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2018-07-20
Il nuovo caccia Ue spara su Parigi grazie a Trump e con i soldi sauditi
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Ansa
Il nuovo caccia europeo con cuore tutto inglese si chiama Tempest. Nome non poteva essere più azzeccato perché è calato dal cielo come una saetta in piena tempesta Brexit. Il suo progetto da oltre 2 miliardi di euro servirà a tenere agganciato il Regno Unito al resto dell'Europa, soprattutto all'Italia. Infatti Leonardo, o meglio la società Uk del gruppo, sarà un partner d'eccellenza per tutto il progetto.
Un progetto così segreto che lo stesso amministratore delegato, Alessandro Profumo, ha appreso la notizia direttamente dall'entourage di Theresa May in occasione del salone di Farnborough. La reazione, racconta alla Verità uno dei presenti, è stata come quella di un cliente al bar che mentre sorseggia una bevanda si vede lasciare in custodia la borsa di un passante. Ovviamente sconosciuto. Al di là di dettagli poco rilevanti, al Tempest si è cominciato a lavorare circa cinque mesi fa. I tavoli tecnici si sono tenuti in un paesino della Scozia, Raith, e a quanto risulta alla Verità presente per la divisione Uk di Lenardo era Norman Bone che, oltre a essere capo della ex Selex, è stato incaricato di gestire la divisione cyber del gruppo.
Le informazioni erano dunque accessibili come scrive Il Sole 24 Ore ai soli occhi inglesi («For Uk eyes only»). In realtà, a essere più che informato sul Tempest è stato fin dall'inizio Donald Trump, che in questi mesi è stato un grande sostenitore del Tempest in chiave palesemente contraria a Francia e Germania (che non avranno così chance di sviluppare il proprio). Non solo si deve alle spinte americane il fatto che Leonardo sia entrata con tutti e due i piedi nel progetto. Trump sa bene che per il Pentagono e per l'intera intelligence Usa è fondamentale che il Regno Unito resti attaccato all'Europa, fornisca al nostro Paese ritorni economici da progetti militari ma abbia anche in cambio canali di amicizia su argomenti delicati come la cyber security. Lungi da noi immaginare scenari sul modello del celebre libro Il golpe inglese, dove si descrive il tentativo di trasformare l'Italia in una colonia anglosassone, ma semplicemente un nuovo equilibrio della diplomazia che conta: quella dell'industria della Difesa e dell'intelligence.
In pratica, è la soft Brexit di cui tanto si discute. Una strategia che rientra nel piano dell'inquilino della Casa Bianca di rivedere gli equilibri dentro la Nato e coinvolgere il ostro Paese come partner oppositore di Francia e Germania.
In questi tempi di crisi non basta però individuare strategie efficaci per raggiungere l'obiettivo (un nuovo equilibrio europeo che riconosco il ruolo di leader agli Usa) ma servono i soldi. Da qui la scelta americana di coinvolgere in questo progetto, tra l'altro complementare a quello del caccia F 35, pure i sauditi. Riad ha i soldi. Tanti soldi e dopo la firma del mega accordo con gli usa sta firmando contratti con Boeing, Lockheed martin, Raytheon e a quanto risulta alla Verità anche con Bae system che del programma Tempest sarà il prime contractor (assieme a Rolls Royce, Mbda e Leonardo). Da segnalare che in concomitanza con l'avvio del progetto Theresa May ha incontrato nella residenza di campagna Chequers lo sceicco Mohammed Bin Salman, promotore della nuova Sami, Saudi Arabia military industry. Nel board dell'ente saudita siede uno dei manager italiani più in vista del momento. Giuseppe Giordo, ex Alenia, è alla guida alla ceca Aero vodochody, ma il suo ruolo in Sami è destinato a cambiare i profili dell'industria della Difesa italiana, almeno per il prossimo quinquennio. Non è un caso se quella poltrona così ambita sia finita a un italiano, al di là delle capacità personali. Il nostro Paese si appresta a vivere una primavera a stelle e strisce dal punto di vista della Difesa. La vecchia intellighentia legata non tanto ai governi precedenti ma all'entourage obamiano ha le ore contate. Mentre si assiste a investimenti mirati che rientrano in un quadro molto più ampio. È il caso di Dema. L'azienda di Napoli e Pomigliano d'Arco, leader in strutture complesse per il comparto aeronautico, è in pieno rilancio. Dopo anni di crisi, sono entrati nel capitale il fondo Bybrook e addirittura Morgan Stanley. Da pochi giorni è stato nominato presidente Fabrizio Giulianini che aveva lasciato Leonardo dopo l'arrivo di Profumo. Pure la nomina di Elisabetta Trenta al dicastero della Difesa apre un ponte verso l'altra sponda dell'Atlantico.
