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2023-12-29
«Attacco robot»: Tesla sotto accusa. L’Ia stravolge la sicurezza sul lavoro
Ansa
Le nuove tecnologie sempre più sofisticate nelle fabbriche automobilistiche stanno cambiando non solo le modalità produttive ma anche il tipo di incidenti. È quanto è accaduto nella Gigafactory Tesla vicino a Austin, in Texas, un enorme stabilimento dove l’azienda di Elon Musk punta a costruire un’auto elettrica da meno di 25.000 dollari. L’incidente, riportato dal Daily Mail che ha avuto accesso ai documenti e dall’agenzia di stampa tecnologica The Information, si è verificato due anni fa e ha coinvolto un ingegnere «attaccato» da un robot. Questo lo ha colpito alla schiena e al braccio sinistro, ferendolo alla mano. Immediatamente i siti hanno parlato di rivolta delle macchine sull’uomo, una sorta di nemesi storica; piuttosto, in modo meno fantascientifico, è l’evoluzione degli incidenti sul lavoro per come li abbiamo conosciuti fino ad ora. Non c’è dubbio comunque che il fatto apre diversi interrogativi su come potrebbe essere in futuro la realtà nelle fabbriche, con la robotizzazione spinta della produzione industriale e la completa automatizzazione delle catene di montaggio.
L’agenzia The Information, raccogliendo alcune testimonianze, ha fatto un racconto dettagliato non privo di particolari quasi cinematografici sulle modalità dell’incidente. L’ingegnere, stava programmando un software per il controllo dei robot che tagliano parti di automobili da lastre di alluminio. Aveva iniziato a lavorare su tre robot ma non si era accorto che solo due erano stati spenti. Il terzo ha continuato a muoversi e «l’ha immobilizzato contro una superficie, spingendo i suoi «artigli» nel corpo e facendo uscire sangue dalla sua schiena e dal suo braccio», ha scritto l’agenzia. I dipendenti che hanno assistito alla scena hanno raccontato di essere intervenuti a schiacciare il pulsante di blocco di emergenza, per allentare la «presa» del robot. Dopo che il meccanismo è stato spento, l’uomo, ferito, è caduto «per un paio di metri lungo uno scivolo progettato per raccogliere rottami di alluminio, lasciando dietro di sé una scia di sangue». The Information ha precisato che l’incidente è venuto alla luce attraverso un record di infortuni depositato alle autorità di regolamentazione. Secondo la testata specializzata, nel 2022, quasi un lavoratore su 21 nella fabbrica Tesla in Texas, è rimasto ferito sul posto di lavoro, rispetto a un tasso medio del settore automobilistico statunitense di un lavoratore su oltre 30. Un avvocato interpellato dal Daily Mail ha detto che il numero di incidenti avvenuti nelle Gigafactory sarebbe superiore a quanto indicato dall’azienda e a questa conclusione è arrivato dopo diversi colloqui avuti direttamente con i lavoratori.
Non è la prima volta che succedono incidenti che vedono coinvolti processi automatizzati anche se con modalità diverse. L’8 novembre scorso, in Corea del Sud, un operaio è stato schiacciato da un braccio robotico e nel 1981, un dipendente della Kawasaki Heavy Industries, Kenji Urada è morto per aver ostacolato il percorso di un robot malfunzionante.
La replica di Elon Musk alla notizia diffusa dai media, non si è fatta attendere. Su X ha definito gli articoli come un’aggressione. «È davvero vergognoso che tirino fuori un incidente di due anni fa, dovuto a un semplice braccio robotico industriale Kuka, presente in tutte le fabbriche e insinuino che ora sia dovuto a Optimus». Secondo Tesla, inoltre, l’incidente non ha provocato giorni di assenza dal lavoro da parte del dipendente.
Musk ha fatto riferimento a Optimus, il robot umanoide progettato da Tesla, presentato nel 2021, che, nella sua nuova versione più avanzata, è sempre più simile a un umano, si muove più rapidamente e maneggia oggetti fragili come un uovo con grande dimestichezza, anche grazie ai sensori sulle articolazioni che rendono i movimenti più precisi. Musk è convinto che gli automi possano in futuro sostituire gli essere umani in una vasta gamma di applicazioni. Un’idea che finora ha lasciato perplessi analisti e investitori.
Inoltre anche se la notizia della fabbrica in Texas è vecchia di due anni ed è stata ridimensionata da Musk, resta il fatto che l’incidente si va ad aggiungere all’elenco di brutte notizie legate alle auto elettriche, tra incidenti e problemi alla guida.
