Gnl nel 2026 tanta nuova offerta. In Groenlandia servono enormi investimenti. Riparte la nuova Via della Seta. In Giappone nucleare al riavvio. Litio, mercato in subbuglio.
Il leader americano rilancia le sue mire sull’isola, cruciale per la geopolitica dell’Artico. Uno schiaffo alla Via della seta.
La Casa Bianca era stata chiara. Nella strategia di sicurezza nazionale, pubblicata il mese scorso, l’amministrazione Trump aveva sottolineato di volere che «l’emisfero occidentale rimanesse libero da incursioni straniere ostili»: un monito rivolto, neanche troppo implicitamente, alla Cina, oltreché, sebbene in forma minore, a Russia e Iran. È quindi in quest’ottica che va principalmente letta l’operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Ed è sempre in questa cornice che vanno inserite le nuove pressioni statunitensi su Cuba, nonché le rinnovate tensioni esplose tra Washington e il Vecchio continente sul destino politico della Groenlandia.
Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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José Raúl Mulino e Marco Rubio (Ansa)
I criticati annunci del tycoon convincono il presidente Mulino a staccarsi da Pechino. Decisiva la visita del segretario Rubio che ha parlato di «status quo inaccettabile».
Chi si straccia le vesti per le minacce di Donald Trump non ha ancora capito che si tratta di una strategia consapevole volta a mettere sotto pressione gli interlocutori, per spuntare concessioni vantaggiose. Stiamo parlando di una linea di coercizione, che inizia a dare i suoi frutti e che rappresenta un pilastro fondamentale della riedizione trumpista della Dottrina Monroe. Ma andiamo con ordine.
Entrato in carica da appena due settimane, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha già assestato un significativo colpo alla Cina in America Latina. Il presidente panamense, José Raúl Mulino, ha infatti reso noto che il suo Paese non rinnoverà l’adesione alla Belt and Road Initiative, la cosiddetta Via della Seta. «Il memorandum d’intesa del 2017 sulla Belt and Road Initiative non sarà rinnovato dal mio governo. Stiamo studiando la possibilità di rescinderlo in anticipo», ha dichiarato Mulino, annunciando anche un audit sui porti del Canale di Panama, gestiti de facto dalla Cina.
È importante sottolineare che la svolta del leader panamense è avvenuta dopo il suo incontro con il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Quest’ultimo, a seguito del colloquio, aveva fatto sapere di ritenere «inaccettabile» la situazione a Panama. «Il segretario Rubio ha chiarito che questo status quo è inaccettabile e che, in assenza di cambiamenti immediati, ciò richiederebbe agli Stati Uniti di adottare le misure necessarie per proteggere i propri diritti ai sensi del trattato», si leggeva in un comunicato del Dipartimento di Stato americano, emesso a seguito del colloquio tra Rubio e Mulino. Ricordiamo che, sulla base dell’intesa del 1977 con cui accettarono di cedere a Panama la sovranità sul Canale, gli Stati Uniti si sono sempre riservati il diritto di intervento, nel caso ritengano minacciata la loro neutralità. D’altronde, alcune settimane fa Trump aveva espresso preoccupazione per la crescente influenza cinese sul Canale di Panama. In tal senso, aveva manifestato l’intenzione di rientrare in possesso della struttura, qualora il governo panamense non avesse offerto delle garanzie concrete su questo dossier. E, esattamente in quest’ottica, non aveva escluso il ricorso all’opzione militare.
Pressioni, quelle di Trump, che, combinate agli avvertimenti di Rubio, hanno portato Panama ad allentare significativamente i propri rapporti con il Dragone. Non solo la Belt and Road Initiative ha subìto una decisa battuta d’arresto in un’area cruciale dell’America Latina, ma Pechino rischia adesso anche di vedere ridimensionata la propria presenza nel Canale. Non a caso, l’ambasciata cinese a Panama ha espresso irritazione, postando sul proprio account X una foto del cosiddetto «Giorno dei martiri»: il riferimento è al 9 gennaio 1964, quando l’esercito statunitense sedò delle proteste di cittadini panamensi che manifestavano contro la sovranità degli Usa sul Canale. D’altronde, quello su Panama non è l’unico colpo assestato da Trump alla Cina negli ultimi giorni. Ricordiamo infatti che, sabato, il presidente americano ha applicato a Pechino dazi aggiuntivi dal valore del 10%: una misura che, al di là degli squilibri commerciali, il presidente americano ha giustificato, citando il coinvolgimento cinese nell’arrivo dei componenti chimici necessari per produrre il fentanyl. Quello stesso fentanyl che, spesso, entra in territorio statunitense attraverso la frontiera con il Messico. Ed è qui che la riedizione della Dottrina Monroe si interseca con il dossier migratorio.
