A chi dubita che l’Italia possa esprimere vitalismo demografico e lavorativo, dobbiamo ricordare che nella sua storia più recente il nostro Paese ha conosciuto due stagioni di grande e diffuso dinamismo. Tra il 1947 e il 1964, il «miracolo italiano» coniugò boom demografico, straordinari livelli di sviluppo industriale e occupazionale, assenza (o quasi) di debito pubblico, grande forza della nostra moneta. L’anello di congiunzione tra le due demografie fu la famiglia, solida protagonista della grande dimensione della natalità e del nuovo, diffuso, capitalismo popolare. Ancora nel 1963, alla vigilia della cosiddetta «congiuntura» che interruppe l’età dell’oro, si registrarono circa 400.000 matrimoni ed oltre un milione di nascite. Gli investimenti superarono il 25% del Pil. La propensione al risparmio delle famiglie sfiorò il 21%. Le compravendite immobiliari raggiunsero un valore di quasi il 4% del Pil. Si formò il grande ceto medio.
Sono indicatori utili a comprendere la fiducia verso il futuro, la solida cultura della speranza. Essi suggeriscono, retrospettivamente, come il lungo periodo del miracolo non abbia avuto solamente natura quantitativa e materiale. La crescita economica, intensissima e spettacolare, non fu che la manifestazione di una più generale forza civile che ebbe al centro, appunto, proprio i valori della tradizione, allora largamente condivisi. Nuova vita e vitalità economica si alimentarono reciprocamente. Fu peraltro decisiva anche la sintonia fra società e istituzioni, quella capacità della classe dirigente dell’epoca di scatenare le energie della società italiana attraverso la libertà. Fu infatti il tempo di una sorta di deregulation di fatto i cui costi furono contenuti di fronte agli esiti che consentirono. Certamente ebbe un peso la povertà di partenza di una nazione sconfitta e largamente distrutta. Ma fu importante la convinzione dei governi di accettare, nelle condizioni di sfacelo in cui versava l’Italia, la sfida dei mercati internazionali alla vigilia del movimento di decolonizzazione che determinò la fase forse più potente di globalizzazione finora conosciuta.
Nel 1947 l’Italia entrò nel Gatt, nel 1948 nell’Oece, nel 1950 aderì alla Ceca e si fece promotrice di una ancora maggiore integrazione europea destinata a culminare, nel 1957, proprio a Roma. Fu una scelta temeraria per un Paese abituato allo statalismo delle commesse di guerra e all’orizzonte angusto dell’autarchia. Lo Stato concorse inoltre alla crescita con interventi mirati e, allora, mai sostitutivi della società. Da un lato, fu il motore della ricostruzione infrastrutturale, in particolare con l’espansione della rete stradale e autostradale in misura superiore a quella dei paesi europei omologhi e con l’edilizia residenziale del Piano Fanfani. Dall’altro, rese strutturale la realtà delle partecipazioni statali, inaugurata negli anni Trenta in risposta alla grande crisi, concentrandosi sulle grandi produzioni funzionali allo sviluppo dell’economia privata, come quelle energetiche e siderurgiche.
Protagonista fu però la grande industria privata storica, nata nelle successive ondate di industrializzazione postunitarie, ma soprattutto decisiva fu l’esplosione di iniziative industriali nuove o rilanciate e trasformate che proprio quel contesto, innanzitutto culturale, incoraggiò. […]
Abbiamo quindi avuto, in due diversi fasi storiche, seppure di diversa intensità ed estensione temporale, la dimostrazione che la società italiana possiede un potenziale superiore alla sua rappresentazione. Sappiamo dal nostro vissuto che più liberiamo la vitalità economica e sociale dal peso delle regole, delle tasse e dell’indebitamento, più incoraggiamo le nuove intraprese, relazioni di lavoro cooperative e benessere distribuito.