Claudio Antonelli
Putin ferma la costruzione del suo caccia
Il presidente russo Vladimir Putin blocca la costruzione del suo caccia di quinta generazione Sukhoi T-50 Pak-Fa, del quale, per il momento, non saranno prodotti più dei 12 esemplari previsti dal programma per la pre serie. Questione di budget, dicono da Mosca, ma è quanto meno singolare che l'annuncio arrivi all'indomani dell'incontro del presidente russo con l'omologo statunitense Donald Trump a Helsinki, meeting durante il quale, in fatto di armamenti, i due hanno rinnovato l'utilità della linea di comunicazione tra i capi di Stato maggiore di Usa e Russia, ovvero tra i generali Joseph Dunford e Valerj Gerasimov. I due militari l'otto giugno scorso si sono incontrati in Finlandia per parlare della situazione siriana, riconoscendo che sia utile comunicare per evitare contatti indesiderati e pericolosi nelle regioni in cui i militari dei due Paesi operano gli uni a poca distanza degli altri. Che lo stop provvisorio al Pak-Fa sia un bonus offerto da Putin a Trump nel contesto del rinnovato piano di non proliferazione nucleare che prevede non oltre 1.550 testate per nazione è improbabile, ma che possa trattarsi di un segno di buona volontà in cambio di più libertà di movimento russa in Siria è invece probabile, perché proprio lì il caccia russo avrebbe avuto il suo battesimo del fuoco. Nello stesso cielo nel quale volano gli F-35 israeliani.
Sergio Barlocchetti
Alessandro Profumo fa il pieno di elicotteri e droni
L'edizione 2018 del salone aerospaziale di Farnborough sarà ricordata come quella dei grandi numeri e dei grandi accordi internazionali che pongono le basi per la realizzazione dei più importanti programmi aerospaziali dei prossimi vent'anni. Per grandi s'intende certamente la maxiraccolta di commesse fatta dalla brasiliana Embraer, che nei primi due giorni ha ricevuto ordini per 300 aeromobili per un valore di 15,3 miliardi di dollari. E, stante anche l'accordo con Boeing annunciato la prima settimana di luglio, ha saputo tenere testa ad Airbus, che, come ci si aspettava, in virtù di uno 0,5% in più di azioni della canadese C Series, si è presentata a Londra con il nuovo A220-300, che per l'appunto altro non è che il CS300 ribattezzato ma assemblato a Belfast, nientemeno che in un'area considerata depressa, e per questo altra spina nel fianco del governo britannico di Theresa May. Tra compagnie asiatiche e americane, anche il colosso di Tolosa è arrivato quasi allo stesso numero di ordini confermati, ma minaccia di chiudere gli stabilimenti inglesi in caso di mancato accordo con Bruxelles.