Le docce fredde per il miliardario non finiscono qui. Secondo un’indiscrezione di Bloomberg, il colosso cinese Byd avrebbe superato Tesla nelle vendite del quarto e ultimo trimestre del 2023. La previsione parla di oltre 400.000 vetture elettriche, da ottobre a dicembre. Byd, che è anche tra i primi tre costruttori di batterie a livello mondiale ed è addirittura fornitore di Tesla, diventerebbe così il primo produttore al mondo di auto elettriche. La rincorsa è iniziata nel 2020 e nel terzo trimestre del 2023 ha visto le due case separate solo di 3.456 auto: 431.603 esemplari consegnati dalla casa di Elon Musk contro 435.059. La casa cinese vende molto in patria, che è il più grande mercato al mondo, e ancora poco all’estero ma la sua politica commerciale è particolarmente aggressiva e per il 2024 vuole giocarsi la partita fino in fondo.
L’algoritmo non è (ancora) un dottore
Un computer, un algoritmo al posto del medico di famiglia. È questo il futuro dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità? Il potenziale delle nuove tecnologie applicate alla medicina è enorme ma non è privo di rischi. Un documento pubblicato dal ministero della Salute, «Linee guida sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale in ambito diagnostico», contiene alcune considerazioni sul tema. Uno dei rischi maggiori è legato all’uso di sistemi di intelligenza artificiale non sufficientemente testati e provvisti di prove scientifiche. Andrebbero condotti studi clinici metodologicamente più solidi, prospettici (meglio se randomizzati), multicentrici, con un adeguato campione che sia effettivamente rappresentativo della popolazione presa in esame. Nelle Linee guida sono evidenziate anche le problematiche da possibili violazioni della privacy degli utenti e da discriminazioni, di razza o di genere, introdotte dalla programmazione degli algoritmi, dall’assenza di informazioni circa la sicurezza, dalla mancanza di norme sulla responsabilità del medico nell’interazione con gli algoritmi e non ultimo il tema della scarsa preparazione del personale sanitario al corretto utilizzo delle nuove tecnologie; senza dimenticare le aspettative illusorie e fuorvianti per i pazienti derivanti da un utilizzo errato di tali sistemi digitali. Il documento ministeriale ricorda le criticità che si sono verificate nell’utilizzo delle tecniche di Ia per la diagnosi e la prognosi del Covid: «sono un monito a procedere in modo molto rigoroso prima di adottare questi sistemi nella pratica clinica». Per evitare distorsioni di valutazione, i sistemi di intelligenza artificiale vanno istruiti. Non sono mancati casi di algoritmi che hanno fallito nel rispondere a determinati quesiti (diagnostici, prognostici, predittivi) perché i pazienti per i quali si cercava la risposta non erano adeguatamente rappresentati nel campione utilizzato. C’è pure il fenomeno della black box, cioè la propensione dell’Ai a fornire risposte «difficili». Un discorso a parte merita il ChatGpt e come spiega l’Istituto di ricerche farmacologiche, Mario Negri, va affrontato con molta cautela. A differenza dei classici strumenti di intelligenza artificiale in grado di interpretare storie cliniche dei pazienti e dati raccolti secondo regole ben precise, ChatGpt, usando modelli linguistici di grandi dimensioni, aiuta a scrivere testi semplici e comprensibili. Quando si pongono delle domande a ChatGpt il sistema trova, attraverso il software, le parole più affini a quelle che le precedono. L’Istituto, nel suo sito, sottolinea che è un sistema capace di scrivere testi molto chiari ma non necessariamente affidabili. Il problema è che l’algoritmo attinge da tutto ciò che è su internet, comprese molte fake news. Un esempio? Se si chiede di fornire le informazioni più aggiornate secondo la letteratura scientifica su una particolare patologia o su un particolare farmaco, «la macchina», non avendo il concetto di letteratura scientifica più recente, ma capendo la sintassi, va a combinare nozioni che non sempre sono corrette. Per evitare errori, va ristretto il campo da cui prendere le informazioni, inserendo solo quelle affidabili, altrimenti ci sono gli stessi rischi di una ricerca su Google. La cautela è d’obbligo. Ciò non toglie che l’intelligenza artificiale, abbia un ruolo importante nello sviluppo della medicina come supporto per i medici nella diagnostica. Ma appunto, dietro deve esserci sempre l’uomo.