Possiamo ora, di fronte alle straordinarie opportunità offerte dalla intelligenza artificiale diventare, o meglio tornare ad essere, una nazione brulicante nonostante il progressivo rattrappimento prodottosi a partire dai primi anni Novanta quando, secondo il premio Nobel Edmund Phelps, perdemmo la nostra fantastica «indigenous innovation»?
Il disvalore del fallimento, il peso degli oneri burocratici e fiscali già in partenza, l’incertezza del reddito unita alla mancanza di tutele, il difficile accesso al credito, soprattutto per chi non ha patrimonio o supporto familiare, sono oggi le principali ragioni che frenano in Italia un diffuso autoimpiego dei giovani in un contesto aggravato dalla crisi demografica. La densità delle coorti giovanili aveva infatti favorito nel dopoguerra la propensione a progetti lunghi e innovativi alimentando comportamenti emulativi.
[…] Eppure, il salto tecnologico offre opportunità straordinarie per chi vuole sognare, realizzare idee innovative, tentare strade nuove. A ben vedere, nonostante i limiti richiamati, potremmo avere ancora molte delle caratteristiche che hanno fatto di Israele una start-up nation, ovvero un Paese piccolo che, come noi, ha poche materie prime, ma si è rivelato capace di generare una elevata densità di nuove iniziative imprenditoriali in ambiti come l’agricoltura di precisione, la medicina d’urgenza, la cybersecurity, la gestione dei Big data; e di attrarre, conseguentemente, ingenti capitali. Fattori di successo sono stati: una visione strategica dello Stato in favore degli investimenti tecnologici, sostenuti dalla domanda pubblica e da una efficiente Innovation Authority, l’organizzazione di ecosistemi di ricerca attraverso la cooperazione tra governo, accademia e industria, la disponibilità di scuole e università per formare competenze tecnico-scientifiche, la presenza di fondi di venture capital.
Ora si tratta di verificare se alcuni di questi presupposti, nonostante i limiti richiamati e il declino della vitalità che si è prodotto, possono essere ragionevolmente risvegliati o potenziati anche nella nostra dimensione nazionale. La premessa non può non riguardare il cambio di rotta dell’Europa dopo la lunga stagione ideologica che si è tradotta nella pretesa di imporre soluzioni tecnologiche e nelle molte regolazioni invasive, ostili alle imprese nel nome di pur condivisibili obiettivi di decarbonizzazione. […]
Abbiamo allo stesso tempo una straordinaria dimensione manifatturiera orientata alla innovazione continua che non solo può moltiplicare le proprie capacità con le applicazioni della Ia, ma dalla quale si possono estrapolare anche molti spin-off originali. Si tratta di adottare strumenti semplici ed efficaci di sostegno all’ingresso e all’impiego delle nuove tecnologie. La nostra agricoltura è naturalmente portata alla evoluzione tecnologica in ragione di una biodiversità valorizzata con produzioni intensive in piccole unità fondiarie. Il nostro servizio sanitario è non a caso preferito da molte multinazionali del farmaco per la sperimentazione clinica. Risultiamo essere, con la Germania, uno dei più grandi hub produttivi dell’industria farmaceutica. Siamo significativamente partecipi dei programmi spaziali che nella bassa orbita si prestano a crescenti attività di ricerca.
[…] Possiamo sviluppare la cultura dell’autoimprenditorialità inserendola nei programmi di collaborazione tra scuole, università e imprese, raccontando le moltissime storie di successo di coloro che hanno fatto l’impresa, ricostruendo quel «sogno italiano» che è diventato realtà nel passato, ma oggi si è atrofizzato. Possiamo rivalutare la funzione sussidiaria di incubatori delle associazioni dell’artigianato, del commercio, delle piccole imprese e dell’industria cui lo Stato dovrebbe delegare anche funzioni pubblicistiche di verifica, controllo, certificazione in modo da semplificare, soprattutto nelle fasi di partenza, gli oneri burocratici anche quando sono funzionali ad accedere agli incentivi. Possiamo ancora sollecitare le banche locali, come le banche di credito cooperativo, a sviluppare ancor più attività educative e di assistenza tecnica per diffondere la cultura finanziaria necessaria a sostenere piccoli progetti di autoimpiego nei territori.
