
Il partito di Vannacci vale tra il 2 e il 4,5%. Ammetto che, quando ho letto questa previsione, mi sono messo a sorridere. Un sorriso impastato di ricordi e di sarcasmo. Non di nostalgia, chiarisco. Quanto vale Italexit, si domandavano gli ultimi tre mesi prima delle elezioni del 2022? «Tra il 2 e il 4,5%». Italexit era la creatura che avevo creato quando uscii dai 5 stelle per tener fede all’unico motivo per cui accettai la candidatura: costruire una via d’uscita dall’Unione europea.
Beppe Grillo fu l’unico a raccogliere le firme contro l’euro: ci credeva? Non lo so, ma comunque era già qualcosa. Anche la Lega di Matteo Salvini ingaggiò la battaglia No Euro, e credo che la mia esperienza televisiva della Gabbia, la trasmissione in onda su La7, gli servì a fiutare l’aria. La faccio breve: quella trasmissione, quei temi e quei parterre furono una specie di incubatore del primo governo della diciottesima legislatura, il governo più folle e imprevedibile. Finì come sappiamo. Ma anziché andare al voto (come secondo me sarebbe stato giusto), Salvini rimase schiacciato nella morsa Quirinale/Renzi con la sponda di Grillo: ne uscì il Conte 2, in barba a tutto quello che il Movimento disse in campagna elettorale contro il Pd, contro Renzi e contro l’Europa.
Io non li appoggiai e me ne andai nel gruppo misto sempre a predicare il maleficio dell’Europa. Poi arrivarono il Covid, il lockdown, il Green pass e il vaccino obbligatorio. Mi ritrovai a essere, in Parlamento, il terminale di un dissenso che metteva la difesa delle libertà al primo posto: a Milano portai il premio Nobel Luc Montagnier e fu un successo strepitoso; a Roma riempimmo una piazza all’altezza del Circo Massimo e anche lì fu bellissimo. In tv mi scontravo coi «campioni» della maggioranza e con le virostar. Fui bollato come no vax oltre che no euro.
È inutile che vi dica che quelle battaglie le ho ancora nel cuore e nella testa tanto che ne discuto, ne scrivo e sono persino nello spettacolo teatrale che io e Mario Giordano portiamo in scena con successo. Per quelle battaglie e il relativo consenso, Italexit divenne il partito politico nuovo, da guardare con attenzione, da raccontare e quindi anche da sondare. «Quanto vale Italexit?». Per tutti i sondaggisti eravamo lì, nella fascia tra il 2 e il 4,5%. Cominciai anch’io a domandarmi se quei numeri fossero veri o meno. E chiesi ai diretti interessati cosa volesse dire collocare Italexit tra l’inferno e il paradiso, tra il dentro e il fuori.
La risposta fu chiara: non possiamo dirti con esattezza quanto vali perché ci sono più elementi da mettere sul tavolo, ossia la notorietà data dalla tv e dai social, la radicalità della battaglia politica, la delusione per i 5 stelle e il voto utile. Questo era quello che mi dicevano e questo sarà quel che spiegheranno a Vannacci. E non è un caso che dopo il suo annuncio mi sono ritrovato con molti dei miei ex «compagni di viaggio» che mi hanno chiesto cosa volessi fare e con diversi giornalisti interessati a capire se sentissi nuovamente il richiamo della foresta politica. Rispondo: no, sono fuori. Ma siccome il film l’ho vissuto in prima persona, mi sento di aggiungere all’ottima analisi di ieri di Maurizio Belpietro un altro pacchetto di considerazioni. Vannacci ha uno spazio disponibile, esattamente come lo avevo io nel 2022: c’è l’abbondante astensionismo e c’è un po’ di disincanto rispetto a un governo che ormai è establishment, che non scalda i cuori ma - va ammesso - sta facendo bene quello che alla politica è consentito fare.
In altre parole, anche chi solleva delle critiche, come possiamo fare da queste parti, non vorrebbe per nessun motivo al mondo un governo di centrosinistra. Vannacci può fare il gioco degli altri. Vannacci può dunque erodere consenso a destra? Sì. Vannacci è una voce scomoda dentro il campo dei conservatori? Sì. Vannacci ha un seguito? Sì. E allora cosa c’è che non va? Glielo dico io non dall’alto di una cattedra ma dal basso di una sconfitta, visto che con Italexit mi avvicinai al miracolo ma non lo centrai.
Il punto debole del nuovo partito sarà… il partito: coprire l’Italia di gente valida sarà il punto debole di Vannacci. Anch’egli dovrà fare i conti con le stesse nevrosi dei dissenzienti che ora gli stanno addosso: conosco molti dei nomi che bazzica. Si troverà con un elettorato di opinione che nelle settimane finali deciderà - come accadde nel mio caso - di tornare nella casa politica del centrodestra perché non vuole far vincere il centrosinistra. Ma soprattutto si troverà con l’immaturità (e talvolta la stupidità) di chi si crede classe dirigente e invece cerca soltanto di entrare in Parlamento sulle spalle del generale. Ecco perché dico a Vannacci di prepararsi a fare i conti con chi gli volterà le spalle non appena sarà escluso da qualche incarico e dalle liste. Dunque, è spacciato? Quasi sicuramente sì, a meno che il centrodestra non commetta l’errore madornale di puntargli tutti i fucili contro facendolo diventare il «bastardo da adottare»: gli italiani non accettano quando il potere diventa il capriccio dei potenti e l’exploit dei grillini lo dovrebbe insegnare. A quel punto Vannacci potrebbe coagulare altre simpatie fuori dal suo giro attuale.