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Fa rumore la notizia secondo cui, due anni fa, un ingegnere di Musk è stato ferito da una macchina in un mega impianto in Texas. La replica: «Era un braccio meccanico, i miei androidi non c’entrano». Il ministero della Salute ha diffuso delle linee guida sull’uso delle nuove tecnologie in ambito diagnostico. Il responso? Se dietro non c’è l’uomo possono fare danni. Lo speciale contiene due articoli.Le nuove tecnologie sempre più sofisticate nelle fabbriche automobilistiche stanno cambiando non solo le modalità produttive ma anche il tipo di incidenti. È quanto è accaduto nella Gigafactory Tesla vicino a Austin, in Texas, un enorme stabilimento dove l’azienda di Elon Musk punta a costruire un’auto elettrica da meno di 25.000 dollari. L’incidente, riportato dal Daily Mail che ha avuto accesso ai documenti e dall’agenzia di stampa tecnologica The Information, si è verificato due anni fa e ha coinvolto un ingegnere «attaccato» da un robot. Questo lo ha colpito alla schiena e al braccio sinistro, ferendolo alla mano. Immediatamente i siti hanno parlato di rivolta delle macchine sull’uomo, una sorta di nemesi storica; piuttosto, in modo meno fantascientifico, è l’evoluzione degli incidenti sul lavoro per come li abbiamo conosciuti fino ad ora. Non c’è dubbio comunque che il fatto apre diversi interrogativi su come potrebbe essere in futuro la realtà nelle fabbriche, con la robotizzazione spinta della produzione industriale e la completa automatizzazione delle catene di montaggio.L’agenzia The Information, raccogliendo alcune testimonianze, ha fatto un racconto dettagliato non privo di particolari quasi cinematografici sulle modalità dell’incidente. L’ingegnere, stava programmando un software per il controllo dei robot che tagliano parti di automobili da lastre di alluminio. Aveva iniziato a lavorare su tre robot ma non si era accorto che solo due erano stati spenti. Il terzo ha continuato a muoversi e «l’ha immobilizzato contro una superficie, spingendo i suoi «artigli» nel corpo e facendo uscire sangue dalla sua schiena e dal suo braccio», ha scritto l’agenzia. I dipendenti che hanno assistito alla scena hanno raccontato di essere intervenuti a schiacciare il pulsante di blocco di emergenza, per allentare la «presa» del robot. Dopo che il meccanismo è stato spento, l’uomo, ferito, è caduto «per un paio di metri lungo uno scivolo progettato per raccogliere rottami di alluminio, lasciando dietro di sé una scia di sangue». The Information ha precisato che l’incidente è venuto alla luce attraverso un record di infortuni depositato alle autorità di regolamentazione. Secondo la testata specializzata, nel 2022, quasi un lavoratore su 21 nella fabbrica Tesla in Texas, è rimasto ferito sul posto di lavoro, rispetto a un tasso medio del settore automobilistico statunitense di un lavoratore su oltre 30. Un avvocato interpellato dal Daily Mail ha detto che il numero di incidenti avvenuti nelle Gigafactory sarebbe superiore a quanto indicato dall’azienda e a questa conclusione è arrivato dopo diversi colloqui avuti direttamente con i lavoratori.Non è la prima volta che succedono incidenti che vedono coinvolti processi automatizzati anche se con modalità diverse. L’8 novembre scorso, in Corea del Sud, un operaio è stato schiacciato da un braccio robotico e nel 1981, un dipendente della Kawasaki Heavy Industries, Kenji Urada è morto per aver ostacolato il percorso di un robot malfunzionante.La replica di Elon Musk alla notizia diffusa dai media, non si è fatta attendere. Su X ha definito gli articoli come un’aggressione. «È davvero vergognoso che tirino fuori un incidente di due anni fa, dovuto a un semplice braccio robotico industriale Kuka, presente in tutte le fabbriche e insinuino che ora sia dovuto a Optimus». Secondo Tesla, inoltre, l’incidente non ha provocato giorni di assenza dal lavoro da parte del dipendente. Musk ha fatto riferimento a Optimus, il robot umanoide progettato da Tesla, presentato nel 2021, che, nella sua nuova versione più avanzata, è sempre più simile a un umano, si muove più rapidamente e maneggia oggetti fragili come un uovo con grande dimestichezza, anche grazie ai sensori sulle articolazioni che rendono i movimenti più precisi. Musk è convinto che gli automi possano in futuro sostituire gli essere umani in una vasta gamma di applicazioni. Un’idea che finora ha lasciato perplessi analisti e investitori.Inoltre anche se la notizia della fabbrica in Texas è vecchia di due anni ed è stata ridimensionata da Musk, resta il fatto che l’incidente si va ad aggiungere all’elenco di brutte notizie legate alle auto elettriche, tra incidenti e problemi alla guida. Le docce fredde per il miliardario non finiscono qui. Secondo un’indiscrezione di Bloomberg, il