Possiamo infine comprendere nella stessa educazione morale di cui scriviamo più avanti il ruolo della famiglia come comunità contemporanea di affetti e di interessi nella quale riscoprire il piacere della condivisione non solo dei progetti procreativi ed educativi, ma anche di quelli dedicati alla fondazione di piccole imprese da far crescere.
Certo, per quanto abbiamo prima considerato, occorrerebbe una coraggiosa e mirata deregolazione burocratica e fiscale perché il nostro passato ci insegna la diretta proporzione tra libertà e crescita. Questa si realizza con la fuoriuscita dalla trappola del falso moralismo, vero e proprio inquinamento della vita pubblica. Nessuno può immaginare di riproporre la regolazione minima degli anni Cinquanta. Il perseguimento di obiettivi primari come la sicurezza dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, la trasparenza dei bilanci ed altro ancora si può realizzare con norme semplici e certe, con una cultura regolatoria che esalta e non mortifica la responsabilità delle persone fisiche e giuridiche.
Siamo nel cuore del rapporto tra gli uomini e le macchine intelligenti perché se prevale la creatività sulla sottomissione diventa implicita, naturale, la propensione ad evolvere verso l’imprenditorialità quale modo per sviluppare da protagonisti idee e progetti.
Dobbiamo ringraziare Gennaro per avere collocato questa breve tavola rotonda a valle di quella in cui sono state evidenziate le grandi capacità di visione geopolitica che Gianni (De Michelis, ndr) aveva.
Queste erano frutto non di poteri divinatori ma, da un lato, di una straordinaria attitudine alla lettura e, dall'altro, di una non meno straordinaria volontà di esperienze, di cose e persone viste e vissute, grazie alle quali riusciva a individuare i possibili percorsi di medio e lungo periodo delle grandi aree del mondo. La storia dell'Expo di Venezia può essere fatta risalire a una conferenza che Gianni tenne alla Columbia university, se ricordo bene invitato dal politologo Sartori. La sua conferenza ebbe come titolo, nel 1981, sottolineo 1981, Communism is dead. Come lui era solito fare, espose una serie logica di dinamiche in base alle quali la nascente società dell'informazione avrebbe progressivamente travolto ogni barriera, e con la caduta delle barriere sarebbe caduta l'Unione sovietica che campava grazie a esse. […] Oggi sappiamo che la storia si e svolta in questo modo.
Questo portava Gianni a ritenere, con molto anticipo, che vi sarebbe stato uno spostamento del baricentro europeo dalla tradizionale area carolingia alla dimensione centrorientale, con la conseguenza dello sviluppo di intense relazioni commerciali sull'asse Est-Ovest, lungo direttrici che avrebbero dovuto premiare non soltanto l'Europa settentrionale ma anche quella meridionale. Quello che poi e stato chiamato «Corridoio 5», allora lui lo definiva come l'«asse Barcellona-Budapest». Tutto ciò portava Gianni a ritenere che anche dal punto di vista interno si sarebbe accentuato lo spostamento dell'area forte del Paese dal tradizionale triangolo industriale Milano-Torino-Genova alle terre del Nord-Est che […] si sarebbero trovate nel posto giusto al momento giusto.