Ieri, prima di lasciare Panama City, Rubio ha assistito al rimpatrio di 43 immigrati irregolari, che, dopo essere stati bloccati in territorio panamense, sono stati fatti salire su un aereo diretto in Colombia. Il procedimento di espulsione è stato effettuato sulla base di un memorandum d’intesa che, firmato nel 2024 tra Stati Uniti e Panama, è stato sostanzialmente riconfermato dall’attuale amministrazione americana. Inoltre, sempre ieri, Trump ha congelato per un mese i dazi che aveva comminato al Messico: una decisione arrivata dopo che la sua presidentessa, Claudia Sheinbaum, ha accettato di schierare 10.000 soldati al confine con gli Stati Uniti, per arginare l’immigrazione clandestina e i flussi di droga.
Questa svolta ci dice due cose. Primo: la strategia della coercizione, adottata da Trump, si sta rivelando efficace. Secondo: la riedizione della Dottrina Monroe mira sia a contrastare Pechino nella regione latinoamericana sia a disinnescare i problemi legati all’immigrazione clandestina. Non a caso, nel suo tour in Centro America, Rubio era atteso ieri anche a El Salvador, dove, secondo Politico, cercherà di «convincere i funzionari locali ad accettare di accogliere i cittadini stranieri espulsi dai Paesi che non accettano i voli di rimpatrio degli Stati Uniti». Del resto, già la settimana scorsa, la Cbs aveva riportato l’esistenza di trattative in corso tra Washington e il governo di San Salvador per raggiungere un accordo su questo tema.
Non solo. Domenica sera, sono arrivati a Guantanamo 150 soldati americani che, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, dovranno ampliare il centro per migranti presente nella baia dall’inizio degli anni Novanta. La scorsa settimana, Trump aveva infatti annunciato di volerlo usare per trattenerci i migranti irregolari considerati maggiormente pericolosi. Un segno ulteriore, questo, della crescente strategicità che, per l’attuale presidente americano, riveste l’America Latina.
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Xi Jinping e Sergio Mattarella (Getty ImagesI
Pechino ora punta su commerci e scambi tecnologici. Ma così entreremmo in urto col tycoon Usa. Intanto l’Italia serra i ranghi contro gli agenti stranieri negli atenei.
Mentre Donald Trump inizia a fare la squadra in vista di gennaio e a calcolare i migliori dazi da imporre alla Cina (oltre che all’Europa) il presidente della Repubblica Sergio Mattarella vola a Pechino. Viaggio ovviamente organizzato molto prima e indipendentemente dall’esito delle elezioni americane. La coincidenza è però un po’ straniante e sicuramente muove le relazioni in modo divergente. Il capo dello Stato è super partes, e dunque il suo compito è consolidare un perimetro più ampio possibile di relazioni. E così allargare gli accordi bilaterali in vari campi. Ieri sono stati sottoscritti dieci memorandum in diversi ambiti, soprattutto culturali. La visita è però stata l’occasione per Xi Jinping di vergare un discorso nel più consueto ecumenismo cinese. Il vertice politico del Dragone è stato particolarmente caloroso nei confronti di Mattarella che sta effettuando la sua seconda visita in Cina. Xi Jinping ha definito il capo dello Stato italiano «un vecchio amico del popolo cinese e un mio buon amico», rivelando che in questi anni tra di loro ci sono state tante telefonate e diverse lettere che hanno mantenuto «una stretta cooperazione» bilaterale anche nei momenti difficili.
