Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Jannik Sinner supera Rublev e punta dritto alla finale degli Internazionali d’Italia, dove presenzierà il presidente Sergio Mattarella. Dopo le polemiche del 2025 per una mancata visita del campione al Quirinale, i ruoli sembrano ribaltati.
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
Ennesima giornata surreale: Lega serie A ricorre al Tar contro la decisione del prefetto di spostare a lunedì stracittadina e altri match Champions. I giudici rimpallano all’avvocatura di Stato. Risultato: domenica ore 12.
Alla fine, dopo quattro giorni e 48 ore tra ordinanze, comunicati, ricorsi, veleni, minacce di diserzione e tavoli istituzionali, Roma-Lazio si giocherà domenica 17 maggio alle 12. Non lunedì sera. Non alle 12.30. Ma alle 12. E insieme al derby si disputeranno anche le altre quattro partite decisive per la corsa Champions: Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Tutte in contemporanea, come la Lega Serie A aveva di fatto pianificato fin dall’inizio, con il piccolo anticipo di mezz’ora preteso dalla Prefettura come ultimo segno di sovranità amministrativa.
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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L’incontro a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping vede un tycoon ammaccato dai conflitti e dal braccio di ferro sui dazi. Il rivale invece ha fatto incetta di risorse ed energia. Dal punto di vista finanziario i dubbi restano.
L’incontro a Pechino fra Xi Jinping e Donald Trump racconta un brutale bagno di realismo. Trump torna nella Capitale cinese dopo quasi nove anni, ma non è più il «conquistatore» dei dazi. È un leader scottato dalla guerra con l’Iran, che ha incendiato i prezzi energetici, e dalle sentenze dei tribunali americani che hanno demolito parti centrali delle sue politiche tariffarie.
Dall’altra parte del tavolo siede uno Xi Jinping raramente così forte. Mentre l’Occidente brucia miliardi in munizioni e paga petrolio alle stelle, Pechino controlla il rubinetto delle terre rare e ha già spinto molte aziende a diversificare le catene di approvvigionamento. Il vertice non appare come un incontro tra pari, ma come la presa d’atto che il baricentro economico e industriale del mondo si è spostato.
In questi mesi, mentre molte economie occidentali vedevano peggiorare i dati economici e risalire l’inflazione, la Cina mostrava una stabilità silenziosa. Non è un caso, ma il risultato di una strategia quasi bellica: Pechino ha accumulato riserve enormi di petrolio, gas e fertilizzanti, trasformando la difesa in vantaggio competitivo.
«La Cina è entrata in questa fase di turbolenza globale in una posizione di forza relativa», osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Mentre noi discutevamo senza grande costrutto di transizione green soprattutto ideologica, loro hanno installato in cinque anni più capacità elettrica di quanta ne abbiano gli interi Stati Uniti. Questo garantisce energia a basso costo per la loro manifattura, trasformando la crisi esterna in un vantaggio competitivo interno».
Il quadro finanziario, però, è meno lineare. Investire in Cina non significa comprare un unico mercato. Ci sono le A-shares quotate a Shanghai e Shenzhen, più legate all’economia domestica, alla Banca centrale cinese e al sentiment dei risparmiatori locali. Qui rientrano indici come Csi 300 e Csi 500. Poi ci sono le H-shares e gli Adr quotati a Hong Kong o New York, dove compaiono giganti come Tencent e Alibaba, più sensibili ai capitali internazionali, ai tassi Usa e alle tensioni geopolitiche.
Questa frammentazione spiega la forte divergenza fra gli indici. Le misure di liquidità di Pechino hanno favorito le borse interne di Shanghai e Shenzhen. Al contrario, i colossi tech cinesi internazionalizzati restano penalizzati da sfiducia, regolamentazione e timori geopolitici. E qui nasce il paradosso. A Wall Street si pagano multipli elevati per aziende che «promettono» l’Intelligenza artificiale. In Cina, società che l’IA la vendono già e generano utili scambiano a valutazioni molto più basse. Il mercato guarda ancora ai fallimenti immobiliari e sembra ignorare che nel gennaio 2025 Deepseek ha mostrato la capacità cinese di competere nell’IA a costi drasticamente inferiori a quelli americani.
Sull’opportunità di investire in Cina, gli strategist restano divisi. C’è chi enfatizza forza industriale e innovazione; altri temono demografia, sanzioni, sovraccapacità produttiva e deflazione.
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Franco Nembrini
Nel giorno della chiusura della fase diocesana per la causa di beatificazione, il saggista racconta il carisma del fondatore di CL: «Ho capito chi fosse quando ha regalato a mio fratello una copia del “Capitale”. Per lui le persone venivano prima di tutto il resto».
«Questa idea di compagnia che don Luigi Giussani lanciò più di cinquant’anni fa è la cosa di cui oggi, anche nella Chiesa, abbiamo più bisogno». Lo dice Franco Nembrini, insegnante e saggista, educatore, cantore di Dante, bergamasco di ferro. Si sente particolarmente interpellato dalla chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio monsignor Luigi Giussani (1922-2005) che avviene oggi, alle 17, nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, con la recita dei Vespri presieduta dall’arcivescovo Mario Delpini. Perché Giussani ha cambiato la vita di Franco Nembrini, come ha fatto con quella di alcune generazioni di persone che attraverso il carisma di questo prete e, appunto, la «compagnia» che ha generato, hanno incontrato la «realtà di Cristo».
