
A quanto pare Sergio Mattarella è preoccupato. Per la guerriglia scatenata da bande di manifestanti violenti a Torino? Per la decisione della magistratura di scarcerare alcuni dei partecipanti agli scontri? Oppure per il mancato accoglimento da parte dell’opposizione dell’offerta di varare insieme misure che assicurino agli italiani di non essere ostaggio di rapinatori, spacciatori e stupratori? Niente di tutto questo. A impensierire il capo dello Stato è il decreto Sicurezza che il governo si appresta a varare.
Il Corriere della Sera di ieri ci ha informati che l’attenzione del presidente della Repubblica è altissima, perché, da «raffinato giurista» qual è, ha a cuore «il diritto di ogni cittadino ad avere libertà di movimento e di espressione». Mattarella ha come unica bussola la Costituzione, osserva il quotidiano di via Solferino, e i principi in essa espressi sono una linea che ritiene invalicabile. Tradotto, lassù sul Colle sono pronti a passare al setaccio i provvedimenti e a bocciare il fermo preventivo di 12 ore.
Ovviamente siamo grati al capo dello Stato per l’azione svolta e per la difesa dei valori contenuti nella Carta su cui si fonda la nostra Repubblica. E però non ci sembra che nel passato abbia avuto la stessa attenzione nei confronti dei principi che riguardano la libertà di movimento e di espressione. Basta infatti riavvolgere il nastro della storia e tornare a cinque anni fa, quando l’allora premier, Mario Draghi, introdusse un green pass che non soltanto limitava la libertà di movimento, ma che addirittura impediva di lavorare a chi non ne fosse in possesso. Eppure l’articolo 16 della Costituzione garantisce a ogni cittadino libertà di circolazione in tutto il territorio della Repubblica. Ma di fronte al divieto di prendere mezzi di trasporto o di entrare in locali pubblici se sprovvisti di tessera verde, il «raffinato giurista» del Quirinale non trovò nulla da eccepire. Né la sua attenzione, «sempre altissima» come ci informa il Corriere, fu attratta dal possibile conflitto tra le norme volute da Draghi e l’articolo 1 della Costituzione, in cui si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro.
Ma come? La democrazia si basa sul diritto di poter svolgere un’attività e per decreto un governo vieta di poter esercitare quel diritto, impedendo a un cittadino di fare ciò per cui è assunto (e dunque anche percepire uno stipendio) solo perché non è vaccinato? Forse il capo dello Stato in quei giorni era distratto? O forse qualcuno ha ottenuto la sua firma per promulgare il decreto senza però farglielo leggere? Tutto naturalmente è possibile. Però, andando a rileggere le sue dichiarazioni dell’epoca, mi sono imbattuto in alcune frasi che sembrano fare a pugni con quell’attenzione ai principi costituzionali sulla libertà di movimento e di espressione. A novembre del 2021, ad esempio, il presidente della Repubblica lanciò un duro monito contro i «cortei non sempre autorizzati fatti passare come libera manifestazione del pensiero», quando invece si trattava di un «attacco recato al libero svolgersi delle attività».
Ricordate? A quei tempi gruppi spontanei di persone, rimaste senza lavoro per via del green pass, protestavano in piazza. Però Mattarella non invocò la Costituzione, la libertà di movimento e quella di espressione del dissenso. Ma anzi legittimò i divieti di manifestare di quanti non erano in possesso del green pass. Non si indignò quando con gli idranti spazzarono via la protesta dei portuali di Trieste, né quando a Stefano Puzzer, incensurato, fu impedito di manifestare a Roma. E a settembre, sempre nel 2021, in un discorso all’università di Pavia, il capo dello Stato addirittura bacchettò i contestatori della tessera verde, ammonendoli «a non invocare la libertà di sottrarsi alla vaccinazione, perché quell’indicazione equivale alla richiesta di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso quella di mettere in pericolo la vita altrui». Ovviamente non era vero, perché anche da vaccinati si poteva mettere a rischio la salute e la vita altrui e questo a settembre del 2021 era già noto. Tuttavia, per il «raffinato giurista», non esisteva la libertà di sottrarsi al vaccino ma tutti avrebbero dovuto offrire il braccio alla patria.
Riassumendo, fermare per 12 ore persone già note alle forze dell’ordine per aver scatenato disordini, secondo il Quirinale, è un attentato alla Costituzione e alla libertà di espressione. Invece vietare la circolazione, l’accesso ai locali pubblici e perfino il lavoro perché non si ha in tasca una tessera è conforme al dettato su cui si fonda la nostra Repubblica. Vietare i cortei perché sono contro il green pass, benché non si verifichino violenze, è consentito. Vietarli perché bande di facinorosi mettono a ferro e fuoco una città invece non è possibile. È la Costituzione del raffinato giurista che da dieci anni «regna» sull’Italia. Una monarchia dove qualcuno ha dimenticato non solo che il sovrano d’Italia è il popolo e non il capo dello Stato, ma che le leggi le fa il Parlamento e non i burocrati (quasi tutti di sinistra) che siedono lassù sul Colle.