Effettivamente la visita di Stato di Mattarella è stata apprezzata da parte cinese e i due leader hanno potuto parlare in un clima di «cordialità» dei dossier più spinosi. A partire da quello sui dazi che tanto divide l’Europa dal Dragone fino a un ragionamento «non ideologico sulla necessità di costruire un nuovo ordine mondiale che colga meglio i rapidissimi cambiamenti internazionali», recita l’Ansa. «Un tema caro alla Cina che Mattarella ha ascoltato con attenzione», prosegue il take di agenzia, «senza pregiudizi ideologici». Per poi riportare la frase conclusiva di Xi: «Cina e Italia sono grandi civiltà e nel mondo ci sono cambiamenti non visti in un secolo». Ora, è da apprezzare il tentativo delle agenzie di stampa di rappresentare il distacco e l’assenza di alcun posizionamento ideologico. Ma la Cina è ben abituata a lasciar parlare le immagini e dosare sapientemente le parole godendo molto spesso dei silenzi dell’interlocutore. Il risultato è semplice: tornare a parlare di Via della seta. L’accordo che il governo Meloni ha interrotto alla prima occasione utile e che era stato firmato da Giuseppe Conte alla presenza del «Mattarella I». La Cina non ha mai digerito la scelta, e cerca ora di lisciare la seta dei commerci e degli scambi tecnologici dopo aver compreso che gli accordi sulle infrastrutture sono preclusi. Preclusi da chiare richieste americane e soprattutto dalle nuove relazioni tra governo e finanza Usa. Un nome su tutti: Blackrock.
Non a caso Xi ha aggiunto una postilla non da poco: «Vogliamo rafforzare il partenariato strategico globale e promuovere le relazioni bilaterali per entrare in una nuova fase di sviluppo». Senza «tentazioni di anacronistici ritorni a un mondo di blocchi contrapposti», ha chiosato il presidente italiano. E le «differenze» di pensiero che pur sono tante non devono essere «ostative al confronto», sintetizza l’Ansa. La realtà è che il partenariato su temi tecnologici con il ritorno di Trump alla Casa Bianca è bollente tanto quanto poteva essere il tema delle infrastrutture con l’amministrazione Biden. Eppure l’amicizia di un enorme pezzo del mondo cattolico italiano con la Cina non ci deve certo stupire. Cominciamo dal costante lavorio di Sant’Egidio, che da anni sostiene e tira la volata al Vaticano disposto a chiudere l’accordo definitivo sulla nomina dei vescovi in Cina pur di sbarcare nel subcontinente asiatico. Non stupisce che in questi giorni a Pechino si sia affacciato anche Pier Ferdinando Casini che posta sul suo account Instagram foto con tanto di manine festanti e che soltanto il 10 ottobre aveva incontrato l’ambasciatore Jia Guide in qualità di presidente onorario dell’Unione interparlamentare. Per cui l’ideologia conta e non poco. E spesso distrae dalle questioni tecniche.
Giovedì il ministero dell’Università ha presentato un protocollo in collaborazione del comparto della sicurezza nazionale mirato a contrastare l’influenza di agenti stranieri dentro le nostre università. Chi ha partecipato alla conferenza ha precisato non trattarsi di un tema anti cinese. Una chiara excusatio non petita. Il circuito delle strutture Confucio è da tempo attenzionato. E non a caso ieri mattina, mentre presentava le attività del comitato del golden power, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha infilato un prezioso inciso sulle attività anti infiltrazione nelle strutture universitarie e di ricerca. Il sito Formiche ieri ricordava che l’allusione è potenzialmente riferita a rapporti post Covid tra Bgi, colosso cinese, e il Consiglio nazionale delle Ricerche. Ipotesi? Il fatto è che i temi sono numerosi e gli accordi Italia-Cina ancor di più. Con l’era Trump c’è da scommettere che le intelligence porranno molta più attenzione al transfer tecnologico e alla cessione di dati. Saranno consentite le strette di mano e l’amicizia, ma disinteressata.
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Antonio Gozzi (Imagoeconomica)
Uno studio dell’università di Pechino sul colosso Hbis definisce Duferco international trading «ingranaggio fondamentale» per l’ascesa globale del Dragone nell’acciaio.