Ciò che però caratterizza Farnborough da altri saloni è la predominanza dell'industria militare, che per noi italiani significa soprattutto l'attività di Leonardo, ex Finmeccanica, che lo scorso anno, a tre mesi dall'insediamento dell'amministratore delegato Alessandro Profumo, si era presentata sottotono. E che invece con le attività 2018 stupisce e cresce, forte di un'agenda fitta di eventi e, finalmente, supportata da una grande attività di comunicazione su tutti i canali media. Lo testimonia l'intervista dello stesso Profumo realizzata dalla Cnbc il primo giorno del salone, nella quale il manager dichiara, in estrema sintesi, di procedere rispettando il piano industriale presentato all'inizio dell'anno ma di non voler segnare alcun passo.
A Farnborough il colpo grosso di Leonardo nel settore elicotteri (ex Agusta Westland) è stato un contratto con Milestone aviation group per il rinnovo della flotta della Aramco overseas company (settore petrolchimico), con 17 esemplari di Aw-139 più l'opzione per altri quattro che Aramco riceverà già negli ultimi mesi dell'anno. Milestone offrirà il leasing dell'intera flotta ed è oggi il maggior proprietario al mondo di elicotteri civili made in Italy con oltre 100 unità una volta consegnati i 21 esemplari del nuovo contratto.
Novità annunciata e quindi puntualmente presentata è la nuova forma ampliata di collaborazione tra Leonardo e l'Aeronautica militare italiana per comprendere l'addestramento di piloti di velivoli ad ala fissa, ala rotante e a pilotaggio remoto, settore nel quale siamo competitivi al mondo con i velivoli M-345 e M-346. Il percorso di formazione è già operativo presso il 61° Stormo di Galatina (Lecce), come ha annunciato il capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare, generale Enzo Vecciarelli. Il centro si chiamerà International flight training school (Ifts) e negli intenti vuole ampliare l'addestramento al volo a livello internazionale. Leonardo fornirà all'Ifts quattro M-346, nuovi sistemi e servizi a partire dal 2019. Chi addestreremo noi italiani? Certamente i nostri piloti, la cui preparazione dal 2021 convergerà presso una struttura appositamente dedicata, e quindi i piloti militari delle forze aeree clienti di Leonardo ma non soltanto. Nell'operazione potrebbero essere coinvolte anche società private specializzate in addestramento al volo come Cae (per i simulatori dell'M-346) e Babcock international group, che ha i suoi punti di forza nell'elisoccorso e nello spegnimento incendi. Il generale Vecciarelli ha dichiarato: «L'iniziativa nasce dalla volontà di mettere a sistema due eccellenze nazionali per creare sinergia a beneficio dell'intero sistema Paese. L'Aeronautica militare ha deciso di potenziare il suo impegno nel settore dell'addestramento avanzato sviluppando un modello cooperativo con Leonardo». Ciò consentirà, ha continuato, «di ottimizzare il processo formativo dei nostri piloti militari destinati ai velivoli da combattimento di quarta e quinta generazione, oltre a soddisfare la crescente richiesta di addestramento proveniente da partner internazionali». Già oggi attraverso programmi di scambio formiamo piloti provenienti da Stati Uniti, Spagna, Francia, Austria, Olanda, Polonia, Singapore, Argentina, Grecia e Kuwait. L'M-346, che per l'addestramento diventa T-346A, è stato già acquisito da Italia, Israele, Singapore e Polonia, per 72 esemplari.
Poco invece è trapelato riguardo il livello di coinvolgimento di Leonardo nel consorzio europeo che sta progettando il Tempest, caccia angloeuropeo di quinta generazione considerato l'erede dell'Eurofighter Typhoon, del quale è stato svelato un mockup proprio al salone inglese. Il progetto coinvolge British Aerospace per le strutture, Rolls Royce per i motori e Mbda per gli armamenti, cioè il produttore europeo di missili che per il 25% è di Leonardo e che ieri in borsa ha segnato +1,5%. Per il Tempest, al quale parteciperanno per il 60% i contribuenti inglesi, la Difesa di sua Maestà sborserà 2,65 miliardi di sterline entro il 2025 per vederlo operativo dieci anni dopo.
