(Totaleu)
«Strumentalizzazione da parte dei giornali». Lo ha dichiarato l'europarlamentare del Carroccio durante un'intervista a margine della sessione plenaria al Parlamento europeo di Strasburgo.
«Strumentalizzazione da parte dei giornali». Lo ha dichiarato l'europarlamentare del Carroccio durante un'intervista a margine della sessione plenaria al Parlamento europeo di Strasburgo.
«C’è poco da commentare, chi vota ha sempre ragione»: il commento di Roberto Vannacci al risultato elettorale in Toscana è sintetico quanto, inevitabilmente, all’insegna dell’amarezza. Il risultato della Lega è ampiamente insufficiente, siamo intorno al 5% rispetto al 22 di cinque anni fa, e il dato va analizzato al di là del trend generale che vede in tutte le regioni al voto, così come è accaduto alle scorse politiche del 2022, Fratelli d’Italia schizzare in alto ai danni del Carroccio, con Forza Italia che invece tiene e in alcuni casi cresce. La cronaca politica riserva onori e oneri, e così tocca al generale del Mondo al Contrario assumersi la responsabilità della debacle: in Toscana Vannacci ha avuto un ruolo di primissimo piano sulla composizione delle liste e sulla gestione della campagna elettorale. Diciamo subito ciò che appare evidente dai dati: la Toscana non è una regione nella quale lo slogan di destra radicale non fa presa. Come ci spiega chi conosce nel profondo il centrodestra toscano, l’elettorato della regione, tradizionalmente di sinistra, finisce per rifiutare qualsiasi confronto con chi utilizza un armamentario propagandistico di destra nostalgica, che anzi stizzisce e irrita chi (e ce ne sono quasi in tutte le famiglie) ha avuto un nonno, uno zio, un amico di famiglia che ha combattuto come partigiano. «Qui in Toscana», sospira con La Verità un esponente di primo piano del centrodestra nazionale, «se ti presenti con parole d’ordine di destra estrema non vieni neanche ascoltato. Siamo di fronte a una popolazione che vuole ragionare, argomentare, dibattere, ma su temi concreti. Non a caso Alessandro Tomasi, esponente di Fratelli d’Italia, è stato scelto come candidato a presidente, e ha fatto una ottima campagna. Tomasi piace anche a sinistra: è sempre disponibile, parla con tutti, ascolta le ragioni di chi non la pensa come lui. Da queste parti per attrarre consensi ci vogliono persone così». Non a caso il povero Tomasi oltre a combattere una battaglia politica complicatissima contro Eugenio Giani e il centrosinistra, ha pure dovuto spesso prendere le distanze dalle dichiarazioni del generale. Detto ciò, la politica, quando si tratta di elezioni che comportano l’espressione della preferenza da parte dell’elettore, ha delle regole che devono essere applicate costantemente. La prima, aurea, è quella di comporre liste forti, e per comporre liste forti occorre dialogare con tutte le componenti del partito, valutare potenzialità elettorali e limiti di ciascun candidato senza farsi condizionare dal desiderio che a essere eletto in consiglio regionale sia un fedelissimo con pochi consensi piuttosto che un esponente di partito più lontano ma con un ampio bacino elettorale. Il dato della Lega fa tanto più male perché la Toscana vive un momento di grandissima insofferenza nei confronti del potere asfissiante della sinistra, una vera e propria cappa che soffoca famiglie e imprese, una ragnatela clientelare talmente fitta che in alcune realtà, non tutte ma moltissime, qualsiasi opportunità di lavoro o crescita deve necessariamente passare attraverso il «ras» locale. Abbiamo toccato con mano, nei nostri ripetuti soggiorni in Toscana, la esasperazione di tantissimi ex elettori di sinistra nei confronti di questa gestione clientelare fino al midollo del potere, e la rabbia per una immigrazione ormai non solo fuori controllo ma sfruttata dai «soliti noti» che gestiscono centri di accoglienza o semplicemente si arricchiscono fittando posti letto a nomadi dediti per lo più ad attività criminali (il traffico dei rifiuti ferrosi, tanto per fare un esempio). A questi elettori di sinistra nauseati dai loro riferimenti, che alla fine si sono astenuti, occorreva proporre provvedimenti concreti (al governo nazionale c’è il centrodestra) ma soprattutto offrire ascolto, ascolto, ascolto: la Lega, tra l’altro, è il partito di centrodestra che ha questi temi nelle proprie corde, più degli altri. Invece no: si è andati avanti con epurazioni interne e con slogan e argomenti buoni per raggranellare i voti degli estremisti di destra alle politiche, ma non certamente per portare alle urne famiglie di ex elettori di sinistra disillusi dalla propria parte politica. In ogni caso, per avere una risposta scientifica alla nostra domanda su cosa abbia portato al drastico calo della Lega, abbiamo sentito il parere di Antonio Noto, che ha seguito la tornata elettorale per la rai con il Consorzio Opinio Italia: «La Toscana», dice Noto alla Verità, «è una regione rossa, dove Giani insieme alla lista di Antonella Bundu arriva al 60%. Qui l’elettorato della Lega è più moderato, e evidentemente non ha recepito bene lo spostamento del partito sulle posizioni di Vannacci, che non a caso si è scontrato anche molto con lo stesso Tomasi. È passato il messaggio di una Lega sulle posizioni di Vannacci e l’elettorato tradizionale del Carroccio non è stato stimolato a recarsi alle urne».