Settembre 2023. L’Istituto di economia industriale, accademia delle scienze sociali di Pechino pubblica un lungo report sulla «Internazionalizzazione delle imprese cinesi. Tra crisi e opportunità». Il documento, online su una piattaforma Tencent e a firma Yu Ling Liu, parte con un grande spiegone teorico sulla necessità di creare partnership e succhiare conoscenza per arrivare all’elogio della «grande» strategia di Xi Jinping sulla Via della seta. In mezzo c’è la ciccia del racconto: la crescita del colosso della siderurgia della provincia di Hebei che va sotto il nome di Hbis. Ed è proprio in questi paragrafi che viene ampiamente e con gran dose di dettagli citata la Duferco di Antonio Gozzi, tra i candidati alla guida di Confindustria. «Il 2023 segna il decimo anniversario dell’iniziativa “One belt, One road” del presidente Xi» si legge, «Questo testo prende in esame l’operato della società Hbis, sia nel processo di promozione dell’internazionalizzazione, sia in base alle operazioni di acquisizione della sudafricana Parabola mining e di Duferco international trading holding (Dith)», partecipata al 10% dalla società Duferco partecipation, holding di Antonio Gozzi. Quote che portano a una società controllata dalla Hbis, perno centrale dello studio universitario in questione e della siderurgia cinese.
Oggi Hbis è al primo posto tra le aziende siderurgiche con attività all’estero dove vanta ricavi superiori a 20 miliardi di dollari. Come è arrivata a essere ciò che è oggi? Per lo studio, grazie ai rapporti con il gruppo Duferco. «Nel 2008 di fronte a una grave situazione del mercato, Hbis intraprende una strada orientata su export, commercio, fusioni e acquisizioni. Poi tra il 2013 e il 2016 decide di cogliere alcune opportunità favorevoli di investimento completando l’acquisizione della sudafricana Pmc, di Duferco e della Serbian steel».
I rapporti con Duferco risalgono però al 2009 quando Hbis investe più di 3 miliardi di yuan negli impianti di laminazione a freddo. Ma visto l’esiguo numero delle commissioni subisce ingenti perdite. Nell’ottobre 2009 arriva il primo ordine del gruppo di Gozzi (6.000 tonnellate di lamiera zincata). Nel 2011 il salto di qualità, seppure nell’ambito delle relazioni commerciali. «Le due parti», si legge sempre nello studio, «si incontrano ad alto livello e firmano 10 accordi di cooperazione; nel giugno 2012, le due parti sottoscrivono un nuovo accordo per l’esportazione di prodotti siderurgici da 270 milioni di dollari, garantito da Duferco. Così Deutsche bank, Abn amro e altre sei grandi banche straniere effettuano un pagamento anticipato alla controparte cinese».
Da lì, stando sempre all’università di Pechino, è l’avvio di «una cooperazione che ha un impatto duraturo e di vasta portata sulla strategia di internazionalizzazione di Hbis». Nel marzo 2013, vista la forte complementarietà tra le due società, le due parti firmano un terzo grande accordo: Tangshan iron and steel acquisisce il 10% delle azioni di Duferco international trading divenendo il secondo maggiore azionista. «Allo stesso tempo, Duferco aiuta Tangshan iron and steel a ottenere 1,2 miliardi di dollari in prestiti all’esportazione di acciaio da banche occidentali», prosegue il documento. Che snocciola altri appuntamenti strategici fino al novembre del 2014, quando Hbis aumenta la propria partecipazione in Duferco al 51,4%. «L’operazione porta al possesso indiretto da parte del colosso cinese del sito di produzione di lastre in ferro in Macedonia, controllato da Duferco attraverso Jcdecaux». Nello stesso anno Hbis fa una operazione simile in Sudafrica con un altro partner. La sommatoria è vincente. E per l’università di Pechino «queste misure hanno ampliato la capacità di Hbis nel controllare le risorse produttive a valle nell’industria siderurgica globale». Un chiaro motivo di vanto per la Cina e di riflessione per i mercati occidentali e per le aziende europee. Per chi si chiedesse quanto il documento sia celebrativo e frutto della propaganda del Partito comunista e quanto sia aderente alla realtà è bene sovrapporlo agli intrecci societari del gruppo di Gozzi e alle attività di Yu Yong, l’uomo che in patria è considerato il vertice della siderurgia del Dragone. Senza dimenticare che La Verità ha avuto modo di consultare i bilanci semestrali (2021 e 2022) di una grossa azienda di Haicheng, la Liaoning Donghe new materials. Lì Duferco trading è citata più volte «in qualità di distributore e cliente di lungo termine».