Per rendere l'idea di che cosa sia un caccia di quinta o sesta generazione è necessario dire che quelli definiti di quarta, come l'Eurofighter, vanno ancora benissimo. E che se la cosiddetta quinta generazione, come l'F-35, è caratterizzata dalla totale digitalizzazione dei sistemi di bordo, la sesta per molti analisti sarà la possibilità di agire anche senza il pilota a bordo, certamente anche coordinando l'attacco insieme con dei Tempest senza pilota che affiancheranno quelli con l'umano a bordo, per arrivare infine alla totale mancanza del pilota con la settima generazione, tra circa cinquant'anni.
Il Tempest era stato annunciato lo scorso anno a LeBourget come caccia franco-tedesco da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ma in un anno le cose sono cambiate e il 16 luglio a Farnborough il premier Theresa May e il ministro della Difesa Gavin Williamson hanno mostrato un modello che pare molto simile allo Stealth che Londra abbandonò nel momento in cui decise di aderire al programma F-35. Ma è anche molto simile all'Uav Taranis annunciato nel 2014 e poi sparito.
La ricaduta politica dell'annuncio del programma Tempest arriva non a caso quando il governo May è in difficoltà per Brexit. L'Italia da questo progetto ha tutto da guadagnare: Leonardo vede possibilità di lavoro nei suoi sette siti produttivi inglesi e specialmente a Edimburgo e Luton, dove sono impiegati circa 7.000 lavoratori, mentre l'Aeronautica vede l'opportunità per entrare in un programma che potrebbe essere la soluzione alla sostituzione dei Typhoon a fine vita. Ma il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ancora non si è pronunciato al riguardo. Nei desideri del Team Tempest anche il coinvolgimento degli svedesi, che entro vent'anni sostituiranno il caccia Gripen, e di altri partner da intendersi come chiunque nell'Ue abbia soldi, risorse e quindi possibilità di vendere il Tempest. Al governo Conte converrebbe quindi stanziare subito i fondi per aderire al programma, considerandolo un utile investimento per il futuro e, nel presente, smettere di essere snobbati da francesi e tedeschi. Il tutto a prescindere da quali saranno le prossime decisioni italiane sul programma F-35.
Leonardo a Londra ha anche siglato con General atomics aeronautical systems un accordo che prevede investimenti congiunti per integrare il sistema di sorveglianza per la protezione di velivoli Sage a bordo del drone MQ-9B per i clienti delle versioni Sky guardian e Sea guardian per la sorveglianza marittima. Ma Leonardo porta a casa anche contratti con nazioni mediorientali per sistemi di contromisure elettroniche, per la vendita di 40 sistemi radar di ultima generazione agli inglesi e aver raccolto pareri più che positivi per un nuovo sistema Comint (spionaggio delle telecomunicazioni). Anche le attività spaziali non sono mancate: al salone Leonardo attraverso la joint venture con Thales (costituiscono insieme Space alliance), hanno mostrato prodotti innovativi basati sulla gestioen dei big data spaziali, come la nuova piattaforma digitale per la sorveglianza e la protezione dei mari, che integra informazioni da satelliti e altre fonti per fornire servizi di intelligence e sicurezza ad alto valore aggiunto. Insomma torniamo a esserci, augurandoci di non dover ripartire da zero ogni volta che cambiamo un governo.