colosso cinese Byd avrebbe superato Tesla nelle vendite del quarto e ultimo trimestre del 2023. La previsione parla di oltre 400.000 vetture elettriche, da ottobre a dicembre. Byd, che è anche tra i primi tre costruttori di batterie a livello mondiale ed è addirittura fornitore di Tesla, diventerebbe così il primo produttore al mondo di auto elettriche. La rincorsa è iniziata nel 2020 e nel terzo trimestre del 2023 ha visto le due case separate solo di 3.456 auto: 431.603 esemplari consegnati dalla casa di Elon Musk contro 435.059. La casa cinese vende molto in patria, che è il più grande mercato al mondo, e ancora poco all’estero ma la sua politica commerciale è particolarmente aggressiva e per il 2024 vuole giocarsi la partita fino in fondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tesla-sotto-accusa-2666830997.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lalgoritmo-non-e-ancora-un-dottore" data-post-id="2666830997" data-published-at="1703866485" data-use-pagination="False"> L’algoritmo non è (ancora) un dottore Un computer, un algoritmo al posto del medico di famiglia. È questo il futuro dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità? Il potenziale delle nuove tecnologie applicate alla medicina è enorme ma non è privo di rischi. Un documento pubblicato dal ministero della Salute, «Linee guida sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale in ambito diagnostico», contiene alcune considerazioni sul tema. Uno dei rischi maggiori è legato all’uso di sistemi di intelligenza artificiale non sufficientemente testati e provvisti di prove scientifiche. Andrebbero condotti studi clinici metodologicamente più solidi, prospettici (meglio se randomizzati), multicentrici, con un adeguato campione che sia effettivamente rappresentativo della popolazione presa in esame. Nelle Linee guida sono evidenziate anche le problematiche da possibili violazioni della privacy degli utenti e da discriminazioni, di razza o di genere, introdotte dalla programmazione degli algoritmi, dall’assenza di informazioni circa la sicurezza, dalla mancanza di norme sulla responsabilità del medico nell’interazione con gli algoritmi e non ultimo il tema della scarsa preparazione del personale sanitario al corretto utilizzo delle nuove tecnologie; senza dimenticare le aspettative illusorie e fuorvianti per i pazienti derivanti da un utilizzo errato di tali sistemi digitali. Il documento ministeriale ricorda le criticità che si sono verificate nell’utilizzo delle tecniche di Ia per la diagnosi e la prognosi del Covid: «sono un monito a procedere in modo molto rigoroso prima di adottare questi sistemi nella pratica clinica». Per evitare distorsioni di valutazione, i sistemi di intelligenza artificiale vanno istruiti. Non sono mancati casi di algoritmi che hanno fallito nel rispondere a determinati quesiti (diagnostici, prognostici, predittivi) perché i pazienti per i quali si cercava la risposta non erano adeguatamente rappresentati nel campione utilizzato. C’è pure il fenomeno della black box, cioè la propensione dell’Ai a fornire risposte «difficili». Un discorso a parte merita il ChatGpt e come spiega l’Istituto di ricerche farmacologiche, Mario Negri, va affrontato con molta cautela. A differenza dei classici strumenti di intelligenza artificiale in grado di interpretare storie cliniche dei pazienti e dati raccolti secondo regole ben precise, ChatGpt, usando modelli linguistici di grandi dimensioni, aiuta a scrivere testi semplici e comprensibili. Quando si pongono delle domande a ChatGpt il sistema trova, attraverso il software, le parole più affini a quelle che le precedono. L’Istituto, nel suo sito, sottolinea che è un sistema capace di scrivere testi molto chiari ma non necessariamente affidabili. Il problema è che l’algoritmo attinge da tutto ciò che è su internet, comprese molte fake news. Un esempio? Se si chiede di fornire le informazioni più aggiornate secondo la letteratura scientifica su una particolare patologia o su un particolare farmaco, «la macchina», non avendo il concetto di letteratura scientifica più recente, ma capendo la sintassi, va a combinare nozioni che non sempre sono corrette. Per evitare errori, va ristretto il campo da cui prendere le informazioni, inserendo solo quelle affidabili, altrimenti ci sono gli stessi rischi di una ricerca su Google. La cautela è d’obbligo. Ciò non toglie che l’intelligenza artificiale, abbia un ruolo importante nello sviluppo della medicina come supporto per i medici nella diagnostica. Ma appunto, dietro deve esserci sempre l’uomo.
Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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iSrock
Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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