Sharia, sorrisi, green. Persino i talebani ci prendono in giro
Nel tentativo di mostrarsi cambiati, i fondamentalisti islamici si dipingono come ecologisti. E qualcuno, in Occidente, abbocca.

Vogliono farci credere che a Teheran si scappi dalle Sardine. Ottantaquattromila profughi già evacuati, 300.000 disperati considerati a rischio, l’aeroporto di Kabul preso d’assalto: tutto per non vedere Mattia Santori col turbante esportare uno stadio del fresbee. Così siamo indotti a pensare alla solita esagerazione occidentale e a media sempre più isterici, che in prima pagina evocano l’apocalisse umanitaria e a pagina tre sembrano perfino commossi davanti a una figura nuova e affascinante: il talebano moderato.

All’inizio ci eravamo preoccupati; quella foto dei combattenti stravaccati nel palazzo presidenziale restituiva fremiti da «la guardia è stanca» di bolscevica memoria. In più non rispettavano la gender balance (tutti uomini) e non guidavano veicoli elettrici. Niente paura, nei giorni successivi loro ci hanno edotti sulle ragioni più profonde dell’impetuoso ritorno dal Pakistan: pace, amore e salvezza del pianeta. Praticamente i Fridays for Future islamici senza le borracce di Emergency. Ieri, in un’intervista a Newsweek, il responsabile culturale Abdul Qahar Balkhi ha raggiunto una vetta sublime nella narrazione confezionata su misura per il progressismo dem che imperversa a Washington, a Bruxelles (e a Roma): «Crediamo che il mondo abbia un’opportunità unica di riavvicinamento e di incontro per affrontare le sfide non solo di fronte a noi, ma all’intera umanità. E queste sfide che vanno dalla sicurezza mondiale al cambiamento climatico richiedono gli sforzi collettivi di tutti».

Dalle donne lapidate al climate change: via gli ambasciatori, largo a Greta Thurnberg. Vedremo se abbatteranno le emissioni inquinanti o le missioni cristiane. Spinto da un anelito di legittimazione, in questi giorni il Taleban Cortese percorre i servizi dei Tg con affabile bonomìa e si appresta a finire (scommettiamo?) nelle sfilate autunno-inverno degli stilisti più inclusivi. Che barbe, che cartuccere, che pantaloni sformati da gender fluid Gucci. E che birkenstock sui piedi callosi da guerrieri delle pietraie con centinaia di chilometri in quei sandali. Il nuovo corso sarà ecumenico. Lo ha spiegato anche il portavoce Zabihullah Mujahid: «Basta droga e terrorismo, i prigionieri saranno amnistiati, il suolo afghano non sarà utilizzato contro nessuno, non discrimineremo le donne, basta burqa. I diritti umani saranno tutelati dalla sharia e l’Afghanistan non sarà minaccia per alcun Paese del mondo».

Parole a effetto davanti alle quali si sono subito eccitati Giovanna Botteri («Sono più gentili degli americani») e Giuseppe Conte («Auspico un serrato dialogo») ma per fortuna nessun osservatore avveduto del pianeta. Così il Rocco Casalino islamico è stato costretto ad alzare la posta: «Non stiamo dando la caccia a nessuno, non c’è nessuna lista. Noi cerchiamo solo pace e sicurezza. Le donne? Sono appunto a casa per la loro sicurezza e vi rimarranno fino a quando non sarà attuato un protocollo adatto». Mentre parlava gli scendeva una lacrima di quelle che sfuggono quando proprio non ce la fai a trattenere le risate.

Il restyling progressista dell’agenda talebana è stupefacente e dimostra quanto, da quelle parti, si disprezzi il buontempone occidentale con le calze arcobaleno come Kamala Harris o Beppe Sala, pronto a credere a ogni favola mondialista in nome della resilienza o delle elezioni. La smania di riconoscimento internazionale fa sembrare gli integralisti coranici degli studenti fuori corso a Stanford; qualche statua imbrattata e niente più. Ci vogliono convincere, stanno dando il massimo. Qualcuno a Capalbio è già in ginocchio, commosso, ma al momento di rialzarsi senza testa capirà che questa non è una partita di calcio.

Nel frattempo spopola la fenomenologia del Buon Selvaggio con il gelato, che in realtà nasconde una primitiva strategia di comunicazione. Kalashnikov e Twitter, oggi i talebani sono tutti webmaster armati. Poiché per loro era solo un problema di «reputation», ora si stanno impegnando nel «rebranding». La legge coranica che vieta la diffusione di fotografie è rimasta nei cassetti. Per rassicurare i vecchi bambini occidentali funzionano di più le immagini con il cono alla crema (chiara presa in giro di Joe Biden, goloso di ice cream) e la scoperta degli autoscontro. Che tenerezza, come se nessuno sapesse che i leader di una delle milizie più feroci del mondo hanno studiato a Londra e si sono immersi per qualche anno nell’Occidente infedele per combatterlo meglio. Così i sorrisi, le giostre, l’entusiasmo fanciullesco dentro la palestra – con gli attrezzi guardati come se fossero i monili luccicanti delle spedizioni di Robert FitzRoy e Charles Darwin nella Terra del Fuoco del 1830 – diventano parte di una neppure troppo abile messinscena.

I primi a non cascarci sono i giornalisti americani. Dopo il ritiro dei Marines dalla Somalia, i reporter statunitensi coprirono quel disastro con una coltre di silenzio. Oggi sono in trincea, tengono accesi i riflettori, sanno che il valzer dell’amicizia fa parte degli accordi con il Pentagono (da Mogadiscio le armi furono portate via, qui le hanno lasciate in regalo). I media non fanno sconti alla Casa Bianca e provano a dissuadere i colleghi europei che già esultano davanti alla falsa offensiva del sorriso. Spiega Dario Fabbri, esperto di geopolitica di Limes: «I talebani non sono diventati illuminati filosofi, hanno semplicemente bisogno di legittimazione internazionale. Sono solo più furbi». Chi sta fuggendo da Kabul con ogni mezzo lo sa. Fra giostre, gelati e riscaldamento globale è in corso il festival dell’ipocrisia; loro credono di fingere e noi fingiamo di credere.

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