Sergio Barlocchetti
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Londra presenta il Tempest, ma a spingere per Leonardo sono gli Usa che vedono la necessità di scambiare informazioni e fare crescere l'Italia in chiave anti francese e tedesca. Riad sosterrà il velivolo con i fondi. Il presidente russo Vladimir Putin blocca la costruzione del suo aereo da combattimento. Decisione presa, curiosamente, dopo il vertice con l'omologo americano Donald Trump. Alessandro Profumo fa il pieno di elicotteri e droni. Il salone di Farnborough si chiude con un mega contratto alla Aramco e con l'annuncio di una scuola per piloti. Lo speciale contiene tre articoli Il nuovo caccia europeo con cuore tutto inglese si chiama Tempest. Nome non poteva essere più azzeccato perché è calato dal cielo come una saetta in piena tempesta Brexit. Il suo progetto da oltre 2 miliardi di euro servirà a tenere agganciato il Regno Unito al resto dell'Europa, soprattutto all'Italia. Infatti Leonardo, o meglio la società Uk del gruppo, sarà un partner d'eccellenza per tutto il progetto. Un progetto così segreto che lo stesso amministratore delegato, Alessandro Profumo, ha appreso la notizia direttamente dall'entourage di Theresa May in occasione del salone di Farnborough. La reazione, racconta alla Verità uno dei presenti, è stata come quella di un cliente al bar che mentre sorseggia una bevanda si vede lasciare in custodia la borsa di un passante. Ovviamente sconosciuto. Al di là di dettagli poco rilevanti, al Tempest si è cominciato a lavorare circa cinque mesi fa. I tavoli tecnici si sono tenuti in un paesino della Scozia, Raith, e a quanto risulta alla Verità presente per la divisione Uk di Lenardo era Norman Bone che, oltre a essere capo della ex Selex, è stato incaricato di gestire la divisione cyber del gruppo. Le informazioni erano dunque accessibili come scrive Il Sole 24 Ore ai soli occhi inglesi («For Uk eyes only»). In realtà, a essere più che informato sul Tempest è stato fin dall'inizio Donald Trump, che in questi mesi è stato un grande sostenitore del Tempest in chiave palesemente contraria a Francia e Germania (che non avranno così chance di sviluppare il proprio). Non solo si deve alle spinte americane il fatto che Leonardo sia entrata con tutti e due i piedi nel progetto. Trump sa bene che per il Pentagono e per l'intera intelligence Usa è fondamentale che il Regno Unito resti attaccato all'Europa, fornisca al nostro Paese ritorni economici da progetti militari ma abbia anche in cambio canali di amicizia su argomenti delicati come la cyber security. Lungi da noi immaginare scenari sul modello del celebre libro Il golpe inglese, dove si descrive il tentativo di trasformare l'Italia in una colonia anglosassone, ma semplicemente un nuovo equilibrio della diplomazia che conta: quella dell'industria della Difesa e dell'intelligence. In pratica, è la soft Brexit di cui tanto si discute. Una strategia che rientra nel piano dell'inquilino della Casa Bianca di rivedere gli equilibri dentro la Nato e coinvolgere il ostro Paese come partner oppositore di Francia e Germania. In questi tempi di crisi non basta però individuare strategie efficaci per raggiungere l'obiettivo (un nuovo equilibrio europeo che riconosco il ruolo di leader agli Usa) ma servono i soldi. Da qui la scelta americana di coinvolgere in questo progetto, tra l'altro complementare a quello del caccia F 35, pure i sauditi. Riad ha i soldi. Tanti soldi e dopo la firma del mega accordo con gli usa sta firmando contratti con Boeing, Lockheed martin, Raytheon e a quanto risulta alla Verità anche con Bae system che del programma Tempest sarà il prime contractor (assieme a Rolls Royce, Mbda e Leonardo). Da segnalare che in concomitanza con l'avvio del progetto Theresa May ha incontrato nella residenza di campagna Chequers lo sceicco Mohammed Bin Salman, promotore della nuova Sami, Saudi Arabia military industry. Nel board dell'ente saudita siede uno dei manager