestre del 2023. La previsione parla di oltre 400.000 vetture elettriche, da ottobre a dicembre. Byd, che è anche tra i primi tre costruttori di batterie a livello mondiale ed è addirittura fornitore di Tesla, diventerebbe così il primo produttore al mondo di auto elettriche. La rincorsa è iniziata nel 2020 e nel terzo trimestre del 2023 ha visto le due case separate solo di 3.456 auto: 431.603 esemplari consegnati dalla casa di Elon Musk contro 435.059. La casa cinese vende molto in patria, che è il più grande mercato al mondo, e ancora poco all’estero ma la sua politica commerciale è particolarmente aggressiva e per il 2024 vuole giocarsi la partita fino in fondo.
L’algoritmo non è (ancora) un dottore
Un computer, un algoritmo al posto del medico di famiglia. È questo il futuro dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità? Il potenziale delle nuove tecnologie applicate alla medicina è enorme ma non è privo di rischi. Un documento pubblicato dal ministero della Salute, «Linee guida sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale in ambito diagnostico», contiene alcune considerazioni sul tema. Uno dei rischi maggiori è legato all’uso di sistemi di intelligenza artificiale non sufficientemente testati e provvisti di prove scientifiche. Andrebbero condotti studi clinici metodologicamente più solidi, prospettici (meglio se randomizzati), multicentrici, con un adeguato campione che sia effettivamente rappresentativo della popolazione presa in esame. Nelle Linee guida sono evidenziate anche le problematiche da possibili violazioni della privacy degli utenti e da discriminazioni, di razza o di genere, introdotte dalla programmazione degli algoritmi, dall’assenza di informazioni circa la sicurezza, dalla mancanza di norme sulla responsabilità del medico nell’interazione con gli algoritmi e non ultimo il tema della scarsa preparazione del personale sanitario al corretto utilizzo delle nuove tecnologie; senza dimenticare le aspettative illusorie e fuorvianti per i pazienti derivanti da un utilizzo errato di tali sistemi digitali. Il documento ministeriale ricorda le criticità che si sono verificate nell’utilizzo delle tecniche di Ia per la diagnosi e la prognosi del Covid: «sono un monito a procedere in modo molto rigoroso prima di adottare questi sistemi nella pratica clinica». Per evitare distorsioni di valutazione, i sistemi di intelligenza artificiale vanno istruiti. Non sono mancati casi di algoritmi che hanno fallito nel rispondere a determinati quesiti (diagnostici, prognostici, predittivi) perché i pazienti per i quali si cercava la risposta non erano adeguatamente rappresentati nel campione utilizzato. C’è pure il fenomeno della black box, cioè la propensione dell’Ai a fornire risposte «difficili». Un discorso a parte merita il ChatGpt e come spiega l’Istituto di ricerche farmacologiche, Mario Negri, va affrontato con molta cautela. A differenza dei classici strumenti di intelligenza artificiale in grado di interpretare storie cliniche dei pazienti e dati raccolti secondo regole ben precise, ChatGpt, usando modelli linguistici di grandi dimensioni, aiuta a scrivere testi semplici e comprensibili. Quando si pongono delle domande a ChatGpt il sistema trova, attraverso il software, le parole più affini a quelle che le precedono. L’Istituto, nel suo sito, sottolinea che è un sistema capace di scrivere testi molto chiari ma non necessariamente affidabili. Il problema è che l’algoritmo attinge da tutto ciò che è su internet, comprese molte fake news. Un esempio? Se si chiede di fornire le informazioni più aggiornate secondo la letteratura scientifica su una particolare patologia o su un particolare farmaco, «la macchina», non avendo il concetto di letteratura scientifica più recente, ma capendo la sintassi, va a combinare nozioni che non sempre sono corrette. Per evitare errori, va ristretto il campo da cui prendere le informazioni, inserendo solo quelle affidabili, altrimenti ci sono gli stessi rischi di una ricerca su Google. La cautela è d’obbligo. Ciò non toglie che l’intelligenza artificiale, abbia un ruolo importante nello sviluppo della medicina come supporto per i medici nella diagnostica. Ma appunto, dietro deve esserci sempre l’uomo.