Insomma, l’accordo del 2014 è stato sicuramente di portata ampia, per entrambe le parti. Collegato all’ingresso azionario, al socio cinese venivano infatti concesse una serie di opzioni per salire nel capitale. Così nel frattempo, la controllata di Hbis ha continuato a salire in Dith e il gruppo di Gozzi a scendere e incassare. Con distinte operazioni, tra marzo e settembre del 2022, il gruppo di Gozzi ha venduto un altro 10,7% incassando oltre 80 milioni di dollari. L’azienda, contattata dalla Verità, spiega che la partecipazione attuale è scesa al 5% ed è «destinata a cessare nel giugno prossimo». Precisando, inoltre, che «i cinesi non hanno mai partecipato al capitale del gruppo Duferco né a livello di holding né a livello di società operative energetiche».
Vero. Va dunque chiarito, a questo punto, che le Duferco sono due. Una è la Dith, ormai a controllo cinese, come detto. L’altra si chiama Duferco partecipations holding (Dph) e ha sede anche questa in Lussemburgo. La società, che ha chiuso il 2022 (ultimo bilancio disponibile) con oltre 45,7 miliardi di ricavi consolidati e un utile di 385 milioni prima delle tasse, fanno capo una serie di attività tra Usa, Sud America e Asia che vanno dalla produzione, distribuzione e trading di acciaio fino allo shipping e all’energia, come la Duferco energy Italia. E la partecipazione residua in Dith, considerata tra le «imprese collegate» in virtù della influenza esercitata sulla governance della società. A monte della Dph c’è un’altra società lussemburghese, la Btb holding, che ha il 100% della Dph e controlla la Duferco industrial e la Steel project developments (tutte in Lussemburgo). Nel board della Btb troviamo i figli di Gozzi, Augusto e Vittoria. E lo zio Bruno Bolfo, cittadino svizzero, fondatore e azionista del gruppo Duferco. Per trovare Antonio Gozzi dobbiamo salire ancora qualche scalino, fino alla Lagrev investments, dove l’imprenditore figura come «beneficial owner», beneficiario finale.
Mentre dell’uomo, che ha permesso l’incontro tra Hbis e Duferco un decennio fa, vale la pena ricordare il curriculum. Nome sconosciuto ai più in Occidente, Yu Yong è stato il primo a portare nel 2004 un gruppo siderurgico cinese nella celebre World steel association fino a diventarne presidente per due anni di fila, nel 2019 e nel 2020. Oggi rimane nel board a fianco di figure di spicco come gli italoargentini Rocca. Come si legge nel documento di Pechino, a Yu, classe 1963, si deve l’aver fatto diventare il gruppo Duferco «un ingranaggio nel layout strategico di Hbis con un ruolo chiave: farla diventare testa di ponte e hub informativo dell’acciaio cinese». Lo stesso testo riconosce al manager originario di Hebei meriti passati e ruoli futuri. Come dire, la strategia dentro la Via della seta non è finita e lo schema a triangolo è destinato a proseguire. Un tema, politicamente parlando, molto delicato. Il governo ha appena chiuso la parentesi avviata nel 2019 dal governo di Giuseppe Conte dando disdetta del memorandum One belt one road. La nuova fase prevede una sorta di via dei commerci. Scambi, ma non infrastrutture. Bisogna capire in che fattispecie rientra l’acciaio, soprattutto quello trattato dalle parti di Taranto dove ha sede l’ex Ilva. La partecipazione del gruppo Duferco nell’altro ramo del trading va a spegnersi e forse tutto lo studio dell’università cinese andrà letto al passato. Dieci anni di storia sono comunque tanti.
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