italiani più in vista del momento. Giuseppe Giordo, ex Alenia, è alla guida alla ceca Aero vodochody, ma il suo ruolo in Sami è destinato a cambiare i profili dell'industria della Difesa italiana, almeno per il prossimo quinquennio. Non è un caso se quella poltrona così ambita sia finita a un italiano, al di là delle capacità personali. Il nostro Paese si appresta a vivere una primavera a stelle e strisce dal punto di vista della Difesa. La vecchia intellighentia legata non tanto ai governi precedenti ma all'entourage obamiano ha le ore contate. Mentre si assiste a investimenti mirati che rientrano in un quadro molto più ampio. È il caso di Dema. L'azienda di Napoli e Pomigliano d'Arco, leader in strutture complesse per il comparto aeronautico, è in pieno rilancio. Dopo anni di crisi, sono entrati nel capitale il fondo Bybrook e addirittura Morgan Stanley. Da pochi giorni è stato nominato presidente Fabrizio Giulianini che aveva lasciato Leonardo dopo l'arrivo di Profumo. Pure la nomina di Elisabetta Trenta al dicastero della Difesa apre un ponte verso l'altra sponda dell'Atlantico. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tempest-2588197943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-ferma-la-costruzione-del-suo-caccia" data-post-id="2588197943" data-published-at="1772948560" data-use-pagination="False"> Putin ferma la costruzione del suo caccia p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 10.0px 0.0px; font: 12.0px Arial; color: #000000; -webkit-text-stroke: #000000} span.s1 {font-kerning: none} Il presidente russo Vladimir Putin blocca la costruzione del suo caccia di quinta generazione Sukhoi T-50 Pak-Fa, del quale, per il momento, non saranno prodotti più dei 12 esemplari previsti dal programma per la pre serie. Questione di budget, dicono da Mosca, ma è quanto meno singolare che l'annuncio arrivi all'indomani dell'incontro del presidente russo con l'omologo statunitense Donald Trump a Helsinki, meeting durante il quale, in fatto di armamenti, i due hanno rinnovato l'utilità della linea di comunicazione tra i capi di Stato maggiore di Usa e Russia, ovvero tra i generali Joseph Dunford e Valerj Gerasimov. I due militari l'otto giugno scorso si sono incontrati in Finlandia per parlare della situazione siriana, riconoscendo che sia utile comunicare per evitare contatti indesiderati e pericolosi nelle regioni in cui i militari dei due Paesi operano gli uni a poca distanza degli altri. Che lo stop provvisorio al Pak-Fa sia un bonus offerto da Putin a Trump nel contesto del rinnovato piano di non proliferazione nucleare che prevede non oltre 1.550 testate per nazione è improbabile, ma che possa trattarsi di un segno di buona volontà in cambio di più libertà di movimento russa in Siria è invece probabile, perché proprio lì il caccia russo avrebbe avuto il suo battesimo del fuoco. Nello stesso cielo nel quale volano gli F-35 israeliani.Sergio Barlocchetti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tempest-2588197943.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="alessandro-profumo-fa-il-pieno-di-elicotteri-e-droni" data-post-id="2588197943" data-published-at="1772948560" data-use-pagination="False"> Alessandro Profumo fa il pieno di elicotteri e droni L'edizione 2018 del salone aerospaziale di Farnborough sarà ricordata come quella dei grandi numeri e dei grandi accordi internazionali che pongono le basi per la realizzazione dei più importanti programmi aerospaziali dei prossimi vent'anni. Per grandi s'intende certamente la maxiraccolta di commesse fatta dalla brasiliana Embraer, che nei primi due giorni ha ricevuto ordini per 300 aeromobili per un valore di 15,3 miliardi di dollari. E, stante anche l'accordo con Boeing annunciato la prima settimana di luglio, ha saputo tenere testa ad Airbus, che, come ci si aspettava, in virtù di uno 0,5% in più di azioni della canadese C Series, si è presentata a Londra con il nuovo A220-300, che per l'appunto