Era il 1954 quando don Giussani lasciò la docenza teologica per dedicarsi a tempo pieno ai ragazzi del liceo Berchet di Milano, da quel momento fu un crescendo irresistibile fino alla nascita di Comunione e Liberazione. Franco, ma don Giussani voleva davvero creare qualcosa?
«Lo ha detto lui più volte: “Non ho inteso creare niente, ma solo richiamare all’essenziale del cristianesimo”. La caratteristica di Giussani è che non ha niente di particolare di cui occuparsi. Si occupa di tutto. Perché scommette sulla possibilità che il cuore dell’uomo sia fatto bene, sia fatto da Dio e viva della ricerca di Dio. La definizione secondo me più bella l’ha data lui stesso davanti a Giovanni Paolo II nel 1998: il cuore dell’uomo mendicante di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo. È la sintesi del suo carisma, per quel che ho potuto vedere e capire io. Insomma, gli interessava l’uomo, l’uomo così come Dio l’ha fatto».
Però lo hanno accusato spesso di fare politica: lo hanno frainteso o forse proprio chi lo accusava era lui a fare politica?
«Non si può accusare Giussani di fare un uso politico dei rapporti, questa veramente è un’accusa che non gli si può fare. Faceva un uso religioso, nel senso profondo del termine, anche dei rapporti politici. Questo sì: perché la politica è dimensione della vita dell’uomo, è dimensione dell’espressività dell’uomo quando cerca di costruire qualcosa di buono. Quindi non gli è mai stata estranea l’azione politica. Ma assolutamente funzionale al realizzarsi del destino, della vocazione di tutti quelli che incontrava. Ripeto: dire che faceva politica nel senso ordinario con cui usiamo la parola è proprio tradirne l’intenzione e la spiritualità».
Come ha conosciuto don Giussani?
«Io l’ho conosciuto in un momento di crisi di fede, in tutto il caos del Sessantotto. Tra i 15 e i 17 anni non andavo più in chiesa, ero molto in crisi. Ed è stato un modo molto particolare, ma è una storia un po’ lunga».
Prego.
«Una mia sorella aveva incontrato uno del Clu di Milano, i ciellini universitari, che veniva in vacanza qui in paese. L’ha invitata - anche lei era in crisi - a partecipare agli incontri con un giovane prete di Milano, che era appunto don Giussani. Ha maturato in breve tempo una vocazione molto radicale: monaca di clausura tra le benedettine. Giussani la seguiva spiritualmente, e pochi mesi prima dell’ingresso in monastero decide di venire a conoscere la famiglia di questa ragazzina bergamasca che dice di avere nove fratelli. Capita qui a casa un giorno. Mia madre chiede di confessarsi da lui e gli confida il dolore che la accompagnava da tempo: il primo figlio maschio era stato in seminario sette anni, ne era uscito dopo l’estate del quinto ginnasio, e in brevissimo tempo era diventato un extraparlamentare, nemico dichiarato della Chiesa e del cristianesimo. Per lei, cattolica e contadina bergamasca, che il primogenito diventasse prete era il coronamento della sua vocazione. Invece era accaduto esattamente il contrario. Lo confida a don Giussani. Non so cosa si siano detti. Fatto sta che qualche giorno dopo arriva a casa mia un pacco di libri per questo mio fratello, con biglietto autografo firmato da don Giussani. Lo si chiama, gli si fa sapere che è arrivato questo regalo da Milano. La sera viene a casa a prendere il pacco, che nessuno aveva osato aprire. Ricordo la scena attorno al tavolo: i dieci fratelli, papà e la mamma, con Angelo che apre questo pacco arrivato da Milano. Il mio pensiero era: ecco il solito prete che cerca di recuperare la pecorella smarrita, gli avrà regalato la Bibbia, il Vangelo, le vite dei Santi... Invece, il primo libro che mio fratello tira fuori è Il capitale di Karl Marx. E poi ricordo altri libri, anche peggio del Capitale, ebbene questi sono i libri che Giussani ha regalato a mio fratello comunista. E io lì mi sono convertito».
In che senso?
«Perché in un attimo mi ha fulminato il cervello l’idea: questo prete ha a che fare con Dio. Solo Dio è misericordia. Solo Dio è la definizione dell’amore che avevo imparato da bambino al catechismo: Dio ci ha amati per primo. Tre mesi dopo partecipavo al primo raduno di Cl a Pesaro».
E l’ultima volta che lo ha incontrato?
«Il 21 gennaio 2003. Rientro da un viaggio in Sierra Leone. Era qualche tempo che non lo sentivo più. Mi ha chiamato: “Ho saputo che sei stato in Sierra Leone, vieni a trovarmi che mi racconti”. Pranzai con lui. Per mesi non sono riuscito a parlarne a nessuno. Scoppiavo a piangere quando mi chiedevano come era andato quel pranzo. Ne riportai un’impressione fortissima, analoga a quella della prima volta. Mi parve che quell’uomo in quel momento preciso avrebbe dato la vita per me. L’ultima volta che l’ho visto mi ha lasciato in eredità questo sguardo».
Se un giorno don Giussani dovesse essere canonizzato cosa potrà dare un Santo come lui a tutta la Chiesa, anche fuori dalla “compagnia” di CL?
«Quel che può già dare a tutta la Chiesa è esattamente quel che ha dato a noi che l’abbiamo conosciuto: un un ricentramento sull’essenziale, cioè su Cristo. E quindi la compagnia necessaria per vivere oggi questo incontro con il fatto di Cristo vivo, una compagnia che ti educa, ti accompagna, ti perdona».
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