In Veneto il nodo Zaia è ancora tutto da risolvere. Prosegue l’agitazione attorno al governatore capace di catalizzare solo per il fatto di esistere, tutta l’attenzione del centrodestra e oltre. Lista sì, lista no, nome sì, nome no e dal momento che mancano ancora due settimane alla chiusura della consegna delle liste può ancora accadere di tutto. Luca Zaia lo sa e avverte: «Se sono un problema vedrò di renderlo reale, il problema. Cercherò di organizzarmi in maniera tale da rappresentare fino in fondo i veneti. Certo, c’è ancora tempo per decidere come e in che modo» ha commentato a margine di un evento a Vicenza. «Nel momento in cui accade che tu sei il presidente uscente e sparisce la lista del presidente, e lo posso capire quando non sono candidato, sembrava che si potesse mettere il mio nome sul simbolo della lista, e ho visto che c’è stato un veto a livello nazionale, allora ho detto che io sono un problema». La sua sintesi è perfetta d’altronde, ma non tiene conto del fatto che con il suo nome sulla lista verrebbe meno l’accordo chiuso con gli alleati: non presentare una lista Zaia. Ma se sul simbolo della Lega si scrive il nome del Doge, è come girare l’accordo perché la lista diventerebbe automaticamente sua.
Sul perché dell’assenza del suo nome dal simbolo della Lega, ha risposto: «Non lo deve chiedere a me. Dovrei essere immodesto per dirlo, ma tutti i sondaggi in questi anni lo hanno detto ampiamente. È ovvio che la mia figura rappresenta una garanzia, per questo amore che ho sempre avuto con i veneti, e anche perché sono stato quello che ha saputo dire tanti sì ma anche tanti no. Non è questione di “esilio”, penso che l’unica preoccupazione che ho sia che questa regione resti la numero uno a livello nazionale. Se qualcuno mi chiede il risultato più grande, io dico lo standing dei veneti. Consegno un Veneto che ha una visibilità e una reputazione a livello nazionale e internazionale che nel 2010 non aveva».
Adesso però la sua epoca inevitabilmente finisce e quel che resta diventa una questione di equilibri interni. Le recenti consultazioni, dalle Politiche 2022 alle Europee 2024, hanno mostrato un netto vantaggio di Fratelli d’Italia (oltre il 30%) sulla Lega (intorno al 13-14%). Zaia non era coinvolto, a dimostrare il fatto che ai veneti l’uomo piace più del partito che lo sostiene. Per questo gli alleati ritengono che il suo nome sulla lista, non candidandosi come presidente, potrebbe fuorviare l’elettore, drogando il risultato della Lega. Fdi in sostanza teme che la presenza del Doge possa ridurre, se non annullare, il distacco tra i due partiti e questo cambierebbe la distribuzione degli assessori e quindi della maggioranza interna alla giunta.
«Risulta, sia a me che ad Alberto (Stefani, ndr) che la giunta sia stata una pregiudiziale per portare a casa la presidenza. Adesso io non credo a quello che leggo sui giornali, che è tutto un problema leghista, visto e considerato che di veti ce ne son stati tanti. Noi prendiamo atto», ha chiarito Zaia.
Anche Forza Italia non sembra voler fare passi indietro. Il leader Antonio Tajani ha spiegato che non c’è alcun accordo preventivo sugli assessorati, ma che il suo partito non intende accontentarsi un solo incarico. Se così fosse, chiederebbero apertamente l’assessorato alla Sanità per Flavio Tosi.
Intanto domani a Padova si apre la campagna elettorale di Alberto Stefani. Parteciperanno anche il vicepremier e segretario della Lega, Matteo Salvini, il presidente della Regione Zaia e rappresentanti della coalizione di centrodestra.
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega Roberto Vannacci durante un'intervista al Parlamento europeo di Bruxelles.
Generale Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega, come giudica la decisione della Corte europea che boccia il progetto Albania sui migranti?
«Una sentenza politica. Ancora una volta l’Europa vuole ingoiare la sovranità degli Stati».
Secondo i giudici europei, un Paese è «sicuro» se garantisce protezione a tutti i cittadini. Su queste basi, anche l’Italia rischia di non far parte del club?