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Fa rumore la notizia secondo cui, due anni fa, un ingegnere di Musk è stato ferito da una macchina in un mega impianto in Texas. La replica: «Era un braccio meccanico, i miei androidi non c’entrano». Il ministero della Salute ha diffuso delle linee guida sull’uso delle nuove tecnologie in ambito diagnostico. Il responso? Se dietro non c’è l’uomo possono fare danni. Lo speciale contiene due articoli.Le nuove tecnologie sempre più sofisticate nelle fabbriche automobilistiche stanno cambiando non solo le modalità produttive ma anche il tipo di incidenti. È quanto è accaduto nella Gigafactory Tesla vicino a Austin, in Texas, un enorme stabilimento dove l’azienda di Elon Musk punta a costruire un’auto elettrica da meno di 25.000 dollari. L’incidente, riportato dal Daily Mail che ha avuto accesso ai documenti e dall’agenzia di stampa tecnologica The Information, si è verificato due anni fa e ha coinvolto un ingegnere «attaccato» da un robot. Questo lo ha colpito alla schiena e al braccio sinistro, ferendolo alla mano. Immediatamente i siti hanno parlato di rivolta delle macchine sull’uomo, una sorta di nemesi storica; piuttosto, in modo meno fantascientifico, è l’evoluzione degli incidenti sul lavoro per come li abbiamo conosciuti fino ad ora. Non c’è dubbio comunque che il fatto apre diversi interrogativi su come potrebbe essere in futuro la realtà nelle fabbriche, con la robotizzazione spinta della produzione industriale e la completa automatizzazione delle catene di montaggio.L’agenzia The Information, raccogliendo alcune testimonianze, ha fatto un racconto dettagliato non privo di particolari quasi cinematografici sulle modalità dell’incidente. L’ingegnere, stava programmando un software per il controllo dei robot che tagliano parti di automobili da lastre di alluminio. Aveva iniziato a lavorare su tre robot ma non si era accorto che solo due erano stati spenti. Il terzo ha continuato a muoversi e «l’ha immobilizzato contro una superficie, spingendo i suoi «artigli» nel corpo e facendo uscire sangue dalla sua schiena e dal suo braccio», ha scritto l’agenzia. I dipendenti che hanno assistito alla scena hanno raccontato di essere intervenuti a schiacciare il pulsante di blocco di emergenza, per allentare la «presa» del robot. Dopo che il meccanismo è stato spento, l’uomo, ferito, è caduto «per un paio di metri lungo uno scivolo progettato per raccogliere rottami di alluminio, lasciando dietro di sé una scia di sangue». The Information ha precisato che l’incidente è venuto alla luce attraverso un record di infortuni depositato alle autorità di regolamentazione. Secondo la testata specializzata, nel 2022, quasi un lavoratore su 21 nella fabbrica Tesla in Texas, è rimasto ferito sul posto di lavoro, rispetto a un tasso medio del settore automobilistico statunitense di un lavoratore su oltre 30. Un avvocato interpellato dal Daily Mail ha detto che il numero di incidenti avvenuti nelle Gigafactory sarebbe superiore a quanto indicato dall’azienda e a questa conclusione è arrivato dopo diversi colloqui avuti direttamente con i lavoratori.Non è la prima volta che succedono incidenti che vedono coinvolti processi automatizzati anche se con modalità diverse. L’8 novembre scorso, in Corea del Sud, un operaio è stato schiacciato da un braccio robotico e nel 1981, un dipendente della Kawasaki Heavy Industries, Kenji Urada è morto per aver ostacolato il percorso di un robot malfunzionante.La replica di Elon Musk alla notizia diffusa dai media, non si è fatta attendere. Su X ha definito gli articoli come un’aggressione. «È davvero vergognoso che tirino fuori un incidente di due anni fa, dovuto a un semplice braccio robotico industriale Kuka, presente in tutte le fabbriche e insinuino che ora sia dovuto a Optimus». Secondo Tesla, inoltre, l’incidente non ha provocato giorni di assenza dal lavoro da parte del dipendente. Musk ha fatto riferimento a Optimus, il robot umanoide progettato da Tesla, presentato nel 2021, che, nella sua nuova versione più avanzata, è sempre più simile a un umano, si muove più rapidamente e maneggia oggetti fragili come un uovo con grande dimestichezza, anche grazie ai sensori sulle articolazioni che rendono i movimenti più precisi. Musk è convinto che gli automi possano in futuro sostituire gli essere umani in una vasta gamma di applicazioni. Un’idea che finora ha lasciato perplessi analisti e investitori.Inoltre anche se la notizia della fabbrica in Texas è vecchia di due anni ed è stata ridimensionata da Musk, resta il fatto che l’incidente si va ad aggiungere all’elenco di brutte notizie legate alle auto elettriche, tra incidenti e problemi alla guida. Le docce fredde