altro non è che il CS300 ribattezzato ma assemblato a Belfast, nientemeno che in un'area considerata depressa, e per questo altra spina nel fianco del governo britannico di Theresa May. Tra compagnie asiatiche e americane, anche il colosso di Tolosa è arrivato quasi allo stesso numero di ordini confermati, ma minaccia di chiudere gli stabilimenti inglesi in caso di mancato accordo con Bruxelles.Ciò che però caratterizza Farnborough da altri saloni è la predominanza dell'industria militare, che per noi italiani significa soprattutto l'attività di Leonardo, ex Finmeccanica, che lo scorso anno, a tre mesi dall'insediamento dell'amministratore delegato Alessandro Profumo, si era presentata sottotono. E che invece con le attività 2018 stupisce e cresce, forte di un'agenda fitta di eventi e, finalmente, supportata da una grande attività di comunicazione su tutti i canali media. Lo testimonia l'intervista dello stesso Profumo realizzata dalla Cnbc il primo giorno del salone, nella quale il manager dichiara, in estrema sintesi, di procedere rispettando il piano industriale presentato all'inizio dell'anno ma di non voler segnare alcun passo.A Farnborough il colpo grosso di Leonardo nel settore elicotteri (ex Agusta Westland) è stato un contratto con Milestone aviation group per il rinnovo della flotta della Aramco overseas company (settore petrolchimico), con 17 esemplari di Aw-139 più l'opzione per altri quattro che Aramco riceverà già negli ultimi mesi dell'anno. Milestone offrirà il leasing dell'intera flotta ed è oggi il maggior proprietario al mondo di elicotteri civili made in Italy con oltre 100 unità una volta consegnati i 21 esemplari del nuovo contratto.Novità annunciata e quindi puntualmente presentata è la nuova forma ampliata di collaborazione tra Leonardo e l'Aeronautica militare italiana per comprendere l'addestramento di piloti di velivoli ad ala fissa, ala rotante e a pilotaggio remoto, settore nel quale siamo competitivi al mondo con i velivoli M-345 e M-346. Il percorso di formazione è già operativo presso il 61° Stormo di Galatina (Lecce), come ha annunciato il capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare, generale Enzo Vecciarelli. Il centro si chiamerà International flight training school (Ifts) e negli intenti vuole ampliare l'addestramento al volo a livello internazionale. Leonardo fornirà all'Ifts quattro M-346, nuovi sistemi e servizi a partire dal 2019. Chi addestreremo noi italiani? Certamente i nostri piloti, la cui preparazione dal 2021 convergerà presso una struttura appositamente dedicata, e quindi i piloti militari delle forze aeree clienti di Leonardo ma non soltanto. Nell'operazione potrebbero essere coinvolte anche società private specializzate in addestramento al volo come Cae (per i simulatori dell'M-346) e Babcock international group, che ha i suoi punti di forza nell'elisoccorso e nello spegnimento incendi. Il generale Vecciarelli ha dichiarato: «L'iniziativa nasce dalla volontà di mettere a sistema due eccellenze nazionali per creare sinergia a beneficio dell'intero sistema Paese. L'Aeronautica militare ha deciso di potenziare il suo impegno nel settore dell'addestramento avanzato sviluppando un modello cooperativo con Leonardo». Ciò consentirà, ha continuato, «di ottimizzare il processo formativo dei nostri piloti militari destinati ai velivoli da combattimento di quarta e quinta generazione, oltre a soddisfare la crescente richiesta di addestramento proveniente da partner internazionali». Già oggi attraverso programmi di scambio formiamo piloti provenienti da Stati Uniti, Spagna, Francia, Austria, Olanda, Polonia, Singapore, Argentina, Grecia e Kuwait. L'M-346, che per l'addestramento diventa T-346A, è stato già acquisito da Italia, Israele, Singapore e Polonia, per 72 esemplari.Poco invece è trapelato riguardo il livello di coinvolgimento di Leonardo nel consorzio europeo che sta progettando il Tempest, caccia angloeuropeo di quinta generazione