«Difatti io chiedo alla Corte di Giustizia di dichiarare l’Italia un “Paese insicuro”. Così potremo mandare in Paesi più “sicuri”, come Egitto o Tunisia, tutti gli immigrati che si considerano in pericolo».
Bisogna insistere sul progetto Albania?
«Assolutamente sì. Quando si vuole entrare in casa d’altri, il permesso si chiede prima, non dopo essere entrati. Quindi gli hub per l’immigrazione devono essere collocati al di fuori degli Stati dell’area Schengen, in località dove saranno valutate le richieste di ingresso».
Qual è il modello?
«Sono un fanatico del modello australiano. Da quelle parti hanno risolto il problema dell’immigrazione clandestina, considerando illegale qualsiasi tipo di passaggio della frontiera senza un visto».
Intanto Von der Leyen è sotto attacco per l’accordo sui dazi al 15%.
«Una disfatta. Quando si proponeva di trattare bilateralmente, tutti gli europeisti convinti si opposero, perché l’Europa doveva a tutti i costi negoziare con una sola voce. Ecco, questi sono i risultati. Non solo: per decenni ci hanno ossessionato col Green deal, e oggi l’Europa si impegna ad importare gnl americano prodotto col fracking, cioè con tecniche ambientalmente impattanti».
Von der Leyen sotto accusa, da parte di chi la portava in trionfo.
«Peccato che questi signori del progressismo che oggi si indignano per questo accordo, poi le mozioni di sfiducia contro questa Commissione non le votano. Mi unisco alle parole pronunciate da un big dell’industria agroalimentare italiana: all’Italia fa più male la Von der Leyen che i dazi di Trump».
C’è ancora spazio per la trattativa bilaterale di cui parlava?
«Difficile, ma se ci fosse spazio, ben venga. L’Italia può dare molto, se si muove da nazione sovrana».
Ma non si sente un po’ tradito da Donald Trump?
«No, continuo a stimarlo, perché è un patriota. Cerca il bene dei propri cittadini. Il patriottismo lo si apprezza ovunque, anche in Russia e in Cina, non solo a casa propria».
Se lei dovesse trattare con Trump, cosa gli direbbe?
«Gli farei capire che ci sono alternative alla guerra commerciale. Abbiamo altre leve in nostro possesso, tra cui la riapertura delle relazioni commerciali con la Russia, che era il più grande provider di energia in Europa. Rinunciare a quei rifornimenti, come ha detto anche Mario Draghi, è stata una causa della scarsa produttività europea. Riaprire la possibilità del gas russo a fronte dei dazi imposti da Trump potrebbe essere uno degli argomenti del negoziato».
Nell’accordo c’è anche l’impegno ad acquistare armi Usa.
«Certo, cornuti e mazziati. Per Trump è una doppia vittoria, perché oltre ai dazi paghiamo le armi e le regaliamo agli ucraini. Quindi anche il peso del conflitto russo-ucraino peserà sui nostri bilanci».
Minacciare l’acquisto di gas russo non allontanerebbe la pace?
«No, semmai la avvicina. L’idea che siano le sanzioni ad avvicinarci alla pace, dopo tre anni e mezzo, si è dimostrata sbagliata. Ricordo sempre che le paci giuste non sono mai esistite, quella che va cercata è una pace ragionevole. Se invece ci ostiniamo a inseguire la pace del vincitore, in un conflitto con una potenza nucleare, allora arriveremo sull’orlo del baratro».
Sta dicendo che bisognerà fare concessioni a Mosca?
«Sto dicendo che tutti i contendenti avranno da pagare qualcosa. Ma quello che paghiamo oggi sarà inferiore a quello che pagheremmo domani, e non conviene agli europei prolungare questa agonia».
Il riarmo europeo è un regalo a Francia e Germania?
«Assurdo spendere quei miliardi sventolando una minaccia esistenziale per l’Europa. Nessun soldato russo sta sbarcando in Sardegna. È solo un piano finanziario per rilanciare l’industria tedesca, l’unica economica che ha facoltà di indebitarsi».
Ma l’Italia intende aderire al piano di prestiti Safe per gli armamenti. Sbaglia?
«Se proprio dobbiamo indebitarci, tanto vale farlo a un tasso di interesse inferiore. È la soluzione meno peggiore. Se questo serve a rinforzare l’industria nazionale, possiamo anche starci».
Giusto riconoscere lo Stato della Palestina, come ha fatto Macron?
«Biasimo la reazione sproporzionata del governo Netanyahu, ma il riconoscimento della Palestina non ha senso, perché non si tratta di uno Stato: non ha confini definiti, non ha sovranità. Riconoscere la Palestina oggi significa far prevalere il terrorismo sulla capacità negoziale, e quindi legittimare Hamas».
Ecco #DimmiLaVerità del 21 luglio 2025. Stefania Bardelli, leader del Team Vannacci di Varese, illustra i progetti e gli obiettivi della organizzazione.