Oggi, come sapete, anche grazie alle fotografie del satellite, sappiamo che il territorio più illuminato nella notte si colloca nel triangolo che unisce Milano con Bologna (lungo la via Emilia) e Venezia (con Padova e Treviso). Egli ne deduceva che, per cogliere tutte le opportunità indotte dal nuovo scenario geopolitico, sarebbe stato necessario organizzare una città metropolitana da un milione e mezzo di abitanti, tale da diventare una delle grandi megalopoli direzionali, piattaforma logistica al servizio di un bacino molto più ampio che non quello dei propri diretti utenti, rivolta alla Mittel-Europa, con la propaggine dei Balcani, e con una proiezione ancor più ampia verso Est e verso Sud. Gianni, dopo la caduta del Muro, parlava infatti di un'«Europa pan europea a forte dimensione mediterranea». La definiva così perché doveva avere l'obiettivo di far coincidere la dimensione geografica continentale con la dimensione politica. Gianni parlava di una forte interlocuzione, per non dire integrazione, con la Russia, che non avrebbe dovuto essere consegnata all'influenza cinese. Dall'altra parte sottolineava la vocazione mediterranea dell'Europa che avrebbe dato valore all'Italia tutta intera, compreso il suo Mezzogiorno. Questa visione lo portava a ritenere che le Venezie avessero un compito di passare dalle due fasi che avevano vissuto, la prima della povertà rurale e la seconda dell'industrializzazione diffusa, a una terza fase quaternaria, molto più ambiziosa […]. Quindi Venezia in particolare avrebbe potuto ritrovare nella postmodernità la sua funzione di capitale politica ed economica rinnovando i fasti della Serenissima e ricongiungendosi, in quanto utile, con il suo territorio così vitale. […]
D'altronde, la definizione storica delle Venezie era «terre di relazioni». Gianni immagina così, in questo contesto e con questa ambizione, di poter attrarre l'Expo dell'enfatico passaggio di millennio. […]
Parlando della logistica di cui accennavo prima, questa evoca innanzitutto la portualità. I cinesi sembrano avere letto molte cose di Gianni sulla rivitalizzazione del Mediterraneo dopo che per molti secoli lo spostamento dei traffici si era rivolto a Nord. I cinesi, dopo avere investito in altri porti di questo bacino, sembrano avere ora capito l'importanza che Gianni attribuiva al porto di Trieste, sottolineo da parlamentare veneziano, perché immaginava l'integrazione di tutta la portualità dell'alto Adriatico che avrebbe dovuto combinarsi con un porto scambiatore a Taranto. Pensava ovviamente allo sviluppo dell'aeroporto, che poi è l'unica cosa che c'è stata, e già si cominciava a ragionare di grande velocità ferroviaria anche allo scopo di precedere l'arrivo della rete cinese. Oggi, come sapete, ancora impieghiamo due ore e mezza tra Venezia e Milano perché non c'è l'alta velocità. Immaginava anche l'addensamento di funzioni educative lungo l'asse Venezia-Padova, un grande polo universitario per la ricerca e la formazione tanto tecnico-scientifica quanto umanistica, opposto alla disseminazione delle sedi. Pensava allo sviluppo della ricerca dei tecno-materiali di Porto Marghera […]. L'evoluzione di Porto Marghera avrebbe dovuto essere il passaggio da produzioni pesanti, destinate a spostarsi a bocca di miniera, ad attività di innovazione e di ricerca […]. La visione era all'altezza di quella transizione che avremmo più tardi avvertito con la grande rivoluzione tecnologica: Venezia che ritorna Serenissima, che non si limita a essere un museo galleggiante, che non è internazionale saltando il suo territorio circostante, ma che rinnova la sua internazionalità in quanto motore intelligente di un'area densa di educazione, di ricerca, di scambi, di attività terziarie e quaternarie di vario genere. Allora si pensava anche a un grande polo bancario e finanziario perché in quel momento le banche popolari venete possedevano la banca cattolica e avrebbero potuto fondersi in una sola società per azioni a capitale diffuso, ipotesi che fu fatta e che non venne realizzata per i particolarismi che prevalsero […]. Emblematico è il fatto che Venezia verrà sconfitta da Hannover e ricordiamo come Gianni paventasse la possibilità di un «rattrappimento baltico» dello sviluppo europeo: ovvero l'addensamento delle residue capacità dell'Europa verso Nord, verso la portualità del Baltico. L'atteso incremento delle relazioni commerciali Est-Ovest avrebbe interessato prevalentemente la fascia alta dell'Europa e trascurato quella meridionale con la perdita di ruolo nel Mediterraneo.