considerato l'erede dell'Eurofighter Typhoon, del quale è stato svelato un mockup proprio al salone inglese. Il progetto coinvolge British Aerospace per le strutture, Rolls Royce per i motori e Mbda per gli armamenti, cioè il produttore europeo di missili che per il 25% è di Leonardo e che ieri in borsa ha segnato +1,5%. Per il Tempest, al quale parteciperanno per il 60% i contribuenti inglesi, la Difesa di sua Maestà sborserà 2,65 miliardi di sterline entro il 2025 per vederlo operativo dieci anni dopo.Per rendere l'idea di che cosa sia un caccia di quinta o sesta generazione è necessario dire che quelli definiti di quarta, come l'Eurofighter, vanno ancora benissimo. E che se la cosiddetta quinta generazione, come l'F-35, è caratterizzata dalla totale digitalizzazione dei sistemi di bordo, la sesta per molti analisti sarà la possibilità di agire anche senza il pilota a bordo, certamente anche coordinando l'attacco insieme con dei Tempest senza pilota che affiancheranno quelli con l'umano a bordo, per arrivare infine alla totale mancanza del pilota con la settima generazione, tra circa cinquant'anni.Il Tempest era stato annunciato lo scorso anno a LeBourget come caccia franco-tedesco da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ma in un anno le cose sono cambiate e il 16 luglio a Farnborough il premier Theresa May e il ministro della Difesa Gavin Williamson hanno mostrato un modello che pare molto simile allo Stealth che Londra abbandonò nel momento in cui decise di aderire al programma F-35. Ma è anche molto simile all'Uav Taranis annunciato nel 2014 e poi sparito.La ricaduta politica dell'annuncio del programma Tempest arriva non a caso quando il governo May è in difficoltà per Brexit. L'Italia da questo progetto ha tutto da guadagnare: Leonardo vede possibilità di lavoro nei suoi sette siti produttivi inglesi e specialmente a Edimburgo e Luton, dove sono impiegati circa 7.000 lavoratori, mentre l'Aeronautica vede l'opportunità per entrare in un programma che potrebbe essere la soluzione alla sostituzione dei Typhoon a fine vita. Ma il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ancora non si è pronunciato al riguardo. Nei desideri del Team Tempest anche il coinvolgimento degli svedesi, che entro vent'anni sostituiranno il caccia Gripen, e di altri partner da intendersi come chiunque nell'Ue abbia soldi, risorse e quindi possibilità di vendere il Tempest. Al governo Conte converrebbe quindi stanziare subito i fondi per aderire al programma, considerandolo un utile investimento per il futuro e, nel presente, smettere di essere snobbati da francesi e tedeschi. Il tutto a prescindere da quali saranno le prossime decisioni italiane sul programma F-35. Leonardo a Londra ha anche siglato con General atomics aeronautical systems un accordo che prevede investimenti congiunti per integrare il sistema di sorveglianza per la protezione di velivoli Sage a bordo del drone MQ-9B per i clienti delle versioni Sky guardian e Sea guardian per la sorveglianza marittima. Ma Leonardo porta a casa anche contratti con nazioni mediorientali per sistemi di contromisure elettroniche, per la vendita di 40 sistemi radar di ultima generazione agli inglesi e aver raccolto pareri più che positivi per un nuovo sistema Comint (spionaggio delle telecomunicazioni). Anche le attività spaziali non sono mancate: al salone Leonardo attraverso la joint venture con Thales (costituiscono insieme Space alliance), hanno mostrato prodotti innovativi basati sulla gestioen dei big data spaziali, come la nuova piattaforma digitale per la sorveglianza e la protezione dei mari, che integra informazioni da satelliti e altre fonti per fornire servizi di intelligence e sicurezza ad alto valore aggiunto. Insomma torniamo a esserci, augurandoci di non dover ripartire da zero ogni volta che cambiamo un governo.Sergio Barlocchetti
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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