per il miliardario non finiscono qui. Secondo un’indiscrezione di Bloomberg, il colosso cinese Byd avrebbe superato Tesla nelle vendite del quarto e ultimo trimestre del 2023. La previsione parla di oltre 400.000 vetture elettriche, da ottobre a dicembre. Byd, che è anche tra i primi tre costruttori di batterie a livello mondiale ed è addirittura fornitore di Tesla, diventerebbe così il primo produttore al mondo di auto elettriche. La rincorsa è iniziata nel 2020 e nel terzo trimestre del 2023 ha visto le due case separate solo di 3.456 auto: 431.603 esemplari consegnati dalla casa di Elon Musk contro 435.059. La casa cinese vende molto in patria, che è il più grande mercato al mondo, e ancora poco all’estero ma la sua politica commerciale è particolarmente aggressiva e per il 2024 vuole giocarsi la partita fino in fondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tesla-sotto-accusa-2666830997.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lalgoritmo-non-e-ancora-un-dottore" data-post-id="2666830997" data-published-at="1703866485" data-use-pagination="False"> L’algoritmo non è (ancora) un dottore Un computer, un algoritmo al posto del medico di famiglia. È questo il futuro dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità? Il potenziale delle nuove tecnologie applicate alla medicina è enorme ma non è privo di rischi. Un documento pubblicato dal ministero della Salute, «Linee guida sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale in ambito diagnostico», contiene alcune considerazioni sul tema. Uno dei rischi maggiori è legato all’uso di sistemi di intelligenza artificiale non sufficientemente testati e provvisti di prove scientifiche. Andrebbero condotti studi clinici metodologicamente più solidi, prospettici (meglio se randomizzati), multicentrici, con un adeguato campione che sia effettivamente rappresentativo della popolazione presa in esame. Nelle Linee guida sono evidenziate anche le problematiche da possibili violazioni della privacy degli utenti e da discriminazioni, di razza o di genere, introdotte dalla programmazione degli algoritmi, dall’assenza di informazioni circa la sicurezza, dalla mancanza di norme sulla responsabilità del medico nell’interazione con gli algoritmi e non ultimo il tema della scarsa preparazione del personale sanitario al corretto utilizzo delle nuove tecnologie; senza dimenticare le aspettative illusorie e fuorvianti per i pazienti derivanti da un utilizzo errato di tali sistemi digitali. Il documento ministeriale ricorda le criticità che si sono verificate nell’utilizzo delle tecniche di Ia per la diagnosi e la prognosi del Covid: «sono un monito a procedere in modo molto rigoroso prima di adottare questi sistemi nella pratica clinica». Per evitare distorsioni di valutazione, i sistemi di intelligenza artificiale vanno istruiti. Non sono mancati casi di algoritmi che hanno fallito nel rispondere a determinati quesiti (diagnostici, prognostici, predittivi) perché i pazienti per i quali si cercava la risposta non erano adeguatamente rappresentati nel campione utilizzato. C’è pure il fenomeno della black box, cioè la propensione dell’Ai a fornire risposte «difficili». Un discorso a parte merita il ChatGpt e come spiega l’Istituto di ricerche farmacologiche, Mario Negri, va affrontato con molta cautela. A differenza dei classici strumenti di intelligenza artificiale in grado di interpretare storie cliniche dei pazienti e dati raccolti secondo regole ben precise, ChatGpt, usando modelli linguistici di grandi dimensioni, aiuta a scrivere testi semplici e comprensibili. Quando si pongono delle domande a ChatGpt il sistema trova, attraverso il software, le parole più affini a quelle che le precedono. L’Istituto, nel suo sito, sottolinea che è un sistema capace di scrivere testi molto chiari ma non necessariamente affidabili. Il problema è che l’algoritmo attinge da tutto ciò che è su internet, comprese molte fake news. Un esempio? Se si chiede di fornire le informazioni più aggiornate secondo la letteratura scientifica su una particolare patologia o su un particolare farmaco, «la macchina», non avendo il concetto di letteratura scientifica più recente, ma capendo la sintassi, va a combinare nozioni che non sempre sono corrette. Per evitare errori, va ristretto il campo da cui prendere le informazioni, inserendo solo quelle affidabili, altrimenti ci sono gli stessi rischi di una ricerca su Google. La cautela è d’obbligo. Ciò non toglie che l’intelligenza artificiale, abbia un ruolo importante nello sviluppo della medicina come supporto per i medici nella diagnostica. Ma appunto, dietro deve esserci sempre l’uomo.
iStock
La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.